“La UE non vi fa’ uscire dalla crisi. Uscite dalla UE!”

“L’Italia è fottuta, se Renzi non esce dall’euro”. Mentre le sinistre italiane celebrano l’ultimo trionfo della loro ideologia fallimentare e degressiva,  le “Nozze gay”,   sul  Telegraph Ambrose Evans-Pritchard (il miglior giornalista economico d’Europa) fa’ la diagnosi  della nostra agonia.  Anche se molti elementi sono noti, la limpida organizzazione li rende spaventosi.

Dopo sette anni di  (relativa) espansione globale, solo l’Italia resta intrappolata nella trappola debito-deflazione e in una crisi bancaria “che non può combattere dentro le stretture paralizzanti dell’unione monetaria”. Ora “sta finendo il tempo concessole”: l’artificiale ripresa mondiale gonfiata dalla Federal Reserve e dal boom creditizio cinese è  alla fine. E anche l’effetto del  triplice stimolo dovuto al petrolio incredibilmente a buon prezzo, l’euro debole e la polverina magica di Draghi (che compra i titoli di debito col denaro creato dal nulla)  sta svanendo prima che il paese sia sfuggito dalla trappola della stagnazione.

 

Le stupide norme europee – che i nostri governi hanno firmato, pensando con  furbizia italiota di aggirarle, e i tedeschi avrebbero chiuso un occhio  – ci impongono di “rientrare” dal nostro debito pubblico, ridurlo dal 120% al 60 per cento del Pil,  al ritmo di tagli del 3,6% de debito sul Pil.  Il che si può fare – eccome no? – a patto di mantenere per vent’anni un bilancio in attivo, da dedicare al ri-pagamento del debito,  e un attivo tanto grande da coprire quel 3,6.

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Un surplus che la recessione divenuta depressione e adesso deflazione, rende matematicamente impossibile. Infatti  solo un po’ d’inflazione  (con un po’ di crescita) può ridurre non la misura assoluta del debito (che resterà colossale), bensì il “rapporto debito-Pil”; facendo aumentare in termini monetari il Pil, rispetto al quale il debito sembra minore. Tutti gli anni i governi italioti hanno scritto nei loro bilanci di previsione una ottimistica riduzione del rapporto. Ogni anno hanno fallito. “Il debito è stato il 121% del Pil nel 2011,  123 nel 2012, 129%  nel 2013. Nel 2014, 132,7%”.  Per effetto meccanico della deflazione e per le austerità imposte dall’Europa.

Questi dati, in un paese serio, avrebbero portato da tempo al cambio di classe dirigente. Invece la nostra celebra il suo trionfo  dei “diritti civili”, con le facce della Cirinnà e Boldrini.  Tagli dopo tagli  (dei servizi pubblici, non dei loro stipendi), austerità dopo austerità (non per lorsignori),  supertassazione dopo supertassazione  (a carico dei produttori) non sono servite nemmeno a fa declinare questo rapporto. Il Fmi prevede per noi una crescita dell’1 per cento, già ottimistica. Lontanissima dal 3,6 necessario.

 

Ed ora, sta arrivando un’altra recessione  globale.  In che condizione ci arriviamo? Il giornalista cita il governatore di Bankitalia, Vincenzo Visco : “Abbiamo perso 9 punti percentuali di Pil e un quarto della nostra produzione industriale”.  Lui, Visco, ha presieduto la banca centrale con uno stipendio colossale, assistendo a questa distruzione,  e solo adesso  se ne accorge? In un paese normale, sarebbe stato da tempo fucilato alla schiena.

Entriamo nella recessione 2.0  con le risorse produttive crollate, un sistema bancario fallito  governato da ladri e truffatori,  e senza aver fatto “le riforme”, le sole che contano: quelle razionalizzazioni e  snellimenti  che obbligano il settore pubblico a lavorare per la nazione, non contro di essa, come parassiti succhia-sangue.  “L’Italia è enormemente vulnerabile”,  dice Simon Tilford del Centre for European Reform. “E  il governo non  ha munizioni per scongiurare  la recessione” , o il nuovo collasso.  In questo tempo l’Italia ha perso il 30 per cento di competitività sul costo del lavoro contro la Germania, e la sua produttività è collassata del 5.9  per cento dal 2000.  Perché? Logico: perché abbiamo adottato la moneta tedesca senza diventare noi stessi antropologicamente dei tedeschi. Specie la “classe dirigente” e l’apparato di pubblico parassitismo ha sgavazzato nelle sue inefficienze, senza il minimo sforzo di ridurle.

Mettiamo qui i puntini sulle i:

La produttività del lavoro è rimasta altissima, persino superiore a quella tedesca,  in certi settori produttivi (del Nord). Benissimo, sono quelli che la sanguisuga pubblica ha più penalizzato ipertassandoli, facendogli mancare le infrastrutture, trattandoli da “evasori” e quindi assoggettandoli a un controllo asfissiante e  sospettoso,   da potenza occupante straniera – tutte cose che si sono tradotte in costi inutili e dunque “perdita di competitività del lavoro”.

Non basta: questi signori hanno accettato senza discutere (forse senza capire) la “ricetta” impostaci da Berlino e Bruxelles: la “svalutazione interna”. Capite cosa significa?  Invece della svalutazione esterna (della moneta) hanno svalutato i nostri lavoratori  del settore privato (ossia produttivo) , costretti a  tagli dei salari, ormai da fame.  Loro, tagli dei salari, nessuno…

“Cercare di guadagnare competitività con la svalutazione interna   [tagli salariali  ai  privati] non fa’ che invelenire la dinamica del debito e perpetuare la depressione. Il risultato è l’implosione industriale”, che in Italia “è sotto i nostri occhi”.

 

 

 

Uno degli effetti è  che le banche italiani sono strapiene di  crediti andati a male, su cui i debitori non pagano più gli interessi.   360 miliardi, il 19 per cento del bilancio del sistema bancario.  Il peggiore dei G-20, forse più di quello della Cina (che però è la prima manifattura mondiale, mentre noi abbiamo de-industrializzato). Attenzione:   parte di questo orrore  è dovuto ai furbastri  come topi nel formaggio siedono nei  cda delle banche, che davano prestiti agli amici o a  sé stessi.  Ma se pensate, come strillano i media e le sinistre più a sinistra, che è  stato “il papà della Boschi” e quindi tutto si risolve  chiedendo “le dimissioni della Boschi”, siete ancora prigionieri della demenza italiota, nella sua eterna lite di condominio sragionante.

Il problema è alquanto più  grave. “E’ normale avere nel sistema bancario un’alta quota di crediti andati a male, dopo tanti anni di una recessione così profonda”, dice infatti Lorenzo Codogno,  già economista al Tesoro ed oggi alla London School of Economics.   La Banca Centrale Europea  peggiora la situazione,   “insistendo ad esigere”  dalle banche malandate che accantonino sempre maggiori riserve. “Non dovrebbe farlo, perché non fa che aggravare la instabilità”.

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Ma lo  ordinano le regole europee. Come le norme europee sul bail-in (che pure il nostro governo e il nostro Visco hanno firmato!) son quelle che impediscono alle banche di cancellare dai loro libri contabili i  crediti peggiori,  quelli cadaverici, che ammontano a 83,6 miliardi: perché se lo fanno sono forzate dall’Europa a ricapitalizzazioni forzate –  in tempi dove i capitali sono scomparsi – e tagliare i creditori , come hanno visto i depositanti di Banca Etruria e Montepaschi.

“Le norme sul bail-in sono fonte  di gravi rischi di liquidità e di instabilità finanziaria” ha dichiarato Visco, quasi non fosse stato lui ad accettarle, e dovrebbero essere riviste prima di innescare una corsa agli sportelli del sistema bancario italiota (corsa che pare già avvenuta, con emorragie di capitali fuggenti all’estero).   E questo per quanto riguarda le colpe dei nostri cosiddetti dirigenti, la cui incompetenza  dovrebbe essere punita.

Ma le colpe europee sono ancor peggiori. In questo frangente, invece di dare una mano, Bruxelles, Francoforte e Berlino  si intromettono e ostacolano tutte le soluzioni che il governo renzicchio (o il governicchio Renzi) prova per uscirne.  La soluzione anglosassone, la bad bank in cui accumulare i crediti andati a male è  stata bocciata perché contro le regole europee; la BCE insiste  chiedere le ricapitalizzazioni, che impediscono alle banche di alleggerirsi dei crediti defunti; han consentito al fondo Atlante, un ibrido quasi bad-bank,   forzando le banche relativamente sane e le assicurazioni a cacciare 4,25 miliardi per “salvare” le banche fallite.  Salvataggio,   va’ dal saccheggio dei  fondi-avvoltoio che  già  fanno i giri attorno a Unicredit e alle altre,  e  comprerebbero per un euro il monte-risparmi degli italiani, le centinaia di miliardi che tanto da sempre fa’ gola alla finanza globale.  La “soluzione” Atlante, permessa dall’Europa, non farà che trascinare nel pantano le banche relativamente più sane, aggravando la crisi sistemica.  E qui “il papà della Boschi” non è il problema.

Il problema è il sistema  monetario europeo.  Che funziona a senso unico (come vuole Berlino): “I paesi devono obbedire ad una plétora di regole e regolazioni – ma quando la crisi colpisce uno dei paesi, non gli arriva alcuna solidarietà, alcun aiuto”.  Non c’è alcun vantaggio né beneficio ad attenersi alle  regole. Allora perché restare nell’euro?  Se ad obbedire ci si perde, e non si ottiene nessun soccorso dalla solidarietà monetaria europea (inesistente).

Evans- Pritchard dice che alcuni industriali italiani (“poteri forti”, in italiano nel testo)  gli hanno sussurrato che il ritorno alla  lira  non sarebbe poi un gran male.  Meglio tardi che mi, “poteri forti” dei miei stivali. Il 48 per cento degli italiani c’è arrivato prima di voi, è già disposto ad uscire dal modo scorsoio chiamato euro. Il punto è che forse è tardi. Salvini e Grillo  ci sono arrivati, ed hanno dietro due grossi partiti. Forse perfino il governo Renzi e il PD può decidere, alla fine, per salvare se stesso, di uscire dall’euro, spera il giornalista britannico.

Ma  forse è troppo tardi.  Abbiamo aspettato troppo, addormentati da Monti, dai Bersani, dai Visco e da Padoan.

Svalutare farà bene, se poi l’industria lavora a pieno ritmo; ma quale industria? È stata stroncata al 25%.   E le competenze dei lavoratori da rimettere al lavoro con salari in lire, ci sono ancora, dopo dieci anni di  desertificazione?

Il tasso di disoccupazione uficiale,11,4 per cento, non inganni: bisogna aggiungerci l’altro 12 per cento degli scoraggiati che non cercano più lavoro,” Il triplo della media UE. Vogliamo quindi dire la verità? Un buon 23  per cento sono fuori dal lavoro da troppi anni per riprendere in  pieno.

E i giovani? La disoccupazione  giovanile è 65% in Calabria, 56% in Sicilia, and 53% in Campania”  – queste regioni modello, dove i governi  locali si pagano così tanto e sprecano così bene in combutta con la rispettive camorre – , “nonostante centomila all’anno se  ne vadano dal Mezzogiorno, e il tasso di natalità  nei territori che furono dei Borboni è il più basso dal 1862, da quando il Regno delle Due Sicilie ha cominciato a raccogliere le statistiche. La pauperizzazione è al livello della Grecia, la produzione industriale è crollata del 35 per cento e gli investimenti del 59% rispetto al 2008”.  Insomma il Sud è già probabilmente avvitato in quel giro della morte che porta da  una crisi ciclica ad uno stato di sottosviluppo permanente.  L’Africa  è il vostro traguardo, meridionali. E temo che la cosa nemmeno vi dispiaccia.  Gli studenti (chiamiamoli così) della scuola pubblica italiana (chiamiamola scuola) si stanno rifiutando di sottoporsi ai test INVALSI: naturalmente istigati dai loro insegnanti,  perché i test INVALSI  provano la loro incompetenza  come docenti.  Ovviamente sono “de sinistra” gli insegnanti anti-INVALSI, gli studenti, e la stampa che li sostiene, in prima linea   Il Manifesto.  E’ la protesta dei fancazzisti che si vogliono far mantenere. E la chiamano la Sinistra.

 

 

POST SCRIPTUM.  ( Però in compenso la sinistra vi ha dato di sposare il  vostro drudo e lasciargli la pensione di reversibilità, se vi piace a tal punto prenderlo nel kulo. Ma non vi basta ancora?)

 

 

 

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