E SE LA UE FOSSE IN RECESSIONE DEL -3%?

“La   crescita accelera, ha raddoppiato le previsioni: erano dell’0,8%, la realtà sarà di una Italia che crescerà probabilmente dell’1,8%  non siamo  più il fanalino di coda della UE”, sta ripetendo in questi giorni Gentiloni come da istruzioni.  I loro ministri Padoan  e l’israeliano  Yoram Gutgeld, commissario alla Spending review e deputato Pd, sono tutti impegnati a  rimbeccare il finlandese Katainen, vicepresidente   della Kommissjia Evropeski  che gli ha dato  dei bugiardi: “La situazione in Italia non migliora. Tutti gli italiani dovrebbero sapere qual è la vera situazione economica in Italia” ossia che i conti pubblici non migliorano…. in Paesi dove ci sono le elezioni i cittadini meritano di sapere qual è la situazione in modo da poter scegliere liberamente”. In attesa che ci dica  Katainen chi dobbiamo votare, notiamo che probabilmente  anche lui non dice la verità. Non lui, non la UE, non la Banca Centrale, non Berlino,   che ci dicono che l’Europa è in ripresa,  che la Germania cresce del 2,2%, eccetera eccetera.

Ma quale crescita dell’1,8 e o del 2,2!  L’Europa sta calando del 3,2 % almeno. Ciò, secondo l’economista Charles Sannat.  Ha   letto un documento della banca centrale europea che  vanta  di aver aumentato – a forza di “stampa”  – la massa monetaria M1 (le banconote circolanti e i depositi a vista)  del 9%   all’anno, e  la massa monetaria M3 (oltre M1,  tutto ciò che la speculazione  crede “monetabile”)  del 5% annuo.

Ora, c’è un  rapporto diretto fra massa monetaria immessa nel sistema, e crescita di quel sistema.  “Quando si fa 1,8% di crescita mentre la  massa monetaria aumenta del 5%, equivale a dire che si è in recessione del 3,2”

Non so fino a che punto si possa stabilire una relazione così meccanica, ma certo Sannat coglie un punto e la sua uscita spiega molte cose. Spiega come mai,  nel  pieno della “rigogliosa crescita tedesca”,   il gigante Siemens sta tagliando 6900  posti di lavoro, di cui 6100 nella divisione elettrica, e 2600 in Germania – nonostante  un “anno record, 6,2 miliardi di profitti, in aumento dell’11 per cento, e 83 miliardi di euro di cifre d’affari”.  Spiega come mai in Francia, nonostante la crescita dell’1,8 per cento, il tasso di disoccupazione cresciuto anche il terzo trimestre, in  Lombardia –  Lombardia! –  portano i libri in tribunale aziende  leader di mercato mondiale in produzioni d’alto livello tecnologico

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“il crollo della materie prime scuote le borse asiatiche per via dalla domanda cinese che si sta indebolendo” (così il Deutsche Wirtschaft  Nachrichten ….  E soprattutto mentre  Wall Street sale e sale in trionfo (alimentato dai padroni che con il denaro prestato dalla Federal Reserve comprano le proprie azioni), però  le azioni General Electric crollano. “E storicamente quando General Electric collassa, è   il preludio a  un crollo generale” dell’economia reale.

Chissà perché, con tutta questa ripresa, con tutta questa massa monetari iniettata da Draghi nel sistema. Una massa monetaria che poi le imprese, in Italia, mica vedono. Le banche non la mettono in circolo. Sarà che, come dice Sannat, “la natura stessa del capitalismo è deflazionista”. Sarà che quando diciamo che la BCE  crea liquidità “stampando”, usiamo una  vecchia  metafora che,  come sapete, non vale più: la moneta oggi si crea “indebitando”  qualcuno, che paga gli interessi.   E  questo è oggi “il prezzo reale della crescita: 1 euro  di crescita costa  oggi 3,57 euro di debiti”.

Magari c’entra un pochettino anche il fallimento dell’euro:  prometteva crescita aggiuntiva  (ricordate Prodi?) e invece ha apportato agli europei miseria e in  più,asservimento.

Un curioso servizio della AFP spiega come negli anni  ’90 ci fossero  nel mondo molti progetti di moneta unica: in Sudamerica stavano per farla i paesi del Mercosur,  in Asia quelli dell’Asean, ci  pensavano diversi paesi africani, la volevano ad ogni costo le sei monarchie del Consiglio di Cooperazione del Golfo  (pensate: Arabia Saudita e Qatar…). Piccole nazioni intendevano così acquistare importanza geopolitica, darsi una  politica monetaria indipendente e  non agganciata al dollaro –  guardavano con caldo interesse all’Europa, che stava lanciando   la prima unione monetaria del dopoguerra:  una delle zone più ricche del mondo,  la  più colta e civile,  con la classe politica più evoluta, gli economisti più intelligenti  e i tecnocrati più brillanti – un modello da seguire.

Ebbene: visti i risultati del “modello”,  tutti i progetti monetari di cui sopra  sono stati messi in frigorifero.  Hanno visto in corpore vili (il nostro) che “le unioni monetarie  sono complicate da costruire, ma anche da mantenere”,  che esse richiedono il totale abbandono della sovranità monetaria, ossia l’abbandono di un margine di manovra, di possibilità d’azione, in una parola di libertà di cogliere congiunture economiche.  Hanno visto che il prezzo  di questo sacrificio è stato  che “da un decennio gli europei hanno sofferto di difficoltà economiche e, con certi paesi che hanno sofferto di  terribile recessione e disoccupazione molto elevata”, ed hanno rinunciato alla moneta unica. Beati loro.

 

 

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  • Cosa succederà quando, tra qualche mese, Draghi lascerà la Bce, quel poco di liquidità da QE sarà solo un ricordo, al vertice Bce andrà Weidmann (il falco capo della Deutsche Bundesbank) e alle Finanze tedesche andrà (non so se è già adesso) l’elegante ma durissimo Lindner, capo del liberali tedeschi (al cui confronto Schäuble è quasi un filantropo) ?

    • Ipotizzerei quel punto di dicontinuità critico rappresentato dalla fine della politica monetaria espansiva.

      Come è noto il Cancelliere Incaricato Merkel favorisce il dott. Weidmann, che determinerà una svolta radicale rispetto alla linea Draghi.
      Le difficoltà nella formazione del nuovo governo, tuttavia, non permettono di escludere nuove elezioni. Se da esse scaturisse un rafforzamento di AFD la discontinuità sarebbe ancora più aspra.

      Cosa ne deriverebbe per l’Italia?

      Uno dei rischi più rilevanti si nasconde nei meccanismi dell’Unione Bancaria come ben spiegano Vladimiro Giacchè e Marco Zanni in un intervento articolato che consiglio di ascoltare:

      https://www.youtube.com/watch?v=LsMVJsd7W84

      Questo intervento mostra bene chi ha il coltello dalla parte del manico.
      E’ fondato il rischio che tornino ad affacciarsi grosse difficoltà del settore bancario italiano e che queste si riverberino sui conti dello stato (che gli italiani non conoscono, come ci ricorda il Commissario Katainen) e su quelli delle famiglie.

      E non procedo oltre.

  • learco

    Tutti i dati e le statistiche economiche, se lette in dettaglio, riservano sempre delle sorprese. Ad esempio, gli Stati Uniti presentano un PIL di 18 mila milirdi di dollari, ma di questa massa di denaro solo 5 mila miliardi rappresentano l’economia reale, perche’ i restanti 13 mila miliardi riguardano l’economia finanziaria e di questa solo il 30% e’ finanza primaria, cioe’ azioni e obbligazioni, il resto sono derivati e derivati su derivati, gestiti da pochi gruppi finanziari e un pugno di dinastie bancarie.
    Il resto della popolazione americana vivacchia nei debiti e nelle roulotte, mentre il resto del mondo esegue gli ordini di un Paese che spaccia la creazione di carta per produzione di beni reali.

  • Marco C.

    L’osservazione dell’economista Sannat è tecnicamente scorretta. Secondo la nota equazione P*Q=M*V (prezzi per quantità=moneta per velocità), se la massa monetaria aumenta del 5% e il PIL (nominale) aumenta del 2%, il -3% di differenza non viene spiegato con una recessione ma con un rallentamento della velocità di circolazione della moneta. Fenomeno che può essere raccontato anche così: “io porto il cavallo a bere, ma il cavallo non beve”.
    Molto più convincenti le statistiche sulla perdita di posti di lavoro e sui fallimenti aziendali. Inoltre, visto che nel conto bisogna mettere anche l’inflazione, se saltasse fuori ad esempio che l’inflazione effettiva è del 5% e non 1%, allora bisognerebbe togliere un 4% alla crescita del PIL reale, che così diventerebbe negativo. E i conti quadrerebbero.