La Polonia, l’ UE e la postdemocrazia

 

Roberto Pecchioli
Chi scrive non ha mai creduto alla democrazia quantitativa, dittatura di transitorie
maggioranze prodotte in gran parte dagli interessi della plutocrazia padrona. Crolla la
menzogna della rappresentanza. I politici professionisti, già esentati dalla coerenza e dal
rispetto della volontà degli elettori per l’assenza del vincolo di mandato stabilita dalle
costituzioni, rappresentano non il popolo ma i poteri forti che hanno determinato
economicamente e mediaticamente la loro elezione. La democrazia dovrebbe essere “la
partecipazione di un popolo al suo destino “(Arthur Moeller Van den Bruck). Non stupisce
più che le classi politiche siano indifferenti o ostili al popolo. Pensiamo all’ armaiolo Guido
Crosetto, ministro della difesa per delega di Washington: il guerriero di Cuneo riconosce
che gli italiani sono contrari agli aiuti militari ed economici all’Ucraina ma se ne frega: il
popolaccio non sa e non capisce.
Una posizione condivisa da molti sedicenti democratici. Il caso polacco , il vero e proprio
golpe del governo contro il presidente della Repubblica e l’opposizione sovranista con
l’attacco alla Corte Costituzionale ne è un esempio illuminante. Sui principali media di
sistema non si trova quasi menzione dei fatti di Varsavia. Strano, nevvero ? Eppure la
questione è enorme: il capo del governo Donald Tusk , approfittando dell’assenza all’estero
del presidente della repubblica, titolare del potere di nomina e di veto, ha nientemeno che
inviato poliziotti armati alla Corte Costituzionale per esautorare i giudici sgraditi e
nominare suoi fedeli. Il presidente Nawrocki è rientrato precipitosamente in patria ed è
entrato a viva forza nel palazzo della Corte. Il braccio di ferro è in corso e l’UE è schierata
apertamente con il golpista Tusk.
Lorsignori indossano la maschera della democrazia, della libertà, della separazione dei
poteri, dello stato di diritto, eccetera e vorrebbero mantenere il travestimento, ma la realtà
batte la finzione. Per decenni l'inganno ha funzionato a meraviglia. Finché arrivavano
briciole copiose al grande banchetto del consumismo e l'abbondanza permetteva il
consolidamento di una numerosa classe media era facile far ballare il popolo al ritmo delle
élite. Le elezioni erano, in linea di principio, eque. Nessun problema per i piani alti del
potere, con le forze in campo composte in larga parte da loro personale di servizio. Per
questo le libertà formali erano rispettate.
La rappresentazione è finita. Sono arrivati ​​gli anni di magra, inevitabili per le politiche
seguite da decenni; si è instaurato il regno della precarietà, la gente si è impoverita, sono
arrivate le masse del Terzo Mondo convocate dall’oligarchia; i diritti al livello dell’inguine
non compensano la perdita dei diritti sociali. Il consenso democratico, liberale, globalista è
crollato. Il re è nudo e sempre più vicino alla caduta. Quando il gioco si fa duro, a Varsavia,
Bruxelles e altrove, al diavolo i “sacri” principi della democrazia. Non servono più, li
calpestano senza pudore mentre cadono le ultime maschere. Tutto ciò è chiarissimo in
Polonia ed a Bruxelles, impero di una casta cooptata che legifera senza l’impaccio formale
della democrazia e del rendiconto .

Ma anche a Berlino, dove le tentano tutte per mettere al bando l'AfD, oggi il partito più
grande del paese. A Bucarest si sono spinti fino ad annullare elezioni già svolte in cui il
popolo rumeno aveva votato male, dal loro punto di vista, eleggendo un candidato ( oggi
agli arresti !) avverso all’UE e al globalismo. A Parigi con macchinazioni legali favorite
dalla magistratura cercano di escludere Marine Le Pen dalle prossime elezioni
presidenziali. A Londra è in corso una dura repressione che persegue e imprigiona i
britannici che osano sventolare la bandiera della loro patria. A Budapest l'UE di Ursula ha
soffocato il governo Orbàn con gravose sanzioni finanziarie, cancellate dopo la vittoria del
lacchè Péter Magyar. A Madrid il governo –che controlla il Tribunale Costituzionale-
impone una legge sulla cittadinanza che stravolge la composizione del corpo elettorale.
Nulla di strano, dunque, se in Polonia il primo ministro, inviando la polizia a circondare la
Corte Costituzionale, ha compiuto, con l'appoggio dell'UE, il primo colpo di stato
nell'Europa "democratica". La vicenda è complessa e parte da lontano. Non si può
dimenticare che nel 2010 l’allora presidente Lech Kaczynski, del partito patriottico PIS ( lo
stesso di Nawrocki ) fu vittima, con novanta alti dignitari politici, militari ed economici
polacchi, di un incidente aereo mai chiarito. Il conflitto tra chi vuole mantenere
l’indipendenza nazionale e gli alfieri del globalismo e dell’UE si è fatto sempre più duro.
Nawrocki ritiene che le leggi nazionali debbano prevalere su quelle europoidi, confortato
da varie pronunzie dei tribunali polacchi, mentre Tusk è legato a Bruxelles e ai poteri
finanziari.
Qualcuno ricorda gli avvertimenti minacciosi della Von der Leyen ai governi non allineati
all’Unione : abbiamo i mezzi per mettervi in riga. Ne seppero qualcosa Berlusconi nel 2011,
cacciato con un’operazione internazionale favorita dal presidente Napolitano , la povera
Grecia nel 2015 che vide smentita la volontà popolare nel referendum contro le “riforme “
imposte da BCE, Ue e Fondo Monetario Internazionale. La posta in gioco a Varsavia, in
uno Stato di 38 milioni di abitanti, è altissima: la Polonia , mantenendo la propria valuta ,
lo zloty, conserva la sovranità monetaria, poiché la banca centrale non è sottoposta alla
BCE. Tusk preme per l’entrata nell’euro, che ha rapidamente messo in crisi l’ultima
arrivata nel paradiso eurocratico, la Bulgaria.
La banca nazionale polacca, dopo aver riportato in patria le riserve auree custodite
all’estero, acquista oro fisico per precauzione e non vuole consegnarlo alla BCE.
Attualmente la Polonia, stretta tra due giganti storicamente suoi nemici, Germania e
Russia, è la punta avanzata della Nato ad est; possiede l’esercito più organizzato tra quelli
europei. Confina con l’Ucraina, con cui ha uno storico contenzioso territoriale perché la
regione di Leopoli- già parte dell’impero asburgico- è abitata prevalentemente da polacchi.
Ha accolto un numero incalcolabile di ucraini in fuga dalla guerra ma la popolazione è
stanca, infastidita dalla loro presenza e dalle spese relative. Alla tradizionale avversione
verso Russia e Germania si contrappone oggi, da parte di Tusk, una politica filo tedesca
difficile da accettare per gran parte della popolazione, così come la subordinazione all’UE.
I fatti di Varsavia hanno dunque varie sfaccettature, oltreché specificità nazionali,
enfatizzate non soltanto dal cruciale passaggio dell’adesione o meno all’euro, ma anche

dalla posizione geografica polacca, dal crescente ruolo militare nella Nato, dalla prossimità
al quadrante bellico ucraino e all’ingombrante vicino russo. Perciò ci riguarda da vicino lo
scontro tra Tusk ( più Bruxelles e l’ Eurotower di Francoforte) e Nawrocki, il golpe bianco
della postdemocrazia europea, ormai “democratura”, ossia democrazia assai prossima alla
dittatura. Indigna ma non stupisce la complicità di molti governi (innanzitutto della
Germania di Merz) e il silenzio rivoltante del servile apparato mediatico mainstream. Tace
la voce del padrone: chi tace, acconsente.