La pandemia ha offuscato il pensiero critico.

Roberto PECCHIOLI
Konrad Lorenz, fondatore dell’etologia, parlava già mezzo secolo fa del deterioramento del
patrimonio genetico umano. Constatava inoltre la crescente disponibilità degli uomini
all’indottrinamento, frutto della moderna psicologia sociale, in particolare del
comportamentismo. Il suo fondatore, John B. Watson, affermò : datemi una dozzina di
bambini e un ambiente organizzato secondo i miei principi, e sarò in grado di farne un
medico, un avvocato, un artista, un imprenditore, un delinquente. Il rischio del
comportamentismo, basato sul principio stimolo-reazione, è che considera gli esseri umani
semplici apparati reattivi che rispondono agli stimoli come alla pressione di un bottone.
L’esperienza della pandemia dà ragione a Lorenz : il deterioramento psichico della creatura
umana – abbia ragioni genetiche o risponda a stimoli indotti – ha offuscato il pensiero
critico. La maggioranza è più gregaria, più disponibile ai condizionamenti di un potere mai
così potente per mezzi tecnologici e conoscenza dei meccanismi psichici. Se analizziamo ciò
che è accaduto tra il 2020 e il 2022 dobbiamo ammettere che parte del danno non è stato
causato dal virus ma da decisioni che hanno profondamente modificato le nostre
percezioni. Nel romanzo Cecità, José Saramago immaginò un'epidemia che causava la
perdita della vista, trascinando a decisioni dettate dalla paura, dalla pressione sociale e
dalla perdita del giudizio razionale. La finzione letteraria è superata dalla realtà. Allo
scoppio della pandemia il mondo ha perso la trebisonda e il disorientamento persiste. I
governi nel 2020 risposero all’emergenza con decisioni senza precedenti: da un giorno
all'altro intere nazioni sono rimaste paralizzate, le libertà fondamentali sono state sospese,
le scuole chiuse e qualsiasi atto era considerato vettore di contagio. La stessa parola
contagio divenne la sinistra compagna della comunicazione pubblica e delle conversazioni
private. Nulla di simile era stato previsto nei piani sanitari precedentemente elaborati;
nessuna epidemia del passato, compresa l’“asiatica” del 1957, era stata gestita allo stesso
modo.
L'Occidente si è comportato come se soffrisse di un'improvvisa amnesia: i protocolli
sanitari, l'esperienza storica, l’ equilibrio necessario per prendere decisioni, i principi
fondamentali della scienza, i diritti, sono stati sospesi e le libertà obliterate. Tutto ciò che
era considerato normale diventava sospetto, pericoloso. I pochi che hanno seguito le
prescrizioni del passato erano considerati irresponsabili. In realtà era saltato il copione che
stabiliva il quadro d'azione nelle nostre società. Poche analisi hanno indagato le cause che
hanno portato a quel cambio di paradigma. Senza comprenderle, siamo condannati a
ripetere gli stessi errori. La pandemia è stata la tempesta perfetta, l'innesco di processi
culturali, politici, psicologici e legali che si stavano preparando da decenni, esplosi ( o fatti
esplodere) tutti insieme, forze combinate che hanno trasformato la pandemia in un
esperimento psicosociale globale.
L'atteggiamento della società nei confronti dei disastri, il concetto stesso di catastrofe,
sono cambiati negli ultimi decenni. Nelle società antiche le disgrazie venivano attribuite a
un colpevole; ogni morte poteva essere prevenuta, in teoria, attraverso rituali o
incantesimi. La modernità ha comportato l'abbandono del pensiero magico e l'accettazione
dell’imprevedibilità degli eventi. Sono emersi concetti come incidente o disastro naturale,

fenomeni in cui non si può ricercare la colpa umana. Tuttavia nell'ultimo tratto del XX
secolo l'Occidente è regredito a modi premoderni di concepire il rischio: gli incidenti sono
stati considerati prevedibili e le catastrofi segni che qualcuno non aveva fatto il possibile
per prevenirle. È emersa una cultura della colpa che rifiuta la casualità, moralizza il rischio
e cerca un responsabile per ogni evento. Una sorta di ritorno al pensiero prelogico che
l’antropologo Lucien Lévy-Bruhl attribuiva ai primitivi.
A tutto questo si aggiungono profondi cambiamenti culturali. I progressi tecnologici
alimentano l'illusione che tutto può essere controllato. L'aumento della ricchezza e della
sicurezza riduce la tolleranza al rischio. La natura è stata idealizzata come un sistema
prevedibile, benigno, manipolabile. La morte, presente e visibile per millenni, è stata
rimossa, nascosta negli ospedali. Oggi non appare un elemento del ciclo vitale, bensì un
evento eccezionale, intollerabile. Tutto ciò plasma una nuova mentalità segnata dalla
difficoltà di accettare gli accadimenti senza cercare immediatamente un colpevole. Sono
aumentate le cause legali per fatti prima ritenuti inevitabili. E’ emersa una medicina
difensiva: temendo conseguenze, i sanitari hanno iniziato a prescrivere esami non
necessari e prescrivere trattamenti che danneggiavano il paziente ma proteggevano il
professionista.
Quasi tutti i responsabili hanno ritenuto prudente adottare la strategia pandemica che
meglio tutelava i loro interessi. Nella cultura della colpa mantenere una politica
equilibrata, rispettare le libertà e fare appello alla responsabilità individuale richiede un
coraggio estraneo all’occidente odierno. Il lockdown è stato solo l'inizio: lungi dal calmare
la popolazione, ha innescato un circolo vizioso tra misure estreme e paura sociale,
generando un cortocircuito culminato in isteria collettiva. La pandemia ha scavato una
società profondamente immersa nella cultura della colpa. Il confinamento generalizzato
imposto dalla Cina può essere considerato un eccesso autoritario. Ma quando l'Italia ha
preso uguale decisione, la misura rientrava nella facoltà di imporre tutto ciò che poteva
essere imposto. Il potere, sulla difensiva, ha preso decisioni estreme, ingiustificabili ad
un'analisi razionale, utili per evitare le accuse. Le misure draconiane hanno funzionato
come antichi incantesimi: non hanno risolto il problema, ma scaricato le responsabilità.
Il SARS-CoV-2 era un virus che poteva causare danni molto gravi agli anziani e alle
persone vulnerabili, ma era relativamente lieve per la maggior parte della popolazione .
Tuttavia, il rischio percepito è salito alle stelle, ben oltre il pericolo effettivo perché la
mente umana non è attrezzata per valutare rischi complessi. Analizzarli richiede tempo e
confronto sereno. Meglio le scorciatoie. Una è interpretare la gravità del pericolo in base al
livello delle misure adottate. Il ragionamento implicito era: se il governo agisce in modo
così sproporzionato, il rischio deve essere immenso. Il panico ha spinto la popolazione a
chiedere misure più severe; per la loro straordinarietà queste hanno ulteriormente
rafforzato l'idea dell’enormità della minaccia. La paura ha intensificato le restrizioni, le
quali hanno alimentato i timori perché il coprifuoco, le strade vuote e l'obbligo di indossare
le mascherine hanno agito come promemoria visivi del pericolo. Molti speravano di placare
la paura con misure sempre più radicali, per scoprire che in realtà la aumentavano. Lo
spettacolo orribile dell'intera cittadinanza in maschera trasportava in un film horror. A
questo si sono aggiunte le "cascate di disponibilità” (availability cascade) il fenomeno
psicologico per cui una credenza diventa plausibile e diffusa a causa della ripetizione, in un

ciclo che si autoalimenta. Le persone la adottano perché la sentono citare spesso,
indipendentemente dalla sua veridicità. Durante la pandemia il dissenso ha avuto un alto
costo morale: chiunque mettesse in discussione i lockdown è stato accusato di
irresponsabilità o peggio. Molti che giudicavano le misure sproporzionate hanno scelto di
rimanere in silenzio; altri sono stati censurati, creando una falsa unanimità. Il fenomeno è
stato particolarmente grave nel mondo accademico perché la scienza avanza solo
attraverso il dibattito e il confronto: quando si riconosce una sola versione e le opinioni
divergenti vengono messe a tacere, la conoscenza cede al dogma.
Il dibattito pubblico è stato soppresso. Il risultato è stata una forma estrema di pensiero di
gruppo, in cui la maggioranza si è intrappolata in un'atmosfera intensamente emotiva che
inibisce il giudizio critico e costringe ad adottare i punti di vista dominanti. L’ idea che la
diffusione della malattia generi un'immunità naturale, un principio fondamentale della
biologia, è diventata un tabù innominabile. Due anni dopo l'inizio della pandemia,
nonostante la vaccinazione di massa e l’attenuazione del virus, molti sono rimasti
ossessionati dall'idea di combattere a qualsiasi costo un'infezione ritenuta inevitabile. L’
impossibile aspirazione a "zero Covid" ha un'origine ben nota all'economia
comportamentale: è il bias (falso giudizio) del rischio zero. La parte impulsiva del cervello
vuole eliminare un rischio specifico perché questa operazione offre una momentanea
tranquillità. La cultura della colpa ha amplificato questo bias, trasformando la
soppressione del virus in un obbligo morale, con colossali costi sociali.
Nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile senza una precedente normalizzazione dell’
emergenza. Per decenni le democrazie hanno ampliato le condizioni per la sospensione dei
diritti. In passato le circostanze eccezionali erano riservate alle guerre; negli ultimi anni
sono state invocate per un'ampia varietà di eventi. Ma ogni emergenza crea un precedente
e amplia ulteriormente lo spazio del potere. Dopo gli attentati dell'11 settembre 2001 la
tendenza ha accelerato e la pandemia l'ha cristallizzata in una guerra al virus che ha
permesso la sospensione indefinita dei diritti. Il fatto più sorprendente non è la risposta
durante la pandemia, ma la mancanza di riflessione successiva. Placata la paura e dissipate
le emozioni più intense, ci si sarebbe aspettati una valutazione critica. Questa analisi non è
mai arrivata o è stata distorta. Se l'autocritica è uno dei punti di forza dell'Occidente,
motore di progresso, perché è rimasta assente? Forse perché riesaminare l’ accaduto
impone di ammettere che parte del danno non è stato causato dal virus in sé, ma da
decisioni sconsiderate e sproporzionate. Questo produrrebbe dissonanza cognitiva: dopo
aver accettato enormi sacrifici (confinamento, libertà limitate, vita sociale paralizzata), la
mente preferisce ingannare se stessa, aggrapparsi alla convinzione che le restrizioni subite
fossero essenziali, poiché riconoscere il contrario produce disagio e mina l'autostima. La
comunità scientifica non si è aperta al dibattito. Tace perché è imbarazzante ammettere
che voci prestigiose sono state zittite e ipotesi spacciate per certezze.
La pandemia è stata lo specchio delle fragilità culturali, politiche ed emotive dell'Occidente
contemporaneo: la difficoltà a tollerare l'incertezza, l'ossessione del rischio zero, la
tendenza a cercare capri espiatori anziché soluzioni e l'accettazione acritica della
sospensione indefinita dei diritti. Senza comprendere le nostre debolezze, la prossima crisi
ci troverà vulnerabili come nel 2020. L'epidemia è finita, ma la cecità non si è dissipata. La
nebbia è calata sul pensiero critico.

 

La Generazione Z arriva all’università senza saper leggere
“Non è nemmeno un’incapacità di pensare criticamente. È un’incapacità di leggere le frasi.”
Di Joe Wilkins

 

La prima generazione di nativi digitali arriva all’università con gravi carenze nei tassi di alfabetizzazione.
Getty Images / Maica
Mentre le ultime ondate della Generazione Z – i più giovani dei quali hanno attualmente circa 14 anni – si fanno strada tra le scuole superiori e l’università e le scuole professionali, alcuni insegnanti di istruzione superiore notano una grave carenza di capacità di comprensione del testo nei loro studenti. Le scuole, a loro volta, si stanno rendendo conto che l’unica via d’uscita è abbassare drasticamente le loro aspettative, nel bene e nel male.

Come ha dichiarato Jessica Hooten Wilson, professoressa di letteratura alla Pepperdine University, a Fortune in una recente intervista, “non è nemmeno un’incapacità di pensare criticamente. È un’incapacità di leggere le frasi.”

Wilson è una delle professoresse che ha dovuto abbassare silenziosamente i suoi standard accademici a causa dell’aumento di ragazzi della Generazione Z con scarse capacità di lettura che si diplomano nelle scuole superiori americane.

Invece di assegnare letture fuori classe, la professoressa di letteratura ha dichiarato a Fortune di aver adottato una sorta di lettura pop-corn in classe, recitando insieme brani e discutendoli “riga per riga”. Anche questo, purtroppo, potrebbe essere un po’ forzato per gli studenti di oggi.

“Mi sento come se stessi ballando il tip tap e dovessi leggere ad alta voce perché non c’è modo che qualcuno legga la sera prima”, ha ammesso Wilson. “Anche quando leggi in classe con loro, ci sono così tante cose che non riescono a elaborare riguardo alle parole stesse che sono scritte sulla pagina.”

Vale la pena soffermarsi qui per sottolineare che non si può davvero biasimare i giovani per le difficoltà in quelle che un tempo erano considerate le basi accademiche. Il sistema scolastico è allo sbando, la loro istruzione è stata divisa in due dalla pandemia di COVID e sono cresciuti in un mondo che ha sempre meno importanza per la lettura a favore di video, voice-over e altre forme di comunicazione emergenti.

Tuttavia, la situazione sta creando problemi pratici. Timothy O’Malley, professore di teologia all’Università di Notre Dame, ha dichiarato a Fortune che il fatto che gli studenti si presentino impreparati a lezione non è necessariamente una novità, ma le aspettative ridotte sì.

In passato, O’Malley ha affermato di assegnare dalle 25 alle 40 pagine di lettura a lezione. Gli studenti o le leggevano o non le leggevano. Oggigiorno, leggere così tanto sarebbe impensabile.

“Oggi, se si assegna una tale quantità di lettura, spesso non sanno cosa fare”, ha spiegato a Fortune, aggiungendo che la maggior parte degli studenti della Generazione Z se la cava con riassunti basati sull’intelligenza artificiale. “Sono stati formati con una sorta di approccio alla lettura basato sulla scansione”.

La notizia del calo del livello di alfabetizzazione della Generazione Z si accompagna a un sostanziale declino dell’acume letterario tra gli americani in generale. Negli ultimi 20 anni, ad esempio, la quantità di adulti che leggono per svago negli Stati Uniti è diminuita del 40%. Nel frattempo, un’indagine del Programma per la Valutazione Internazionale delle Competenze degli Adulti (PIAAC) ha rilevato che 59 milioni di americani leggono a un livello di competenza pari o inferiore a uno, il livello più basso sulla scala a cinque punti del PIAAC.

In qualunque modo la si metta, i giovani americani sono a malapena in grado di destreggiarsi con la parola scritta. A meno di importanti cambiamenti strutturali nel sistema educativo statunitense, è probabile che la Generazione Z non sarà l’ultima generazione a sperimentare tassi di alfabetizzazione peggiori di quella precedente.