Il Papa, un pericolo pubblico. Sugli armeni, dica la verità.

“Armeni, il primo genocidio del ventesimo secolo”: applausi dei media atei (come al solito) alle parole del loro caro ‘Papa Francesco’.     Poi si sono prodotti nello spiegare che gli armeni, nel 1915, furono sterminati dallo “impero ottomano”.

L’impero Ottomano non poteva ordinare nessun genocidio, perché allora – tra il 1915 e il ’18 – era vittima di un colpo di stato militare. A governare era una giunta che si era data il nome (massonico) di Comitato di Unione e Progresso: ufficiali, uomini d’affari, banchieri, avvocati, ricchi borghesi, spesso imparentati fra loro. Come i nostri lettori sanno, erano tutti “dunmeh”, cripto-giudei originariamente seguaci del falso messia Sabbatai Zevi (1626-1676), che sul suo esempio s’erano falsamente convertiti all’Islam mantenendo segretamente culti ebraici (spesso aberranti, come l’incesto e lo scambio delle mogli: l’arrivo del Messia infatti abolisce la Legge, quindi “rende permesso ciò che è vietato”). Ma, a due secoli della morte del loro Messia, questi cripto-giudei erano ormai il nerbo di una borghesia “laicissima”, anti-musulmana come anti-cristiana. Avevano creato la setta politica dei Giovani Turchi, sul modello della Giovine Italia mazziniana.

Furono loro a scatenare il genocidio degli armeni.

Il sultano, ossia l’imperatore ottomano Abdul Amid, era stato messo agli arresti domiciliari dalla giunta golpista, e dunque del tutto esautorato. E per giunta, non agli arresti nella sua residenza, bensì – come scrisse l’ambasciatore britannico presso la Sublime Porta, sir Gerard Lowther, nei suoi rapporti al Foreign Office, che sono pubblici e consultabili – a Salonicco, “nella residenza dei banchieri ebreo-italiani del Comitato Unione e Progresso”.

Banchieri ebrei-italiani: la Banca Commerciale Italiana, degli ebrei tedeschi Otto Joel e Federico Weil, aveva ottenuto dai banchieri inglesi e francesi lo status di curatore (pignoratore) del debito pubblico ottomano per conto dei creditori esteri (qualcosa di simile a quello che si fa’ subire oggi ai greci). Della Turchia si occupava l’ebreo-polacco Giuseppe Toeplitz, lui stesso un dunmeh a modo suo ( “convertito” al cattolicesimo), allora direttore della filiale di Trieste, e il suo maneggione a Salonicco, il futuro conte Volpi di Misurata. Allora Volpi, da banchiere, stava finanziando i Giovani Turchi e agevolandone la presa del potere. Si appoggiava ai circoli massonici, e specialmente a un uomo ricchissimo ed influente d’affari ebreo veneziano, Emmanuel Carasso, membro del Comitato Unione e Progresso nonché capo della Loggia Macedonia Resurrecta.

Perché il sovrano era stato portato a Salonicco, in casa di questi banchieri ebreo-italiani? Ascoltiamo ancora la spiegazione di Sir Lowther: Salonicco “conta una popolazione di 140 mila abitanti, di cui 80 mila sono ebrei spagnoli (espulsi dalla Spagna nel ‘500), e 20 mila della setta di Sabbatai Zevi o cripto-giudei, che professano esternamente l’Islam. Molti di questi ultimi hanno acquisito la nazionalità italiana e sono affiliati a logge massoniche italiane. (Ernesto) Nathan, il sindaco ebraico di Roma, è un alto grado della Massoneria, e i primi ministri ebrei (Sidney) Sonnino e (Luigi) Luzzatti, come altri senatori e deputati ebrei, sembra siano parimenti massoni». I Giovani Turchi vengono tutti da Salonicco, diceva l’ambasciatore inglese.

Egli dà brevi ritratti dei membri della giunta golpista.

«(D)Javid Bey, deputato per Salonicco, un astutissimo cripo-giudeo e massone, è ministro delle Finanze, mentre Talaat Bey, altro massone, è diventato ministro degli Interni (…). Il dottor Nazim, uno dei membri più influenti del Comitato di Salonicco e di cui si dice che sia di origine ebraica, in compagnia di un certo Faik Bey Toledo, cripto-giudeo di Salonicco», nonchè il direttore di «l’Aurore, un giornale sionista aperto un anno fa a Costantinopoli, (che) non si stanca mai di ricordare ai suoi lettori che il dominio dell’Egitto, la terra dei Faraoni che obbligarono gli ebrei a costruire le piramidi, è parte della futura eredità di Israele». (…) «L’ispirazione del movimento di Salonicco sembra essere stato soprattutto ebraico (…). Carasso ha cominciato a giocare una parte importante (…) è notato che ebrei di ogni colore, locali e stranieri, sono sostenitori entusiasti del nuovo governo; fino al punto, come un turco mi ha detto, che ogni ebreo sembra diventato una spia potenziale dell’occulto Comitato (Unione e Progresso)».

Un antico progetto genocida contro gli armeni covava da secoli in quella torma giudaica.  Nella Encyclopedia Judaica edizione 1971, volume 3, colonne 472-476, alla voce «Armenia», si legge:

«L’Armenia è anche chiamata Amalek, e gli ebrei spesso si riferiscono agli armeni come ad Amaleciti». La Universal Jewish Encyclopedia, New York, 1939, alla voce Armenia è ancora più precisa: «Siccome gli armeni sono considerati discendenti degli Amaleciti, essi sono anche chiamati, fra gli ebrei d’Oriente anche ‘Timheh’ (che significa ‘sarai cancellato’, come in Deuteronomio 25:19, riferito agli Amaleciti».

«Amalek», nella Torah (Genesi, 36, 9-12) è il mitico popolo nemico di Israele, che per ordine di YHVH viene sterminato fino all’ultimo uomo. Una delle tante fantasia genocide degli estensori sacerdotali della Bibbia. Ora, finalmente al potere,   impadronitisi delle leve dell’Impero Ottomano, potevano dare realtà ai loro sogni di sterminio. Procedettero alla “cancellazione”. Come ho avuto già occasione di scrivere nel 2010:

Prima gli uomini armeni tra i 16 e i 45 anni furono arruolati nell’esercito, assegnati a battaglioni logistici – disarmati – e massacrati. Poi ci si occupò di donne, vecchi e bambini. Uccisi per abbruciamento, per annegamento nel Mar Nero, per inoculazione di tifo o con iniezioni di morfina.  Avviati nel deserto della Siria in «marce della morte», alla mercè di bande curde che violentavano le ragazze e i bambini, rapinavano, brutalizzavano gli altri. Quelle marce che finivano nel nulla riducevano i superstiti a scheletri ambulanti, che cadevano morti di fame e di percosse.

Il New York Times – altri tempi, si potevano ancora dire certe verità – scriveva il 18 agosto 1915: «Le strade e l’Eufrate sono piene di corpi di esiliati, e quelli che sopravvivono sono condannati a morte certa. C’è il piano di sterminare l’intero popolo armeno».

Talaat Pascià, uno dei tre dunmeh della giunta «Comitato Progresso e Unione», diede di suo pugno i seguenti ordini al personale dello stato:

«Tutti i diritti degli armeni di vivere a lavorare sul territorio turco sono abrogati. La responsabilità è assunta dal governo, il quale ordina che non siano risparmiati nemmeno gli infanti nella culla. Nonostante ciò, per ragioni a noi ignote, un trattamento speciale viene accordato a ‘certi individui’ che, invece di essere portati direttamente nelle zone di deportazione, vengono tenuti ad Aleppo, causando con ciò nuove difficoltà al governo. Non si ascoltino le loro spiegazioni o ragioni: siano espulsi, donne e bambini, anche quando non sono in grado di muoversi… Anzichè i mezzi indiretti usati in altre zone (ossia la messa alla fame e l’espulsione dalle case, l’avvio verso campi di concentramento, eccetera) si possono usare metodi diretti, se con sicurezza. Informare i funzionari designati per la bisogna che possono adempiere al  nostro vero scopo senza timore di essere chiamati a risponderne».

E ancora, sempre Talaat:

«E’ stato già riferito che in base agli ordini del Dkemet, il governo ha deciso di sterminare, fino all’ultimo uomo, tutti gli armeni in Turchia. Chi si oppone a questo ordine non può mantenere la sua carica nell’Impero».

E ancora:

«Stiamo stati informati che a Sivas, Mamouret-al-Aziz, Darbeikir ed Erzurum, alcune famiglie  musulmane hanno adottato, o tenuto come servi, dei bambini di armeni… Ordiniamo con la presente di raccogliere tutti questi bambini nella vostra provincia e di spedirli nei campi di deportazione».

Ed ancora un altro ordine:

«Abbiamo udito che certi orfanatrofi da poco aperti ammettono bambini armeni. Ciò vien fatto perchè le nostre volontà non sono a loro conoscenza. Il governo ritiene il nutrire questi bambini e prolungare la loro esistenza un’azione contraria alla sua volontà, in quanto ritiene la vita di questi bambini dannosa».
(dalle «Memoirs of Naim Bey, Londra 1920).

Il dottor Tevfik Rushdu, medico dunmeh, organizzò l’eliminazione scientifica dei cadaveri, con tonnellate di calce viva.   Mehmet Nazim e Behaeddin Chakir, due esponenti del Comitato, sicuramente dunmeh (si noti il nome «Beha»; quanto a Nazim, era cognato di Rushdu), allestiscono una «Organizzazione Speciale» per lo sterminio sistematico: migliaia di delinquenti comuni vengono arruolati in questo corpo speciale.

Il comitato centrale dei Giovani Turchi, che turchi non erano, emanò, nel settembre  1915, la legge sulle «proprietà abbandonate», che dichiarava la confisca delle case, terre, bestiame ed altri beni «abbandonati» dai deportati armenti: una legge del tutto simile è vigente in Israele, dove gli ebrei confiscano le case di palestinesi dichiarati «assenti», perchè espulsi. Fuggiaschi, prigionieri, esiliati senza possibilità di ritorno. (Palestinians abandon 1,000 Hebron homes under IDF, settler pressure)

Fu la giunta golpista a far entrare la Turchia nella prima guerra mondiale: a fianco della Germania, e fu il suo errore. Sconfitti gli imperi centrali, gli alleati vincitori restaurarono il sultano e l’impero ottomano. Durò poco – presto un nuovo golpe avrebbe dato il potere a Mustafà Kemal “Ataturk”, un altro dunmeh – ma il sultano, Mehmet VI, nel 1919 fece aprire un processo contro i membri della giunta; la sentenza condannò a morte   Talat, Enver Pascia, il dottor Nazim, Cemal, fra l’altro per il genocidio armeno. In latitanza: ormai erano tutti fuggiti all’estero, per lo più in Germania.

Capisco che Papa Francesco, sul suo giornale preferito (Repubblica), certe informazioni non le possa leggere. Però avrebbe potuto chiedere qualche lume – la storia che abbiamo qui brevemente raccontato è nota, almeno agli esponenti armeni – prima di fare del facile anti-islamismo basato sul falso, facendosi applaudire dai media e provocare un incidente diplomatico con Ankara, di cui non si sente il bisogno. Ha perso un’occasione di dire finalmente la ve

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