IL GENERALE PREVEDE GUERRE. CIVILI.

La buona salute dell’economia americana esaltata dai media e certificata dalle agenzie di rating –   è più apparente che reale, e  drogata  dagli ultimi tagli fiscali ai ricchi. Il momento del crack “sembra vicino. Le conseguenze del collasso, ormai ineluttabile, colpiranno l’equilibrio geopolitico del mondo  e  gli alleati  occidentali e  potrebbero provocare  guerre di cui cercheremo di prevedere la natura,  l’ampiezza e le regioni coinvolte”.

Non sono idee  del solito profeta di sventure-blogger.  Sono le parole del generale Dominique Delawarde, già capo  della « Situation-Renseignement-Guerre électronique » (ossia superspia)   allo Stato Maggiore Interarmi dell’esercito francese.

Le valutazioni del generale si basano su dati di recente pubblicati.

La strategia di Trump verso la Cina   sta fallendo

Le cifre, rese note il 6 dicembre,  del Dipartimento del Commercio Usa mostrano  che il deficit commerciale Usa verso la Cina non solo non cala, ma “ha polverizzato  il suo record storico per il solo mese  d’ottobre”, che è l’ultimo mese riferito: 43,1 miliardi  di dollari. Ed è il quarto mese consecutivo che gli Stati Uniti battono il proprio record del deficit commerciale con la Cina.

https://www.census.gov/foreign-trade/balance/c5700.html

Per Delawarde, “ciò dimostra che le misure prese da 10 mesi dagli Usa  miranti a ridurre il deficit commerciale  verso la Cina non funzionano, mentre invece le contromisure cinesi – tassazione dei prodotti USA, riduzione dell’importa dagli Usa, funzionano.

Ciò è ovvio: dall’America, la Cina importa granaglie,  gas e greggio, che può trovare  presso altri fornitori;  cosa che ha fatto, dal momento che nel corso degli ultimi 4  mesi ha ridotto del 20% le importazioni dagli Stati Uniti  (da 11,1 miliardi di giugno ai 9,1 di ottobre).  Gli Usa  sono infinitamente  più dipendenti dai prodotti cinesi  di quanto la Cina dipenda dai prodotti americani :  “Le imprese  US  hanno de localizzato una gran parte della loro produzione in Cina per fare profitti. Non possono riallestire dall’oggi al domani  gli apparati di produzione sul territorio nazionale. Ciò richiede tempo, e non c’è tempo.

Il presidente  Trump l’ha capito tanto bene, che a fine novembre, al G-20, ha annunciato una tregua alla sua con Pechino, che  per lui è molto costosa e non è riuscita a perturbare minimamente la crescita cinese.  Aveva  annunciato una nuova tassazione del 25% su  una lunga lista di prodotti cinesi, ma l’ha sospesa o rimandata di tre  mesi.  Ma frattanto la Cina, “con serenità, costanza e determinazione”  continua a diversificare i suoi partner commerciali col resto del mondo, attraverso il suo strumento “Belt and Road”  (Nuova Via della Seta) che  intensifica un commercio onni-direzionale.

  Il debito pubblico Usa è un rischio

Non solo per l’enorme montante, ma perché ha un carattere incontrollato: a fine anno toccherà i 22 mila miliardi di dollari,  pari al 107-108 % del Pil.  In quanto moneta di riserva mondiale, sta diventando, da “attivo sicuro”  (nel senso post-moderno:   chi ne detiene i titoli sa di poterli realizzare in ogni momento   sul mercato che è vasto e profondo), un  “attivo a rischio”. La conseguenza: per poter prendere a prestito di più, le autorità finanziarie americane devono alzare i tassi. Ciò che “fa esplodere il servizio del debito”, 333  miliardi di dollari.

Ma non è ancora tutto:  al debito federale vanno aggiunto il debito dei 50 Stati, delle contee e municipalità, ma soprattutto dei privati: il vero totale è sui 72 mila miliardi  di dollari, il 350% del Pil americano,  l’86% del Pil mondiale.

http://www.usdebtclock.org/

“il funzionamento del paese poggia su un oceano di debiti”, scrive Delawarde,  e  questo  porta in germe “un collasso del castello di debiti e dollari virtuali quali il mondo non ha mai conosciuto”.

Il 28% del debito federale Usa è detenuto da paesi esteri, ed un terzo di questa  quota detenuta da stranieri è in mano a due paesi: Cina e Giappone, rispettivamente  per 1343  miliardi di dollari, e 1028 miliardi.  Ma molti paesi sono acquirenti del debito pubblico americano, non solo perché “riserva”, ma perché dà tassi d’interesse attraenti. Però  ultimamente è successo qualcosa:

I detentori esteri del debito Usa hanno ridotto la  loro esposizione di 63 miliardi di dollari nel solo mese di settembre: “un  movimento di vendita di questa misura non  s’è  mai constatato in passato. Ciò  dimostra non solo una crisi di fiducia nella valuta Usa. “Dimostra anche che  un numero crescente di paesi non apprezza il fatto che il dollaro sia usato come un’arma al servizio della politica estera USA e che consenta a Washington di   imporre al mondo l’extraterritorialità della sua legislazione” e delle sanzioni che commina a questo o quest’altro stato.

Poiché il debito USA aumenta di 3 miliardi al giorno e i paesi esteri tendono a venderlo, la quota detenuta da americani cresce. Essa è al 72%. “Dunque saranno i cittadini americani  le prime vittime di un collasso del dollaro”.

Tanto più che questa quota del debito Usa è detenuta dai fondi-pensione,  dalle assicurazioni private medico-sanitarie,  assicurazioni sociali, per non parlare delle banche.

“Si provi a immaginare  quel che avverrà al momento del crash: non più Medicare, non  più sicurezza sociale,   non più versamento delle pensioni pubbliche e private, evaporazione dei risparmi…”.

Altro che Gilet Gialli. “Oggi  il paese è diviso in due campi, dagli effettivi quasi eguali, che si odiano ad un livello mai visto dai tempi della guerra di secessione – e  circolano nel paese 300 milioni di armi da fuoco”. In breve, Delawarde ritiene probabile lo scoppio della guerra civile americana. “Una vera guerra civile la ritengo  del tutto  possibile in conseguenza della crisi del debito e del dollaro”.
Ma questa crisi, come quella del 1929  ed ancor più di quella, avrà ripercussioni mondiali. “Come nel 1929 e come nel 2008, l’Europa ne sarà colpita. Le difficoltà economiche e sociali gravissime che ne seguiranno saranno mal sopportate in una Unione Europea già fortemente divisa e conflittuale. Guerre civili non sono da escludere in diversi paesi della UE (fra cui la Francia…)”.

E  in Italia?

Dell’Italia il  generale  non parla.  Ci converrebbe cominciare a porci la domanda.  L’ostinazione dei 5 Stelle adattare il loro programma di decrescita – pur essendosi messi sotto amministrazione controllata di Juncker   – ha rivelato quel che doveva essere  nascosto: la frattura fra Nord e Meridione, due mondi con fini inconciliabili. Basti dire  che il reddito di cittadinanza a  780 euro può avere un senso nel Sud assistito (tanto lo gestiranno le mafie, come sempre  nel Sud ad ogni zampillo di denaro pubblico), nel Nord dove manca manodopera qualificata nei settori produttivi ed esportatori, è destabilizzante dell’ordine economico. Ci vuole poco a capirlo, ma i grillini non lo vogliono capire (potrebbero proporne l’applicazione solo al Sud…), ed è questo che suscita l’altra domanda  tragica: cosa può essere una guerra civile in un paese dove non esistono che formicolanti particolarismi, e quelli sì sono pronti alla violenza? La  manifestazione a Roma, prossima alla violenza degli NCC (Noleggio con Conducente) mostra la tragica differenza  con  l’insurrezione in Francia: i Gilet Gialli sono insorti su parole d’ordine nazionali, e lottano per esigenze collettive e comuni ad altri gruppi e ceti, che essi chiamano ad unirsi a loro; i NCC   si battono solo per i loro interessi particolari, miseri privilegi lobbistici e “diritti”dubbi, chiusi al  resto della società  (a cominciare dai clienti, visti come polli da spennare).

I NCC hanno votato per loro.

 

I No TAv di val di Susa e no Tap pugliesi, fanno lo stesso:  vogliono imporre i loro interessi particolari al resto della nazione, anzi a danno della nazione (che  pagherà le penali)  con atti d’imperio, sordi a ogni obiezione.  Ma alziamo lo sguardo, e vediamo nient’altro che un formicolare di particolarismi virulenti, spaventosamente, ermeticamente chiusi. Per esempio: fra i nostri lettori riflessivi e preoccupati della situazione nazionale e internazionale, e le  (da poco rivelatesi) folle di Corinaldo che pagano caro per ascoltare a migliaia Sfera Ebbasta, c’è  una estraneità inconciliabile, nessun linguaggio comune che possa raggiungerli  ed unirli ad uno scopo condiviso. Cosa faranno quelli quando ci esploderà la nuova crisi finanziaria  e non avranno i soldi?  Le loro figlie undicenni cosa stanno imparando da Sfera Ebbasta?

Un altro popolo, incomunicabile.

La domanda va estesa ad altri gruppi. Cosa faranno i tossicodipendenti – il 22 per cento della popolazione fra i 15 e  64 anni –  totalmente irresponsabili verso la comunità nazionale, che oggi  hanno ancora i quattrini per la droga, e si   consegnano nelle mani delle  mafie nigeriane o maghrebine, spietatissime?   C’è  da chiedersi se  mafia, camorra, ‘ndrangheta, la malavita organizzata locale, modello patologico del particolarismo italiano,  priva di ogni senso di responsabilità verso la nazione, ed armata, fornirà  “protezione”  a chi? Dietro quale tipo di compensi? Si sostituirà in qualche modo ad uno Stato collassato, e  come?  Da noi la guerra civile  alla jugoslava sarebbe persino auspicabile (una chiara distinzione fa  amici e nemici, un certo “ordine”) rispetto  al modo italiano: una rissa armata di tutti contro tutti, sopruso contro sopruso,  senza progetto politico alcuno, ma solo per procurarsi cibo o cocaina…

Domande che non pare corretto farsi. Quindi torniamo al generale:

Ovviamente anche Cina e Russia  saranno colpite dal collasso  Usa, “inevitabilmente”. Ma Delawarde ritiene   che le loro popolazioni  siano meno dipendenti  dai diritti acquisiti e dal confort, per cui potranno “sopportare meglio le  sofferenze e le privazioni causate dalla crisi mondiale”,  tanto più che  dispongono di regimi “forti” e di solide forze armate.

Per contro, Delawarde non crede, “a breve o medio termine”, a una guerra nucleare tra le grandi potenze, perché nessuna  di esse è sicura oggi  di vincere un conflitto di questo tipo o è pronta ad accettarne i costi elevatissimi”.

Ma le provocazioni della NATO alla frontiera della Russia,  non possono, nel collasso monetario prossimo venturo,  essere un motivo di guerra? Lo domanda un lettore. La risposta del generale:

“Il problema della NATO, specie della sua componente UE, è che essa oggi non rappresenta più che  un conglomerato di armate nazionali in decomposizione avanzata. Posso assicurarlo avendo constatato personalmente, dalla caduta del Muro di Berlino, 28 anni di degrado progressivo delle forze armate. Meno della metà del  materiale è in condizione di funzionare. La sola cosa che la NATO sa fare è gesticolare. Russia e Cina non hanno che da attendere”.

 

 

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