FASCISMO ANTISEMITA?

di Luigi Copertino

PRECISAZIONI STORIOGRAFICHE AL DI LA’ DELLA “VULGATA” CORRENTE

“Credevo di offrire un articolo di buona divulgazione storica, giudicato tale da un importante storico citato nel corpo dello stesso, con la speranza di suscitare una profonda riflessione nei lettori e contribuire a sottrarli alle argomentazioni storicamente false imposte dal dibattito mediatico-politico in corso. E sicuramente per molti è stato così. Devo purtroppo constatare, dal tono subculturale dei commenti fin qui postati (salvo quello di Giuseppe), che è troppo difficile e faticoso per alcuni fare uno sforzo di elevazione intellettuale. Costoro, nella loro incapacità di volare oltre il rasoterra, sono strumentali al potere globale per il quale essi sono preziosissimi da additare come esempi di populisti razzisti e fanatici e continuare, così, a vincere facile.Luigi Copertino”

Una polemica strumentale storicamente inconsistente

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, adempiendo al ruolo che gli è stato assegnato, ha recentemente ricordato l’infamia delle leggi razziali del 1938. Ma non si è limitato all’ovvio ossia alla condanna di quelle infami leggi. Per condannare tale legislazione beota non ci vuole, in fondo, un grande acume intellettuale. Il soporifero Mattarella è un esperto navigatore nel grande oceano dell’ovvietà. E’ un uomo molto banale. In realtà, il nostro Presidente della Repubblica ha ricordato l’infamia delle leggi razziali con uno scopo preciso ossia quello di assecondare un volgare cliché – l’equazione fascismo = antisemitismo – che, alla luce della ricerca storiografica, è un grande falso storico.

Mattarella è giurista, non storico, quindi possiamo concedergli un’attenuante ma da un Presidente della Repubblica ci si aspetterebbe maggior equilibrio nell’esprimere giudizi storici. Soprattutto laddove, nel suo discorso ufficiale, si è spinto ad affermare che il fascismo non avrebbe prodotto nulla di buono. Qui Mattarella ha coscientemente nascosto la verità proprio in quanto giurista. Infatti egli non può non sapere, perché l’ha studiata sin da giovane, ad iniziare dai codici civile e penale, che la legislazione emanata durante il regime fascista, elaborazione di giuristi sopraffini, è stata sempre di ottima qualità, come ampiamente riconoscono gli storici del diritto, e soprattutto che è sotto tale legislazione che sono state poste le basi per lo sviluppo sociale ed economico dell’Italia, iniziato negli anni ’30 e continuato dopo la guerra senza effettive e sostanziali soluzioni di continuità in ordine ad istituzioni e normazione.

Sergio Mattarella dovrebbe studiare le cose scritte, in argomento, da un valente giurista e storico del diritto, di indirizzo progressista, come Sabino Cassese e dovrebbe, lui “moroteo” di antica data, non dimenticare che il padre di Aldo Moro fu, quale funzionario ministeriale, convinto e stimato collaboratore del più grande tra gli intellettuali-ministri del regime ossia Giuseppe Bottai. Lo stesso Aldo Moro coltivava, riservatamente, una devota memoria per Bottai e per le finalità ultime, sociali, del suo tentato esperimento corporativo del quale lo statista democristiano riprese alcune ispirazioni di fondo nella sua politica di “apertura a sinistra”.

Le leggi razziali sono state senza dubbio un’infamia. Sia ben chiaro, anzi chiarissimo! Una infamia indegna – ecco il punto – di quell’Italia che in Benito Mussolini aveva creduto avendo ampie ragioni per farlo. Nella risposta di Matteo Salvini a Mattarella, che è in sostanza la risposta che molti altri italiani darebbero al professor Mattarella o alla signora Boldrini, c’è molto di vero. Il fascismo non è stato un movimento né un regime antisemita ma un evento di modernizzazione e di socializzazione dell’Italietta arretrata da esso ereditata. Coloro, anche tra gli storici o pseudo tali, che si ostinano ad affermare l’equazione fascismo = antisemitismo, esprimono soltanto posizioni preconcette ed ideologiche ma non argomentazioni fondate sull’onesta ricerca storiografica.

«Dicono che nel Bel Paese – scrive lo storico nonché amico Franco Cardini – non si può parlar male di Garibaldi: il che invece spesso succede, talvolta non a torto. Più vero è che non si può dir bene di Mussolini, cosa peraltro che, al di là di un certo segno, diventa perfino un reato come tale perseguibile. Dal canto mio mi limito a osservare che più d’un mezzo secolo fa, quando ragazzino e poi giovincello (tra 1953 e 1965, vale a dire fra i miei tredici e venticinque anni) militavo prima nella Giovane Italia poi nel MSI, di Mussolini mi capitava spesso di dir bene, anche pubblicamente. Esprimevo su di lui giudizi molto ingenui e disinformati, talora lo facevo anche con provocatoria baldanza: e si era in tempi nei quali le ferite degli anni ’22-’45 (ma soprattutto di quelli ’43-’45) erano fresche, aperte, sanguinanti. Eppure – sorpresa! – testimonio senza tema di smentite che nella rossa Firenze quel ragazzino impertinente trovava interlocutori anche autorevoli che gli replicavano e che polemizzavano con lui ma quasi sempre … con grande equanimità, civilmente, adducendo argomenti ragionevoli ed efficaci senza tentar minimamente né d’intimidire né di ricattare quel loro giovane, arrogante avversario che tuttavia giudicavano onesto e coraggioso. Testimonio senza tema di smentita anche di più: che cioè, almeno fino al 1960, nessuno usava per tacitarmi il tema della shoah, di cui del resto poco si sapeva … mentre oggi esso pare l’argomento principe e spesso unico dell’antifascismo più duro-e-puro. Ebbene: giorni fa il presidente del Quartiere 1 di Firenze, Maurizio Sguanci del PD, che mi dicono brava ed equilibrata persona, ha lasciato cadere su Facebook considerazioni tanto innocue e ragionevoli quanto ovvie e perfino banali. Premesso che Mussolini ha commesso errori, delitti, infamie eccetera eccetera … , Sguanci ha aggiunto che “Mussolini ha fatto tantissimo in vent’anni”, magari più di quanto il sistema democratico non abbia fatto in oltre settanta. (…). Ora, sono cose risapute, che si sanno benissimo. Inutile tornare a enumerarle. E si tratta non già di “treni in orario”, bensì semmai, anzitutto e soprattutto, di Stato sociale. (…). Lo spettacolo triste è stato quello delle reazioni cittadine: da una parte l’imbarazzo del PD renziano o moderato, che ha paura che l’uscita di Sguanci provochi un ulteriore drenaggio di voti verso la sinistra; da un’altra gli Eroici Furori appunto delle sinistre più a sinistra, che ovviamente sperano in quel drenaggio: da un’altra ancora la risposta fiacca, timida, imbarazzata dei media e dell’opinione pubblica. Delle “destre” non parliamo, perché ormai se togli loro la faccenda dei migranti non esistono più: e poi, il fascismo non fu obiettivamente un movimento “di destra” e Mussolini “di destra” non è mai stato (rileggansi, per convincersene, non solo e non tanto le corrispondenze sul “Corriere” del ’44-’45, quanto il discorso del 10 giugno del ‘40, allorché egli era pur sempre Collare dell’Annunziata e quindi “cugino del re”). Ma soprattutto quel che fa cascare le braccia è la miseria degli argomenti addotti nel corso della polemica. Una volta i giudizi si articolavano, si documentavano, ci si discuteva sopra; oggi tutto pare ridursi a espressioni generiche e quindi funamboliche, a Viva questo e Abbasso quest’altro, a minacce e turpiloqui, in più spirabil aere a denunzie di Mali Assoluti e di “pericoli” revisionistici o negazionistici. Troneggia su questo cumulo di miserabile afasia politica e intellettuale la liturgica, implacabile formula magica: la Richiesta di Scuse. Tutti le pretendono inflessibilmente, chiunque abbia presumibilmente mancato deve presentarle. In un mondo che ha perduto umanità e civismo, resta solo la politica come vago e vano galateo. Diciamo la verità: che pena…» (1).

Ecco, appunto! Una pena, non solo per uno storico di calibro internazionale come Franco Cardini – a sinistra considerato “fascista”, a destra considerato “comunista” (un’ulteriore dimostrazione del clima pietoso del circo politico-mediatico) – ma anche per chi molto più modestamente della storia è solo cultore e divulgatore.

Abbiamo appena officiato, anche quest’anno, il rito religioso che lo Stato laico impone ogni 27 gennaio in ossequio alla religione ufficiale dell’Occidente globalista. Un rito dedicato alla memoria di sei sui complessivi cinquanta milioni di vittime dell’ultimo conflitto mondiale e della follia che lo animò.

Quando però l’approccio alla storia, quella vera e reale, segue cliché preordinati, la conseguenza è la costrizione della ricerca storiografica in un letto di procruste. Ne vengono fuori, allora, giudizi distorti e semplificatori come quello, appunto, che fascismo sia equivalente ad antiebraismo. Ora, a parte che rimane ancora difficile intendersi su cosa è stato il fascismo storico e persino se esiste una categoria politica riconducibile in modo uniforme al concetto di fascismo o se sotto tale denominazione vengono piuttosto compressi fenomeni tra loro talmente diversi da essere del tutto incomponibili, resta che quell’equivalenza è non solo assolutamente falsa ma anche inutile, dal punto di vista storiografico, per lo studio del fascismo in sé e di quello italiano in particolare (cosa diversa è il nazismo la cui riconducibilità, sotto l’unica categoria politica “nazifascista”, al fascismo è stata fortemente contestata in sede storiografica, ad iniziare da Renzo De Felice).

Rimanendo, per esigenze di spazio, soltanto al caso del fascismo italiano, non si dovrebbe mai dimenticare che fino al 1938 i ranghi della gerarchia fascista erano pieni di ebrei e che molti ebrei, integrati da tempo nella giovane nazione italiana, parteciparono al fascismo sin dai suoi albori sansepolcristi del 1919. Molti ebrei si sentivano ormai italiani e, come stava accadendo in tutt’Europa da quando Napoleone aveva abolito le leggi discriminatorie verso di essi, avevano abbandonato l’identità religiosa ed etnica atavica per fondersi con i popoli ospitanti nel comune destino della terra natia. Cosa che allarmava da un lato il rabbinato e dall’altro il nascente nazionalismo sionista. Paolo Orano, ad esempio, fascista della prima ora, gerarca ed intellettuale di regime, era fiero delle sue radici ebraiche.

La polemica Mussolini – Bachi del 1919

Lo storico Emilio Gentile, in una sua recente opera (2), ha ricordato un episodio significativo della vita del Mussolini socialista. L’episodio è relativo alla fase nella quale Mussolini era già fuoriuscito dal Partito Socialista, data la sua scelta interventista in favore della guerra nazionale vista come possibilità di trasformazione rivoluzionaria e sociale dell’Italia, ed aveva fondato “Il Popolo d’Italia” come quotidiano socialista (più tardi diventò, e non a caso, “quotidiano dei produttori”). Siamo dunque alla vigilia del passaggio al produttivismo corporativista in continuità, però, con l’antico socialismo.

Mussolini, in quel periodo, polemizzava con i “leninisti italiani” ossia con i socialisti che guardavano alla Rivoluzione bolscevica russa come al sorgere del sole dell’avvenire. Mussolini aveva incrociato Lenin a Ginevra, prima del guerra del 1914-18, quando erano entrambi rivoluzionari esuli in Svizzera. Il bolscevismo, tuttavia, era per il Mussolini del 1917-18 soltanto barbarie asiatica e retrograda, utile strumento del capitalismo internazionale che lo stava usando per spingere la Russia fuori della guerra. Il futuro duce (appellativo, con l’aggiunta di “del socialismo”, che gli era stato assegnato dai suoi compagni socialisti romagnoli) aveva pubblicato un articolo nel quale avanzava un tentativo di analisi del leninismo al potere in Russia come di una longa manus dell’“ebraismo internazionale”, espressione, questa, che, nel linguaggio della sinistra del tempo, significava “capitalismo finanziario”.

Mussolini, dice Emilio Gentile, da acuto osservatore della realtà politica aveva compreso in anticipo che Lenin sarebbe stato costretto, per la sopravvivenza dell’esperimento russo, ad intrecciare rapporti economici con l’Occidente capitalista dal quale ricevere le risorse necessarie. Come in effetti avvenne, con l’inaugurazione nel 1923 della NEP, la Nuova Politica Economica, e la parziale reintroduzione della proprietà e dell’iniziativa privata, prima del sopraggiungere dello stalinismo. Lo sfacelo economico, la guerra persa, la carestia endemica stavano falcidiando milioni di vite umane nella Russia bolscevica e senza gli aiuti finanziari occidentali ci sarebbe stato il tracollo della Rivoluzione comunista. Il fatto che i bolscevichi avessero vinto la guerra civile sembrò a Mussolini la riprova che se la finanza mondiale, appannaggio delle grandi famiglie ebraiche dei Rothchild, dei Warnberg, dei Schyff, dei Guggeheim, aveva aiutato Lenin, il bolscevismo fosse da interpretare come un fenomeno ebraico.

A detta convinzione Mussolini fu portato anche dalla diffusa presenza tra i capi bolscevichi in Russia, come più tardi in Ungheria durante la rivoluzione di Béla Kun, di cognomi ebraici. In effetti, come anni dopo avrebbe messo in rilievo Aleksandr Solženicyn in “Due secoli insieme” (3), nelle alte gerarchie bolsceviche erano presenti molti ebrei. Ma c’era una ragione, per questa presenza ebraica, che non aveva nulla a che fare con l’assurdità del “complotto giudaico”. Il fatto era che quegli ebrei rivoluzionari provenivano da una formazione culturale impregnata dal millenarismo che, da secoli, ispirava l’ebraismo postbiblico, il quale aspettava l’avvento dell’era messianica per la redenzione di Israele e la realizzazione in terra del regno universale della Pace Mondiale promesso, secondo il modo ebraico di leggere la Scrittura, dai profeti biblici. Senonché, quegli ebrei rivoluzionari, stufi di aspettare, avevano, non a torto, individuato nel marxismo, e quindi nel leninismo, una secolarizzazione della loro antica fede messianica e per questo avevano aderito al comunismo fino ad egemonizzarlo con la loro innata inventiva e forza spirituale.

Pertanto, sposando una tesi diffusa nella sinistra radicale del tempo e che andava facendosi strada anche nel nazionalismo italiano ed europeo, il 4 giugno 1919 su “Il Popolo d’Italia”, nell’articolo “Complici”, Mussolini fece allusione a una complicità fra il bolscevismo e gli ebrei, i quali tramite esso erano giunti al potere in Russia, fino a sottolineare l’influenza sul bolscevismo dei «… grandi banchieri ebraici di Londra e di New York, legati da vincoli di razza cogli ebrei che a Mosca come a Budapest, si prendono una rivincita contro la razza ariana, che li ha condannati alla dispersione per tanti secoli». Il concetto di “razza ariana” circolava in Europa da tempo, sull’onda dei nascenti studi di indoeuropeistica, non alieni da un certo retroterra occultistico, e Mussolini, con tutta evidenza, confondeva la dispersione di Israele, evento storico-religioso, con l’arianesimo.

La confusione mussoliniana era oltremodo evidenziata dalla sua maldestra identificazione del Cristianesimo con la “religione degli ariani” –  laddove scriveva «Il bolscevismo non sarebbe, per avventura, la vendetta dell’ebraismo contro il cristianesimo? L’argomento si presta alla meditazione» – e, sulla scorta di Nietzsche, dall’identificazione di Cristo come il traditore dell’ebraismo per l’avvelenamento della civiltà ellenico-romana (4).

«Chi possiede le casseforti dei popoli – scriveva infatti Mussolini – , dirige la loro politica. (…). La razza non tradisce la razza. Cristo ha tradito l’ebraismo, ma, opinava Nietzsche in una pagina meravigliosa di previsioni, per meglio servire l’ebraismo rovesciando le tavole dei valori tradizionali della civiltà elleno-latina. Il bolscevismo è difeso dalla plutocrazia internazionale. Questa è la verità sostanziale. La plutocrazia internazionale dominata e controllata dagli ebrei, ha un interesse supremo a che tutta la vita russa acceleri sino al parossismo il suo processo di disintegrazione molecolare. Una Russia paralizzata, disintegrata, affamata, sarà domani il campo dove la borghesia, sì, la borghesia, o signori proletari, celebrerà la sua spettacolare cuccagna. I re dell’oro pensano che il bolscevismo deve vivere ancora, per meglio preparare il terreno alla nuova attività del capitalismo. Il capitalismo americano ha già ottenuto in Russia una “concessione” grandiosa. Ma ci sono ancora miniere, sorgenti, terre, officine, che attendono di essere sfruttate dal capitalismo internazionale. Non si salta, specialmente in Russia, questa tappa fatale della storia umana. E’ inutile, assolutamente inutile, che i proletari evoluti e anche coscienti si scaldino la testa per difendere la Russia dei Sovièts. Il destino del leninismo non dipende dai proletari di Russia o di Francia e meno ancora da quelli d’Italia. Il leninismo vivrà finché lo vorranno i re della finanza; morirà quando decideranno di farlo morire i medesimi re della finanza. Gli eserciti antibolscevichi che di quando in quando sono colpiti da misteriose paralisi, saranno semplicemente travolgenti a un momento dato che sarà scelto dai re della finanza. Gli ebrei dei Sovièts precedono gli ebrei delle banche. La sorte di Pietrogrado non si gioca nelle gelide steppe della Finlandia: ma nelle banche di Londra, di New York e di Tokio. Dire che la borghesia internazionale vuole oggi assassinare il regime dei Sovièts è dire una grossa menzogna. Se, domani, la borghesia plutocratica si decidesse a questo assassinio, non incontrerebbe difficoltà di sorta poiché i suoi “complici”, i leninisti, siedono già e lavorano per lei al Kremlino».

Dietro la confusione storico-religiosa di Mussolini, però, si scorge, se l’articolo viene letto nel contesto della sua polemica con i socialisti italiani in fregola per Lenin, nient’altro che una denuncia del fallimento di quell’esperimento che viveva solo grazie ai trasferimenti finanziari che la finanza elargiva al regime bolscevico. La polemica in apparenza antisemita nascondeva, in realtà, una polemica intra-socialista che utilizzava strumentalmente, facendo leva sulla presenza ebraica sia nel mondo dell’alta finanza sia nelle gerarchie bolsceviche, argomentazioni antiebraiche nelle quali, probabilmente, Mussolini non credeva più di tanto, a parte la confusione teologica derivatagli da Nietzsche e dall’antico anticlericalismo paterno che in lui conviveva con una soffocata pietà religiosa cristiana ereditata dalla madre, Rosa Maltoni, ma sempre tenuta nascosta.

Che Mussolini non prendesse veramente sul serio le sue argomentazioni antiebraiche è dimostrato da quanto accadde dopo la pubblicazione di quell’articolo, che si concludeva con la preoccupazione che il bolscevismo potesse chiudersi, a causa dell’egemonia in esso assunto dalla componente ebraica, con un “pogrom di proporzioni catastrofiche” .

Come rileva Emilio Gentile, l’invettiva antiebraica di Mussolini apparve inconsueta ai suoi stessi seguaci. Mussolini non aveva, infatti, fatto dell’antisemitismo un elemento né ideologico né programmatico dell’esordiente movimento fascista, al quale molti ebrei avevano sinceramente aderito per spirito patriottico o social-riformista.

Uno di essi prese la guida della protesta dell’ebraismo fascista. Si chiamava Donato Bachi, un ebreo collaboratore de Il Popolo d’Italia. Bachi, letto l’articolo di Mussolini, gli scrisse immediatamente una lettera, poi pubblicata il 17 giugno 1919, nella quale deplorando gli argomenti mussoliniani – egli tuttavia, dimostrando di aver compreso la mera strumentalità di quegli argomenti, ammetteva che lo spirito “antisemistico” (proprio così nella lettera), che dispiaceva agli ebrei fascisti, era forse involontario – osservava che «in Russia il popolo oggidì più straziato è precisamente il popolo ebreo massacrato» sia perché accusato di favorire i bolscevichi sia perché accusato di osteggiarli. Pertanto, continuava Bachi, se «c’è in Russia un popolo che debba anelare ad un governo democratico, giusto e rispettoso dei diritti di tutti, è certamente l’ebreo che da millenni soffre in Russia più dell’inimmaginabile», sicché, continuava nel suo ragionamento, se l’alta finanza ebraica sosteneva i bolscevichi essa non faceva altro che ritardare «l’avvento di questo governo di pace che gli ebrei auspicano». In tal modo la finanza ebraica, la cui esistenza ed il cui potere Bachi non negava, agiva in realtà proprio contro gli ebrei poveri e gli ebrei russi.

Bachi smontava anche l’idea, accarezzata incautamente da Mussolini, sulla complicità di razza tra l’alta finanza e i vertici della gerarchia bolscevica, ricordando al futuro duce che l’alta finanza, oltre che ebraica, era anche «in buona parte tedesca o tedeschizzante», interessata a condizionare la pace o la guerra in Russia secondo i propri interessi e che essa, usando il bolscevismo in Russia, lo manteneva in vita solo per conservare la sua presa capitalista sui Paesi dell’Intesa agitando lo spauracchio comunista. Infine Bachi invitava Mussolini, onde sincerarsi della distanza tra l’alta finanza ebraica ed il proletariato russo composto anche di ebrei, a leggere le opere degli ebrei democratici russi. L’aspirazione sionista, concludeva Bachi, era avversata soprattutto in America dove prepotente domina l’alta finanza ebrea.

Mussolini fu colpito dalla replica e in un successivo intervento precisò «che il nostro articolo non aveva le intenzioni antisemitiche». Sull’argomento il futuro dittatore tornò in un successivo articolo del 19 ottobre 1920 rovesciando completamente la prospettiva del suo primo articolo. L’articolo intitolava “Ebrei, bolscevismo e sionismo italiano” ed in esso Mussolini giungeva alla conclusione che il bolscevismo non era un fenomeno ebraico, che in Russia la maggior parte degli ebrei è antibolscevica, che la presenza tra i capi bolscevichi di molti esponenti ebrei va spiegata con ragioni storiche locali. Soprattutto in questo nuovo articolo, Mussolini, quasi facendosi profeta, paventava, con sincerità, una sua preoccupazione ossia che il bolscevismo, esasperando l’antisemitismo, diventasse un pericolo per gli ebrei.

Quest’ultimo argomento proveniva dalla analisi che Mussolini faceva delle motivazioni che erano alla base della politica reazionaria antiebraica del regime autoritario dell’ammiraglio Horty in Ungheria, il quale aveva stroncato la sanguinaria rivoluzione comunista di Bèla Kun

«Basta ricordare – scriveva Mussolini – che il capo del bolscevismo ungherese era un ebreo: Bela Kun; che lo spietatissimo capo del terrore rosso era un altro ebreo: Szamuely; e che dei commissari del popolo i quattro quinti erano ebrei. Tramontato il bolscevismo – e di bolscevismo in Ungheria non se ne parlerà più per un pezzo – gli ebrei hanno duramente scontato e più ancora sconteranno i delitti compiuti da alcuni loro correligionari. Il bolscevismo non è, come si crede, un fenomeno ebraico. E’ vero, invece, che il bolscevismo condurrà alla rovina totale gli ebrei dell’oriente europeo. Questo pericolo enorme e forse immediato è avvertito chiaramente dagli ebrei di tutta l’Europa». Parole senza dubbio profetiche. Infatti la paura popolare, non solo borghese, del bolscevismo “ebraico” fu determinante per l’affermazione del nazismo in Germania.

Come ricorda Emilio Gentile, Mussolini, assumendo, per l’appunto, il tono sentenzioso di un profeta biblico, concludeva l’articolo con una tragica previsione

«E’ facile prevedere che il tramonto del bolscevismo in Russia sarà seguito da un pogrom di proporzioni inaudite, al cui paragone impallidirà la notte di San Bartolomeo. Già tutti gli ebrei che possono fuggire, varcano l’oceano, perché sentono che la catastrofe si avvicina. Nel numero del 1 ottobre 1920 della “Tribune Juive” è detto chiaramente che il bolscevismo, invece di essere la “terra promessa” per gli ebrei, è invece la loro rovina totale».

Ma quel che è più significativo è come Mussolini concludeva le sue argomentazioni. Egli in conclusione passava ad esaminare la situazione degli ebrei italiani per evidenziare che l’Italia

«non conosce l’antisemitismo e crediamo che non lo conoscerà mai (perché) in Italia non si fa assolutamente nessuna differenza fra ebrei e non ebrei, in tutti i campi, dalla religione alla politica, alle armi, all’economia. Abbiamo avuto al Governo persino tre ebrei in una volta. La nuova Sionne, gli ebrei italiani l’hanno qui, in questa nostra adorabile terra, che, del resto, molti di essi hanno difeso eroicamente col sangue. Speriamo che gli ebrei italiani continueranno ad essere abbastanza intelligenti, per non suscitare l’antisemitismo nell’unico Pase dove non c’è mai stato».

Mussolini non giungeva a porre in relazione l’assenza di antisemitismo in Italia con la presenza secolare del Papato a Roma – infatti la Chiesa, nonostante il tradizionale antigiudaismo teologico ed ogni restrizione legale pur imposta, ha svolto sempre una sostanziale funzione tutelare per le comunità ebraiche italiane e solo argomentazioni pretestuose e polemiche possono negarlo – tuttavia riconosceva del tutto estraneo alla storia ed alla cultura italiana l’antisemitismo e quindi l’impossibilità per il nazionalismo italiano ed il fascismo di adottare una qualsivoglia piattaforma antisemita, che infatti nei programmi e nei documenti politici fascisti, fino al 1938, non compare.

La chiusa dell’articolo era, come ritiene Gentile, anche un argomento rivolto agli ebrei italiani a non lasciarsi incantare dai “leninisti italiani” e quindi aderire al bolscevismo, con le possibili tragiche conseguenze già viste in Ungheria.

La tradizione giudeofobica socialista

Ma da dove era venuto il primo argomentare di Mussolini sulla collusione tra alta finanza ebraica e leninismo suo complice? Per comprenderlo bisogna guardare alla storia del socialismo europeo ottocentesco, all’interno della quale sussisteva da tempo immemore un forte vena di antiebraismo a carattere socio-economico, sia a livello colto che a livello popolare.

Oggi siamo portati a considerare tutto ciò che ha sapore di antiebraismo o di antisemitismo come una componente ideologica di destra. Invece nella storia ottocentesca, prima di passare al nazionalismo di massa o perlomeno in contemporanea con tale transfert, l’antiebraismo appartenne anche e soprattutto alla sinistra. La sinistra ottocentesca fu percorsa da un sentimento antiebraico fondato sull’assimilazione tra capitalismo ed ebraismo che ereditava, certo, anche antichi pregiudizi popolari sugli ebrei quali usurai ma trovava qualche giustificazione nel fatto indubbio che nel mondo della finanza, sia tedesca che anglosassone, forte era la componente ebraica.

Per sincerarsene basta rileggere le pagine del commento che Karl Marx fece al libro “La questione ebraica” pubblicato nel 1843 da Bruno Bauer. Nel suo saggio di commento, un testo nel quale veniva ufficializzato il proprio passaggio dall’idealismo hegeliano al comunismo materialista, il giovane Charlie Mordekai – tale il vero nome di Marx, di famiglia di origini ebraiche con padre cristiano protestante – scrisse pagine accesamente “antiebraiche” intese a criticare il Bauer per il quale l’emancipazione degli israeliti passava per la mera laicizzazione degli Stati cristiani. Per Marx, invece, l’emancipazione ebraica doveva passare per l’abbandono della identità religiosa ed etnica, vista come soprastruttura di rapporti economici (5), per diventare nient’altro che un capitolo dell’emancipazione dell’intera umanità dal capitalismo.

«Qual è il culto mondano dell’ebreo? – scriveva dunque Marx in quelle pagine – Il traffico. Qual è il suo Dio mondano? Il denaro. Ebbene. L’emancipazione dal traffico e dal denaro, dunque dal giudaismo pratico, reale, sarebbe l’autoemancipazione del nostro tempo. Un’organizzazione della società che eliminasse i presupposti del traffico, dunque la possibilità del traffico, renderebbe impossibile l’ebreo. La sua coscienza religiosa si dissolverebbe come un vapore inconsistente nella vitale atmosfera reale della società. D’altro lato: se l’ebreo riconosce come non valida questa sua essenza pratica e lavora per la sua eliminazione, egli si svincola dal suo sviluppo passato verso l’emancipazione umana senz’altro, e si volge contro la più alta espressione pratica dell’autoestraneazione umana. Noi riconosciamo dunque nel giudaismo un universale elemento attuale antisociale, il quale attraverso lo sviluppo storico, cui gli ebrei per questo lato cattivo hanno collaborato con zelo, venne sospinto fino al suo presente vertice, un vertice sul quale deve necessariamente dissolversi. L’emancipazione degli ebrei nel suo significato ultimo è la emancipazione dell’umanità dal giudaismo. L’ebreo si è già emancipato in modo giudaico. “L’ebreo che, ad esempio, a Vienna, è solo tollerato, con la sua potenza finanziaria determina il destino di tutto l’Impero. L’ebreo, che nel più piccolo Stato tedesco può essere privo di diritti, decide delle sorti dell’Europa. Mentre le corporazioni e i mestieri sono chiusi all’ebreo o non gli sono ancora favorevoli, l’arditezza dell’industria si fa beffe della ostinatezza degli istituti medioevali” (B. Bauer, “Questione ebraica”, p. 114). Questo non è un fatto isolato. L’ebreo si è emancipato in modo giudaico non solo in quanto si è appropriato della potenza del denaro, ma altresì in quanto il denaro per mezzo di lui è diventato una potenza mondiale, lo spirito pratico dell’ebreo è diventato lo spirito dei popoli cristiani. Gli ebrei si sono emancipati nella misura in cui i cristiani sono divenuti ebrei. (…). Il denaro è il geloso Dio d’Israele, di fronte al quale nessun altro dio può esistere. Il denaro è il valore universale, per sé costituito, di tutte le cose. Esso ha perciò spogliato il mondo intero, il mondo dell’uomo come la natura, del valore loro proprio. Il denaro è l’essenza, fatta estranea all’uomo, del suo lavoro e della sua esistenza, e questa essenza estranea lo domina, ed egli l’adora. Il Dio degli ebrei si è mondanizzato, è divenuto un dio mondano. La cambiale è il dio reale dell’ebreo. Il suo Dio è soltanto la cambiale illusoria» (6).

Come si vede l’antiebraismo era profondamente radicato nella cultura rivoluzionaria della sinistra europea sin dal XIX secolo. Ma non si trattava di antisemitismo in senso razziale, benché addentellati anche evidenti possono scorgervisi. Piuttosto vi era in esso la ripresa di antiche diffidenze cristiano-popolari ovvero la giudeofobia a sfondo socio-economico che nei secoli premoderni aveva dipinto, a torto o a ragione, gli ebrei tutti come strozzini ed usurai, perfino assassini perché sospettati di dedicarsi ad omicidi rituali di bambini cristiani. Menzogne popolari, frutto di odio sociale ed economico, contro cui la Chiesa combatté aspramente anche se non con molto successo dato che l’antigiudaismo teologico tradizionale finiva per essere strumentalizzato dalla giudeofobia sociale popolare. L’antigiudaismo teologico, infatti, veniva spesso frainteso nei termini semplicistici del “popolo deicida”, termini mai dogmatizzati dalla Chiesa benché diversi teologi e predicatori ne facessero uso, laddove invece esso contemplava soltanto la paolina “sostituzione-innesto” dei gentili nell’Olivo Santo dell’Alleanza al posto degli ebrei temporaneamente disinnestati. E, sul piano teologico, nulla più di questo! Lo stesso San Paolo ricordava, del resto, la predilezione divina per l’Antico Israele, la cui caduta ha permesso la salvezza dei gentili, ed ammoniva i cristiani provenienti dal paganesimo ad essere sempre misericordiosi con gli ebrei, caduti in disgrazia (che, poi, non sempre i cristiani lo siano stati, è altra questione attinente al peccato cui tutti, compresi gli ebrei, siamo esposti per la nostra umana debolezza).

L’antisemitismo razziale nasce, invece, al crocevia tra illuminismo settecentesco (Voltaire fu autore di giudizi atroci sugli ebrei che gli derivavano dall’odio profondo che egli nutriva per il suo “nemico personale”, ossa Gesù Cristo, che era ebreo), romanticismo e darwinismo ottocenteschi, con fondamentali apporti teosofici ed gnostico-occultistici. Fu in questo clima che vennero poste le radici del pangermanesimo e del nazionalsocialismo. Come ci hanno spiegato George Mosse e Giorgio Galli. Una storica ebrea, di indiscussa autorità e valore professionale, Anna Foa, è chiara nella sua denuncia degli approcci, non storiografici ma ideologici, che, facendo leva sugli occasionali intrecci circostanziali e le reciproche strumentalizzazioni indubbiamente registratesi, tendono a negare o sottovalutare la distinzione, netta e limpida, tra antigiudaismo teologico, giudeofobia socio-economica ed antisemitismo razziale.

Perché mai dunque le leggi razziali?

E’ ormai chiaro alla ricerca storiografica che alle radici, nel tronco e nei rami del fascismo non c’è antisemitismo e che gli ebrei politicamente fascisti erano un fenomeno assolutamente consueto, normale e ben accetto nelle file del partito di Mussolini e nelle stesse gerarchie di regime. Tra gli stessi sansepolcristi del 1919 vi erano molti ebrei e chi affittò a Mussolini la sala per l’adunata dei socialisti interventisti, nazionalisti, futuristi, repubblicani democratici e sindacalisti rivoluzionari, di Piazza San Sepolcro fu l’ebreo milanese Cesare Goldman. Ebrei erano il prefetto Dante Almansi, collaboratore del quadrumviro De Bono, Paolo Orano, sindacalista rivoluzionario, Aldo Finzi, sottosegretario agli Interni del primo governo Mussolini. Ebrea, oltre che donna affascinante ed intelligenza viva tra le più colte del panorama culturale italiano del momento, fu una delle prime amanti di Mussolini, quella Margherita Sarfatti che molto contribuì alla creazione del mito del “Duce” e che, dopo il 1938, emigrò in America.

Rimane, allora, da spiegare cosa mai è accaduto nel 1938. Perché il regime promulgò le leggi razziali? Nonostante qualsiasi altra spiegazione, più o meno accreditata, la verità resta quella della servile compiacenza verso un ingombrante alleato segretamente inviso – è nota l’avversione personale di Mussolini verso Hitler, considerato dal dittatore italiano un fanatico a capo di una banda di criminali pederasti – ma che non poteva essere liquidato alla luce dei rapporti di forza che si erano delineati in Europa, in particolare dopo che Francia ed Inghilterra, nella questione del contenzioso con l’Etiopia e delle conseguenti sanzioni contro l’Italia, avevano fatto di tutto per gettare Mussolini tra le braccia di Hitler.

Mussolini, nella conferenza di Stresa del 1935, aveva inutilmente tentato di convincere Francia ed Inghilterra ad impegnarsi in una seria politica antinazista, a salvaguardia dell’indipendenza dell’Austria. Mussolini aveva trovato appoggio nel primo ministro francese Pierre Laval, suo simpatizzante (finì per essere il politico più importante del regime di Petain), ma un atteggiamento tentennante da parte dell’Inghilterra. Il dittatore italiano cercò anche di convincere gli allora alleati dell’Italia ad una revisione delle parti più infami del Trattato di Versailles, onde togliere ad Hitler legittime motivazioni di giustizia internazionale quali pretesti per la sua politica aggressiva. Ma alla fine l’accordo di Stresa si ridusse a poco più che una pleonastica dichiarazione senza alcuna conseguenza effettiva nel contenimento della Germania.

Mussolini era convinto di essere riuscito, in quell’occasione, almeno ad aver mano libera sull’Etiopia da parte francese ma la vittoria, nel 1936, del Fronte Popolare in Francia e la defenestrazione politica di Laval fecero sfumare anche questo apparente successo. La congiuntura internazionale che ne derivò – con le conseguenti sanzioni contro l’Italia violatrice della sovranità etiopica decise dalla Società delle Nazioni al soldo di Francia ed Inghilterra, ossia delle massime potenze coloniali del momento – alla quale si aggiunse sempre nel 1936 la guerra civile spagnola, contribuì al riavvicinamento dell’Italia alla Germania. Hitler offrì a Mussolini il suo appoggio politico contro le sanzioni in nome della comunanza ideologica tra le due Rivoluzioni, la tedesca e l’italiana. Comunanza ideologica che, in realtà, come ha dimostrato Renzo De Felice (fascismo quale ideologia di modernizzazione che guardava al futuro; nazismo quale ideologia fondata su un mitologico passato ariano da restaurare), non esisteva affatto, nonostante le apparenze.

Che in Mussolini non agissero motivazioni antisemite viene rilevato anche dalla simpatia che il capo del fascismo aveva per il sionismo o perlomeno per la sua ala nazionalista guidata da Vladimir Evgen’evic Jabotinsky. Mussolini, certamente mosso anche da ragioni geopolitiche, ossia dall’intenzione di creare problemi all’Inghilterra, autorizzò Jabotinsky, capo del sionismo revisionista, ovvero dell’ala nazionalista del sionismo (l’ala socialista era guidata da David Ben Gurion), ad insediare in Civitavecchia le sue milizie di autodifesa ebraica, riunite nel movimento Betar base del futuro Irgun e, a sua volta, radice dell’attuale Likud. Dall’esperienza di Civitavecchia nacque il primo nucleo della futura marina militare israeliana. Jabotinsky, anche se non aderì mai al fascismo – vi aderirono invece i suoi critici seguaci del movimento Abba Ahimeir –, sognava uno Stato ebraico basato su una democrazia autoritaria e corporativa simile all’Italia fascista del tempo.

L’uso machiavellico, quindi meramente strumentale, dell’antisemitismo da parte di Mussolini è inoltre testimoniato anche dal contesto nel quale la legislazione razziale maturò. La polemica antiebraica fu incentivata in Italia, mentre era in corso l’avvicinamento mortale alla Germania nazista, nell’ambito della più complessiva polemica anti-borghese. Nella seconda metà degli anni ’30, infatti, si assistette ad una radicalizzazione del latente conflitto tra la componente movimentista e socialista del fascismo, fino ad allora tenuta a bada, e la componente borghese di provenienza nazionalista o liberale e quindi fiancheggiatrice più che propriamente fascista. Mussolini cercò di mantenere in equilibrio questa dialettica interna al regime fascista concedendo alla componente più rivoluzionaria di sviluppare una campagna antiborghese, benché poi tutto rimanesse più che altro sul piano “etico” – dove per borghesia si intendeva la “vita comoda” ed il “panciafichismo” – senza concrete implicazioni sociali, anche se nelle segrete stanze lo stesso Mussolini studiava, con il sindacalista Tullio Cianetti, riforme intese a “socializzare” l’economia italiana e spronava intellettuali come Ugo Spirito ad arrischiare interpretazioni “comuniste” del corporativismo. In quello stesso periodo, sollecitato dai successi internazionali del fascismo e dall’acquisito consenso interno ed estero, si fece viva in Mussolini la tendenza a considerarsi politicamente “infallibile”. Una tendenza che lo portò ad estraniarsi in qualche modo dalla realtà. Fatto grave per uno come lui che era sempre stato un politico realista e prudente.

Quando, nel 1937, un suo amico di vecchia data, Sergio Panunzio, sindacalista rivoluzionario pugliese della prima ora, poi preside dell’Università di Perugia, approdato, insieme a Mussolini ed all’intera generazione dei socialisti “eretici” del primo anteguerra, al sindacalismo nazionale e quindi al corporativismo, gli si presentò a Palazzo Venezia per contestargli duramente l’imminente promulgazione delle infami leggi razziali, portandogli argomentazioni come il tradimento che quelle leggi avrebbero rappresentato per tanti meritevoli, fedeli ed antichi camerati ebrei, tra i quali Panunzio gli nominò il grande giurista Giorgio Del Vecchio, Mussolini gli rispose seccamente e freddamente che la questione era improcrastinabile per via della congiuntura politica internazionale e di quella interna. Mussolini si riferiva, con tutta evidenza, alla morsa stretta da Francia ed Inghilterra intorno all’Italia ed alla mano tesa della Germania nonché – elemento, questo, da non sottovalutare – alla politica “antiborghese” in atto all’interno.

Sergio Panunzio morì nel 1944, ricercato dai partigiani, in casa del suo amico e allievo Costantino Mortati, che diventerà uno dei più grandi giuristi del dopoguerra, “padre costituente”, nonché erede delle idee di Panunzio mediante il quale aveva conosciuto anche l’opera giuridica di Carl Schmitt. Le idee schmittiane gli avrebbero, poi, consentito di elaborare la sua nota distinzione tra “costituzione formale” e “costituzione materiale”. Dato che il Presidente Sergio Mattarella si ostina a negare gli aspetti meritori e fecondi dell’Italia fascista, è cosa opportuna ricordare tale legame ereditario tra un grande costituente ed un intellettuale del sindacalismo fascista.

Se si guardano le cose nel loro giusto contesto storico, è pertanto possibile dire che Mussolini, nel 1938, ha sposato non tanto l’antisemitismo razziale quanto piuttosto una reminiscenza della vecchia, e forse mai dimenticata, giudeofobia socio-economica propria della tradizione socialista dalla quale egli proveniva. Il che spiega la flessibilità e la tolleranza usata nell’applicazione della legislazione antiebraica nonché la difesa, fino a che le circostanze belliche glielo hanno consentito, delle comunità ebraiche, in Italia e nelle zone italiane di occupazione, dalle pretese naziste.

I “fascisti” antisemiti

Con l’approssimarsi del 1938, emersero e si rafforzarono alcune correnti razziste interne ai ranghi fascisti, quelle che facevano capo a Telesio Interlandi, a Giovanni Preziosi ed alla rivista “La Difesa della Razza”. E’ però ormai ampiamente acclarato che quei personaggi erano piuttosto degli “infiltrati”, provenienti da altre esperienze.

Interlandi era stato iniziato alla massoneria il 10 agosto 1919 – molti del resto erano i massoni che aderirono al socialismo prima ed al fascismo poi – e nel 1924, in polemica con il “Popolo d’Italia”,  aveva fondato un giornale, “Il Tevere”, dalle cui pagine attaccava allegramente esponenti di primo piano del fascismo come il ministro delle corporazioni Giuseppe Bottai e l’architetto ed urbanista Marcello Piacentini.

Il Preziosi, poi, era uno spretato, inviso a Mussolini, che lo considerava un fanatico, mentre era apprezzato da Hitler che, dopo l’8 settembre, gli affidò la cura di trasmissioni in lingua italiana da Radio Monaco, delle quali inutilmente il duce chiese la soppressione dato che Preziosi da quei microfoni lo biasimava pubblicamente per non aver mai fatto una vera politica antiebraica. Durante la sua vita sacerdotale Preziosi si era occupato di emarginati, con particolare attenzione agli italiani emigrati. Aveva aderito alla Lega Democratica Nazionale di Romolo Murri, riferimento dei cattolici democratici a cavallo tra fine XIX ed inizio XX secolo. Abbandonò il sacerdozio nel 1911 per sposarsi. Quindi sostenne la candidatura alla Camera dell’esponente radicale nonché massone Giovanni Miranda, cercando di far convergere su di lui i voti cattolici in nome di presunte comunanze ideali tra il filantropismo del suo pupillo e la fede cristiana. Con il primo conflitto mondiale si avvicinò al nazionalismo e quindi al fascismo, portandosi dietro un background composto da una miscela confusa di modernismo cattolico, radicalismo democratico, nazionalismo anticomunista. Il tutto infarcito dalla lettura dei “Protocolli dei Savi di Sion” e dagli apporti che l’eugenetica, nutrita dallo scientismo positivista del tempo, andava diffondendo in materia di razza e di difesa della razza.

Questa miscela finì per coagularsi, in Giovanni Preziosi, intorno al mito del presunto complotto giudaico-massonico-bolscevico che, nel tentativo di accreditarsi in una nazione cattolica come l’Italia, recuperò strumentalmente le polemiche antiebraiche ed antimassoniche dei gesuiti de “La Civiltà Cattolica” del XIX secolo – polemiche nate nel contesto della più ampia diatriba risorgimentale e che nulla avevano a che fare con l’antisemitismo razziale – cercando anche approcci con alcuni circoli radicali dell’antimodernismo cattolico. I quali spesso, incautamente, abboccarono all’esca antisemita loro proposta da Preziosi. Quel che in sostanza proponeva Preziosi ai cattolici antimodernisti era il passaggio da un originariamente sano rifiuto del modernismo, come definito ed individuato da Pio X nell’enciclica “Pascendi”, a posizioni di antisemitismo razziale, sul presupposto della diretta derivazione del modernismo dalla filosofia massonica e dalla teologia ebraica postbiblica. Il presupposto, sul quale cercava di far leva Preziosi, – al di là dell’effettiva consistenza dell’analisi, non sempre e non del tutto peregrina – era comunque un problema esclusivamente teologico e nient’affatto razziale. Invece le posizioni razziste rigettavano la natura squisitamente spirituale del problema originariamente teologico, tutto invece riducendo all’influenza del “sangue”.

Una parabola, quella proposta dal Preziosi, che sfociava inevitabilmente proprio in quel modernismo che l’antimodernismo cattolico combatteva, se è vero che la definizione portante di modernismo era per Pio X quella di “immanentismo”. Nulla è infatti più immanentista della filosofia razzista che, deterministicamente, fa dei caratteri genetici ed etnici la struttura fondamentale di tutto ciò che di tale sostrato sarebbe soprastruttura. La genetica, quindi i caratteri etnici, spiegherebbe la spiritualità e la cultura dei popoli. Dai geni dipenderebbero il tipo di teologia, di filosofia, di arte, di scienza, e via dicendo, che un popolo esprime. La Chiesa si è sempre opposta a questo riduzionismo immanentista e non a caso iscrisse nell’indice dei libri proibiti il “Mito del XX secolo” dell’ideologo nazista Alfred Rosenberg, amico personale di Giovanni Preziosi. Rosenberg, per l’appunto, nella sua opera, messa all’indice, affermava, materialisticamente, proprio questa presunta dipendenza dello spirito dalla razza, dalla biologia, riducendo l’humanitas a mera zoologia. Di fronte, poi, alla pretesa di superiorità ariana, Pio XI, il Papa del concordato con l’Italia fascista, non esitò ad affermare pubblicamente che “i cristiani sono spiritualmente semiti”.

Meglio l’Italia della Germania

Le leggi razziali sono state, senza dubbio, una infamia ma anche una grande manifestazione di machiavellismo politico che solo il contesto internazionale delineatosi tra 1935 e 1938 può spiegare efficacemente. Va però immediatamente rilevato, sotto un profilo squisitamente storiografico, che la loro applicazione, nonostante la retorica del tempo, lasciò ampi margini di flessibilità e di pratica tolleranza. Tra molti altri lo ha testimoniato il rabbino capo di Roma all’epoca, Israel Zoller, che nel febbraio 1945, dopo una lunga riflessione esegetica, con il nome di battesimo di Eugenio Zolli, sarebbe approdato al vero Ebraismo incontrando (nel senso di una esperienza mistica) Gesù Cristo. Zoller-Zolli ricorda, nelle sue memorie, come, essendosi rivolto ad un alto gerarca fascista onde ottenere una esenzione al divieto di commercio ambulante che con le leggi razziali era caduto sui venditori ebrei di articoli turistici nelle piazze dell’Urbe, ebbe quale suggerimento quello che gli ambulanti israeliti non sostassero troppo nella stessa zona, si spostassero di quanto in quanto, mentre al resto, ossia all’ordine di chiudere non uno ma entrambi gli occhi, avrebbe pensato lui nelle sue funzioni di gerarca (7).

Se è vero che, per via delle leggi razziali, i docenti ed bambini ebrei furono estromessi dalle scuole pubbliche, tuttavia nessuna disposizione venne presa contro le scuole private israelitiche, ed ai titoli di studio da esse rilasciate non fu negato valore legale.

Altri esempi di applicazioni leggera delle leggi razziali potrebbero farsi. Ma quel che qui ci preme piuttosto sottolineare, in modo particolare, è uno strano e documentato fenomeno. Mentre in Germania si faceva sempre più pesante l’aria per gli ebrei, molti di essi prendevano la via dell’esilio. Una buona parte si diresse verso l’America ma la maggior parte – del resto era questo l’auspicio del movimento sionista che allo scopo non esitò a collaborare apertamente con il regime nazista (8) – prese la via della Palestina. Altri ancora preferivano semplicemente emigrare in un altro Stato europeo. Il fatto è che questi flussi migratori, sia quelli diretti ad oriente, sia quelli diretti verso altre terre europee, ebbero come metà principale non la Francia, non l’Inghilterra, non la Polonia o la Jugoslavia, ma l’Italia fascista. Evidentemente gli ebrei in fuga dalla Germania si sentivano al sicuro approdando o passando per l’Italia. Questo accadeva sia prima che dopo le leggi razziali e continuò a verificarsi anche dopo l’entrata in guerra dell’Italia nel 1940. Infatti a guerra in atto, gli ebrei, fuggendo dalle zone di occupazione nazista, si rifugiavano in quelle di occupazione italiana per la semplice ragione che, per ordine dello stesso Mussolini, l’esercito italiano opponeva ogni sorta di resistenza alle pretese dell’“alleato germanico” a proposito della consegna degli ebrei sotto giurisdizione italiana.

Il fascista, non pentito, che salvò gli ebrei

Come, per primo, ha dimostrato Renzo De Felice, il fascismo godette di ampi consensi popolari in Italia. Mentre aumentava l’apprezzamento internazionale per la “terza via” fascista quale soluzione alternativa al capitalismo ed al comunismo, negli anni ’30 tale consenso interno fu pressoché unanime, raggiungendo il suo apice con la proclamazione dell’Impero nel 1936, e coinvolgendo il meglio dell’intellettualità nazionale. Molti degli esponenti dell’intellighenzia, infatti, nel dopoguerra, passeranno su posizioni comuniste non per tradimento ma per continuare la stessa battaglia anticapitalista, e con lo stesso spirito, intrapresa negli anni dell’adesione al fascismo. Il consenso era tale che Palmiro Togliatti, capo del PCd’I, nel 1936, sulla rivista degli esuli comunisti parigini “Lo Stato Operaio”, non esitò a pubblicare un “appello ai fratelli in camicia nera” invitandoli a riprendere con decisione il programma socialista del primo fascismo sansepolcrista (9). Dal canto suo, un Alcide De Gasperi, esule in Vaticano, dove lavorava come bibliotecario, pubblicava, con lo pseudonimo di “Spectator”, articoli nei quali ad un cauto apprezzamento della politica sociale del regime cercava di affiancare i necessari distinguo tra corporativismo cattolico e corporativismo fascista, ma senza mancare di riconoscere quanto di socialmente valido e buono vi era nell’esperienza del regime.

Si trattava, senza dubbio, di un consenso molto variegato che andava dal consenso militante ed attivo a quello più passivo di coloro che comunque erano fieri dei primati italiani raggiunti con Mussolini e del processo di modernizzazione innescato dal regime, fino alla più “laica” adesione nella convinzione che migliori alternative non vi erano. In ogni caso il consenso fece presa anche tra gli oppositori, come nel caso di Benedetto Croce che si schierò con il governo fascista di fronte alla stupida politica delle sanzioni imposte da Francia ed Inghilterra a mezzo della Società delle Nazioni.

Orbene, questo consenso rimase immutato anche all’atto della dichiarazione di guerra. Diventò meno entusiastico solo quando l’andamento delle vicende belliche iniziò a mettersi per il verso storto. Il consenso non fu sostanzialmente intaccato neanche dalle leggi razziali che gli italiani percepirono per quello che erano effettivamente ossia l’odioso prezzo da pagare per l’alleanza con la potente Germania, senza che, si supponeva, tale pedaggio nelle intenzioni del governo fascista dovesse diventare un elemento permanente della politica del regime. Gli italiani non diedero molto peso alle leggi razziali limitandosi a rispettarle formalmente ma senza crederci veramente e, quindi, derogando ad esse ogni qual volta la cosa era possibile, se con l’assenso implicito delle autorità fasciste meglio.

Ecco perché quando, dopo il 25 luglio 1943, arrivò il giorno in cui si trattò di dare aiuto effettivo agli ebrei a rischio vita o deportazione, molti tra gli italiani che sfidarono la sorte per salvare ebrei erano stati sostenitori, e sovente erano ancora sostenitori, a volte ideologicamente convinti, altre volte soltanto consensualmente aderenti, del fascismo. Innumerevoli sono i casi di fascisti o di italiani consensuali del fascismo che hanno salvato ebrei. Possiamo citare, per esempio, i casi di Giorgio Perlasca e di Giovanni Palatucci.

Perlasca, iscritto al PNF, era una camicia nera, reduce della guerra d’Etiopia e di Spagna, critico delle leggi razziali. Si ritrovò, per lavoro, in Ungheria dove, prima con l’aiuto dell’ambasciatore spagnolo franchista, Angel Sanz Briz, e poi da solo, spacciandosi per un diplomatico del governo di Francisco Franco, riuscì a salvare migliaia di ebrei dalle grinfie della Gestapo e delle SS.

Anche Palatucci era un iscritto al PNF. Si trovò, come commissario di polizia e questore reggente della Questura di Fiume, ad adoperarsi, dopo la caduta del fascismo, per salvare decine di migliaia di ebrei istriani o in transito in Istria. Ne salvò circa cinquemila. Quale questore reggente non potette evitare di aderire alla Repubblica Sociale. Questo però gli permise di continuare nell’opera di salvataggio degli ebrei. L’Istria tuttavia fu staccata dall’Italia per diventare Zona d’operazione del Litorale Adriatico sotto la diretta giurisdizione del capitano delle SS Hoepener. Il quale non tardò ad accorgersi dell’attività pro-israelita del Palatucci. Offertagli, dal console elvetico che gli era amico, la possibilità di fuggire in Svizzera, Palatucci approfittò dell’offerta per mettere in salvo una amica ebrea, mentre lui decise di restare a Fiume. Tentò anche di organizzare il governo di un sedicente “Stato Libero di Fiume” per impedire l’annessione della città alla Jugoslavia. Scoperto finì i suoi giorni a Dachau.

Intorno alla sua figura è sorta una polemica innescata nel 2013 dal Centro Primo Levi. Le ricerche di tale centro di documentazione ebraica, condotte da Michele Sarfatti, hanno mirato a ridimensionare il numero di ebrei salvati da Palatucci. Secondo i contestatori, il questore di Fiume sarebbe addirittura stato uno zelante esecutore degli ordini di deportazione. Una accusa smontata dalla diretta testimonianza di molti che devono la vita propria o di loro congiunti al Palatucci. Come Renata Conforty, i cui genitori furono salvati dal questore di Fiume. Contro il Centro Primo Levi si è giustamente levata la critica della storica ebrea Anna Foa che ha messo in evidenza la scorrettezza del metodo usato, inteso a non considerare le moltissime testimonianze dei sopravvissuti e dei loro discendenti a favore di Palatucci ed a non considerare che la mancanza di documentazione scritta, lamentata dal Centro, è dovuta alla segretezza nella quale il questore di Fiume si trovò ad operare (10).

Ma il caso forse più significativo a testimonianza della falsità dell’equazione “fascismo = antisemitismo” è quello di Ferdinando Natoni.

Il 16 ottobre 1943 era un piovoso sabato autunnale. Roma era occupata da mesi dalla Wermacht. La Gestapo e le SS si erano insediate nella capitale con l’intento di rastrellare gli ebrei romani. Ma la presenza del Papa, e quindi le implicazioni internazionali che questa presenza comportava, aveva fino a quel giorno messo un freno ai nazisti. Gli indugi furono rotti proprio quel giorno. Il ghetto fu circondato dalle SS, con decine di camion. Le uscite furono bloccate. I tedeschi avevano in mano la lista degli ebrei da deportare. La stessa lista che Israel Zoller, paventando il pericolo, avrebbe voluto bruciare ma che i maggiorenti della comunità ebraica ottimisti sulle intenzioni naziste, forse rassicurati dalle dichiarazioni di Kappler, invece neanche provarono a nascondere. Cominciò così il rastrellamento, casa per casa.

Tra le famiglie del ghetto c’era quella dei Limentani, che abitava in Via Sant’Elena, presso via Arenula. All’arrivo delle SS, il capofamiglia comprende subito quanto sta accadendo. Decide, per non dare nell’occhio, di uscire dal portone insieme alla moglie mentre ordina alle tre figlie di recarsi in casa di un ingegnere, alcuni piani più sotto, che aveva promesso aiuto in caso di necessità. Quando le tre bambine giungono in casa dell’ingegnere la trovano piena di altri ebrei. Non c’era posto anche per loro. Solo una di esse poteva restare. Le due sorelle maggiori, Mirella e Marina, fanno entrare la sorella più piccola Giuliana e restano sul pianerottolo mentre sentono, terrorizzate, i passi delle SS avvicinarsi. Fu in quel momento che si aprì l’altra porta del piano. Apparve loro un uomo, vestito di tutto punto in camicia nera, che le fa entrare di fretta in casa sua.

Quell’uomo si chiamava Ferdinando Natoni. Era un noto fascista, di quelli duri e puri, con il quale la famiglia Limentani non aveva trattenuto relazioni vicinali. All’ingresso dei tedeschi in casa Natoni, il padrone dell’appartamento affermò che le due ragazze erano sue figlie. Le SS non ne sono convinte e per questo Natoni esibisce la tessera del Partito Fascista. Le SS se ne vanno. Ma Natoni non si ferma a quel gesto. Scende in strada per salvare altri ebrei. Proprio le SS che avevano ceduto in casa sua, alla vista del suo da farsi per tentare di soccorrere gli altri ebrei, mangiano la foglia e non ci mettono molto, vista la giovane età del Natoni, a realizzare che le due ragazze spacciate per sue figlie sono troppo grandi per essere davvero tali. Lo arrestano e solo il suo alto grado nella milizia fascista gli salverà la vita. Rilasciato, a casa trova i genitori delle due ragazze, miracolosamente scampati anch’essi alla retata, che erano tornati a riprendersi le figlie.

Quel che, però, è più che mai sorprendente è quanto accadde molti anni dopo. Nel 1994, il rabbino capo di Roma, Elio Toaff invita Natoni per consegnargli ufficialmente la Medaglia dei Giusti, anche a nome del governo israeliano. Mentre sta per appuntargli la medaglia sul petto, Toaff viene fermato dal Natoni che gli dice: «Devo precisare che però al fascismo io ci credo ancora, sono e resto fascista e lo sarò per sempre». Il rabbino Toaff non fu preso di contropiede e, sorridendo, gli replicò di essere dispiaciuto per non avere in quel momento due medaglie, perché una Natoni la meritava per il suo gesto del 1943 e l’altra per la sua coerenza politica.

«Dispiace soltanto – queste le parole testuali di Toaff – di non avere, qui con me, due medaglie, una per lei e l’altra alle sue parole, per l’onestà che lei ha dimostrato nell’esprimerle» (11).

Dunque anche per il rabbino Toaff, il quale come lui stesso ha raccontato deve a sua volta la vita ad un sacerdote cattolico, Ferdinando Natoni, fascista non pentito, era la testimonianza vivente che il fascismo non fu antisemitismo, che essere fascisti non significava affatto essere automaticamente antisemiti, che la rivendicazione della propria identità nazionale e popolare non equivale all’odio verso le identità altrui e che premessa vera dell’amore per la propria patria è il rispetto delle patrie altrui.

Senza il 25 luglio e l’8 settembre non ci sarebbe stato il dramma degli ebrei italiani

Stando a testimonianze di fonte ebraica Mussolini ha confidenzialmente disapprovato l’antisemitismo nazista.

Lo storico israeliano, Meir Michelis scrive che: «Parlando con il professor George Zachariae, il suo consulente medico, nel febbraio 1944, Mussolini deplorò la follia razzista di Hitler: “Io non sono un antisemita e riconosco che scienziati e tecnici ebrei hanno dato al mondo alcune individualità eccezionali. Non posso approvare la maniera con cui è stato risolto in Germania il problema ebraico, perché i metodi adottati non sono conciliabili con la libera vita del mondo civile e ridondano a danno dell’onore tedesco» (12).

Ora, per quanto si debbano prendere con le pinze testimonianze indirette, come quella sopra riportata, è ormai acclarato da una mole amplissima di altre fonti che Mussolini detestava Hitler e che fino al 1936 guardò al nazismo come ad un fenomeno politico barbaro ed indegno di una nazione civile come la Germania.

Il 25 luglio 1934, a Vienna, i nazisti austriaci tentarono di rovesciare il governo del piccolo (perché di bassa statura) cancelliere cattolico nazionale Engelbert Dollfuss, penetrando nella Cancelleria ed uccidendolo. Mussolini ordinò di far schierare alla frontiera quattro divisioni già di stanza tra il Brennero e Tarvisio, fermando l’annessione dell’Austria, che l’Italia si era impegnata a proteggere, da parte d Hitler. Nel discorso di Bari del successivo 6 settembre 1934 Mussolini si scagliò con veemenza contro l’ideologia razzista del nazionalsocialismo tedesco: «Noi possiamo guardare – così egli arringò nell’occasione la folla oceanica raccoltasi per ascoltarlo – con un sovrano disprezzo talune dottrine d’oltralpe, di gente che ignorava la scrittura con la quale tramandare i documenti della propria vita, in un tempo in cui Roma aveva Cesare, Virgilio ed Augusto».

Fino a quando Mussolini restò saldo al potere, nonostante le odiose leggi razziali del 1938, le “dottrine d’oltralpe” non entrarono a far parte dell’agenda politica del governo fascista e gli ebrei italiani, per quanto discriminati e strumentali vittime per altri obiettivi politici legati alla “campagna antiborghese”, non ebbero a temere per la loro vita. Quel che, infatti, si dimentica puntualmente è che senza 25 luglio ed 8 settembre 1943 non vi sarebbero stati né il 16 ottobre 1943 né le deportazioni degli ebrei italiani.

Dopo la fuga, l’8 settembre 1943, di Vittorio Emanuele III e del governo Badoglio, l’Italia fu abbandonata quasi del tutto, salvo la Sicilia e le regioni dell’estremo meridione, alla vendetta tedesca. Come attesta Renzo De Felice: «Se Mussolini non avesse accettato (di mettere su la Repubblica fascista), Hitler avrebbe fatto dell’Italia terra bruciata, come, del resto, dopo il suo tradimento essa, agli occhi della Germania, meritava» (13).

«L’8 settembre ’43 –  afferma la storica ebrea Rosa Paini nel suo libro “I sentieri della speranza” – segnò per l’Italia l’inizio del dramma che nessuno aveva immaginato e voluto (…). Per gli ebrei stranieri e italiani incominciava una nuova tragedia» (14).

La storiografia ha potuto appurare che, prima del 25 luglio 1943, nonostante le pressioni da parte tedesca e nonostante la vigenza delle odiose leggi razziali, nessun ebreo fu consegnato ai tedeschi. Non solo in Italia ma anche nelle zone di occupazione militare italiana, Francia, Jugoslavia, Grecia.

Tuttavia, pur nella posizione di vassallaggio nei confronti della Germania nazista, anche la Repubblica Sociale di Mussolini, tentativo di ritorno alle origini socialiste del fascismo, rappresentò, per quanto le fu consentito, uno scudo protettivo non solo per gli italiani ma anche per gli ebrei, che pure erano definiti dal “Manifesto dei 18 punti”, detto di Verona, programma socializzatore del fascismo repubblicano, come appartenenti, per il perdurare della guerra, a nazione nemica.

«La resistenza italiana alla “soluzione finale” – scrive lo storico Werner Neulen – assunse la forma di un sabotaggio ufficioso. Si ebbero, inoltre, ripetuti tentativi di liquidare le bande fasciste che collaboravano con le SS alla caccia degli ebrei, nell’ottobre 1944 Pietro Koch, uno dei peggiori protetti di Kappler, fu arrestato e imprigionato su ordine di Mussolini» (15).

Quando i nazisti il 16 ottobre 1943 entrarono nel ghetto di Roma, portandosi via circa duemila ebrei, Mussolini era stato appena liberato dalla prigione del Gran Sasso e non ancora aveva impianto il nuovo governo fascista repubblicano.

Quel triste giorno dell’ottobre 1943, i nazisti, che avevano ricevuto l’ordine di rastrellamento del ghetto mediante dispaccio telegrafico n. 1645 del precedente 9 ottobre, non trovarono a fronteggiarli gli “eroici” partigiani ma la Camicia nera Ferdinando Natoni.

I partigiani, invece, preferivano preparare attentati secondo una ben pensata e preparata strategia, incuranti delle sorti della popolazione civile e con il fine di provocare la vendetta tedesca nella speranza di una sollevazione popolare contro l’invasore. Come fecero i gappisti di Via Rasella, i quali con il loro attentato (decine di giovani militari tedeschi altoatesini uccisi ed alcuni ignari passanti italiani, tra cui un bambino) cercarono appositamente la reazione tedesca provocando, con il loro attentato, il criminale massacro delle Fosse Ardeatine.

Durante il rastrellamento del ghetto di Roma sembra che non ci fosse, a fianco delle SS, la milizia fascista. Lo attesta un documento, il rapporto ufficiale inviato da Kappler a razzia conclusa a Wolff, comandante delle SS in Italia. Nel rapporto è detto: «In vista dell’assoluta sfiducia della polizia italiana qualora impiegata in azioni del genere, non si è ritenuto opportuno invitarla a partecipare» (16). Certamente non è chiaro cosa si intendesse nel rapporto per “polizia italiana” ma, dato che le principali armi dell’esercito italiano, compresi i carabinieri, non davano segni di collaborazione con i tedeschi, si trattava sicuramente della polizia politica fascista risorta dopo il 25 luglio.

La iniziale titubanza tedesca ad un immediato rastrellamento del ghetto si spiega con il fatto che l’operazione si sarebbe dovuta svolgere sotto gli occhi del Papa con possibilità di una denuncia internazionale. Tuttavia, dato che Hitler aveva ormai deciso il rapimento di Pio XII (17), alla fine gli indugi furono rotti e si procedette.

Come ha documentariamente dimostrato Pierre Blet sj, docente di storia della Chiesa presso la Gregoriana, co-autore insieme agli storici Robert Graham, Angelo Martini e Burckart Schneider della monumentale opera in 12 volumi “Actes et Documents du Saint-Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale”, il rastrellamento degli ebrei del ghetto fu interrotto proprio per l’intervento diretto di Pio XII. Il Papa, avvertito circa quanto stava accadendo da una nobildonna dell’aristocrazia romana, Enza Pignatelli Aragona, fece immediatamente convocare dal segretario di Stato, cardinal Maglione, l’ambasciatore del Reich, presso la Santa Sede, Weizsäcker, un diplomatico segretamente ostile al governo nazista. Maglione minacciò che il Pontefice, il quale fino a quel momento, secondo l’uso diplomatico della Curia romana del tempo, aveva mantenuto la Chiesa super partes per non dare l’impressione di parteggiare per una parte contro l’altra tra le Nazioni, tutte cristiane, belligeranti, avrebbe potuto denunciare pubblicamente quanto stava avvenendo.

Pio XII non credeva nell’efficacia delle pubbliche denunce, avendone avuto negativo riscontro da parte dei vescovi belgi, olandesi e polacchi, i cui appelli pubblici pro ebrei servirono solo ad incarognire ancor di più i nazisti ed a far precipitare gli eventi con involontario danno per gli israeliti perseguitati e per molti cattolici coinvolti nella persecuzione proprio a causa dei pubblici appelli di quegli episcopati. Tuttavia Papa Pacelli avrebbe corso il rischio a fronte di una razzia perpetrata sotto le sue finestre, nella capitale della Cristianità.

La diplomazia vaticana si mosse anche mediante mons. Aloys Hudal, rettore della Chiesa nazionale tedesca di Roma, in buoni rapporti con il generale Stahel comandante militare dell’Urbe. Le pressioni di Hudal sul comando militare germanico di Roma e quelle di Weizsäcker su Berlino riuscirono nell’intento ed il rastrellamento fu bloccato, evitando il peggio. Purtroppo, nonostante gli ulteriori tentativi vaticani tramite padre Tacchi Venturi, i circa duemila che erano già stati catturati furono egualmente deportati nei campi di concentramento in Germania (18).

Va segnalato che fu durante questi eventi che Israel Zoller, rabbino capo di Roma, entrò nella fase terminale del lento e lungo processo di maturazione della sua conversione a Cristo. Zoller si era recato da Pio XII per chiedere l’aiuto vaticano nella raccolta dei 50 chili d’oro che Herbert Kappler aveva preteso dalla comunità ebraica romana. Gli ebrei romani erano riusciti a raccoglierne 35. Ne mancavano ancora 15. Papa Pacelli diede immediato ordine di spogliare alcuni altari vaticani per racimolare l’oro ancora mancante. Ma poi non fu necessaria la consegna di quei gioielli d’arte perché, secondo quanto ha testimoniato il cardinal Nogara, Zoller tornò in Vaticano qualche giorno dopo per ringraziare e far presente che l’oro mancante era stato già procurato da “comunità cattoliche” dell’Urbe. Ma, come lo stesso rabbino capo lasciò scritto nella sua autobiografia, quel gesto di carità di Pio XII lo convinse ancor di più che l’Ebreo del quale Pacelli si diceva Vicario in terra fosse per davvero il Messia di Israele.

Tra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare

Quello di Natoni non fu affatto un caso isolato.

La storia sa essere imprevedibile e non si lascia costringere in nessun schematismo, costruito ad arte affinché possa essere usata per scopi strumentali di natura politica o di altro genere.

Ai fascisti antisemiti e fanatici come Interlandi, Preziosi, Koch ed altri, che erano una mal sopportata minoranza, si contrapponevano molti fascisti, anche nel periodo della Repubblica Sociale, i quali si prodigarono per la salvezza degli ebrei.

Tra le centinaia di migliaia di giovani che si arruolarono nelle Forze Armate della Rsi c’era una cospicua presenza di ebrei.

«… gli italiani, nei riguardi del popolo ebraico, non hanno alcuna colpa da farsi perdonare (…) – sono parole di un testimone diretto dei fatti, Bruno Casalbono – Nella mia Compagnia, in Rsi, composta da 110 Granatieri di Sardegna, tre erano ebrei, in divisa come noi, armati come noi, che combattevano come noi e con noi (…). Gli ebrei che hanno dimenticato il bene ricevuto dalle Autorità fasciste, stanno al gioco soffiando sul fuoco acceso da chi ha molto da perdere» (19).

Tra le truppe repubblichine, stando alla testimonianza di Gregorio Misciattelli, ex ufficiale della “Legione ‘M’ d’assalto Tagliamento”, c’erano diversi giovani di origine ebraica. Il caso forse più singolare fu quello del tenente Karl Reier, ebreo austriaco rifugiatosi in Italia dopo l’Anschluss. Diventato cittadino italiano, si  arruolò nell’aviazione nella quale operavano diversi ufficiali ebrei senza che nessuno se ne desse peso, anche dopo le leggi razzali (20).

Abbiamo già ricordato Perlasca e Palatucci. Possiamo aggiungere anche Guelfo Zamboni, console a Salonicco, e Guido Leto, già capo dell’Ovra. Si tratta di alcuni tra i fascisti che con la loro opera di salvataggio degli ebrei hanno testimoniato che l’antisemitismo non era nelle corde del fascismo.

Ma i casi più sorprendenti sono proprio quelli di personaggi notori per il loro fanatismo ideologico spinto fino al filo-nazismo, come Roberto Farinacci, e quello di alcun collaboratori de “La Difesa della Razza” di Interlandi, come Giorgio Almirante, futuro segretario del Msi.

Roberto Farinacci, personaggio tra i più fanatici del fascismo estremista, nascose nella sua tipografia due ebrei: Emanuele Tornagli e la signora Iole Foa.

Giorgio Almirante, ex Capo di Gabinetto del Ministro Mezzasoma, nel periodo 1944-1945 nascose e salvò la famiglia dell’ingegner Emanuele Levi, nonostante che sulla rivista razzista di Interlandi avesse scritto, nel 1942, cose come questa: «Il razzismo ha da essere cibo di tutti e per tutti, se veramente vogliamo che in Italia ci sia, e sia viva in tutti, la coscienza della razza. Il razzismo nostro deve essere quello del sangue, che scorre nelle mie vene, che io sento rifluire in me, e posso vedere, analizzare e confrontare col sangue degli altri. Il razzismo nostro deve essere quello della carne e dei muscoli; e dello spirito, sì, ma in quanto alberga in questi determinati corpi, i quali vivono in questo determinato Paese; non di uno spirito vagolante tra le ombre incerte d’una tradizione molteplice o di un universalismo fittizio e ingannatore. (…).Altrimenti finiremo per fare il gioco dei meticci e degli ebrei; degli ebrei che, come hanno potuto in troppi casi cambiar nome e confondersi con noi, così potranno, ancor più facilmente e senza neppure il bisogno di pratiche dispendiose e laboriose, fingere un mutamento di spirito e dirsi più italiani di noi, e simulare di esserlo, e riuscire a passare per tali. Non c’è che un attestato col quale si possa imporre l’altolà al meticciato e all’ebraismo: l’attestato del sangue» (21).

Questi passi dello scritto di Almirante sono stati citati in Parlamento dal piddino Emanuele Fiano, che si ritiene un energico vindice della giustizia e della verità storica. Ma che in realtà ha dimostrato, all’epoca della sua citazione come anche più di recente, di essere soltanto uno strumentalizzatore, a fini politici, della storia. Perché se Fiano avesse avuto davvero a cuore la verità storica avrebbe citato quel riprovevole scritto di Almirante contestualmente ricordando quanto Almirante fece per salvare la famiglia dell’Ingegner Levi (22).

Sfugge all’on. Fiano, ed a tutti gli strumentalizzatori della storia a scopi di polemica politica, che, dalla documentazione, emerge la realtà di molti tra i fascisti italiani, più esposti alle sirene razziste ed antisemite d’oltralpe, che all’atto pratico seppero rigettare le loro teorizzazioni razziali e, di fronte al crimine, prenderne le distanze per iniziare un percorso di revisione ideologica.

Tra il dire ed il fare c’è sempre di mezzo il mare.

Luigi Copertino

 ADDENDUM;

“Credevo di offrire un articolo di buona divulgazione storica, giudicato tale da un importante storico citato nel corpo dello stesso, con la speranza di suscitare una profonda riflessione nei lettori e contribuire a sottrarli alle argomentazioni storicamente false imposte dal dibattito mediatico-politico in corso. E sicuramente per molti è stato così. Devo purtroppo constatare, dal tono subculturale dei commenti fin qui postati (salvo quello di Giuseppe), che è troppo difficile e faticoso per alcuni fare uno sforzo di elevazione intellettuale. Costoro, nella loro incapacità di volare oltre il rasoterra, sono strumentali al potere globale per il quale essi sono preziosissimi da additare come esempi di populisti razzisti e fanatici e continuare, così, a vincere facile.

Luigi Copertino”

NOTE

  1. Cfr. Franco Cardini in Minima Cardiniana 197/2 22 gennaio 2018 “Quel che si dice del Duce” in www.francocardini.it .
  2. Cfr. Emilio Gentile “Mussolini contro Lenin”, Laterza, Bari-Roma, 2017, in particolare pp. 164-173.
  3. Cfr. Aleksandr Solženicyn “Due secoli insieme”, Controcorrente, Napoli, 2007.
  4. Del resto solo più tardi e molto lentamente Mussolini comprese, per alcuni fino ad una conversione in articulo mortis, la fede cristiana. Ancora a regime impiantato, Mussolini, in procinto del Concordato, parlava del Cristianesimo come di una “setta ebraica” che aveva avuto successo solo perché aveva incontrato Roma, diventando una religione universale.
  5. Il marxismo altro non è che una delle espressioni storiche dell’“eritis sicut Dei” ossia della primordiale tentazione faustiana dell’uomo di ergersi a “dio di sé stesso”, con tutte le tragiche conseguenze che la storia pratica dell’ideologia comunista ha svelato. Ed è per questo che esso è nemico in sé della Metafisica e quindi di ogni Religione tradizionale, il Cristianesimo come l’Ebraismo o l’Islamismo. Nemico non meno dell’altra espressione del faustismo moderno ovvero il capitalismo, il libero mercato, la “società aperta” del nichilismo compiuto.
  6. Cfr. Karl Marx – Friedrich Engels “Opere scelte”, Editori Riuniti, Roma, 1966, pp. 104-106. Giano Accame in ordine all’antiebraismo marxista ha scritto: «(sussisteva) … una tradizione di antisemitismo socialista. (…). Già dalla scuola di Fourier partirono … le prime puntate contro l’affarismo ebraico, destinate a ripetersi in Proudhon e … in Marx, che pure discendeva da un’antica famiglia rabbinica: ma il padre si era fatto protestante, per indifferenza religiosa e patriottismo tedesco (…). Marx … era andato molto oltre … sulla via dell’antisemitismo, negando un’identità etnico-religiosa agli ebrei fuori del culto del denaro. Legato alla figura paterna, Marx risolveva in tal modo anche una delicata questione di famiglia giustificandone l’abbandono non d’un vero Dio, che per lui era un’invenzione, una soprastruttura, ma dell’antisociale Dio denaro. Nella demonìa del denaro, condizione esistenziale non necessariamente legata alla figura dell’ebreo, Marx aveva individuato meglio che nella lotta di classe la più profonda natura del mondo moderno e, paradossalmente, della secolarizzazione per cui (pur) si batteva …». Cfr. Giano Accame “Ezra Pound economista – contro l’usura”, Settimo Sigillo, Roma, 1995, pp. 96-98.
  7. Cfr. Eugenio Zolli “Prima dell’alba – autobiografia autorizzata”, San Paolo, Milano, 2004, pp. 176-175. «Un giorno venne da me – scrive Zolli – una rappresentanza di povera gente per lagnarsi con me: “Da anni abbiamo vissuto, mantenendoci, assieme alla famiglia, con la vendita di cartoline illustrate sui nostri carretti che piazzavamo agli angoli delle vie più frequentate. Ora ci cacciano via perché siamo ebrei”. “State tranquilli, cercherò di aiutarvi e pregate il Signore che aiuti me”. All’indomani dopopranzo andai dal ‘gerarca’ (di mattina era occupato, quale alto funzionario del Ministero di Grazia e Giustizia). Mi ricevette con molta cortesia e ci stringemmo la mano senza il saluto fascista. Ebbi l’impressione di avere a che fare con una persona mite e buona (…). “Commendatore – gli dissi – sono venuto a proporle la fondazione di una società per azioni”. “Si tratta di una cosa redditizia?” mi domandò, avendo compreso trattarsi di uno scherzo. “Le azioni – dissi – sono buone e redditizie, se non in questo mondo, certo però nel mondo dell’al di là”. “Sono cattolico credente e la cosa mi interessa. Chi sarebbero i primi azionisti?”. “Lei e io”. “A cosa mira la nuova società?”. “A ridare ai poveri ebrei del ghetto la possibilità di vendere le loro cartoline illustrate”. “E’ questione di disciplina di Partito. Non posso far nulla”. “Comprendo – dissi –: disciplina è di regola sinonimo di giustizia; ma lei sa troppo bene che in Italia il Ministero si chiama: di Grazia e di Giustizia. Come in religione, così nella vita sociale la grazia deve precedere la giustizia. Prima trovi con l’aiuto del suo buon cuore il modo di mitigare la cosa, e poi praticheremo la giustizia”. Qualche altra obiezione e poi la conclusione. “Dica loro, come consiglio suo, di non star fermi per delle ore sullo stesso posto. Dopo due orette passino da un posto all’altro. Al resto ci penserò io”. “Ho capito – gli dissi fissandolo nei suoi occhi –, noialtri ebrei, anche in fatto di vendita di cartoline, dobbiamo essere ‘erranti’”. Il gerarca mi strinse fortemente la mano e mi accompagnò personalmente, attraverso tutti gli uffici, sino al pianerottolo delle scale. Dopo qualche giorno lo incontrai in strada. Era in compagnia. Questa volta non ci salutammo».
  8. Cfr. Andrea Giacobazzi “L’Asse Roma-Berlino-Tel Aviv – I rapporti internazionali delle organizzazioni ebraiche, dell’organizzazione sionista e del movimento sionista revisionista con l’Italia fascista e la Germania nazionalsocialista”, Il Cerchio, Rimini, 2010.
  1. Il consenso nei confronti del regime fascista raggiunse in quegli anni il punto più alto. Italo Balbo, quadrunviro e trasvolatore oceanico, ne approfittò per suggerire al duce di indire libere elezioni il cui esito avrebbe legittimato il regime. Roberto Farinacci, fanatico intransigente del fascismo più estremista, sperò fosse giunto il momento opportuno per eliminare definitivamente la monarchia. In questo scenario di trionfo interno ed estero molti antifascisti o semplicemente a-fascisti, sia intellettuali che politici, come Croce, Orlando, Albertini, Arturo Labriola, abbandonarono la pregiudiziale riconoscendo che il fascismo si stava incamminando per strade inedite. In questo clima, i comunisti decisero di elaborare una nuova strategia, basata sull’affinità che il movimento marxista poteva rintracciare con il programma sansepolcrista del 1919. Una strategia tesa ad un’inedita alleanza tra camerati e compagni per combattere insieme la borghesia e il capitalismo nazionale ed internazionale. Questa strategia, sulla quale nel dopoguerra il Pci stese un velo per non dover ammettere quanto non si doveva ammettere, sarà pubblicizzata proprio da “L’appello ai fratelli in camicia nera”, nel quale era, tra l’altro, scritto: «[…] La causa dei nostri mali e delle nostre miserie è nel fatto che l’Italia è dominata da un pugno di grandi capitalisti, parassiti del lavoro della Nazione, i quali non indietreggiano di fronte all’affamamento del popolo, pur di assicurarsi sempre più alti guadagni, e spingono il paese alla guerra, per estendere il campo delle loro speculazioni ed aumentare i loro profitti. Questo pugno di grandi capitalisti parassiti hanno fatto affari d’oro con la guerra abissina; ma adesso cacciano gli operai dalle fabbriche, vogliono far pagare al popolo italiano le spese della guerra e della colonizzazione, e minacciano di trascinarci in una guerra più grande. Solo la unione fraterna del popolo italiano, raggiunta attraverso alla riconciliazione tra fascisti e non fascisti, potrà abbattere la potenza dei pescicani nel nostro paese e potrà strappare le promesse che per molti anni sono state fatte alle masse popolari e che non sono state mantenute. (…) I comunisti fanno proprio il programma fascista del 1919, che è un programma di pace, di libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori […]. FASCISTI DELLA VECCHIA GUARDIA! GIOVANI FASCISTI! Noi proclamiamo che siamo disposti a combattere assieme a voi. LAVORATORE FASCISTA, noi ti diamo la mano perché con te vogliamo costruire l’Italia del lavoro e della pace, e ti diamo la mano perché noi siamo, come te, figli del popolo, siamo tuoi fratelli, abbiamo gli stessi interessi e gli stessi nemici, ti diamo la mano perché l’ora che viviamo è grave, e se non ci uniamo subito saremo trascinati tutti nella rovina […] ti diamo una mano perché vogliamo farla finita con la fame e con l’oppressione. È l’ora di prendere il manganello contro i capitalisti che ci hanno divisi, perché ci restituiscano quanto ci hanno tolto […]. Il testo, insieme a Palmiro Togliatti, fu firmato da oltre sessanta dirigenti del PCdI. In esso era espressamente richiamato il programma, di sinistra, dei Fasci di Combattimento del 23 marzo del 1919, elaborato da Mussolini insieme a sindacalisti rivoluzionari, socialisti interventisti, anarchici, futuristi. L’appello dei comunisti era inteso a porre fine alla dolorosa spaccatura che, nell’ottobre del 1914, l’uscita di Mussolini dal Partito Socialista aveva prodotto all’interno della sinistra italiana, per unire, dopo le divisioni, gli italiani in un unico blocco popolare, proletario e piccolo-borghese, opposto al grande capitale e alla grande borghesia. Togliatti riprendeva così la lezione di Antonio Gramsci che, nel 1926, aveva già compreso che il fascismo non era una reazione capitalistica perché la “rivoluzione delle camicie nere” aveva una base sociale essenzialmente proletaria e piccolo borghese, tale da minare le fondamenta medesime dell’ordine sociale ed economico capitalista mediante la rivendicazione del ruolo dello Stato, attraverso il corporativismo, nell’economia e nella società. Non a caso Gramsci era un abbonato ed attento lettore di “Critica fascista”, la rivista intellettuale di Giuseppe Bottai ed aveva per quest’ultimo ed il suo sogno di una democrazia sociale corporativa grande apprezzamento. I “fratelli in camicia nera” erano davvero tali in una prospettiva rivoluzionaria. La strategia comunista del 1936 era, certo, animata anche da una evidente dose di opportunismo politico, non era però del tutto campata in aria. Infatti, gli anni successivi alla proclamazione dell’Impero saranno gli anni della battaglia anti-borghese che, pur ufficialmente relativa ai costumi, preludeva al terzo tempo dell’azione fascista. Il periodo 1937-1943 sarà caratterizzato dall’attacco alla borghesia, al capitalismo, e dalle proclamazioni della necessità di “andare verso il popolo”, che dietro l’apparente retorica nascondevano l’inizio di un processo normativa che dalla costituzione dell’Iri, attraverso la Legge bancaria del 1936, sarebbero giunti fino ai provvedimenti sulla socializzazione delle fabbriche emanati nella RSI. Mentre questi ultimi saranno subito aboliti dal CLN, senza che i comunisti si opponessero, in obbedienza alla volontà americana, le grandi riforme strutturali dell’economia italiana, quelle di Beneduce e di Menichella, appunto l’Iri e la Legge bancaria, che aveva pubblicizzato il sistema creditizio nazionale, sarebbero sopravvissute al fascismo per diventare, unite all’Eni di Enrico Mattei, che nasceva nel dopoguerra sul tronco dell’Agip, azienda di Stato creata dal regime, l’apparato fondamentale che permise il decollo industriale italiano ed il “miracolo economico” tra gli anni ’50 e ’60.
  1. Alla luce delle critiche mosse da Anna Foa, può ben dirsi che questa pretesa dell’esibizione di prove scritte in casi come quello del Palatucci, o come quello della presunta mancanza dell’ordine scritto di Pio XII per l’apertura dei conventi agli ebrei, dimostra l’approccio ideologico di certi storici israeliti, come il Sarfatti, che tradiscono motivazioni strumentali e difetto di metodo.
  2. Cfr. Vittorio Pavoncello “La storia del fascista che salvò tutti gli ebrei che poteva. Solo perché era giusto” in Huffington Post, 15 ottobre 2015.
  3. Cfr. Meir Michelis “Mussolini e la questione ebraica”, pag. 377, citato in Filippo Giannini “R.S.I.: scomode verità e squallide menzogne” 28/04/08, reperibile sul web.
  4. Cfr. Renzo De Felice “Mussolini l’alleato”, Einaudi, Torino, 2008, pag. 60.
  5. Citato da F. Giannini “R.S.I.: scomode verità e squallide menzogne”, op. cit..
  6. Citato da F. Giannini “R.S.I.: scomode verità e squallide menzogne” op. cit..
  7. Cfr. F. Giannini “R.S.I.: scomode verità e squallide menzogne”, op. cit..
  8. Ci sono prove testimoniali di questa decisione, dal mettere in opera la quale il führer fu successivamente trattenuto per le evidenti maggiori difficoltà che si sarebbero create nei Paesi cattolici europei sotto occupazione militare tedesca, oltre che nella stessa Germania tra i cattolici tedeschi.
  9. Cfr. Pierre Blet, “Pio XII e la Seconda Guerra Mondiale”, San Paolo, Milano, 1999.
  10. Cfr. Bruno Casalbono, sul periodico Oltre, del febbraio 1993. Ora in F. Giannini “R.S.I.: scomode verità e squallide menzogne” op. cit..
  11. Cfr. F. Giannini “R.S.I.: scomode verità e squallide menzogne” op. cit.. Del resto la “purezza razziale” era beffeggiata nella stessa Wermacht. Il “soldato tedesco ideale” che la rivista “Signal” mostrò in copertina, una immagine rimasta famosa e riprodotta in tutti i testi del mondo che si occupano di storia del nazismo, era il tedesco di origini ebraiche Werner Goldberg. Nella Wermacht combattevano non meno di cinquantamila tedeschi con sangue ebraico nelle vene. Cfr. B. M. Rigg “I soldati ebrei di Hitler: la storia mai raccontata delle leggi razziali naziste e degli uomini di origine ebraica dell’esercito tedesco”, Newton Compton, 2004.
  12. Cfr. “Razzismo: ecco cosa scrisse Almirante”, Corriere della Sera 28 maggio 2008.
  13. Almirante stesso ancor in vita, del resto, pubblicamente ha ripudiato quel suo articolo, insieme a tutta la fase della sua collaborazione con “La Difesa della Razza”. Forse anche per questo, il segretario del Msi impresse al suo partito un indirizzo filo-israeliano ed antipalestinese, contestatissimo all’interno di quel gruppo politico, e inviò, negli anni ’70, i militanti missini, guidati dal poco rassicurante Caradonna, a difendere la sinagoga ebraica assaltata dagli estremisti comunisti extraparlamentari, ottenendo un pubblico ringraziamento dal rabbino capo.

 

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