Roberto Pecchioli
Si parla spesso, a proposito dei veri protagonisti di eventi e retroscena, di Deep State,
ovvero di Stato profondo. Il termine designa, oltre agli apparati segreti, le alte burocrazie
pubbliche e la struttura militare degli Stati, un potere permanente, sovrastante, fatto di
intrecci tra interessi privati, organi degli Stati e delle organizzazioni transnazionali. Ci si
riferisce in genere all’apparato di governo, direzione, alta amministrazione, nonché ai
servizi riservati degli Stati Uniti. E’ quindi importante sapere di più sul grumo di potere –
opaco ma sempre meno occulto- che dirige le nostre vite e orienta l’azione dei poteri visibili
e dei governi, nel disprezzo della volontà popolare e delle procedure della democrazia
formale. Per vederci più chiaro, riconoscere maschere e volto del potere è utilissima la
recente pubblicazione di Deep State, anatomia del potere invisibile americano. Il merito è
della giovane, dinamica, casa editrice Imprimere; l’autore è un insider dei circoli riservati
americani, Mike Lofgren, a lungo alto funzionario del parlamento di Washington. Il libro si
avvale della prestigiosa prefazione di Lucio Caracciolo, esperto di geopolitica , direttore di
Limes, la rivista più autorevole del settore, e dell’ottima traduzione di Giorgia Durigon.
Lofgren è un liberal avverso alle destre americane ma estraneo agli ideologismi della
sinistra. Ci conduce con sapienza negli arcana imperii e nei meandri di Washington, a cui
gli statunitensi aggiungono inevitabilmente l’acronimo D.C. – District of Columbia-
oppure chiamano direttamente The District. La capitale in cui è concentrato il Deep State
governativo, non l’intera struttura oligarchica americana. Un potere sostanzialmente
immobile, impermeabile ai cambi di governo – Lofgren ammette che gli Usa sono dominati
da un monopartitismo di fatto diviso in fazioni – fortemente conservatore di se stesso, a
cui si accede per cooptazione o per designazione ereditaria. Il paragone del libro è con la
gabbia di ferro descritta da Max Weber, la struttura con cui la società moderna si organizza
secondo criteri di efficienza, calcolabilità e controllo tecnico, una struttura autoreferenziale
fatta di mercati capitalistici, leggi formali e rigidi apparati burocratici.
Ne fanno parte i vertici del complesso militare e industriale su cui puntava il dito come
pericolo per la democrazia già il presidente Eisenhower nel 1960, gli esponenti delle
maggiori agenzie di sicurezza federali ( CIA, National Security Agency, il potente DHS, Il
Department of Homeland Security responsabile della sicurezza pubblica, della protezione
del territorio nazionale, dell’immigrazione e della cybersicurezza) oltre ai vertici del
Dipartimento di Stato (il ministero degli esteri) e della difesa. Sono a pieno titolo membri
del Deep State i giganti di Silicon Valley – Google, Facebook, Apple, Microsoft, Starlink,
Palantir- e naturalmente, con funzioni apicali, Wall Street, la cupola finanziaria mondiale.
A questi poteri forti Lofgren, con innegabile coraggio, aggiunge il sistema giudiziario Usa e
settori della criminalità organizzata. Il Deep State è nientemeno che “la grande storia del
nostro tempo. È il filo rosso che collega la guerra al terrorismo e la militarizzazione in
politica estera, la finanziarizzazione e la deindustrializzazione dell’economia americana,
l’ascesa di una struttura sociale plutocratica che ci ha dato come risultato la più diseguale
società dell’ultimo secolo e la disfunzione politica che ha paralizzato il governo
quotidiano”.
Gran parte del Deep State ufficiale ha sedi fisiche in Massachusetts Avenue, Washington
D.C., la strada dei grandi lobbisti, e in Madison Avenue, regno dei mercanti di armi e
dell’industria bellica. Un mondo che è ben più di un establishment; piuttosto una cultura
totalizzante, un ambiente “ imperiale” che risponde a logiche, linguaggi, riti che Lofgren
riconosce e giudica dall’interno di Beltway, l’autostrada che circonda Washington e
racchiude il nucleo centrale di quel potere globale, riservato e trasversale che chiamiamo
Deep State. Nato nel dopoguerra, espressione compiuta del “secolo americano”, della sua
arroganza ma anche delle sue paure, sviluppato soprattutto dagli anni Settanta con
l’espansione di alcuni suoi rami esterni come le ONG (Organizzazioni Non Governative) e
le Fondazioni miliardarie, ampiamente favorite dal punto di vista fiscale, espressioni
dirette delle agenzie governative, dei servizi segreti e delle grandi dinastie industriali e
finanziarie.
Il Deep State garantisce continuità tra le varie amministrazioni politiche, persino tra Bush
e Obama, inizialmente riluttante ma in seguito fedele esecutore del programma dello Stato
profondo. Dal punto di vista finanziario, il Deep State maneggia somme ingentissime del
bilancio federale, difficili perfino da quantificare, in larga misura opache e non
rendicontate, oltre agli incalcolabili apporti del sistema privato. Serve a tenere tutto e tutti
sotto controllo, a organizzare operazioni coperte di ogni tipo nel mondo, compresi colpi di
Stato e guerre, appoggiate dalle seicento basi militari Usa, dalla sudditanza di governi
stranieri, dall’immensa influenza delle istituzioni finanziarie, il cui potere si è dilatato dagli
anni Novanta dopo la fine del comunismo sovietico e la sensazione di onnipotenza che
pervase gli Usa, unica superpotenza rimasta. Ovvio il legame a doppio filo con il
Pentagono, sede del dipartimento della difesa, e l’inesausta attività di lobby nei confronti
di deputati e senatori, a cui il Deep State predispone spesso discorsi parlamentari e
interventi pubblici. Il carburante è il denaro, unito al ricatto. Sanno, controllano, filmano,
presentano il conto.
Il Deep State è al centro di tutti i progetti di controllo e sorveglianza degli ultimi decenni,
in alleanza con Silicon Valley; controlla largamente Internet, possiede le chiavi del flusso
mondiale di informazioni. Il Deep State è la realizzazione concreta del Panopticon di
Jeremy Bentham, il sistema di controllo radiocentrico che, come dice il nome, tutto vede.
Prevede, organizza, determina. La segretezza è un fondamento di questo super Stato che si
vuole invisibile. Non così facile in un sistema il cui obiettivo è monitorare e governare il
mondo intero, comprendente dalle seicento alle ottocentomila persone in possesso della
TS/SCI , “la Top-Secret/Sensitive Compartmented Information clearance, l’ abilitazione
che dà la possibilità di avere accesso a informazioni compartimentate e di tipo
segretissimo. “ L’attendibilità delle informazioni del libro sono garantite proprio dal fatto
che Lofgren stesso detiene l’abilitazione TS/SCI a livello elevato.
Non sorprende la rivelazione che il Deep State controlla anche il sistema Swift (Society for
Worldwide Interbank Financial Telecommunication) , la rete globale di comunicazione
attraverso messaggi criptati che permette – o impedisce !- i trasferimenti di denaro. Anche
l’operazione che portò all’uccisione di Gheddafi nel 2011, conferma Lofgren, benché
affidata a francesi e britannici, fu farina del sacco del Deep State Usa, preoccupato di
stroncare sul nascere il progetto di moneta africana con la quale regolare il pagamento di
prodotti petroliferi. Un tentativo che aveva già condotto alla rovina Saddam. Ricordiamo la
provetta brandita da Colin Powell all’ONU, piena, a suo dire, di letali sostanze chimiche in
possesso dell’Iraq. Importantissima è la cooptazione nel Deep State dei leader tecnologici,
Peter Thiel il presunto umanista, ammiratore dell’ultraliberista Ayn Rayn, Musk e Gates.
Tipicamente americana è la venerazione della ricchezza: il Deep State è il massimo
guardiano della plutocrazia. Il libro offre ampi esempi della complicità della Corte
Suprema con le grandi corporations, le multinazionali, i fondi d’investimento e l’ industria
militare. Una subordinazione estesa riguarda al Congresso e al Senato, spesso ventriloqui
degli interessi del Deep State e del sistema “corporativo” che paga le campagne elettorali.
Laddove vince un potere permanente ancorato agli interessi militari, finanziari ed
economici, in cui sono i massimi potentati privati a finanziare la politica, realizzando il
“capitalismo corporativo”, poco conta la volontà popolare, teoricamente rappresentata al
Congresso. Così si esprime Lofgren: “mentre i politici si impegnano in altisonanti discorsi
sul lavoro, la fede, la famiglia e via dicendo, dall’altra parte, quando le cose si spostano
dagli eterei slogan a politiche più specifiche, non cercano di identificarsi con i bisogni della
maggioranza, se non per quei desideri che casualmente combaciano con le preferenze di
coloro che stanno coprendo il conto con le loro finanze. Così ogni volta la posizione favorita
dalle élite alla fine prevale. “
I politici non smettono di essere agenti del Deep State alla fine del mandato: personaggi
come Hillary Clinton incassano 200 mila dollari a ogni intervento pubblico o conferenza.
Possono schierarsi contro gli ufficiali pagatori? Le ossessioni del Deep State sono il
controllo della società e dei singoli oltreché la segretezza, autentiche psicopatie collettive di
un sistema spesso disfunzionale, attraversato da lotte intestine, carrierismi, ricatti. Se la
diagnosi del libro è precisa quanto impietosa, meno convincente è la via d’uscita
prospettata dall’autore. Un sistema come quello del Deep State, difeso senza riguardo per
omicidi e guerre, non può essere sconfitto con medicine blande o appelli a politiche
migliori. Lofgren chiede di eliminare il denaro privato dalle elezioni : un’illusione, giacché
il Deep State è anche lobby, influenza sui massimi livelli politici. Ancora meno realistica è
la proposta di ridimensionamento degli apparati di intelligence.
Deep State Anatomia del potere invisibile americano, merita di essere letto anche per la
mole di informazioni, di analisi storica, perfino di aneddotica relativa alle oligarchie Usa.
Getta luce sull’ invisibilità di cui ama circondarsi il potere vero, smascherando i
protagonisti, l’ideologia, le relazioni e l’ impianto reticolare che da Washington D.C.
raggiunge le numerose province dell’impero a stelle e strisce. Allo scopo di dominare,
controllare, sorvegliare tutto e tutti. E durare per far durare l’impero a stelle e strisce: la
persistenza degli aggregati descritta