Lettera all’opposizione

Siamo realisti. Esigiamo l’impossibile!

 

di Roberto Pecchioli

Un amico ci invita a scrivere, per fine anno, una lettera all’opposizione. Qualcosa come L’anno che verrà di Lucio Dalla: caro amico ti scrivo così mi distraggo un po’, e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò. No, non funziona: il finale è disperante: l’anno che sta arrivando tra un anno passerà, io mi sto preparando, è questa la novità. Per di più, l’amico chiede di rivolgerci all’opposizione. Strano concetto, invero, per il quale non restano che i versi del Metastasio: che vi sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa. Nell’anno più drammatico da tre generazioni, all’alba di cambiamenti epocali riassunti dalla formula del Grande Reset, ancora nel pieno della tempesta perfetta scatenata dal Covid 19, cercare l’opposizione politica italiana, dirle qualcosa e farsi ascoltare è impresa titanica.

Il primo ostacolo è che occorre un indirizzo, un numero civico, almeno una email con tanto di chiocciola. Ci scusi l’amico, ma temiamo di non farcela: non conosciamo il nome e neppure l’indirizzo dell’opposizione. Qualcuno ci dà di gomito – cautamente, per via del distanziamento – e suggerisce che l’opposizione, in Italia, è la destra politica. Avrà ragione, c’è sempre chi ne sa più di noi, ma ci teniamo i nostri dubbi. Per far contento l’amico, mettiamo sulla busta virtuale un indirizzo altrettanto virtuale: via dei Matti, numero zero. Ricorderete la suggestiva canzone per bambini di Sergio Endrigo: era una casa molto carina, senza soffitto senza cucina. Era bella, bella davvero, in Via dei Matti numero zero. Evocava l’utopia, profumava di speranza ed era, in fondo, assai realista. Per essere realisti al tempo del virus e del Grande Reset, bisogna esigere l’impossibile, come sapeva un’icona di ieri, Che Guevara, uno che aveva orribili difetti ma combatté davvero, altro che gli odierni leoni da tastiera.

Realisti, esigiamo l’impossibile: che nasca in Italia un’opposizione. Come, osserverà il lettore, non esiste già uno schieramento – chiamato centrodestra – che rappresenta l’opposizione, ha centinaia di deputati, governa regioni e città e si prepara a sostituire il governicchio giallo fucsia?  La tesi che difendiamo a spada tratta è che in Italia non esiste una vera opposizione politica. Quella che c’è è l’altra faccia della medaglia, l’opposizione di Sua Maestà, che non è il re, ma un potere più imponente e pervasivo di qualsiasi regno e impero, finanza più tecnologia, più comunicazione più, novità dell’annus horribilis 2020, dittatura sanitaria. A che cosa si oppongono, infine, il signor Salvini– reduce dalla festa della famiglia Rothschild- recentemente convertito (un altro!) alla rivoluzione liberale o la signora Meloni che ha imbarcato sul naviglio dei Fratelli d’Italia ogni sorta di sopravvissuti della politica, oves et boves et universa pecora?

Non parliamo del vecchio Silvio e della sua truppa di distinti signori e damazze borghesi dal pingue conto in banca, pilastri della società, di questa società. A sinistra, silenzio imbarazzato: nessuna opposizione sociale in nome dei poveri, il popolo, come si diceva in un tempo così lontano che sembra un’altra vita. Tranne qualche raro superstite comunista, l’universo ex rosso è pieno di conversi, fedeli adepti alla religione globalista, liberale, liberista, libertaria, progressista, multiculturale. Opposizione a che, dunque, se tutti condividono il medesimo orizzonte, se, per dirla tutta, sono sullo stesso libro paga dei padroni del mondo?

Certo, sappiamo bene che il centrodestra, sovranista la domenica, europeista gli altri giorni, atlantista h. 24, ovvero servo devoto dei padroni d’oltreoceano, anch’esso liberale e liberista, solo un briciolo meno progressista del suo deuteragonista, riuscirebbe a fare meglio degli attuali governanti in conto terzi. Misera consolazione avere un quoziente intellettivo superiore alla banda di dilettanti allo sbaraglio in carica, pericolosissimi per conclamata inettitudine. Il fatto è che le opposizioni di centrodestra – non solo in Italia- aspirano esclusivamente a sostituire un grumo di potere con un altro. La chiamano governance, amministrazione dell’esistente secondo regole date, intangibili e indiscutibili, ma la definizione migliore è di un intellettuale francese, Jean Paul Michéa, alternanza senza alternativa. Nessuno vuol cambiare il gioco.

Con grande senso pratico, gli scozzesi, inventori dell’economia moderna, chiamano Old Firm, la vecchia ditta, le due squadre di calcio locali rivali, Rangers e Celtic. Nemiche acerrime le tifoserie, ottime amiche, socie in affari le due società che reggono il palcoscenico sportivo scozzese. Un po’ corre il cane, un po’ il cacciatore, ma la preda, ahimè, è la stessa per entrambi: noi, l’insignificante maggioranza, i popoli. Gli uni e gli altri sono una ditta, una società per azioni in cui ciascuno interpreta una parte, che può essere scambiata tra gli attori come in una recita, ma il copione resta lo stesso. L ‘opposizione non è alternativa, ossia non ambisce a cambiare lo stato di cose esistente; è il Giano bifronte di un sistema nemico che nell’anno che muore ha gettato la maschera mentre l’ha imposta a noi, effetto placebo antivirus, simbolo potentissimo di sottomissione.

Il vecchio Carlo Marx, pessimo maestro ma cervello di prim’ordine, nell’XI tesi su Feuerbach, fu molto chiaro: si tratta di cambiare il mondo, non di interpretarlo diversamente. Che senso ha, dunque, rivolgersi all’opposizione, se Sua Maestà resta lassù, immobile sul trono, sempre più potente? Meglio tentare, con la forza della disperazione, una strada nuova. Via dei Matti, numero zero, ma sono stati i grandi sognatori a cambiare il mondo, quelli “senza tetto e senza cucina”. Realisti, poiché hanno guardato la realtà senza paraocchi, hanno sentito l’esigenza di tentare ciò che sembrava impossibile.  Non sembra il ritratto dei figuranti dell’opposizione, il cui merito principale, ripetiamo, è il confronto con quegli altri.

Siamo persuasi che in segreto ringrazino il cielo di non esserci loro nella stanza dei bottoni, al tempo in cui il morbo infuria e il pan ci manca. Avrebbero preso le stesse decisioni del carro di Tespi di Conte e Zingaretti. Gli ordini dall’alto sono uguali in tutto il mondo occidentale. I padroni universali nel frattempo hanno riassunto il controllo totale della capitale dell’impero, quell’America che aveva eletto a dispetto nel 2016 uno strano presidente, meno allineato con lorsignori, poco devoto all’agenda mondialista, Trump, lo sconfitto di novembre 2020. Povero Matteo, povera Giorgia, e che guai per il Cavaliere se fosse toccato a loro ordinare l’isolamento, chiudere le città, sprangare le attività economiche, decretare il coprifuoco, schierare poliziotti e carabinieri per controllare i movimenti del popolo che la costituzione – il libro dei sogni – chiama sovrano.

Non avrebbero potuto agire attraverso atti amministrativi come i DPCM: magistrati, costituzionalisti e giuristi si sarebbero ricordati della gerarchia delle fonti giuridiche, avrebbero invocato le garanzie dello Stato di diritto.  I giornalisti che tirano “quattro paghe per il lesso”, avrebbero scatenato le loro penne in difesa delle libertà violate. Di che stiamo parlando, dunque, cara opposizione che da venticinque anni non ti togli di dosso lo sgradevole abito di figlia di un Dio minore, che quando ti capita di raggiungere il governo non riesci ad andare al potere, ossia a realizzare un programma, non diciamo un progetto alternativo? Proclamiamo la triste verità: le destre nel sistema di potere nato dopo la fine del comunismo reale novecentesco servono soltanto a certificare l’esistenza di una pluralità di idee. Chiedono meno tasse, sono più prudenti sull’immigrazione, più cauti sui nuovi “diritti” (aborto, eutanasia, teoria di genere, bioetica, eutanasia, correttezza politica) ma mai frontalmente oppositori, mai portatrici di una visione alternativa.

Del resto, non possono: sono loro i più liberali e i più liberisti, quelli della privatizzazione del mondo. Se il potere vero affida la sua agenda alla cosiddetta sinistra, è perché più abile, più capace nella recita a soggetto (diritti, progresso, finto pluralismo). Ecco perché non abbiamo niente da dire all’opposizione, la lealissima opposizione di Sua Maestà, come recita la formula inglese, e ci asteniamo dallo scrivere una lettera che non verrebbe recapitata né letta. Figurarsi: non sentono il vento della storia che soffia, non fiatano neppure per l’abolizione del Natale, cemento della comunità, Dio, patria e famiglia in cui dicevano di credere. Non smascherano un potere che ha tutto da nascondere, perché uguali sono gli scheletri nell’armadio. Non gridano a gran voce che è finito un mondo, un’era, si fingono convinti, come gli altri, che basterà il vaccino per rimettere le cose la posto.

Il vaccino, come il balsamo di Fierabràs caro a Don Chisciotte, cura ogni malattia. O forse svela il trucco: potremo nuovamente morire di polmonite, cancro, infarto e influenza. Più grave ancora, morire d’inedia, di accidia, mancanza di speranza, il futuro che non c’è. Difficile far capire alla gente i pericoli mortali del Grande Reset, ma i morsi della fame, il disagio, l’insicurezza, la distruzione scientifica- dopo quella degli “ultimi” –  dei penultimi, ovvero della classe media, di chi si alza la mattina per lavorare e di chi non si alza più perché sa che un lavoro non lo troverà, quella sì, è purtroppo facile da capire. Il fuoco cova sotto la cenere, il malessere è troppo grande per rassegnarsi al silenzio. La scintilla può sprizzare in ogni momento e bisogna essere lì, pronti ad attizzare il fuoco, non a spegnerlo, come è nell’istinto delle destre.

Serve un briciolo di follia, bisogna essere davvero matti per stare all’opposizione, non di un governo, ma di un mondo. Bisogna prendere atto che siamo all’ anno zero, nel pieno della tormenta, nudi e senza riparo. Inutile ribadire verità indiscutibili; siamo servi dell’Europa e camerieri delle banche; abbiamo perso un quarto della capacità produttiva e regalato all’UE 113 miliardi di euro, 130 se calcoliamo la rivalutazione ISTAT. Vano rammentare la perdita di sovranità monetaria, che si è aggiunta alla privazione di quella economica – le leggi di bilancio che i governi scrivono e i parlamenti approvano sotto dettatura e ricatto- la mancanza di una politica energetica e di piani industriali. E’ al governo chi propone senza arrossire di sostituire l’ILVA, ovvero la siderurgia di una potenza industriale- con la coltivazione di mitili nel golfo di Taranto, cozze al posto di laminati.

Tutti questi drammi – potremmo aggiungere il potere della magistratura, la precarizzazione di massa, l’indolenza favorita da clientelismi di ogni tipo e dal reddito di cittadinanza, il degrado della scuola, la diffusione delle droghe, il potere della criminalità che controlla porzioni estese del territorio. Tutto vero, ma sono, alla fine, gli effetti di una causa, la morte civile della nazione. Vorremmo dire qualcosa di sinistra, come chiedeva Nanni Moretti, ossia ridare voce al disagio sociale di milioni e milioni di connazionali. E vorremmo dire anche qualcosa di destra, meno tasse per finanziare i nostri aguzzini e mantenere legioni di parassiti, più principi morali, più senso del dovere e meno vacanza collettiva dalla storia.

Un elemento permanente della condizione umana è la necessità della speranza. La maggior parte degli uomini è infelice perché sperimenta una spaccatura tra la realtà che desidera e quella che vive. Il 2020 ci ha messo davanti alla fine di molte speranze, ma ha altresì dimostrato che non erano acquisiti per sempre i diritti che credevamo di possedere, la libertà, perfino quella minima di muoverci, toccarci, comunicare, e quella di lavorare, costruire un futuro di benessere. Quello che se ne va non rimpianto è stato l’anno in cui noi, i popoli, le persone, gli uomini e le donne libere, o semplicemente normali, siamo stati vinti. Non dal virus, ma dall’immensa operazione che attorno al contagio è stata orchestrata. Nulla sarà come prima. Non lo dicono i complottisti, lo ammettono lorsignori, gli unici veri negazionisti. Nel libro Il Grande Reset di Karl Schwab, direttore del Foro Economico Mondiale, il “partito di Davos”, si ammette tranquillamente che il Covid 19 non è così letale, però è l’occasione di introdurre cambiamenti sociali senza precedenti. Molte cose cambieranno per tutti ed emergerà un mondo nuovo. Alla domanda su quando ritorneremo alla condizione pre-Covid, rispondono senza tentennare: mai.   Viviamo la realizzazione delle domande poste da George Orwell in 1984: il dominio “tecnico”, la manipolazione della natura umana e l’abolizione sistematica delle libertà.

Urge una grande battaglia, insieme di libertà e di liberazione. Siamo chiamati a organizzare una resistenza, non un’opposizione. Il diritto di resistenza è una prerogativa storica del popolo dinanzi all’ingiusto esercizio del potere. L’ingiustizia è palese: davanti a noi abbiamo la certezza dell’impoverimento, l’intrusione del biopotere nella sfera intima, la sorveglianza totale e la violazione del corpo fisico. Non ci si può limitare ad opporsi a questa o quella misura, legge o comportamento del potere, ma si deve fondare un nuovo, vigoroso, visionario, totale antagonismo. Nessuna destra, nessuna sinistra basterà: ci vorrà un fronte, una union sacrèe del popolo contro i suoi aguzzini e i loro servi.

L’alleanza non può che sorgere tra i non garantiti, quelli di oggi, ceti e categorie aggrediti dal morso del potere, dalla disoccupazione, dall’impoverimento e quelli di domani, poiché il grande reset concentrerà ulteriormente i redditi verso l’alto, schiacciando la libertà verso il basso e proibendo ogni dissenso. Ne vediamo già segni vistosi: membri della Corte Costituzionale che affermano che le libertà e i diritti si possono derogare per motivi sanitari, la repressione contro i medici non favorevoli alle vaccinazioni e non convinti della narrazione ufficiale sul virus, la stretta impressionante della mobilità, la fulminea imposizione della didattica a distanza e del telelavoro. Erano prontissimi e hanno agito senza indugio. Noi tutti ci siamo lasciati sorprendere; hanno chiuso fabbriche, uffici, negozi, scuole, vietato di vivere. Chiudono anche musei, biblioteche, cinema e teatri: hanno ragione, il vero contagio è la cultura. Hanno decretato lo stato di eccezione senza dircelo e senza utilizzare gli strumenti giuridici di garanzia di cui andavamo orgogliosi. Non fanno prigionieri, altro che opposizione, destra e sinistra, falchi e colombe.

Non resta che resistere, organizzare sacche di disobbedienza civile, far sentire al potere- il nemico – il fiato sul collo. Cambierà poco se muterà governo. Il sistema si terrà comunque ben stretti gli sgherri e gli esecutori più fedeli della sua volontà. Torchierà ancora di più la gente comune – lavoratori, piccoli e medi imprenditori, professionisti, pensionati, giovani, precari – per riservare ai ceti di servizio reddito, privilegi e spezzoni di libertà. Ha bisogno, come ogni regime, di un certo consenso e lo pagherà- più di sempre- con il nostro sangue. Non è questione di governo e opposizione, destra e sinistra, ma, ormai, di noi – il popolo- contro “loro”, i signori del denaro, della tecnologia, della comunicazione manipolata.

Nel capoverso finale del nostro Elogio dell’appartenenza (Passaggio al bosco, 2020) scrivevamo che è in atto un passaggio decisivo, un tornante della storia, in cui il primo requisito per sopravvivere e resistere è essere comunità, appartenere, cioè fare parte e fare fronte. Chiudevamo citando l’esortazione di Antonio Gramsci, intellettuale comunista, ma anche nazionale e popolare: “istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza “.