La giornalista libanese Marwa Osman dopo le immagini pubblicate dalla CBS:
“L’Iran non si è limitato a lanciare missili e droni contro le basi militari statunitensi in Asia occidentale. Sembra aver dimostrato qualcosa di ben più significativo: la capacità di individuare, raggiungere e danneggiare gravemente infrastrutture militari USA pesantemente difese, situate a migliaia di km di distanza.
E ora, alcune delle prove provengono proprio dall’interno delle forze armate statunitensi.
La CBS ha ottenuto fotografie esclusive scattate da soldati americani in servizio attivo, che mostrano ingenti danni subiti da diverse basi USA in Asia occidentale.
Le immagini documentano un colpo diretto contro un Boeing E-3 Sentry presso la base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita, con la coda del velivolo staccata dalla fusoliera carbonizzata. Altre immagini mostrano edifici, caserme e veicoli distrutti all’interno di installazioni militari statunitensi in Arabia Saudita e Kuwait.
Un soldato americano dislocato nell’area ha dichiarato alla CBS: “Si tratta di danni ingenti alle nostre basi, di cui l’opinione pubblica americana non è stata informata”.
Un altro è stato ancora più esplicito: “Non stavamo difendendo queste basi. Stavamo solo a guardare mentre venivano distrutte”.
È bene ricordare che non si tratta di affermazioni iraniane, bensì di testimonianze provenienti dal personale USA presente sul posto.
Le cifre stanno diventando inoltre sempre più difficili da occultare. Un nuovo rapporto dell’ispettore generale del Pentagono stima le perdite di equipaggiamento statunitense fino a 3,7 miliardi di dollari, inclusi quasi 60 velivoli. SESSANTA!
Il rapporto indica inoltre che il CENTCOM ha registrato attacchi iraniani che hanno colpito basi americane in Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Iraq, Oman e Giordania.
Questo aspetto è cruciale, poiché la questione non riguardava semplicemente la capacità dell’Iran di lanciare missili. L’interrogativo più importante era se tali armi fossero in grado di penetrare l’architettura militare regionale costruita attorno alle basi USA, ai sistemi di sorveglianza, alle postazioni fortificate e alle difese aeree.
Le fotografie suggeriscono che molti missili vi siano effettivamente riusciti. Ed è qui che la narrazione propagandistica dell’amministrazione Trump entra in rotta di collisione con le prove concrete sul campo.
Per anni, Washington ha presentato la propria presenza militare in Asia occidentale come un deterrente schiacciante: un’enorme rete di basi, velivoli, risorse di intelligence e armamenti avanzati progettati per garantire la “libertà d’azione” americana… che è solo un altro modo per definire occupazione e imperialismo.
Eppure, all’arrivo dei missili, persino alcune delle infrastrutture presumibilmente fortificate si sono rivelate vulnerabili.
Il tutto nonostante l’Iran fosse sottoposto da decenni a sanzioni, restrizioni tecnologiche e pressioni militari. I suoi comandanti sono stati ripetutamente assassinati, le sue infrastrutture attaccate e lo sviluppo dei suoi armamenti ostacolato.
Eppure, al momento dello scontro, i missili e i droni iraniani hanno dimostrato di poter raggiungere tutte le basi americane nella regione e, stando alle cifre del Pentagono stesso, di infliggere perdite in termini di equipaggiamento per un valore di miliardi di dollari.
Ed ecco la parte più comica. Trump ha insistito più volte sul fatto che l’Iran abbia perso. Si è persino rifiutato di definire lo scontro per quello che era palesemente: una guerra.
Ma a quanto pare, secondo la versione dei fatti di Trump, se le basi americane vengono danneggiate, gli aerei distrutti, equipaggiamenti per miliardi di dollari vanno perduti e le forze USA sono costrette a guardare le proprie postazioni andare a fuoco… beh, questo conta comunque come una vittoria.
Forse la Casa Bianca dovrebbe provare a raccontare questa storia alle fotografie, perché le fotografie hanno un’abitudine piuttosto scomoda: non hanno bisogno di un portavoce che stia lì a MENTIRE spudoratamente“.