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PERCHE’ DIETRO I FATTI DI CEUTA C’E’ ISRAELE.
L’IMMIGRAZIONE DI MASSA COME CAVALLO DI TROIA DELL’IMPERIALISMO, L’ESEMPIO DEI PIEDS NOIRS.
L’attuale crisi di Ceuta è parte della guerra sporca di Netanyahu per destabilizzare la penisola iberica.
Un’invasione preparata e messa in atto dalle autorità marocchine su mandato di Israele.
La corrotta e amorale Monarchia del Marocco ha da sempre storici e prolungati rapporti di complicità criminale con l’entità genocida sionista.
Nel 1948 quando Israele iniziò la colonizzazione delle terre palestinesi per edificare il suo fraudolento stato artificiale, i marocchini furono una delle colonne portanti dell’esproprio e della sostituzione etnica attuata dai sionisti.
La Spagna di Sanchez paga la posizione cristallina assunta contro la guerra in Iran, in cui si è rifiutata di mettere le proprie basi a disposizione degli USA, e la condanna a Israele per genocidio.
L’utilizzo cinico del fenomeno migratorio a livello geopolitico da parte dell’imperialismo è sempre avvenuto. Larghe masse di disperati vengono utilizzate in maniera sprezzante come Cavallo di Troia per destabilizzare interi territori e minarne la coesione sociale.
Per stroncare l’indipendentismo corso e le lotte sociali contro il colonialismo francese, il Governo transalpino esportò in Corsica oltre 18.000 magrebini e coloni francesi cacciati dall’Algeria dopo l’indipendenza. Un numero pari al 10% della popolazione locale.
Si trattava dei famigerati Pieds Noirs, la loro missione era disgregare la comunità e frammentare l’unità del popolo corso.
Il governo francese erogò stanziamenti e sussidi a fondo perduto ai Pieds Noirs, espropriò terre alle famiglie del posto per destinarle a loro, privilegiò sempre e comunque gli immigrati a scapito della popolazione locale.
Il loro arrivo com’è ovvio provocò forti tensioni politiche e sociali che culminarono in mesi di scontri e guerriglia urbana.
Le proteste contro i Pieds Noirs si fusero a quelle contro le discriminazioni e le ingiustizie economiche che attanagliavano l’isola, innescando la nascita del FLNC – il Fronte di Liberazione Nazionale della Corsica – una delle organizzazioni armate più potenti e longeve del Continente Europeo.
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C’è sempre la mano ebraica di quello che succedendo
Cresce la cooperazione militare tra Marocco e Israele. Negli ultimi anni, infatti, c’è stata un’accelerazione nei rapporti bilaterali tra i due Paesi, a maggior ragione dopo la normalizzazione delle relazioni diplomatiche nel 2020, mediata dagli Stati Uniti. Secondo un rapporto di Middle East Eye, alti ufficiali militari marocchini hanno avuto una serie di incontri con aziende di difesa israeliane, partecipando a riunioni strategiche e valutando l’acquisizione di tecnologie militari avanzate.
Incontri ad alto livello e accordi militari
Ad agosto 2025, una delegazione dell’alto comando dell’esercito marocchino è stata invitata in Israele dal dipartimento di ricerca e sviluppo del Ministero della Difesa israeliano. Durante la visita, aziende di punta come Israel Aerospace Industries (IAI), Sentrycs, D-Fend Solutions e Smart Shooter hanno presentato equipaggiamenti militari, tra cui droni e tecnologie anti-droni, a funzionari marocchini.
Tali incontri, organizzati sotto l’egida del SIBAT (la Direzione israeliana per la cooperazione internazionale), si inseriscono in una serie di scambi sempre più frequenti e trasparenti tra i due Paesi. A marzo, un’altra delegazione marocchina aveva visitato Israele per collaborare con Elbit Systems e Steadicopter, due aziende leader nel settore della difesa.
Pochi mesi dopo, una delegazione israeliana è stata accolta in Marocco per proseguire i colloqui. Inoltre, secondo il media marocchino Yabiladi, l’esercito di Rabat starebbe negoziando l’acquisto dei droni Harpy e Harop di IAI per un valore superiore ai 100 milioni di dollari. Parallelamente, sono stati avviati una serie di progetti di cooperazione industriale, come la costruzione di uno stabilimento di BlueBird Aero Systems a Rabat per la produzione di droni.
Un cambio di rotta nei fornitori di armi
Lo scorso febbraio, il Marocco ha scelto Elbit Systems come uno dei suoi principali fornitori di armi, scalzando la francese KNDS. Una decisione che segna un ulteriore consolidamento dei legami militari con Israele, che si affianca alla crescita del commercio bilaterale, passato da 58,3 milioni di dollari nel 2022 a 116,7 milioni nel 2023. Quanti affari.
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Ceuta, 60.000 persone davanti all’Europa: chi ha aperto quella porta?
Sessantamila persone. O, secondo le prime stime del governo spagnolo, almeno cinquantamila. Qualunque sia la cifra definitiva, una cosa è certa: quello che è accaduto a Ceuta non può essere liquidato come un normale episodio di immigrazione irregolare.
Una massa umana di queste proporzioni non compare dal nulla davanti a una frontiera internazionale. Non attraversa spontaneamente, nell’arco di poche ore, territori, strade e aree di confine senza che esistano una straordinaria capacità di mobilitazione, una rete di comunicazione e condizioni che rendano possibile lo spostamento.
Ed è proprio qui che comincia la vera domanda.
Da dove sono arrivati? Chi li ha mobilitati? Chi ha indicato loro la strada? E soprattutto: chi ha consentito che una simile quantità di persone si concentrasse davanti a Ceuta?
La città marocchina davanti alla frontiera
Il principale punto di concentrazione è stato individuato nell’area di Fnideq, la città marocchina immediatamente adiacente a Ceuta.
Da lì, migliaia di persone si sono dirette verso la frontiera. Alcune hanno tentato di superare le barriere terrestri; altre hanno cercato di raggiungere l’enclave spagnola via mare, affrontando un tratto di costa estremamente pericoloso.
Non siamo dunque davanti a un singolo episodio di attraversamento clandestino. Siamo davanti a un movimento di massa. Ed è precisamente questa dimensione a rendere insufficiente qualsiasi spiegazione semplicistica.
Chi li ha aiutati? È il punto più delicato dell’intera vicenda. Non esistono, allo stato delle informazioni disponibili, prove definitive che consentano di affermare che il governo marocchino abbia deliberatamente organizzato l’afflusso verso Ceuta.
Anzi, le forze di sicurezza marocchine sono intervenute per bloccare e disperdere i gruppi diretti verso la frontiera. Ma questo non chiude la questione. La domanda non è soltanto chi abbia materialmente accompagnato quelle persone. La domanda è anche chi abbia creato, alimentato o sfruttato le condizioni necessarie affinché decine di migliaia di individui potessero convergere contemporaneamente sul confine.
Il governo spagnolo ha indicato anche le reti di trafficanti di esseri umani come possibile elemento di organizzazione e mobilitazione.
Se così fosse, occorrerebbe capire immediatamente quali reti abbiano operato, come siano state finanziate, quali canali di comunicazione abbiano utilizzato e perché siano riuscite a muovere una quantità di persone paragonabile alla popolazione di una città italiana di medie dimensioni.
Sono domande investigative, non slogan politici.
E proprio per questo devono essere poste senza timidezze.
Il Marocco sapeva? Questa è probabilmente la domanda politicamente più scomoda. Ceuta è un’enclave spagnola completamente circondata dal territorio marocchino, con una frontiera altamente sorvegliata. Pensare che decine di migliaia di persone possano essersi concentrate nelle immediate vicinanze senza che le autorità locali ne fossero consapevoli sarebbe quantomeno difficile da sostenere. Ma essere consapevoli di un movimento di massa non equivale a dimostrare di averlo organizzato. Questa distinzione è fondamentale.
Sarebbe irresponsabile trasformare un sospetto in una sentenza. Ma sarebbe altrettanto irresponsabile evitare di porre la domanda. Perché se qualcuno ha deliberatamente lasciato crescere il fenomeno per poi utilizzarlo come strumento di pressione politica, diplomatica o territoriale, ci troveremmo di fronte a qualcosa di molto più serio di una crisi migratoria. Ci troveremmo davanti all’uso della pressione migratoria come strumento geopolitico.
Perché respingere, assistere e rimpatriare le persone rappresenta soltanto la fase finale del problema. La vera questione è capire cosa è accaduto prima che quelle persone arrivassero alla frontiera. L’Europa non può permettersi di non sapere. Se decine di migliaia di persone possono essere mobilitate in poche ore verso un confine europeo, allora l’Europa ha un problema che va ben oltre l’immigrazione. Ha un problema di sicurezza delle frontiere.
Ha un problema di intelligence.
Ha un problema di cooperazione con i Paesi di transito.
E, soprattutto, ha un problema di sovranità.
Perché una frontiera esiste soltanto se uno Stato è effettivamente in grado di controllare chi entra e chi esce dal proprio territorio.
La domanda finale, quindi, non dovrebbe essere soltanto «quanti sono arrivati?».
Dovrebbe essere:
«Come è stato possibile che arrivassero?»
E ancora:
«Chi sapeva che stavano arrivando?»
«Chi li ha mobilitati?»
«Chi li ha trasportati o indirizzati verso Ceuta?»
«Chi ha finanziato eventuali reti di trafficanti?»
E, soprattutto, «qualcuno ha deliberatamente trasformato una massa di persone disperate in uno strumento di pressione contro la Spagna e contro l’Europa?»
A queste domande non si risponde con la propaganda. Si risponde con un’inchiesta. Perché se dietro quei numeri esistesse una regia organizzata, non sarebbe semplicemente una crisi migratoria. Sarebbe un caso geopolitico di prima grandezza. E l’Europa avrebbe il dovere di scoprire chi ha aperto quella porta