Il 25 luglio, il giorno successivo alla decisione di Donald Trump di sospendere gli attacchi contro l’Iran, Zelensky e i suoi sostenitori occidentali hanno sferrato, dopo 13 giorni di bombardamenti, una grave provocazione, volta a fondere i conflitti nell’Asia sud-occidentale e in Ucraina in un’unica grande guerra mondiale. I droni ucraini hanno colpito nel Mar Caspio alcune imbarcazioni dirette in Iran, provocando un’esplosione che ha causato la morte di un membro dell’equipaggio e il ferimento di un altro a bordo di una nave mercantile. Zelensky ha annunciato con orgoglio il “successo degli attacchi”, sostenendo che le navi trasportassero carico militare dalla Russia all’Iran.
Inoltre, il presidente ad interim dell’Ucraina ha scritto su x.com che gli enti di intelligence di Kiev avrebbero condiviso con gli Stati Uniti e con altri Paesi le informazioni in loro possesso riguardo alla “sorveglianza satellitare russa” degli Stati del Golfo. Egli sostiene che esista “una chiara correlazione” tra quelle immagini satellitari e gli attacchi iraniani alle basi militari statunitensi nel Golfo e in Giordania.
Si tratta di un palese tentativo di spingere l’instabile presidente Trump a sostenere la guerra persa dall’Ucraina contro la Russia, avvelenando il dialogo tra Trump e Putin e riaccendendo le ostilità contro l’Iran. In Europa, i leader della “Coalizione dei Volenterosi” stanno giocando la stessa carta. Il pericolo di un’escalation verso una nuova guerra mondiale – questa volta nucleare – non potrebbe essere maggiore.
Un apparentemente ignaro Zelensky si è comunque recato nel Regno Unito, dove è stato il primo capo di Stato straniero ad essere ricevuto dal nuovo primo ministro Andy Burnham, prima di recarsi negli Stati Uniti per partecipare ai funerali di Lindsey Graham (cfr. SAS 29/26). I due leader hanno discusso dello sviluppo della produzione congiunta nel settore della difesa; il Regno Unito ha ora deciso di fornire all’Ucraina tecnologie di guerra elettronica per proteggere i droni.
Appena una settimana fa Zelensky ha licenziato il comandante in capo delle forze armate Oleksandr Syrsky, e appena una settimana prima aveva destituito il ministro della Difesa Federov, il “principe dei droni e della guerra elettronica” (cfr. SAS 30/26). Cambiamenti così radicali nel governo non sono apportati quando un Paese ha fiducia nella propria strategia vincente. A ciò si aggiunga il fatto che proseguono le proteste contro la leva obbligatoria e il rimpasto di governo.
Questo spiega, in parte, il folle tentativo dei burattinai del regime di Zelensky di internazionalizzare il conflitto e di costringere tutti i Paesi a decidere ora tra “il mondo unipolare dell’Occidente” e il resto del mondo.
Insieme al generale Harald Kujat, ex presidente del Comitato militare della NATO, dobbiamo chiederci se i leader europei abbiano la minima idea del grave pericolo di una guerra nucleare e delle sue conseguenze oggi (cfr. SAS 30/26).
Questi sono i temi scottanti che saranno affrontati alla tavola rotonda dell’EIR il 31 luglio, che discuterà anche della politica alternativa (cfr. sotto).
Tavola rotonda dell’EIR, 31 luglio, ore 17.00: “Risolvere la crisi migratoria attraverso lo sviluppo”
La tavola rotonda, promossa dall’EIR in collaborazione con l’International Peace Coalition, avrà inizio alle ore 17:00 italiane del 31 luglio 2026. Sono previste due sessioni: “Papa Leone e il dialogo tra le civiltà” (dalle 17:00 alle 19:00) e “La spinta allo sviluppo significa miliardi di nuovi posti di lavoro, niente profughi, niente guerra”, (dalle 19:30 alle 21:30).
I lavori saranno trasmessi in diretta su youtube.com in inglese (vedi) e in spagnolo (vedi), con interpretazione simultanea in spagnolo, tedesco e francese tramite Zoom (vedi).
Di seguito i relatori:
Helga Zepp-LaRouche (Germania): fondatrice dello Schiller Institute e direttrice dell’EIR
Roberto Amaral (Brasile): ex ministro della Scienza e della Tecnologia
Richard Falk (Stati Uniti): professore emerito di diritto internazionale, Università di Princeton
Liu Chang (Cina): portavoce dell’Ambasciata cinese negli Stati Uniti
Donald Ramotar (Guyana): ex presidente della Guyana
Mário Maurici (Brasile): primo segretario dell’Assemblea legislativa dello Stato di San Paolo
Daisuke Kotegawa (Giappone): ex direttore esecutivo per il Giappone presso il FMI
María de los Angeles Huerta (Messico): ex deputata
Diane Sare (Stati Uniti): candidata indipendente alla presidenza degli Stati Uniti
Jack Gilroy (Stati Uniti): membro di Veterans for Peace e Pax Christi
Eventuali ulteriori aggiornamenti, così come l’invito, saranno pubblicati sul sito https://eir.news.
Un monito incisivo da Teheran alla monarchia britannica
Dopo 13 notti di attacchi contro l’Iran, il 24 luglio Donald Trump ha dichiarato che avrebbe “sospeso” gli attacchi per lasciare più spazio alla diplomazia, sebbene la leadership iraniana abbia affermato che non sono in corso colloqui. Molti, tra cui il New York Times, sospettano che questa “tregua” statunitense sia dovuta più alla carenza di armi di precisione da parte degli Stati Uniti, nonché agli efficaci attacchi contro le basi statunitensi nel Golfo, che al desiderio degli americani di negoziare. Ciononostante, Trump deve affrontare crescenti pressioni interne per porre fine immediatamente alle ostilità.
Per quanto riguarda i danni arrecati alle capacità statunitensi, essi sono innegabili. Il 25 luglio il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) ha pubblicato un elenco di tutte le risorse militari statunitensi che sostiene di aver distrutto dal 17 luglio, tra cui 11 tra aerei ed elicotteri a terra, 17 droni da ricognizione e operativi, almeno tre velivoli militari in volo e 37 radar di vario tipo, oltre a vaste infrastrutture distrutte. Se le affermazioni iraniane sui radar fossero anche solo parzialmente accurate – e le immagini satellitari ne confermano molte – le forze armate statunitensi nella regione si troverebbero ora praticamente alla cieca e prive di capacità operative. Si è parlato molto di quanto sia difficile sostituire le munizioni di precisione e i missili intercettori, ma sostituire i radar avanzati è ancora più arduo.
Nel frattempo, la leadership iraniana ha anche ammonito i leader europei a non farsi coinvolgere nella guerra aiutando gli Stati Uniti o Israele. Il Regno Unito tuttavia, ha concesso a Washington l’uso delle basi sul territorio britannico per attacchi contro la Repubblica Islamica. Ciò ha portato, il 23 luglio, a un monito particolarmente severo rivolto alla monarchia britannica da parte dell’IRGC: “Avvertiamo la monarchia britannica, che è stata una delle cause principali delle sofferenze dei popoli della nostra regione e il cui bilancio include la spartizione dei Paesi islamici, massacri su vasta scala, l’imposizione di governi autoritari e, soprattutto, l’organizzazione e la direzione dell’occupazione della Palestina e la creazione della catastrofe chiamata Israele, e che ha svolto un ruolo di primo piano nella recente aggressione da parte dell’America e del regime sionista contro l’Iran, di non appesantire ulteriormente il proprio bilancio”.
A tale bilancio si possono ora aggiungere i recenti attacchi sferrati dall’Ucraina contro presunti obiettivi iraniani nel Mar Caspio. Per inciso, il territorio dell’Ucraina rientra ampiamente nel raggio d’azione dei missili iraniani.
Il braccio destro di Lula spiega il Multilateralismo all’EIR
Celso Amorim, consigliere speciale del presidente brasiliano Lula da Silva, svolge da decenni un ruolo chiave all’interno dei BRICS, sodalizio del quale il Brasile è membro fondatore, nonché nei rapporti del Brasile con la Cina e con altri Paesi del Sud del mondo. In un’intervista rilasciata il 24 luglio a Dennis Small dell’EIR, ha sottolineato che pace e sviluppo sono indivisibili, poiché l’uno presuppone l’altro per essere realizzato. Le guerre in corso in tutto il mondo danneggiano l’economia globale e sottraggono fondi pubblici alla sanità, alle infrastrutture e ad altri investimenti necessari, nonché alla cooperazione allo sviluppo a favore dei paesi più poveri, aumentando al contempo i costi di produzione di carburanti e fertilizzanti. Quanto al crescente pericolo di guerra nucleare, l’ex ministro degli Esteri e della Difesa concorda sul fatto che l’Iran non debba possedere armi nucleari, ma ha sottolineato che questo vale per ogni Paese e che chi ne dispone dovrebbe impegnarsi nel disarmo nucleare.
A livello regionale, ha osservato che il presidente Lula mira a promuovere l’integrazione sudamericana, di cui fa parte il progetto di costruzione di una ferrovia bi-oceanica che colleghi la costa atlantica del Brasile alla costa pacifica del Perù (la Cina, aggiungeremmo, è l’unica grande potenza che ha mostrato interesse a contribuire al progetto).
“Il Brasile è decisamente favorevole alla multipolarità”, ha dichiarato Amorim a Dennis Small. “La multipolarità, però, non va confusa con le sfere d’influenza. Credo che ciò che vogliamo sia l’indipendenza”, buoni rapporti con gli Stati Uniti, ovviamente, “un amico di lunga data del Brasile, nonostante le divergenze che a volte possono sorgere”, e anche “con la Cina, l’India, la Russia e il Sudafrica. A questo proposito, vorrei sottolineare l’importanza dei BRICS [che] cambiano profondamente il modo in cui il mondo affronta le questioni più importanti. Tutti e cinque sono anche membri del G20”.
Su quest’ultimo punto, il diplomatico brasiliano si è detto “molto preoccupato” per il tentativo da parte di alcuni di ignorare il G20 e di accentrare ancora le decisioni importanti nel G7, come una sorta di “governo mondiale”. Come si possano affrontare problemi gravi come il clima o il commercio senza la Cina, si è chiesto.
Quando Dennis Small gli ha chiesto se ritenesse possibile un sistema di cooperazione vantaggioso per tutti nei rapporti internazionali, in contrapposizione all’approccio di “una guerra di tutti contro tutti”, Amorim ha fornito una risposta molto perspicace e stimolante, riferendosi a una discussione avuta in passato, durante la quale gli era stato chiesto come vedesse il futuro. E ha detto: “Sai, se ti trovi in una stanza quasi completamente buia, non puoi concentrarti solo su quello. Se c’è una piccola fessura, o una brecha, una piccola apertura attraverso la quale si intravede un po’ di luce, dovresti concentrarti su quel punto e poi cercare di allargarlo. Non è semplice. Forse è un compito che richiederà generazioni. Ma penso che dobbiamo assumercelo”. “Se non si crede nel futuro, che senso ha la vita? I nostri figli, i nostri nipoti e i nipoti degli altri devono poter vivere bene. È questo che ci tiene in vita, credo, soprattutto per una persona della mia età”. L’intervista completa è disponibile all’indirizzo https://youtu.be/LmOv5-sIGV0.
La Fed è ancora in modalità QE, mentre la qualità del debito statunitense è peggiorata
Contrariamente alla percezione pubblica secondo cui la Federal Reserve continui a sfoltire il bilancio, la banca centrale degli Stati Uniti d’America è in realtà in piena modalità di salvataggio per quanto riguarda il debito del Tesoro statunitense, pari a 40.000 miliardi di dollari e da tempo impossibile da ripagare. Il bilancio della Fed è tornato a 6.700 miliardi di dollari perché, pur continuando a vendere quantità modeste di titoli garantiti da ipoteche, sta acquistando dalle banche – salvandole – quantità ben più ingenti di buoni del Tesoro a breve termine. Nell’anno conclusosi il 16 luglio 2026, la Fed ha acquistato dalle banche circa 305 miliardi di dollari in titoli del Tesoro, secondo il bollettino mensile della stessa Fed (vedi). Di quei 305 miliardi di dollari in buoni del Tesoro, tutti erano titoli a brevissimo termine, che maturano e vengono rinnovati entro un anno o meno, con scadenze che arrivano fino a un mese.
Inoltre, secondo le stime di Goldman Sachs, il Tesoro emetterà 847 miliardi di dollari in buoni del Tesoro a breve termine nell’anno fiscale 2026, che si conclude il 30 settembre. Si tratta di due volte e mezzo l’emissione dell’anno fiscale 2025; dal 2023 il Tesoro fa sempre più affidamento su questa strategia a breve termine. Il fatto che gli Stati Uniti non siano più in grado di ripagare il proprio debito è diventato sempre più evidente, dato che ricorrono a tali manovre solo per continuare a pagare gli interessi, che sono diventati la voce più onerosa del bilancio federale. Inoltre, questa manovra non fa altro che favorire i gestori di hedge fund e i trader delle banche, che hanno sfruttato la massiccia emissione di buoni del Tesoro a breve termine a fini speculativi e di negoziazione di derivati finanziari. A quanto pare, la bacchetta magica del segretario al Tesoro Scott Bessent, le stablecoin, volte a sostenere il debito statunitense, non sta funzionando. Il mercato delle stablecoin, pari a circa 300 miliardi, non ha rappresentato una svolta decisiva, dato che il tasso di interesse sui titoli del Tesoro a un anno è in costante aumento dal febbraio 2026, ad esempio, e la scorsa settimana ha raggiunto il 4,14% insieme ad altri tassi in rialzo, per poi scendere leggermente al di sotto del 4%. I tassi di interesse hanno continuato a salire lentamente ma inesorabilmente, anche mentre i prezzi dei prodotti petroliferi subivano oscillazioni, rivelando un mercato che può ancora rifinanziare il debito americano, ma non è in grado di ripagarlo.
Di conseguenza, la Fed è intervenuta per acquistare la crescente marea di buoni del Tesoro e si trova ora in piena modalità di “QE” e salvataggio.
Non riuscendo a sostenere il debito statunitense, le stablecoin hanno invece alimentato l’economia sommersa. Arthur Wilmarth, professore emerito alla George Washington University, avverte che le stablecoin sono diventate lo strumento preferito per le attività illegali. Il prof. Wilmarth basa i suoi giudizi su un articolo di Bloomberg secondo cui oltre il 70% delle due maggiori stablecoin, USDT e USDC, si trova in conti che utilizzano chiavi crittografate per nascondere l’identità dei propri titolari. Un altro 26% è detenuto su exchange di criptovalute non regolamentati, mentre solo il 3% è detenuto su exchange regolamentati.
Ciò significa che, essendo il valore totale di USDT e USDC emessi da Tether e Circle pari a 257 miliardi di dollari, vi sono oltre 247 miliardi di dollari in stablecoin, riscattabili in titoli del Tesoro statunitense, che sfuggono a qualsiasi regolamentazione o controllo. Nell’articolo di Bloomberg citato dal prof. Wilmarth, l’economista dell’Università di Harvard Gita Gopinath afferma: “Le stablecoin sono ormai la forma predominante di attività illecita identificata” (vedi).
Sanzioni contro la Cina: gli ideologi dell’UE si scontrano con la realtà
Il 22 luglio l’Unione Europea ha emesso sanzioni relative ai “prodotti a duplice uso” contro 14 entità cinesi per presunti legami con la Russia, alle quali la Cina ha risposto il giorno successivo con sanzioni a effetto immediato contro 14 entità dell’UE, tra cui colossi del settore della difesa quali la tedesca Rheinmetall, la francese Cavoc UAS e l’italiana Lafert. Ai sensi della legge sul controllo delle esportazioni del giugno 2025, il governo cinese è autorizzato a vietare ai produttori di tecnologie sensibili e di terre rare di esportare verso Paesi designati. Le nuove sanzioni dell’UE danneggeranno sicuramente le economie europee più di quanto non danneggino quelle cinesi. Come è ben noto, i chip e altri componenti elettronici importati dalla Cina sono una componente cruciale dei prodotti high-tech europei, anche nell’industria automobilistica. Ciò conferisce alla Cina un evidente potere di leva su questa questione. Nel novembre 2025, il tentativo di ignorare tale leva ha portato il governo olandese a fare marcia indietro dopo aver sequestrato l’azienda di proprietà cinese Nexperia con il pretesto della sicurezza nazionale. Il sequestro ha dovuto essere revocato alcune settimane dopo, poiché la Cina aveva reagito interrompendo tutte le forniture alla ditta, che riveste un ruolo dominante nella produzione per l’intero settore automobilistico europeo. Dopo la marcia indietro dei Paesi Bassi e il ripristino della proprietà cinese dell’azienda, le forniture a Nexperia sono riprese (cfr. SAS 44/25).
Se Bruxelles dovesse confermare le sanzioni del 22 luglio contro la Cina, l’industria della difesa in particolare, che non dispone di alternative alle forniture cinesi, specialmente per quanto riguarda le terre rare, ne risentirà gravemente. Si vocifera che la fazione favorevole alle sanzioni abbia avuto la meglio su coloro che mettevano in guardia contro le guerre commerciali; lo stesso cancelliere tedesco Friedrich Merz avrebbe rinnegato le promesse fatte durante la sua visita in Cina nel febbraio di quest’anno, dichiarando pubblicamente di poter sostenere e di voler sostenere una linea “più dura” dell’UE nei confronti dei cinesi. Si dice a Bruxelles che le posizioni della Germania facciano la differenza nelle questioni tra UE e Cina…
In sintesi, Bruxelles ha lanciato l’ennesimo boomerang. L’UE finirà per minare la propria politica di riarmo bloccando l’accesso ai minerali strategici di cui ha bisogno, oppure cederà in un modo o nell’altro, come hanno fatto i Paesi Bassi nella vicenda Nexperia. Per quanto riguarda l’industria tedesca, essa ha ripetutamente affermato che le guerre commerciali devono essere evitate e che occorre trovare alternative vantaggiose per entrambe le parti.
Una di queste alternative è la decisione dello stabilimento Ford-Volkswagen vicino a Valencia, in Spagna, di avviare la produzione di automobili basate sulla tecnologia della casa automobilistica cinese Geely, che acquisirà il 33% delle quote dello stabilimento in una nuova joint venture con Ford, la quale manterrà il 66%. Ciò consentirebbe di aggirare le minacce dell’UE di dazi doganali sulle importazioni di automobili cinesi. Anche la creazione di joint venture di investimento e produzione tra UE e Cina nel settore delle terre rare potrebbe rappresentare una soluzione, abolendo le sanzioni del 22 luglio in modo costruttivo a vantaggio di entrambe le parti.
Cina: è il settore manifatturiero, non quello finanziario, la spina dorsale dell’economia reale
Dopo una breve sbornia di intelligenza artificiale e di asset tokenizzati, la dirigenza cinese si sta concentrando pienamente sullo sviluppo dell’economia reale. Questo riorientamento è avvenuto a seguito di un ampio dibattito che ha coinvolto diversi organi governativi e consultivi, nonché lo stesso presidente Xi Jinping. La svolta è documentata in un’analisi pubblicata il 14 luglio su China Policy Leads, un team privato di ricerca e consulenza con sede a Pechino specializzato sulla Cina, fondato e guidato da Philippa Jones, esperta britannica di politica cinese, e David Kelly, studioso australiano della Cina e analista politico (vedi).
Essi osservano che Qiushi, la rivista teorica di punta del Partito, ha dedicato gran parte del suo numero del 16 maggio 2026 all’economia reale. “Il numero conteneva tre articoli: una raccolta delle dichiarazioni di Xi Jinping sull’economia reale dal 2016 al 2025; un articolo di Li Lecheng del MIIT (Ministero dell’Industria e delle Tecnologie dell’Informazione) sul rafforzamento dell’economia reale attraverso il settore manifatturiero; e un articolo particolarmente autocritico di Mo Wangui dell’istituto di ricerca finanziaria della PBoC (Banca Popolare Cinese) sulle lacune nei servizi finanziari destinati all’industria”.
Lo stesso Xi ha dato il “La” in un articolo su “Il rafforzamento dell’economia reale”, pubblicato integralmente in cinese e riassunto in inglese sul sito del governo di Pechino. Xi Jinping, secondo il sito, ha sottolineato che “la Cina dovrebbe mantenere il proprio obiettivo di sviluppo economico sull’economia reale, chiedendo di dare priorità al sostegno all’economia reale in termini di risorse, fattori di produzione, politiche e misure”.
“L’articolo – continua la sintesi – ha sottolineato che il settore manifatturiero costituisce il fondamento dell’economia reale, sollecitando l’impegno a dare maggiore risalto allo sviluppo di alta qualità del settore.
“La Cina dovrebbe promuovere ulteriormente la profonda integrazione tra innovazione scientifica e tecnologica e innovazione industriale, nonché accelerare lo sviluppo della produzione avanzata, si legge nell’articolo…. Secondo l’articolo, il settore finanziario cinese deve adempiere fedelmente al proprio dovere di servire l’economia reale e promuovere uno sviluppo di alta qualità”.
Di particolare interesse nel dibattito è la discussione sull’intelligenza artificiale. L’analisi pubblicata su China Policy Leads riporta che, secondo il ministro Li Lecheng, “la prova del nove dell’ondata di intelligenza artificiale sta nel fatto che essa cambi il modo in cui le cose vengono prodotte piuttosto che il modo in cui vengono valutate”. Li “definisce l’IA una ‘variabile chiave’ che diventa un ‘forte incremento’ per l’economia reale solo nella misura in cui viene impiegata in fabbrica, nella progettazione, nella pianificazione e nel controllo qualità, e inquadra il compito come una ‘corsa bidirezionale’ in cui il settore manifatturiero fornisce i set di dati e gli scenari applicativi che ancorano i modelli alla produzione. Entro la fine del 2025, osserva, l’IA aveva raggiunto oltre il 30 per cento delle grandi imprese industriali e la Repubblica Popolare Cinese produceva oltre 300 modelli di robot umanoidi. La sua insistenza sul fatto che l’IA debba rimanere ‘utilizzata dalle persone, al servizio delle persone e controllata dalle persone’, e che l’innovazione tecnologica sia collegata all’innovazione industriale, segue la stessa linea tracciata dalla dottrina in altri ambiti: la capacità digitale è considerata produttiva quando aumenta la produzione, e diventa sospetta quando galleggia libera come una storia di valore in se stessa”.
Israele verso una svolta alle prossime elezioni?
Il 27 ottobre si voterà finalmente in Israele e i recenti sondaggi indicano che la coalizione elettorale del primo ministro Benjamin Netanyahu è ancora in svantaggio rispetto all’opposizione. Netanyahu ha mantenuto il potere per anni grazie a un esiguo vantaggio alla Knesset ottenuto nel dicembre 2022 con un’alleanza scellerata con i partiti razzisti e favorevoli alla guerra di Itamar ben-Gvir (“Potere Ebraico”) e Bezalel Smotrich (“Sionista Religioso”).
Ora, secondo un recente sondaggio del canale televisivo Keshet 12, l’opposizione, guidata dall’ex capo di Stato Maggiore delle Forze Armate Gadi Eisenkot, detiene un vantaggio di 59 seggi a 51 sulla coalizione di governo (con i restanti 10 seggi destinati ai partiti arabi) tra i 120 seggi della Knesset. A livello di preferenze individuali, Eisenkot precede Netanyahu con il 43% contro il 37%, mentre il partito di Netanyahu, il Likud, perderebbe 10 seggi, scendendo a soli 22. Nel 2023, Gadi Eisenkot si è ritirato dal “Gabinetto di guerra” di Netanyahu in polemica con la gestione della campagna militare a Gaza. Del suo partito, Yashar (“Rettitudine”), fa parte anche l’ex capo dello Shin Bet Yoram Cohen.
In un articolo di opinione pubblicato sul Jerusalem Post dal titolo “Come un nuovo governo potrebbe cambiare la rotta di Israele”, Nimrod Novik scrive che il possibile nuovo esecutivo “rappresenterebbe un profondo allontanamento dall’attuale traiettoria del governo. Sul piano esterno, cambierebbe rotta passando dal ricorso esclusivo alla forza su tutti i fronti a una diplomazia basata sulla forza; modificherebbe le dinamiche in Cisgiordania; darebbe il via al piano per Gaza; e favorirebbe l’apertura di un nuovo capitolo con il Libano e, forse, con la Siria”. Novik, ex consigliere politico e inviato speciale del fu primo ministro Shimon Peres, osserva che, nonostante abbiano posizioni politiche diverse, i cinque partiti dell’opposizione potrebbero formare un governo sotto “due bandiere: democrazia in patria; diplomazia all’estero”, dato che tutti accusano Netanyahu di avere distrutto entrambe.
In primo luogo, sul piano interno, tutti e cinque i partiti dell’opposizione dichiarano di essere determinati a ripristinare i “pilastri istituzionali della democrazia israeliana”, e esigono una commissione d’inchiesta indipendente per indagare sul 7 ottobre 2023, rifiutando quella istituita dal governo perché di parte. Sono inoltre d’accordo nel porre fine al notevole indebolimento del sistema giudiziario israeliano, avvenuto nel corso dei quattro anni in cui Netanyahu ha cercato di privarlo della sua indipendenza e di minarne i poteri.
In secondo luogo, in materia di politica estera la priorità deve essere “il ripristino della diplomazia come complemento indispensabile alla potenza militare”. Ciò include l’adozione di un'”iniziativa diplomatica” per eseguire un eventuale ritiro da Gaza, dal Libano e dalla Siria, in coordinamento con Washington. Anche se l’accordo sul ripristino dei colloqui di pace con i palestinesi è problematico per alcuni partiti dell’opposizione, vi è consenso sul rafforzamento dell’Autorità Palestinese e sulla repressione dei coloni radicali.
È nato il gruppo “Amici dello Schiller Institute” su facebook.com
È nato il gruppo su facebook.com “Amici dello Schiller Institute – Italia”, un gruppo informale composto di persone interessate al dialogo culturale, politico, economico e scientifico promosso dallo Schiller Institute. Il gruppo nasce con lo scopo di favorire la circolazione di idee, articoli, conferenze, iniziative pubbliche e materiali di approfondimento, con particolare attenzione alla pace, alla cooperazione tra i popoli, allo sviluppo economico, alla cultura classica, alla scienza e al ruolo dell’Italia nel dialogo internazionale (vedi).
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