Lo spirito di Anchorage svanisce: la Russia si confronta con l’implacabile continuità della politica americana

di Mounir Kilani

L’estate del 2025 aveva offerto uno scorcio di una possibile distensione tra Mosca e Washington. Sei mesi dopo, lo “spirito di Anchorage” è già un ricordo del passato: di fronte alla continuità strategica americana, la Russia, attraverso Sergej Lavrov, sta ufficialmente segnalando il suo approccio cauto. Tra sanzioni rafforzate, restrizioni al commercio energetico e riorganizzazione geopolitica, Mosca sta modificando la sua dottrina: meno illusioni, più autonomia, in un mondo multipolare che sta prendendo forma nonostante l’Occidente.

Lavrov riconosce il cambiamento americano e consacra la cautela strategica russa.
L’estate del 2025 aveva accennato a un fermento diplomatico. Ad Anchorage, in Alaska, l’incontro tra Trump e Putin fu presentato come una possibile svolta storica. In un mondo frammentato dalla guerra in Ucraina, dalle sanzioni sistemiche e dalla militarizzazione del commercio energetico, l’idea di una distensione strutturata tra Mosca e Washington non era insignificante.

Trump parlò insistentemente di pace, posizionandosi come uno statista pragmatico in grado di superare l’inerzia atlantista. Putin, fedele al suo metodo, lasciò la porta socchiusa: stabilizzare, mettere in sicurezza, ridefinire le regole del gioco. Niente di spettacolare, ma un possibile quadro di riferimento.

Sei mesi dopo, lo “spirito di Anchorage” è già un ricordo del passato.

Il 9 febbraio 2026, in un’intervista a BRICS TV, trasmessa dal Ministero degli Esteri russo, Lavrov fornì una valutazione schietta: gli Stati Uniti non solo avevano congelato qualsiasi sforzo di normalizzazione, ma avevano anche intensificato la pressione.

Sanzioni, energia, Ucraina: i meccanismi dell’inversione di tendenza. Lavrov ha fornito un inventario dettagliato: nuove sanzioni, maggiore pressione sulle esportazioni energetiche russe, tentativi di interrompere il traffico marittimo in alto mare e, soprattutto, sanzioni senza precedenti contro i due giganti petroliferi russi, Lukoil e Rosneft.

Queste misure sono arrivate poche settimane dopo Anchorage. Lavrov ha persino sottolineato la “sorpresa” del presidente russo. Questo dettaglio è significativo: indica che Mosca ha preso sul serio gli impegni verbali americani. Ma questa continuità non è responsabilità esclusiva dell’esecutivo: diversi pacchetti di sanzioni sono stati consolidati o ampliati con un ampio sostegno bipartisan al Congresso, consolidando legalmente la pressione nel tempo e riducendo il margine di manovra dell’amministrazione.

La stessa logica si applica all’Ucraina. Ad Anchorage, sembrava essere stato raggiunto un accordo di principio su una sequenza di de-escalation. Tuttavia, secondo Lavrov, Washington sta costantemente “rielaborazione” dei parametri, suggerendo che le concessioni dovrebbero provenire esclusivamente da Mosca.

La questione non è più quindi diplomatica, ma strutturale: è possibile negoziare con una potenza la cui continuità strategica è ora sostenuta da meccanismi legislativi duraturi?

L’obiettivo americano: bloccare i flussi strategici
Lavrov indica un elemento centrale: il predominio economico globale.

Washington cerca di controllare le principali rotte energetiche globali, marginalizzare gli idrocarburi russi e costringere i partner e le potenze emergenti a dipendere dal gas naturale liquefatto americano. La posta in gioco va oltre l’Ucraina: riguarda l’architettura energetica globale.

Non siamo più in una guerra territoriale, ma in una guerra di corridoi.

Mar Nero, Artico, Indo-Pacifico: lo spazio strategico è diventato fluido. Il tentativo americano di controllare questi flussi corrisponde a una logica classica di predominio marittimo. Ma ora si scontra con un’Eurasia strutturata, meccanismi finanziari alternativi e una progressiva de-occidentalizzazione del commercio.

Anchorage: un momento rivelatore
Anchorage non è stato un errore. È stato un test.

Per Mosca, si trattava di verificare se Washington fosse in grado di accettare la coesistenza strategica.

Per Washington, si trattava forse di mettere alla prova la flessibilità russa senza rinunciare al primato.

Il risultato è ora visibile: gli Stati Uniti parlano di transizione globale consolidando al contempo la propria architettura militare in Europa. Evocano un “nuovo mondo”, ma continuano a operare secondo una logica di primato.

Questo primato non è circostanziale: è ormai istituzionalizzato nei meccanismi di bilancio, militari e legislativi americani.

In questo nuovo contesto, Mosca sa che il suo dialogo con Washington non è più una questione individuale.