VERSO UN’ECOLOGIA ANTIUMANA – di Roberto PECCHIOLI

Verso un’ecologia antiumana.

di Roberto PECCHIOLI

Siamo tutti ecologisti, nel senso che a ogni persona di buon senso sta a cuore la salute dell’unico pianeta di cui disponiamo. Forse il problema sta proprio qui: quando un’idea o un principio diventa senso comune, si trasforma in luogo comune.  Attorno ad esso si costruisce una narrazione prevalente o un’ideologia. Questo sta accadendo alla Terra, all’ambiente, alla “salute” del mondo in cui viviamo. La manipolazione è evidente: l’ecologia è diventata un’ideologia omnibus, buona per tutte le stagioni, usata e manipolata dai padroni del mondo per i loro interessi di dominio. Non è la prima volta che gli incendiari si fingono pompieri; la novità è che vengono ampiamente creduti e riescono a far diventare certezza indiscutibile, oggetto di fede superstiziosa, teorie e ipotesi indimostrate.

Una è la tesi del riscaldamento climatico di origine antropica, a cui si deve porre rimedio con un cambiamento epocale di abitudini e stili di vita. La scienza non asservita ha dubbi sul fatto che il pianeta si stia scaldando, vi sono anzi indizi che da circa vent’anni sia entrato in una fase di raffreddamento chiamata Grande Minimo Solare, legato alla diminuita attività delle macchie solari. Sarebbe quindi il ciclo naturale ad alternare periodi di raffreddamento e riscaldamento, responsabili delle modifiche climatiche che sperimentiamo.

Altra cosa, ovviamente, è la constatazione del ruolo devastante dell’uomo, o meglio della concretizzazione di un’economia di rapina, sulla salute complessiva della Terra, sottoposta a uno sfruttamento mai visto prima. Di qui l’eccesso di anidride carbonica nell’atmosfera, l’inquinamento, lo sfruttamento selvaggio di risorse non rinnovabili, l’indifferenza per il concetto di entropia, ossia l’irreversibilità del disordine causato in un sistema enorme, ma chiuso, come la Terra. In parole povere, abbiamo dimenticato che le risorse di un pianeta “finito” non sono infinite.

Di qui l’enorme importanza, la potente suggestione di ogni argomento o questione che riguarda l’ambiente, cioè la casa comune dell’uomo e dei viventi. Vi è dunque un’ecologia naturale, “buona” alla quale dobbiamo riferirci e che, nell’Occidente moderno, nasce soprattutto nella cultura conservatrice. Difendere, mantenere, sono sinonimi di conservare, allo scopo di trasmettere intatto alle generazioni successive il patrimonio che abbiamo a nostra volta ricevuto. L’ambiente è una parte integrante dell’identità di ciascun popolo: il paesaggio, i luoghi, la realtà concreta che le generazioni hanno avuto davanti agli occhi e con cui si sono confrontati quotidianamente. Il paesaggio esteriore conferisce un’impronta a quello interiore, ovvero i sentimenti e il destino del popolo che vive la propria esistenza in un determinato ambiente naturale.

I fiumi, le montagne, le rocce, le sorgenti, le foreste, gli animali sono elementi che formano l’ambiente. La loro custodia, cura e difesa costituisce un imperativo per chi persegue l’affermazione e la continuità della propria identità e il benessere dell’intero creato. Questo è l’ecologismo a cui siamo affezionati. Purtroppo, oggi prevalgono forme di ambientalismo equivoche, profondamente materialistiche e perfino apertamente antiumane. E’ sospetta la conversione ecologista delle élite, ossia di chi ha abusato delle risorse naturali e adesso, per interesse, diffonde l’ideologia obbligatoria dello “sviluppo sostenibile “(una contraddizione in termini), della transizione energetica, dell’origine esclusivamente umana dei mutamenti climatici.

Parallelamente, si estende un ambientalismo che nasconde sempre meno la sua deriva anti umana. Non parliamo tanto – o soltanto – dell’ecologia “profonda “alla Arne Naess, il cui sfondo è un panteismo naturalista, ma di correnti come l’animalismo, l’antispecismo, l’ideologia di Gaia, il concetto dell’uomo come “scimmia nuda”, il cui denominatore comune è la relativizzazione dell’essere umano, collocato allo stesso livello degli animali, considerati addirittura titolari di diritti. Il rispetto per i viventi è un avanzamento civile indiscutibile, che non può tuttavia oltrepassare una certa soglia. Gli animali non hanno diritti, in senso umano, esattamente come non hanno doveri. Vivono in base alla dotazione istintuale della natura, che fornisce loro una peculiare razionalità nei comportamenti, ma non di più.

Negli ultimi decenni si è fatta largo una concezione secondo la quale l’uomo è un male, il nemico di una natura idealizzata, animistica, che revoca millenni di civiltà nelle quali, ovunque, ha percepito se stesso come qualitativamente “altro” rispetto al resto del creato. Si tratta del ribaltamento della tradizionale concezione biblica dell’uomo creatura privilegiata prediletta da Dio, fatta “a sua immagine e somiglianza”.

L’equivoco si basa su un elemento reale. Nel racconto del Genesi, Dio il sesto giorno creò l’uomo, lo benedisse e gli dette un comando: “siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo (1,26).  Quel dominio, tuttavia, fu subito circoscritto da Dio stesso che “prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse (Gen. 2,15). Il destino della nostra specie è quindi di essere superiore alle altre per il dono della ragione e il senso della trascendenza; il suo compito è coltivare e custodire l’intera creazione. Il giudizio proviene da Dio stesso: “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona”. (Gen.1,31).

Al di là delle questioni confessionali, il principio a cui attenersi è l’impegno costante a favore della natura (coltivare) e l’obbligo morale di trasmetterla intatta nella successione delle generazioni (custodire). La cancellazione progressiva – con moto accelerato negli ultimi decenni – dei fondamenti della civiltà di matrice ebraica, greco romana e cristiana, diventata civiltà europea e poi “occidentale” ha tra i suoi tratti fondamentali un profondo, costitutivo antiumanesimo declinato in radicale materialismo, relativismo etico che diventa aperto nichilismo. In questo fiume fangoso, impetuoso e apparentemente irrefrenabile, trova posto una devastante concezione della natura che si è allontanata dai tratti legittimi dell’originale ecologismo (scienza della “casa” comune, ossia della natura come dimora da custodire e coltivare, in senso biblico) per chiudere le porte in faccia all’uomo, che pure è l’unico essere il cui rapporto con l’ambiente è mediato dalla ragione, dalla cultura, dalla volontà, dall’autocoscienza.

Per questo osiamo affermare che si sta diffondendo un’ecologia apertamente- ed insidiosamente- antiumana, iscritta nell’alveo della cultura della cancellazione. Uno dei suoi aspetti è l’ideologizzazione progressista dell’ambientalismo e la volontà di ridefinire, capovolgendolo, il rapporto tra l’uomo e le altre forme di vita. Citiamo una brillante intuizione di Eugenio Capozzi ne L’ autodistruzione dell’Occidente. “L’idea di una democratizzazione dei rapporti tra le forme di vita, e in particolare di una promozione degli animali alla stessa dignità dell’uomo attraverso le assegnazioni a essi di specifici diritti, o attraverso la filosofia del veganesimo, rappresenta in realtà a tutti gli effetti una animalizzazione dell’uomo, una sua degradazione a essere estraneo a un significato universale sul piano del pensiero e dell’etica. “

L’ambientalismo uscito dalla controcultura del Sessantotto aveva nei confronti della natura un approccio misticheggiante; la osservava con uno strano sguardo alla Rousseau. Il paradiso del “buon selvaggio” era stato cancellato dalla cosiddetta civiltà, la cui risposta era un primitivismo di ritorno. L’esito era la fuoriuscita dall’umanesimo tradizionale: l’essere umano cessava di essere il vertice della creazione – o della natura – per scendere al livello di un abitante tra i tanti del pianeta, senza differenze qualitative-  ontologiche – rispetto ai viventi animali e persino vegetali. Diventava un essere ridotto all’ esistenza biologica, privo di autonomia morale. Quella fu la radice da cui trasse linfa quasi l’intera cultura ecologico-ambientalista successiva. L’umanità, questo era il concetto affermato a piena voce, e in particolare la parte “peggiore” di essa, identificata con la civiltà europea e occidentale, ha distrutto l’ambiente, esercitando su di esso un dominio indebito.

La soluzione, fin da allora, era quella che, mezzo secolo, dopo ispira la cultura della cancellazione fatta propria dalle élite occidentali: l’espiazione, la vergogna, l’odio nichilistico di sé. Lo espresse con chiarezza già nel 1972 il rapporto sui limiti dello sviluppo del cosiddetto Club di Roma, che riportò in auge una visione neo malthusiana, con l’aperta proposta di politiche non solo di risparmio energetico attraverso fonti rinnovabili, ma innanzitutto un forte piano di controllo delle nascite. Un’idea che attraversa le oligarchie europee ed occidentali fin dal XIX secolo, fallita clamorosamente nel Terzo Mondo, ma che è diventata il senso comune della nostra civilizzazione.

Nasceva il senso di colpa per il benessere, uno dei cui risvolti è l’idea che rappresenti un’offesa verso l’ambiente. Contemporaneamente, si smetteva di parlare di “natura”, nozione considerata interna alla civiltà di questa parte di mondo che distingue l’uomo dal suo habitat. Anche il termine “ambiente” divenne sospetto, per quanto più neutro e “scientifico”, in quanto rimanda pur sempre a una concezione antropocentrica. Gli ecologisti cominciarono a parlare di “ecosistema”. Il salto logico è significativo: l’ecosistema non è che l’aggregazione priva di gerarchie di tutti gli esseri viventi. La specificità della natura umana veniva quindi- se non esplicitamente negata- posta sullo sfondo.

Da lì si passò alla cosiddetta ipotesi di Gaia. La teoria, enunciata da James Lovelock, afferma che la Terra (Gaia, da ghé, terra) è un organismo vivente dal delicato equilibrio biochimico messo in pericolo dalla civiltà umana. L’uomo, in siffatta visione, è un ospite (indesiderato), un agente patogeno, una sorta di malattia infettiva. Sfugge spesso la base animistico-regressiva di Gaia, alimentata da allarmi apocalittici. L’uomo è un virus da sconfiggere. Poi è arrivata la teoria dell’impronta ecologica degli svizzeri Wackernagel e Rees. Ogni uomo consuma risorse in eccesso, il peccato originale post moderno che mostra il senso di religione secolarizzata nel nuovo ecologismo. Occorre espiare, cambiare vita, offrire sacrifici alla dea Terra, non per chiedere benevolenza o abbondanti raccolti, ma per il contrario: scusarci per la nostra ingombrante presenza.

Di qui ha preso le mosse – sostenuto da élite oggettivamente in difficoltà a sostenere e giustificare il ritmo di uno sviluppo predatorio- il mondialismo simil ecologista degli accordi di Kyoto (1997) e di Parigi (2015), i cui obiettivi sono la radicale riduzione delle emissioni inquinanti – giusto- ma soprattutto una ridefinizione globale del modello di sviluppo il cui conto a piè di lista è addossato ai popoli e non ai responsabili dei disastri. Al fine di far accettare un’agenda regressiva, il potere globale ha inventato una strana eroina popolare, accigliata e triste, Greta Thunberg, latrice di un messaggio fortemente emotivo il cui appello al senso di colpa diffuso (solo) tra gli occidentali ha raggiunto dimensioni patologiche.

L’anti umanesimo del nuovo ambientalismo dell’”ecosistema” ha tolto l’ultimo velo. Il marxismo sconfitto aveva da tempo accolto le nuove parole d’ordine, aggiungendo di suo, attraverso intellettuali di grande fascino, come Serge Latouche, alcuni concetti come la “decrescita felice”, ovvero la consapevole volontà di rinunciare al consumo adottando stili di vita più sobri. Un principio assolutamente condivisibile, specie dalle culture tradizionali, estranee al primato della dimensione economica e strumentale della vita, così come la distinzione tra beni e merci introdotta da Maurizio Pallante e il concetto di beni comuni da sottrarre all’egemonia del mercato, se non fosse accompagnato dalla negativizzazione del ruolo dell’uomo nel pianeta. Per gettare l’acqua sporca (che è tanta) si getta anche il bambino, ossia la persona umana, dimenticando che si tratta dell’unico essere dotato di autocoscienza, in grado cioè di dare un senso e una curvatura morale alle sue azioni.

Tutti questi umori negativi – per quanto fondati su fatti reali e sostenuti da una base iniziale condivisibile- si condensano nelle ulteriori derive successive, l’animalismo e l’antispecismo. Qui l’anti umanesimo è assoluto e rivendicato. Non esiste più una gerarchia uomo-animale che riconosca, quanto meno, la differenza insormontabile tra la ragione umana, capace di astrazione e visione generale e l’animale guidato dagli istinti vitali della specie. Un epifenomeno è il veganesimo, ossia il rifiuto di cibarsi di carni e prodotti animali, servirsi di utensili e vestirsi con abiti di origine animale (tessuti, pelli) come segno di rigetto irremovibile di ogni forma di sfruttamento.

Uno degli effetti è l’indifferenza nei confronti della vita umana, la banalizzazione dell’aborto, l’estensione di forme sempre più massicce di eutanasia, il consenso a politiche generali di riduzione della popolazione. Se l’uomo è un virus contagioso, non resta che liberarsene. Ecco dunque movimenti come quello delle donne child-free che rifiutano la maternità, l’astensione volontaria dalla procreazione, la sterilizzazione chirurgica. L’ultima frontiera è la teoria dell’a-umanesimo elaborata dalla britannica Patricia Mc Cormack, secondo la quale la soluzione migliore (per chi? Per Gaia? per una indefinita “anima mundi”?) è l’auto estinzione della specie umana.

Sentiamo rintocchi sinistri dai piani alti del potere: l’era delle epidemie avanza e la conseguenza è la morte di milioni di esseri umani. Subito dopo, inizierà l’era post umana, ovvero l’uscita dalla storia e il ritorno a un Eden che nessuno abiterà e riconoscerà. Il senso generale di tutto è un’impressionante eterogenesi dei fini. Dall’ottimismo dell’Ottocento e di buona parte del XX secolo, dalle “magnifiche sorti e progressive “, di discesa in discesa (loro dicono il contrario: è un’ascesa ai piani nobili della civilizzazione) si perviene all’ideale, compiutamente nichilista e radicalmente antiumano, di un paradiso senza il suo abitante “umano”, il fastidioso inquilino di Gaia, il virus, il nemico di Pan, Dio-tutto rovesciato in Nulla.

Potremmo proseguire la riflessione, introducendo temi ancora più “duri”, che destano un’inquietudine sinistra, come il transumanesimo. Per ora ci basta aver seminato qualche dubbio sulla bontà intrinseca del neo-ecologismo tanto accanitamente sostenuto dalle élite globaliste. Amiamo, difendiamo, custodiamo la natura perché è cosa buona e giusta e perché, al suo interno, vi è un essere dotato di libero arbitrio, razionale, sociale, comunitario e morale, l’uomo. Egli, la storia lo insegna, è anche il contrario: feroce, violento, assassino, predatore. Ma è anche l’unico essere che giudica i suoi difetti e cerca di trascenderli distinguendo il bene e il male, facendo appello alla parte più elevata di sé, la stessa che lo induce al sacrificio, al rinvio, al senso morale, alla cura dei deboli e dell’ambiente, che gli fa intravvedere l’ombra di Dio. Questa è/era la civiltà di cui siamo figli. L’alternativa è un ecosistema deserto in cui si aggira senza meta la scimmia sapiente, la bestia nuda con l’orrore del nulla.