Una possibile salvezza

Un mio corrispondente: “Mi scrive un amico imprenditore da Venezia. Hanno cominciato a rimborsare i danni dell’acqua alta dell’anno scorso… massimo 5000 euro per le famiglie e massimo 20000 per le partite iva . Quindi se hai 120 mila euro di danni potrebbero arrivare a 20000 No preventivi , solo fatture già pagate , copia bonifico dichiarazione di chi ha fatto la fattura , che ha ricevuto i soldi ….quindi , prima paghi magari 80000 per riaprire poi forse ti danno qualcosa … adesso mercoledì aprono le domande ( d.L. Agosto ) per le attività dei centri storici che hanno avuto un calo di fatturato . Ad oggi non ci sono ancora le istruzioni d le linee guida di chi accede e chi no . E poi hanno ancora il coraggio di parlare ..”-.

Io: Cosa la stupisce?

Lui: “Nulla. Ovunque è così e lo sappiamo bene. E’ solo una testimonianza da una città-gioiello che oggi è morta. Forse più delle altre”.

Una fitta al cuore: sì, l’impareggiabile filigrana che stesero gli uomini nei secoli sull’acqua, l’elegantissima magica visione, è morta più delle altre. Già viveva una vita di mummia inestimabile per le masse di turisti che l’affaticavano esausta; ma senza i turisti – non verranno più, abolire il turismo di massa è la volontà deliberata del grand reset – è vuotata anche di questo simulacro di vita vicaria, vociante e odorante di fritti e di orchestrine volgari, che era meglio che niente.

Sono sicuro che Venezia sparirà, non sarà restaurata e cadrà in rovina, per un motivo che la massima parte dei nostri contemporanei non solo nega benché sia evidente, ma lo rigetta con odio frenetico se glielo dici: l’ha costruita la fede. E’ qualcosa che ha prodotto la civiltà cristiana, la quale non è più.

Quello che proclama il mago nero Schwab come quarta rivoluzione industriale e come un futuro esaltante è: “le tecnologie diverranno parte di noi, i computer indossabili e le cuffie per la realtà virtuale saranno impiantate nel nostro cervello, microchip attivi impiantabili rompono la barriera cutanea… sarà la fusione della nostra identità fisica, biologica e digitale” le forze dell’ordine e i tribunali “potranno recuperare i ricordi dal cervello delle persone … attraversare un confine nazionale potrebbe un giorno richiedere una scansione cerebrale dettagliata per valutare il rischio di un individuo per l’ordine pubblico”.

Questo progetto non è solo la massima strumentalizzazione degli uomini, la loro riduzione ad oggetti, di cui molti “superflui”; è anzitutto la pretesa di fare l’uomo nuovo, fabbricarlo a forza di tecnica, insomma il rigetto più radicale della creazione. Tanto radicale che non c’è nemmeno bisogno di nominarlo. Non abbiamo bisogno di lui, ci facciamo da noi stessi -e meglio, con gli inserti cerebrali e cambiandoci geneticamente.

E quel che accascia è che le masse neo-primitive, iper-conformiste, obbediscono volontariamente, già somigliano al buio ideale di Schwab: “hanno bisogno solo di ciò che viene loro imposto, pensano solo ciò che gli viene destinato” (Gunter Anders, citato da Aldo Maria Valli). Totalmente esenti dal minimo ricordo cristiano, ignari di storia, semiviventi nell’assoluto “adesso”, è logico che si aggirino come extracomunitari in città che sono i resti magnifici di una civiltà perenta che non ha più significato per loro. Verso cui non si sentono responsabili, credendo che sia la natura. Non solo Venezia, ma Roma, ma Parigi, stanno per diventare ruderi; Toledo di El Greco e Foggia barocca, la cripta dei Cappuccini e la cattedrale di Praga, tutto ciò non ha più motivo di essere mantenuto e restaurato per chi non è stato educato al timor di Dio e ad uno sforzo nobile nella vita.

Non sono così ingenuo da non sapere che Venezia non era integralmente cristiana; da un certo momento, nella decadenza, anzi fu una città del vizio, che attraeva stranieri con la prostituzione di tutti i sessi. Ma anche lì, come in ogni città, c’erano le recluse, le consacrate, gli oranti a migliaia, che intercedevano ed espiavano; i fedeli del popolo che innervavano e davano un senso, che desideravano chiese ed arti, intime piazzette, rialti e calli domestici ed elegantissimi: tutto la bellezza, tutta l’arte italiana, fino alle sue vigne ed orti è, integralmente, cristianesimo. Nato dal timor di Dio.

Arti, architetture, affreschi, arpe e liuti? Diciamo qualcosa di più pratico: anche l’assistenza sanitaria universale, l’istruzione gratuita, la civiltà del lavoro e lo sforzo politico contro la povertà, come contro la tubercolosi ai tempi del duce, persino l’IRI, e la severa maestà dei giudici (ora perduta) sono cristianesimo diventato pratica e civiltà. Se tanti di noi hanno ancora una pensione decente, è perché chi lavora ed è salariato ce la sta pagando coi contributi: e cosa è questo se non un ordine di solidarietà umana cristiana. Non a caso tutti questi servizi previdenziali vengono dal Gran Reset, sottratti per sempre ai passivi semi-zombi con la scusa del Covid,e gli vengono tolti i posti di lavoro nel turismo e nel “tempo libero”: pensioni e lavoro stabile, paga decente e solidarietà fra categorie e cittadini, sono già ruderi di una civiltà perenta come Notre Dame e il Rialto, non vengono più restaurati. Erano destinati a gente che i miliardari e i loro serventi al potere ritengono superflui, ed eccessivamente inquinanti, quindi da rimandare alla “durezza del vivere” e dei “rovesci di fortuna” senza rete, sorvegliati dalla psico-polizia con le scansioni cerebrali, nell’universo concentrazionario senza sbarre immaginato insaziabilmente dai capitalisti terminali: questa è, appunto, la civiltà radicalmente anticristiana che viene instaurata. E con la connivenza, o almeno non-resistenza, di ciascuno di noi. In misura maggiore o minore.

Mi spiego: i personaggi di potere-spettacolo che ottenebrano le nostre serate televisive, hanno stampata in faccia una certezza: che si sono fatti da sé. La presunzione soddisfatta che i loro mega-stipendi di parassiti pubblici con le loro amanti che hanno “lanciato”, se li meritano tutti, perché loro sono importanti, competenti, professionali, furbi, superiori. Che non devono gratitudine e riconoscenza a nessuno, men che meno ai contribuenti che glieli pagano. E che loro stanno riducendo in miseria.

Ebbene, è un vizio, una perversione da cui anch’io mi confesso infettato. Certo, in misura minore di quelli. Ma solo adesso comincio a capire che la mia pensione per ora decente viene da un ordine sociale e solidale complesso costruito da generazioni cristianamente responsabili verso i nonni come verso i bambini; che aveva bisogno di benessere diffuso e cultura diffusa, ed ora il collasso tragico del prodotto lordo, la devastazione dell’esport e l’obliterazione del turismo nell’economia italiana, ma soprattutto la perdita della responsabilità comune offre una scusa perfetta per togliermi, come a milioni di altri. Mi sorprendo a dirmi a se il riscaldamento, l’elettricità che mi consente di scrivere su un computer (il cui costo ho potuto permettermi) dureranno; se il minimarket a portata di gambe sarà ancora rifornito. Comincio a capire che nulla è mio garantito, mio merito. Ho cominciato a domandarmi se il sapone finirà, e a ringraziare per averlo ancora; e ringraziare per il pane, il vino, i farmaci che non sono più garantiti.

Orbene, in questo intravvedo la via di salvezza: nel non resistere interiormente, nell’abbandono. Ormai nulla può salvarci, se non una cosa sola: riconoscere che dobbiamo tutto a Dio, anche il sapone e la scatola di pelati. E al più presto, perché c’è rimasto poco tempo.

Quanto prima ci sentiremo nudi e privi di ogni diritto di fronte a Lui, ci confesseremo dipendenti da Lui in tutto, e impareremo ad essere grati come una grazia delle cose che rischiano di mancarci, della povertà che ci siamo meritati – tanto prima torneranno la prosperità cristiana, la civiltà, Venezia e Toledo, e il Sacré Coeur a Parigi sulla collina dei Martiri, la previdenza sociale, – e sanare il terribile regresso che fa tanti uomini “superflui” che stanno per essere eliminati. Se Dio può fare figli di Abramo da queste pietre, figuratevi se non può far rivivere Venezia, la trina d’argento sulla laguna.

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