UNA NOTA SUL CONFLITTO DIPLOMATICO ITALO-FRANCESE E LA CRISI DELLA GLOBALIZZAZIONE – di Luigi Copertino

UNA NOTA SUL CONFLITTO DIPLOMATICO ITALO-FRANCESE E LA CRISI DELLA GLOBALIZZAZIONE

L’uscita di Luigi Di Maio contro la Francia, che ha provocato una crisi diplomatica, in contemporanea all’accusa lanciata dal Fmi, a guida Christine Lagarde (francese), contro la politica economica del governo italiano (cui giustamente Salvini ha replicato ricordando che il Fondo è responsabile, per sua stessa ammissione, di aver sbagliato completamente tutti i calcoli del “salvataggio” della Grecia, gettando quel Paese nella rovina: per inciso a fare quei calcoli errati fu Carlo Cottarelli, l’attuale idolo della sinistra blairista) sono segnali di una tensione che si va accumulando in previsione delle europee di maggio.

La cosa che più fa rabbia, però, è che ieri, immediatamente, tutto il mediasystem italiano si è subito proteso a difendere la Francia cercando di minimizzare la questione del franco Cfa, la moneta africana stampata e controllata da Parigi, dicendo che essa è frutto di liberi accordi tra Stati e che essa non è il vero problema dell’Africa. In realtà il franco Cfa è la trasformazione post-bellica della vecchia moneta coloniale in una moneta unica dell’area africana francofona sotto forma di apparenti accordi tra Stati sovrani. Apparenti perché in verità c’è da chiedersi quali liberi accordi possono mai esserci tra l’antico padrone coloniale, in posizione politicamente ed economicamente egemone, e i popoli ad esso un tempo formalmente soggetti ed ora, benché in teoria sovrani, troppo deboli per non dipendere dal primo. Che la moneta coloniale francese, certo, non è l’unico problema dell’Africa è vero ma minimizzarla significa non far capire all’opinione pubblica che un cambio monetario fisso – senza confederazione politica – altro non è che rinuncia alla sovranità monetaria, un legarsi al “vincolo esterno”, e quindi alla possibilità di fare autonome politiche di sviluppo. Che è esattamente il quadro neocoloniale al quale si riferiva Di Maio.

E’ vero che gli Stati africani soggetti al franco Cfa potrebbero uscire dagli accordi quando vogliono ma in realtà tutti coloro che tra i leader africani ci hanno provato sono misteriosamente finiti assassinati. Fu, ad esempio, il caso di Thomas Sankara che nel 1983 guidò il Burkina Faso verso l’indipedenza monetaria ed economica, risollevandone le sorti, e che fu assassinato dal suo stesso braccio destro, comprato dai francesi, il quale riportò il Burkina Faso all’ovile parigino.

Infatti la moneta neocoloniale francese non solo impedisce lo sviluppo locale, dato che a garanzia della convertibilità gli Stati africani devono depositare presso la Banca Centrale Francese il 50% (un tempo il 67%) del loro prodotto interno lordo (il che significare derubare quei popoli della metà dei proventi del loro lavoro), ma è un affare per le multinazionali, che godono della stabilità monetaria così assicurata, e per le importazioni quasi coatte di quei Paesi dei prodotti francesi, che così non scontano un cambio eventualmente sfavorevole. Ma il vero nocciolo della questione sta nel fatto che Parigi compra, con una moneta emessa e controllata dalla Francia, quindi a prezzi agevolati, le materie prime di cui quei Paesi sono ricchi. Espropriandoli, in altri termini, della loro ricchezza perché di questa solo qualcosa ricade, per l’ovvia prudenziale necessità francese di assicurarsi un certo collaborazionismo interno, sul locale ceto dirigente, che è ammesso a godere della sua parte dei proventi minerari ricavati con il sudore degli africani poveri e sovente con il lavoro femminile e minorile orrendamente sfruttato.

Che tra la nostra Patria e la Francia ci sia da tempo tensione non è cosa nuova. La vicenda della STX nazionalizzata da Parigi per impedirne, in barba a tutta la retorica liberoscambista eurocratica, la maggioritaria acquisizione da parte italiana, la chiusura della frontiera di Ventimiglia per bloccare in Italia i migranti diretti in Francia con oltretutto la beffa delle offese di Macron che bollava di razzismo gli italiani per i morti nel Mediterraneo, l’invasione del territorio nazionale a Bardonecchia da parte della polizia francese, sono tutti episodi che attestano il disprezzo mostrato dai cosiddetti “cugini” (?) d’oltralpe verso di noi.

La Francia, a sua volta in posizione subalterna verso Berlino più potente, guarda alla Germania. E non da oggi perché, dopo due guerre mondiali, Parigi ha compreso che deve condividere il dominio in Europa con la vecchia nemica storica. Basta ricordare l’alleanza Merkel-Sarkozy, nel 2010, con tanto di risolini contro Berlusconi che erano sbeffeggiamenti verso l’Italia, non verso il suo governo dell’epoca.

Il recente trattato franco-tedesco, simbolicamente firmato proprio oggi ad Aquisgrana per ratificare e completare l’egemonia “carolingia” in Europa (un’offesa alla memoria dell’imperatore Carlo Magno che di Francia e Germania e dei rispettivi nazionalismi nulla sapeva ed, invece, guardava all’universalità della Roma cristiana), è chiaramente indicativo della volontà di domino, di potenza, perseguita da Parigi e Berlino. O meglio dalle élite finanziarie e capitaliste francesi e tedesche che nel liberoscambismo globale hanno la loro linfa vitale.

Il fatto che la Francia eserciti una egemonia in Africa è rassicurante per la Germania ed infatti nell’Accordo di Aquisgrana la stretta cooperazione tra Parigi e Berlino, che solo gli sciocchi possono leggere in chiave europeista quale anticipo dell’“Europa politica”, verte anche sulla gestione condivisa del mercato delle risorse primarie, di cui l’Africa ha ampie disponibilità.

L’intera prima serata su Rai2 di ieri è stata dedicata a presentare agli italiani quanto conveniente è per la nostra economia ratificare il Ceta, l’accordo di libero-scambio euro-canadese, ora che il cattivo risorgente protezionismo, imposto da Trump nella sua lotta contro la Cina. Se è vero che la libertà di commercio è vantaggiosa anche per certi settori italiani (il made in Italy gastronomico e della moda), è però ormai evidente che la globalizzazione sta fallendo nei suoi obiettivi promessi. Se l’autarchia assoluta è impensabile, dimenticare la domanda interna significa condannarsi a dipendere del tutto dall’estero e quindi dalle forze transnazionali che controllano la globalizzazione, ossia la finanza apolide. Alla fine del XX secolo, in un allucinante clima da entusiasmo millenarista, il WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio con sede a Ginevra (la città del calvinismo, di Rousseau, della Società delle Nazioni), inaugurava i fasti della globalizzazione promettendo un mondo a venire di pace, benessere e felicità per tutti, con la definitiva sconfitta, mediante i liberi commerci, della povertà in tutto il pianeta . Vecchia storia che risale almeno alle analoghe promesse con le quali fu presentata, dopo la prima guerra mondiale, la Società delle Nazioni, voluta dal presidente americano Wilson.

Nei suoi primi vent’anni la globalizzazione ha funzionato facendo volare l’economia globale e permettendo a milioni di esseri umani di superare la soglia critica della povertà e del sottosviluppo. Ma si trattava di una illusione. Passato quel primo momento con i suoi apparenti successi, la liberalizzazione dei mercati e dei capitali ha provocato la polarizzazione della ricchezza tra il vertice – pochi miliardari calcolati in circa un duemila persone, neanche lo 0,1% della popolazione mondiale – che ha accumulato immensi profitti, ed una base – la maggior parte della popolazione del pianeta, circa il 95% – che o non è mai veramente uscita dalla povertà o è tornata ad impoverirsi di nuovo. Anche coloro che erano riusciti a superare la soglia della miseria, infatti, stanno ricadendo nell’inferno della fame. Nel mezzo ci sono i ceti medi e la working class occidentale e del secondo mondo che precipitano verso il basso, con velocità accelerata a partire dalla crisi del 2008. Si tratta di uno scenario che, in qualche modo, sembra offrire una rivincita a Marx, il quale aveva previsto la polarizzazione e lo scontro finale tra due soli classi, borghesia e proletariato, ricchi e poveri. Non realizzatasi, questa polarizzazione, nel XX secolo per via dell’invenzione, nel quadro degli Stati nazione, dello Stato sociale che ha permesso l’ascesa dei ceti medi e la sproletarizzazione dello stesso proletariato, è ora in fase di avanzata realizzazione grazie alla globalizzazione che ha eliminato o ridotto il potere degli Stati.

L’insorgenza sovranista e populista è, appunto, la risposta dei ceti medi e delle classi lavoratrici occidentali alla globalizzazione, alle sue false promesse, alla polarizzazione sociale in atto. Non dunque scontro finale tra borghesia e proletariato, come pensava Marx, ma alleanza tra l’una e l’altro contro il capitalismo terminale e finanziario globalista, contro le élite mondialiste.

Mentre la sinistra, vittima delle sue illusioni internazionaliste, non riesce a comprenderlo (non tutta, a dire il vero, perché un Melenchon, in Francia, o uno Stefano Fassina o un Sergio Cesaratto, in Italia, lo hanno compreso benissimo), è la destra populista che cavalca con successo l’ondata anti-globalizzazione. Trump ha vinto le elezioni rivolgendosi ai lavoratori americani rimasti disoccupati a causa delle delocalizzazioni e del dumping economico e sociale della Cina, fatta a suo tempo incautamente entrare nel WTO senza ragionare sulle conseguenze. La globalizzazione ha i suoi vincitori, pochi, ma anche i suoi perdenti, molti, ed è per questo che non funziona.

Come dice Giulio Tremonti, il mercato mondiale avrebbe dovuto essere il porto di arrivo di un processo lungo, secolare, forse millenario, e, soprattutto, di un processo guidato e ragionato ossia realizzato mediante il riavvicinamento, sotto guida politica, degli standard economici tra le varie regioni del pianeta. Averla compressa in poco meno di vent’anni, per la fretta del capitale finanziario ed industriale, assetato di profitti immediati, subitanei, accresciuti all’improvviso, ha provocato, e sta provocando, soltanto l’instabilità planetaria, il Nuovo Disordine Mondiale, con tutte le complicanze geopolitiche e geoeconomiche conseguenti e guerre endemiche sparse un po’ dappertutto. Non resta che pregare Iddio affinché esse non si trasformino mai una nuova guerra globale.

Senza una forma politica, l’economia, il mercato, non è in grado di dare ordine alla realtà umana.

Luigi Copertino

 

 

Print Friendly, PDF & Email