Lo storico militare israeliano Martin van Creveld nel 2022 “Possediamo diverse centinaia di testate atomiche e possiamo lanciarli contro obiettivi in tutte le direzioni, persino contro #Roma. La maggior parte delle capitali europee sono obiettivi per la nostra aviazione…
Abbiamo la capacità di trascinare il mondo nella rovina. E posso assicurarvi che ciò accadrà prima che Israele crolli.” Si tratta di una dichiarazione rilasciata in un’intervista a Van Creveld (professore di storia militare all’Università Ebraica di Gerusalemme), pubblicata sulla rivista olandese Elsevier il 27 aprile 2002 (numero 17, pp. 52-53). L’intervista originale fu condotta dal giornalista olandese Ferry Biedermann e riguardava i pericoli per Israele (Iran, Intifada palestinese, opinione pubblica mondiale) e l’“Opzione Sansone” (la dottrina nucleare israeliana di distruzione mutua assicurata)
https://x.com/RezaNasri1/status/2035336568211182061
E’ la Samson Option quella a cui radicalmente aspirano. Il che li definisce come nemici del genere umano intero
Il caos che gli USA stanno seminando, a quanto pare, ha sempre un denominatore comune. La crisi con l’ Ukraina, alla fine dei conti, dal punto di vista USA non era niente piu’ che la cosa piu’ dannosa possibile per l’ Europa e la sua economia. E adesso che la EU e’ riuscita ad ottenere un rebilanciamento delle fonti energetiche, costruendo rigassificatori, guarda caso scoppia un disastro che impedisce al GNL di fluire dai paesi del golfo.
Cosa deve ancora succedere, esattamente, per far capire che il caos seminato dagli USA serve soprattutto a mettere in difficoltà l’Europa e la sua economia? Ogni volta che l’Unione Europea prova a costruirsi un corridoio autonomo – energetico o commerciale – succede “qualcos’altro”: pochi giorni prima che venga finalmente siglato il trattato con il Mercosur, dopo ventisei anni di negoziati, ecco che parte l’attacco al Venezuela, con tutto il corredo di instabilità politica e rischi sulle forniture di materie prime e agroalimentare dal Sud America.
Ora che l’UE ha messo in piedi un flusso relativamente stabile di gas e investimenti energetici verso e dal Medio Oriente, nel quadro dei nuovi corridoi India‑Medio Oriente‑Europa, scoppia un disastro proprio lì, con l’ennesima crisi che minaccia rotte marittime, assicurazioni, premi di rischio e piani industriali basati su energia a prezzi prevedibili. Nel frattempo Bruxelles firma un accordo commerciale storico con l’India, pensato esplicitamente per aggirare i dazi americani e ridurre la dipendenza dal mercato USA, e non posso fare a meno di chiedermi che tipo di casino arriverà da quella direzione: un incidente diplomatico, una crisi regionale “imprevista”, o qualche altra trovata che renda meno conveniente questo asse euro‑indiano.
La sequenza è sempre la stessa: ogni spazio in cui l’Europa prova a costruire autonomia strategica – che sia sul gas, sulle materie prime latinoamericane o sui mercati asiatici – viene immediatamente circondato da un livello superiore di entropia geopolitica, nella quale Washington si ritaglia il ruolo di gendarme indispensabile e l’UE quello di cliente danneggiato ma obbediente. A forza di “coincidenze”, il risultato pratico è che gli europei pagano in inflazione, rallentamento dell’export, volatilità energetica e costi assicurativi, mentre gli USA mantengono il controllo sulle chiavi del disordine e, di riflesso, sulle nostre scelte economiche.
Se la politica geostrategica americana ti sembra caotica è solo perché la guardi con la chiave sbagliata. Se invece assumi come ipotesi di lavoro che gli USA agiscano in modo sistematico per danneggiare – o quantomeno per indebolire e rendere dipendente – l’Europa, all’improvviso il quadro smette di essere un collage di follie e inizia ad assomigliare a una strategia estremamente coerente. In questa chiave di lettura, la “guerra infinita” non è un incidente, è il metodo con cui si tengono sotto pressione le dorsali energetiche, commerciali e logistiche che servono all’industria europea per restare competitiva.
Se torni indietro alla guerra in Ucraina e al sabotaggio dei gasdotti, il risultato netto è stato togliere di mezzo in modo irreversibile il principale canale di gas a basso costo verso la Germania, cioè il cuore industriale dell’UE. L’effetto sull’industria europea è stato devastante: aumento strutturale del costo dell’energia, rilocalizzazioni negli USA attratti da energia più economica e dagli incentivi, perdita di marginalità nelle filiere energivore europee. Ancora prima, nel Mediterraneo “pre‑primavere arabe”, avevi un’area che cresceva complessivamente più delle economie mature, con il Sud del Mediterraneo che macinava tassi medi annui sopra il 4% e si configurava sempre più come spazio naturale di proiezione economica europea; poi sono arrivate le rivolte, le guerre civili, il caos migratorio, e quell’area si è trasformata da opportunità di crescita a serbatoio di crisi permanente sulle frontiere UE.
Lo schema continua con l’Ucraina armata “a metà”: armi sì, ma con limitazioni d’uso tali da rendere impossibile una vittoria rapida, garantendo invece una guerra di logoramento che prosciuga bilanci europei, scorte militari e attenzione politica, mentre l’economia del continente si tiene addosso un rischio geopolitico cronico. Nel frattempo, ogni movimento europeo verso una maggiore autonomia commerciale viene immediatamente circondato dal rumore di fondo delle crisi: l’accordo con il Mercosur arriva dopo 25 anni proprio mentre la regione entra in turbolenza, quello con l’India viene letto esplicitamente come risposta ai dazi e ai capricci di Washington, e puntualmente, sulle stesse rotte di navigazione che dovrebbero sostenerlo, inizi a vedere crescere il livello di rischio geopolitico.
Mettendo questa chiave di lettura sopra la mappa, anche le mosse di Trump, del suo predecessore e con ogni probabilità del suo successore, diventano lineari: mantenere l’Europa in uno stato di dipendenza strutturale, impedendole di consolidare uno spazio economico autonomo – dal Mediterraneo all’Indo‑Pacifico – su cui costruire una vera autonomia strategica. Gli USA non sono caotici; sono coerenti con un obiettivo di lungo periodo: assicurarsi che, in qualunque direzione l’UE provi ad allungarsi, incontri sempre abbastanza caos da ricordarsi che il “porto sicuro” resta il dollaro, il mercato americano, e l’ombrello militare di chi quel caos lo genera e lo gestisce. Interessante? Direi istruttivo.
L’unico modo per uscirne, per l’Europa, è smettere di voler diventare una brutta copia degli Stati Uniti. Non se ne può più di intellettuali e think tank che come riflesso pavloviano tirano fuori “gli Stati Uniti d’Europa” come panacea, proprio mentre gli Stati Uniti d’America stanno mostrando in diretta mondiale cosa diventa un impero quando entra nella fase patologica: polarizzazione tossica, oligopoli digitali fuori controllo, militarismo come politica industriale, moneta di riserva usata come randello. Lo stesso vale per il mantra “dobbiamo avere anche noi i nostri Google, Meta, Amazon”: abbiamo già visto cosa significa lasciare gli OTT americani esentasse a fare shopping in casa nostra, non serve replicare il modello, serve smettere di subirlo.
Il passo successivo è prendere atto che gli USA non sono più “amici”, e neppure semplici concorrenti rumorosi. Dal punto di vista europeo, gli Stati Uniti sono diventati nemici nel senso tecnico del termine: una potenza che persegue linee di politica economica, energetica e militare strutturalmente ostili alla sopravvivenza dell’industria e dell’autonomia europea, dal sabotaggio di fatto dei nostri corridoi energetici fino alla pressione continua perché compriamo le loro armi, i loro standard tecnologici e la loro narrazione culturale.
In molti palazzi a Berlino questa cosa è già chiara da anni, dove gli USA vengono definiti senza giri di parole “alleati militari ma nemici economici e finanziari”; il problema è che a Bruxelles e nelle capitali latine si continua a fingere che si tratti solo di incomprensioni fra partner.
È ora di chiamare le cose con il loro nome: Washington persegue un piano coerente di erosione della capacità europea di agire come polo autonomo, e l'”americanizzazione” forzata delle nostre élite culturali e mediatiche è parte integrante di questo processo, perché un continente che pensa con categorie americane è già mezzo colonizzato senza bisogno di Marines.
La traiettoria è chiara: prima si distrugge la base industriale e finanziaria, poi si lavora sulla cancellazione dell’identità culturale europea sostituendola con surrogati hollywoodiani, tecno‑evangelici e wokisti di importazione. Continuare a trattare gli Stati Uniti come un alleato “caro” e “amico” in questo quadro non è ingenuità: è complicità suicida.
A mio avviso sarebbe il momento di iniziare a dire apertamente a Washington che abbiamo capito il gioco, che sappiamo leggere la loro strategia di sicurezza nazionale per quello che è – una dottrina Monroe aggiornata, in cui l’Europa è pedina da usare e non soggetto da rispettare – e di adeguare di conseguenza il linguaggio politico e diplomatico europeo. Questo non significa dichiarare guerra agli USA, ma smettere di comportarsi come coniuge abbandonato che continua a difendere l’ex al bar: ridefinire l’alleanza in termini freddamente transazionali, costruire davvero l’autonomia strategica (anche nucleare, se serve) e, soprattutto, parlare ai cittadini europei con la stessa chiarezza con cui a Washington parlano dei loro “interessi nazionali”. Solo quando loro sentiranno, con la stessa nettezza, che li consideriamo quello che sono – una potenza avversaria, non un fratello maggiore – saranno costretti almeno a smettere di darci lezioni mentre ci segano le gambe.
Perché alla fine, tutto quello che è questa guerra in Iran è esattamente questo: la cosa più dannosa che si potesse orchestrare contro l’Europa, in questo momento storico. Non c’è un obiettivo realistico di “regime change”, non c’è un salto qualitativo nella minaccia rispetto a ieri, non c’è nulla che giustifichi l’urgenza, se non il fatto che colpisce in pieno le filiere energetiche, commerciali e industriali sulle quali l’UE sta cercando faticosamente di rimettersi in piedi.
L’Iran di oggi non è diverso dall’Iran di dieci anni fa, e nemmeno da quello di venti o trent’anni fa: stessa teocrazia, stessi Pasdaran, stessi proxy regionali, stesse violazioni dei diritti umani che fino a ieri “indignavano” a corrente alternata. Se per decenni è andato bene così com’era, l’idea che improvvisamente rappresenti una minaccia intollerabile suona semplicemente ridicola. Nessuna delle giustificazioni ufficiali regge davvero alla prova dei fatti, se non una, brutalmente semplice.
Questa guerra fa male ai paesi europei. Fa male all’energia, alle rotte marittime, ai costi assicurativi, ai piani industriali, alla già fragile illusione di autonomia strategica del continente. E se metti questa frase come riga di fondo del bilancio, all’improvviso tutto il resto – le “missioni”, le “coalizioni di volenterosi”, le “linee rosse” – si ricompone in un disegno che, per quanto cinico, è fin troppo chiaro.