Un **blocco (o chiusura effettiva/de facto)** dello **Stretto di Hormuz** oggi potrebbe innescare un processo di crisi energetica  simile a quello degli anni ’70. Vincitore: la city di Londra 

mer 11 mar, 02:36 (1 giorno fa)

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 Il meccanismo di trasferimento di ricchezza dai consumatori alle grandi compagnie energetiche e alle banche/finanza globale resterebbe in gran parte analogo, anche se meno dominante rispetto al passato a causa della diversificazione delle fonti energetiche, del maggiore ruolo dello shale USA e del declino relativo del “petrodollar recycling” classico, ma solo in superficie.

Ecco come avverrebbe passo per passo in uno scenario realistico di blocco prolungato (settimane o mesi), basandosi sulle dinamiche attuali (prezzi intorno ai 90-100+ dollari al barile per Brent dopo l’escalation recente, con picchi oltre i 110-119 in fasi acute).
### 1. Shock immediato sull’offerta e balzo dei prezzi
– Lo Stretto di Hormuz gestisce circa il **20% del petrolio mondiale consumato** (15-21 milioni di barili/giorno di greggio + prodotti, a seconda delle fonti 2025-2026) e una quota simile di **GNL** (soprattutto dal Qatar).
– Un blocco de facto (minacce, mine, assicurazioni impossibili, attacchi a navi o infrastrutture) riduce drasticamente i flussi: tanker fermi, esportazioni dal Golfo (Arabia Saudita, UAE, Kuwait, Iraq, Iran, Qatar) bloccate o molto ridotte.
– Mercato reagisce con **panic buying** e **risk premium** enorme: prezzi Brent/WTI salgono rapidamente del 30-100%+ in giorni/settimane.
  – Breve chiusura (giorni-settimane): +20-50 dollari (verso 100-150 $/barile).
  – Prolungata (mesi): scenari da 150-200-215 $/barile in casi estremi (se si aggiungono danni a impianti o shut-in di produzione nel Golfo).
– Consumatori globali (soprattutto Asia: Cina, India, Giappone, Corea; Europa e USA) pagano **energia molto più cara** (benzina, diesel, jet fuel, riscaldamento, elettricità da gas).
### 2. Guadagni per i produttori OPEC+ e Iran (se parzialmente operativo)
– I paesi del Golfo incassano **surplus enormi** in dollari (petrodollari) sui barili esportati prima del blocco o via pipeline alternative limitate (es. Arabia Saudita via Mar Rosso, UAE via Fujairah).
– Anche se produzione cala, i prezzi moltiplicati generano **ricavi netti più alti** per barile esportato.
– Iran potrebbe guadagnare da vendite “ombra” (a Cina/India via trans-shipment o sconti), ma con costi altissimi.
– Risultato: **trasferimento di ricchezza massiccio** dai consumatori mondiali ai produttori del Golfo e da qui alle grandi banche.
### 3. Profitti record per le grandi compagnie petrolifere (major occidentali e nazionali)
– Le major (ExxonMobil, Chevron, Shell, BP, TotalEnergies) e NOC (Saudi Aramco, ADNOC, ecc.) **non perdono** la filiera: estraggono/raffinate/traspongono/vendono.
– Costi di produzione bassi (soprattutto in Medio Oriente: 5-15 $/barile) vs prezzi di vendita a 100-200 $/barile → **margini di raffinazione + upstream esplosivi**.
– Negli USA shale producers (se non colpiti direttamente) guadagnano.
– Profitti straordinari → dividendi record, buyback, investimenti (ma anche tasse windfall in alcuni paesi).
### 4. Riciclo dei petrodollari (petrodollar recycling) – versione 2026
– Surplus OPEC+ (soprattutto Arabia Saudita, UAE, Kuwait, Qatar) in **miliardi di dollari extra** vengono depositati in banche occidentali (Wall Street, City di Londra, Svizzera) o investiti in asset sicuri (Treasury USA, bond, azioni, fondi sovrani).
– Oggi il riciclo è leggermente meno “obbligato” rispetto agli anni ’70 (diversificazione verso Cina, euro, oro, Bitcoin, investimenti domestici via Vision 2030 saudita), ma resta massiccio:
  – Banche globali (JPMorgan, Citibank, HSBC, Goldman Sachs, ecc.) ricevono depositi a basso costo.
  – Prestano a governi/aziende con deficit (per import energia cara), paesi emergenti, o finanziano debito USA.
  – Spread + fee + volumi enormi → profitti bancari e finanziari alti.
  – In apparenza il dollaro si rafforza temporaneamente (domanda di USD per comprare petrolio caro), ma a lungo termine rischio inflazione/de-dollarizzazione accelera se crisi prolungata. E soprattutto il mercato di nuovi petrodollari finisce e sotto il controllo della city di Londra.
### 5. Effetti macro e vincitori/perdenti
– **Vincitori principali**:
  – Big Oil (major + NOC) → profitti esplosivi.
  – Banche e finanza anglo-americane → riciclo + volatilità = fee/trading alti.
  – USA (parzialmente): shale + SPR release + export LNG aiutano a mitigare, ma inflazione sale.
– **Vincitori apparenti **:
– Paesi del Golfo
– **Perdenti**:
  – Importatori netti (Cina, India, Europa, Giappone) → shock inflattivo, recessione rischio.
  – Consumatori globali → costi energia + inflazione generale.
  – Economie emergenti → crisi debito (prestiti in USD più cari).
### Differenze chiave rispetto agli anni ’70
– **Meno monopsonio OPEC**: USA è esportatore netto, shale risponde velocemente (ma non istantaneamente).
– **Transizione energetica**: EV, rinnovabili, efficienza riducono elasticità domanda a lungo termine.
– **Petrodollar meno rigido**: Arabia Saudita diversifica (yuan, BRICS, oro), ma dollaro resta dominante per petrolio. E il dollaro finisce in mano alla city.
– **Riserve strategiche** (USA SPR, Cina, India) e pipeline alternative mitigano un po’.
– **Durata cruciale**: Breve → spike temporaneo; prolungata → shock stile 1973 ma potenzialmente peggiore (triplo embargo, dicono alcuni analisti).
In sintesi:, il processo si **ripeterebbe in larga parte** — ricchezza trasferita da consumatori a produttori → big oil → banche/finanza globale via riciclo petrodollari — ma con un’intensità e una durata che dipendono fortemente da quanto dura il blocco e da risposte geopolitiche/militari. Nel 2026, con prezzi già alti per tensioni recenti, un blocco prolungato potrebbe scatenare uno shock energetico globale più grave di quello del 1973 in termini assoluti, ma con meccanismi di assorbimento leggermente più resilienti.