Ma Trump non è Mussolini

Ma Trump non è Mussolini

sull’entusiasmo della destra italiana per l’esito elettorale americano

 

Il Messaggero di oggi (09.11.2016) ha pubblicato un articolo sugli entusiasmi della destra italiana per la vittoria di Donald Trump in America. Tra un Salvini che inneggia al popolo che batte i poteri forti ed un Brunetta che già vede la fine del renzismo, una Meloni che vede il popolo ribellarsi all’establishment mondialistico-finanziario ed un Toti che urla che il 4 dicembre toccherà alla destra italiana, nell’articolo saltano fuori anche un Beppe Grillo entusiasta del Vday americano di Trump ed un Bersani riflessivo sugli errori della sinistra.

Tutto questo entusiasmo della destra italiana è comprensibile ma non completamente condivisibile. Pur comprendendo, ed anche condividendole, le ragioni di fondo di tale entusiasmo, lo scrivente non riesce a non riservarsi un margine di disincanto di fronte ad un personaggio come Trump.

Sia chiaro: la Clinton era peggio perché è l’espressione del globalismo finanziario che con un ipocrita “paternalismo per i deboli” da sinistra “arcobaleno” lavora a mantenere le masse buone affinché il capitale transnazionale possa liberamente sporcare il mondo. Ora tutti sanno da dove provengono le ingenti risorse finanziarie della Clinton Foundation, “promotrice” del cosmopolitismo umanitario ossia dell’ideologia di copertura della globalizzazione finanziaria. Sappiamo anche quali rapporti intercorrono tra la famiglia Clinton, perfettamente inserita nell’establishment, e Wall Street e come Hillary e Bill si siano arricchiti.

Trump, d’altro canto, non è per niente un “repubblicano”, ossia un esponente dell’aristocrazia conservatrice americana. L’Old Party gli è stato contro e i Bush hanno perfino votato per la Clinton pur di sbarrargli la strada per la Casa Bianca. Donald Trump è un outsider e già circolano, sul web, fotomontaggi del nostro Berlusconi con la chioma bionda di Trump a sottolineare le somiglianze tra i due.

Ma la destra italiana, mossa dall’entusiasmo, sembra convergere, naturalmente con un giudizio speculare, con la pubblicistica negativa dei media nazionali ed internazionali che dipingono Trump come un pericolo autoritario, come un nuovo Mussolini. Trump è definito “populista”, “nazionalista”, “razzista”. Un “demagogo” che cavalca le paure sia della middle class impoverita dalla globalizzazione che della working class diseredata. Qualcuno lo ha, appunto, paragonato a Mussolini. Ma chi propone tali paragoni è ignorante, sotto il profilo storico, come una talpa, perché Mussolini lungi dall’essere stato un demagogo era l’esponente di una intera generazione di “socialisti eretici” che fuoriusciva da una lunga gestazione culturale e politica i cui prodomi possono essere rintracciati, a cavallo del XVIII e del XIX secolo, nel fermento di giacobinismo, mazzinianesimo, socialismo risorgimentale, socialismo blanquista, boulangismo.

Benito Mussolini, a differenza di Trump, non era un miliardario, veniva per davvero dal popolo, apparteneva a quella piccola borghesia ascendente incastrata tra grande capitale e proletariato (padre fabbro ed anarchico, madre cattolica e maestra di scuola elementare) che praticava il socialismo ma senza indottrinamenti esclusivamente marxisti bensì aperti al niccianesimo, al vitalismo, all’irrazionalismo, all’idealismo neohegeliano, al sindacalismo rivoluzionario.

Vogliamo poi prendere in considerazione altri capi “populisti”, per di più extra-europei, del secolo scorso? Parliamo, ad esempio, di Peròn o di Nasser? Anche loro appartenevano trasversalmente ad un’area nazionale e sociale con forti radicamenti popolari. Insomma quella di Mussolini e dei populismi del XX secolo è stata tutta un’altra storia.

Quel che chiamano “populismo” è un fenomeno politico-sociale molto diverso a seconda dei contesti e delle epoche. Negli Stati Uniti il populismo è in genere di tipo liberista, antifiscalista, conservatore e protestante fondamentalista, con forti richiami razzisti all’identità “originaria” White Anglo-Saxon Protestant che si presume minacciata. L’esempio tipico di populismo statunitense è il Tea Party, con una ideologia old-conservative (Locke, Burke) ed una base di massa fondata sulla protesta anti-statualista ed antifiscale, un po’ come la nostra Lega. In Europa, invece, i populismi sono stati di tipo socialista nazionalista, dirigista, rivoluzionario o, se si vuole, rivoluzionario-conservatore, “pagani” o cattolici. In Europa essi avevano alle spalle “una” o, se si vuole, la Tradizione (in America c’è, sotto questo profilo, il vuoto quasi totale se si fa eccezione del richiamo ai mitici “padri fondatori”).

Solo a partire dall’ultimo decennio del XX secolo, ossia con l’esplosione della globalizzazione che ha mescolato anche i populismi di qua e di là dell’Atlantico, anche da noi i populismi hanno assunto caratteri americani: si veda, per l’appunto, la Lega che dietro il suo pseudo etnicismo “celtico” e il suo nuovo nazionalismo anti-eurocratico poi, però, avanza proposte liberiste come la flat tax (ricchi e poveri dovrebbero sopportare lo stesso peso fiscale in un concetto di eguaglianza al rovescio che ponendoli sullo stesso piano si risolve nel togliere ai poveri, proporzionalmente, più di quel che essi dovrebbero dare al fisco e per lasciare ai ricchi, proporzionalmente, molto di più di quanto devono versare) oppure il “berlusconismo” con il suo liberismo popolare che mentre non ha mai rialzato le barriere doganali ha, però, tagliato la spesa pubblica ossia il Welfare (ed il fatto che Monti ed oggi Renzi, per obbedire all’eurocrazia, abbiano tagliato ancor di più non assolve il berlusconismo).

A Trump, forse, si deve riconoscere, a differenza di cose come il Tea Party, il solo merito di aver introdotto nel populismo a stelle e strisce il tema, anti-globalizzazione, del protezionismo economico. Un po’ come la Le Pen in Francia. Solo sotto questo profilo è possibile accostarlo ai socialismi nazionali europei di un tempo. E forse è questo che gli ha conquistato i favori della working class, come alla Le Pen. Perché la vecchia “classe operaia” ed in genere la classe lavoratrice lungi da andare in paradiso, come ha creduto l’utopia comunista, si è ritrovata nell’inferno della disoccupazione innescata dalla globalizzazione dei mercati, dalla caduta delle barriere doganali, dalla liberalizzazione dei capitali finanziari, dalla deindustrializzazione e dalla delocalizzazione delle aziende. I lavoratori hanno compreso, o almeno intuito, che nel XX secolo essi erano riusciti a conquistare diritti e dignità soltanto nell’alveo dello Stato nazionale, gradualmente diventato anche Stato sociale (grazie al socialismo, al fascismo ed al cattolicesimo sociale), e che, ora, le loro conquiste sono state annullate dalla globalizzazione dei mercati.

In questo senso l’unico ad aver visto giusto è Bersani quando, nell’articolo de Il Messaggero di oggi, sopra citato, ha rilevato che quella emergente non è una destra liberista ma protezionista, ammonendo la sinistra (ogni riferimento a Matteo Renzi è del tutto voluto) a smetterla con il blairismo per tornare alle idee madri della stessa sinistra ossia la protezione sociale del lavoro.

Una riflessione che dovrebbe, ed a maggior, ragione valere anche per la “destra sociale”, se ne esiste ancora una.

                                                                                                               Luigi Copertino

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