SINODO AMAZZONIA – UN COMPIUTO ATTO DI APOSTASIA

Commento al testo

 “Amazzonia. Nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale. Instrumentum laboris

prof. Matteo D’Amico

Premessa

All’Angelus del 15 ottobre 2017 papa Francesco ha annunciato l’intenzione di dare corso a un Sinodo speciale sull’Amazzonia. Il Sinodo inizierà il 6 ottobre a Roma e vi parteciperanno i vescovi di sette Conferenze Episcopali sudamericane.

 

In prima battuta si è messo a punto il Documento Preparatorio (DP) durante un incontro di due giorni, svoltosi a Roma il 12 e il 13 aprile 2018. Il Documento è stato pubblicato l’8 giugno e si concludeva con un lungo questionario. Il lavoro concreto di preparazione di tale Documento è stato svolto dalla Rete Ecclesiale Panammazzonica (REPAM) nata nel 2014 a Brasilia.

Le risposte al Questionario delle varie realtà ecclesiali di base sono state consegnate ai presidenti delle sette Conferenze Episcopali (Antille, Brasile, Bolivia, Colombia, Ecuador, Perù, Venezuela), che a loro volta le hanno fatte confluire presso la Segreteria del Sinodo.

La REPAM ha, a questo punto, organizzato 2k60 eventi ai quali hanno partecipato 87.000 persone: in questi eventi si è discusso dei risultati dei questionari e delle sintesi proposte dalle Conferenze Episcopali.

Tutto questo materiale è stato poi affidato a otto esperti, quattro dell’area amazzonica e quattro provenienti da Roma, che hanno redatto il testo conclusivo dell’Instrumentum Laboris.  Naturalmente sono seguiti altri incontri e seminari di studio dell’Instrumentum, fra i quali uno particolarmente importante è quello che si è svolto a Washington dal 19 al 21 marzo 2019.

L’Instrumentum Laboris (da adesso citato come IL) è diviso in tre sezioni: la prima parte intitolata “La voce dell’Amazzonia”; la Seconda parte intitolata “Ecologia integrale: il grido della terra e dei poveri”; la terza parte: “Chiesa profetica in Amazzonia: sfide e speranze”.

Prima di inziarne una breve analisi facciamo già un’osservazione di metodo: come si sarà notato si è scelto di seguire uno schema “dal basso”, ovvero di arrivare al documento finale partendo dalla compilazione del questionario e da una serie innumerevole di incontri preparatori. È il metodo a cui il papa ci ha ormai abituato già in altri sinodi, come quello sulla famiglia e quello sui giovani. Siamo di fronte a una sorta di democrazia radicale ecclesiastica, con un continuo appello al popolo e la sua sollecitazione a compilare dei “cahiérs de doléance” in cui dire che cosa ci si aspetta dalla Chiesa, quali cambiamenti ci si attende. È il metodo, in fondo, di ogni rivoluzione, a partire, appunto, dalla rivoluzione francese del 1789. È un metodo pericoloso e del tutto innaturale per la Chiesa, oltre che privo di precedenti in tutta la sua storia. La Chiesa cattolica è essenzialmente “magistra”: possiede la verità nella sua pienezza, custodisce una dottrina immutabile e limpidissima che ha il dovere di insegnare a tutte le genti, non è un organismo o un’istituzione semplicemente umana che deve fare sondaggi come adeguare un servizio alle esigenze dei suoi clienti. Stante il rapporto fra Chiesa Docente (il Papa e l’episcopato a lui unito e a lui subordinato) e la Chiesa Discente, non ha senso invertire i termini del rapporto e pensare che sia la Chiesa Discente a dover insegnare alla Chiesa Docente che cosa bisogna fare o cosa bisogna insegnare. Siamo di fronte a un anticristico rovesciamento del rapporto corretto che si dovrebbe avere con l’Autorità: questo si vedrà come è il nodo di tutto il documento e, in realtà, è il nodo della personalissima ed eterodossa interpretazione che dà il pontefice del ruolo e dei compiti della Chiesa.

Ma vale la pena di farsi un’ultima domanda: in Amazzonia vivono 34 miliomi di persone, dei quali più di 3 milioni sono indios (su un terrirorio di 7,5 milioni di chilometri quadrati). Si tratta di un numero irrisorio di abitanti, equivalenti a poco della metà degli abitanti d’Italia, ma sparsi su un territorio quasi 22 volte quello italiano. Allora perché tanta enfasi sulle sorti del cattolicesimo in questa regione così particolare, ma quantitativamente insignificante, in termini di appartenenza alla Chiesa cattolica? Non ci sono forse problemi molto più urgenti, come ad esempio la profondissima scristianizzazione di stati europei cattolici da innumerevoli secoli?  Non vi sono giganteschi problemi in campo bioetico che richiederebbero sinodi straordinari, dall’aborto, all’eutanasia, alle unioni omosessuali? E allora l’ansia per 3 milioni di indios sparsi nell’immenswa foresta amazzonica ci sembra non temerario ipotizzare che abbia un’altra genesi e provenga da strategie ecologiste portate avanti dai poteri forti in tutto il mondo e di cui la Chiesa cattolica deve farsi corifea e cassa di risonanza, visto il suo ruolo di autorità morale addomesticata e controllata, ma ancora influente su molti, utile a dare una patina di spiritualità alla dittatura globale che sta lentamente instaurandosi. Insomma il Papa usato come una Greta di lusso a uso e consumo degli inebetiti popoli che stanno venendo lentamente schiacciati.

 

Analizziamo ora i punti essenziali del documento.

 

 

 

PARTE I

LA VOCE DELL’AMAZZONIA

 

Dopo un inno all’Amazzonia e al Rio delle Amazzoni come fondamentale bacino ecologico e serbatoio di biodiversità di rilevanza mondiale, si affronta il tema di quello che gli indios chiamano “il buon vivere”: “Si tratta di vivere in armonia con se stessi, con la natura, con gli esseri umani e con l’essere supremo, perché esiste un’intercomunicazione tra tutto il cosmo, dove non esiste chi esclude né chi è escluso, e che fra tutti si possa forgiare un progetto di vita piena” (p. 42).

 

Si noti il curioso riferimento all’Essere Supremo, espressione tipica del gergo massonico e che si ritrova nella Rivoluzione francese, tanto che Robespierre fece approvare una legge sull’Essere Supremo, con tanto di liturgia pubblica, di paramenti e di atti di culto. Si tratta di un’espressione del tutto estranea al cattolicesimo e di sapore deista.

Ma le cose più gravi sono altre. Nel passo citato inizia a emergere una strana visione idilliaca degli indios amazzonici e del loro modo di vita, quasi fossimo tornati al mito del “buon selvaggio” di Rousseau e, soprattutto, si dà corso a una strana visione vagamente panteista dove tutto è in comunione con tutto: l’acqua, la terra, l’uomo. Dio. Quest’idea è rafforzata nel passo successivo:

Tale comprensione della vita è caratterizzata dalla comprensione e dall’armonia dei rapporti fra l’acqua, il territorio e la natura, la vita comunitaria e la cultura, Dio e le varie forze spirituali. Per loro, “buon vivere” significa comprendere la centralità del carattere relazionale-trascendente degli esseri umani e del creato, e presuppone il “fare il bene”. Le dimensioni materiali e spirituali non possono essere separate” (p. 43).

 

Delle domande si impongono: che cosa sono “le varie forze spirituali”? Si allude al culto degli spiriti praticato dagli indios o a qualche altra credenza pagana residuale? Cos’è il “carattere relazionale-trascendente degli esseri umani e del creato”? Dobbiamo pensare che non ci sia più un salto ontologico nettissimo fra l’uomo come soggetto spirituale e la natura o che la natura stessa sia animata spiritualmente? Sono frasi o incomprensibili e che non hanno alcun senso, o che indicano l’inizio di un netto abbandono della fede cristiana a favore di un altro culto new age e neopagano che divinizza la natura. Si noti, fra l’altro, la totale assenza della cesura fra piano naturale e piano soprannaturale, dove il secondo è riassorbito e schiacciato sul primo.

 

Questa idilliaca concezione e pratica della vita comunitaria degli indios è presentata come impedita e gravemente minacciata dallo sfruttamento capitalistico delle risorse e delle persone portato dai colonizzatori bianchi, che hanno generato “la perdita della loro cultura originaria e della loro identità (lingua, pratiche spirituali e costumi” (p. 45).

Senza difendere lo sfruttamento e le ingiustizie che indubbiamente ci sono state e sono inevitabili in ogni processo storico, il testo dell’Instrumentum Laboris sembra aver dimenticato completamente il dogma del peccato originale: come si fa infatti a deplorare che gli indios – che di fatto, al momento della scoperta del Nuovo Mondo vivevano a un livello di civiltà di poco superiore a quello dell’età della pietra – abbiano abbandonato “le loro pratiche spirituali”? La Conquista spagnola e portoghese del Sud America e del Centro America porta ai popoli indigeni il Vangelo, e legioni di missionari convertono e battezzano popoli imprigionati in veri e propri culti satanici fondati sul sacrificio umano. Come si fa a deplorare che gli indios abbiano perso le loro “pratiche spirituali e costumi”? Basta leggere il bellissimo testo di jean Dumont, Il Vangelo nelle Americhe per capire il dono immenso che fu per tutti i popoli sudamericani la conquista da parte degli europei ed è aberrante che dei vescovi deplorino proprio ciò che dovrebbero esaltare e difendere, come se ci potesse essere un valore superiore al ricevere l’annuncio di salvezza evangelico e la possibilità di entrare nella Chiesa attraverso il battesimo.

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La terra come luogo teologico

Tutta l’impalcatura concettuale dell’Instrumentum Laboris si regge sull’idea che il territorio amazzonico rappresenti un “luogo teologico”, e debba diventare dunque fonte di ispirazione della dottrina:

“Minacce e aggressioni alla vita generano grida, sia dei popoli che della terra. Partendo da queste grida come luogo teologico (da dove pensare la fede), si possono iniziare cammini di conversione, di comunione e di dialogo, cammini dello Spirito, di abbondanza e del “buon vivere””[1].

 

Questo concetto verrà ripreso più volte nel testo e mira in modo esplicito ad alimentare questo sofisma: la particolarità della regione amazzonica rende legittimo introdurre nuove categorie teologiche e modificare profeticamente la dottrina, la morale, la legge ecclesiastica.

Va però motato che è del tutto immaginaria la possibilità di considerare una regione geografica luogo teologico. La dottrina dei “luoghi teologici fu infatti sistematizzata da Melchior Cano nella prima metà del XVI secolo nell’opera De Locis Theologicis, nella quale egli stabilisce dieci luoghi teologici, ovvero i luoghi “di tutti gli argomenti teologici, con i quali tutti i teologi trovano tutte le proprie argomentazioni sia per confermare, sia per respingere” una dottrina.

In Melchior Cano[2] i luoghi teologici si dividono in “propri” (Scrittura, Tradizione, Chiesa, Concili, Papi, Santi Padri, Teologi), e “impropri” (ragione Umana, Filosofia, Storia). Come si può vedere la geografia non è un luogo teologico. Dunque, l’Amazzonia e le “grida” della terra amazzonica non possono né influenzare, némodificare la dottrina della Chiesa in nessun suo punto. Ma purtroppo risuona in questo uso improprio del concetto di “luogo teologico” una delle idee centrali del pensiero di papa Francesco, ovvero l’idea che lo Spirito possa ispirare, in modo diversificato a seconda dei luoghi e dei tempi, svolte dottrinali e cambiamenti in ciò che si è sempre creduto. Per lui la fede e la Chiesa sono vive solo se si pongono alla sequela degli uomini e dei loro mutevoli bisogni od esigenze: il pastore deve seguire, e non guidare, le pecore e avere lui l’odore delle pecore e non il contrario. Una Chiesa che abbia la pretesa di imporre a tutti i cristiani la stessa immutabile dottrina è una Chiesa di farisei che pietrifica la Rivelazione, Rivelazione che per il Pontefice regnante non si è conclusa con la morte dell’ultimo apostolo, ma continua, soprattutto ad opera dei poveri e delle periferie. Ecco il contesto teologico gravemente eterodosso nel quale va contestualizzato il Sinodo che si sta preparando.

Quanto stiamo dicendo trova conferma nel Capitolo II, intitolato “territorio”, dell’ IL, dove leggiamo:

 

Inoltre, possiamo dire che l’Amazzonia – o un altro spazio territoriale indigeno o comunitario – non è solo un ubi (uno spazio geografico), ma anche un quid, cioè un luogo di significato per la fede o l’esperienza di Dio nella storia. Il territorio è un luogo teologico da cui si vive la fede ed è anche una fonte peculiare della rivelazione di Dio. Questi spazi sono luoghi epifanici dove si manifesta la riserva di vita e di saggezza per il pianeta, una vita e una saggezza che parlano di Dio. In Amazzonia si manifestano le “carezze di Dio” che si incarna nella storia” (p. 48)

 

Ecco il fondamento della nuova fanta-eco-teologia che si sta cercando di lanciare! La foresta amazzonica come “fonte peculiare della rivelazione di Dio”. È evidente che qui non si sta ribadendo semplicemente che “i cieli e la terra”, la bellezza del creato in generale, cantano la gloria di Dio, testimoniano con la loro perfezione che Dio esiste ed è somma intelligenza e bontà. Si sta invece cercando di affermare    che   l’Amazzonia in quanto tale e in modo esclusivo è luogo di una rivelazione speciale che deve essere fatta propria da tutto il pianeta: insomma è una sorta di “foresta eletta” che ha un messaggio innovativo da parte di Dio per tutti gli uomini.

Sembra di essere di fronte a un delirio teologico, dispiace non poter usare un termine meno forte. E fra l’altro chiunque conosca bene l’Amazzonia sa che questa visione idilliaca della foresta pluviale è totalmente inesatta: si tratta di uno dei luoghi più inospitali della Terra, praticamente spopolato e inabitabile, dove le 390 tribù di selvaggi ancora esistenti spesso hanno usi e pratiche del tutto barbari e arretrati. Nella foresta insetti, zanzare, parassiti di ogni tipo, predatori, difficoltà a reperire acqua potabile, umidità altissima insidiano continuamente la vita dell’uomo, rendendola in pratica impossibile. Curiosamente per i redattori dell’IL l’Amazzonia è invece un luogo paradisiaco dove gli indios sono altrettanti san Francesco:

 

Uno sguardo contemplativo, attento e rispettoso sui fratelli e sulle sorelle, ma anche sulla natura – sul fratello albero, sul fratello fiore, sui fratelli uccelli, sui fratelli pesci, fino alle piccole sorelline, come le formiche, le larve, i funghi o gli insetti (cf. LS 233) – permette alle comunità amazzoniche di scoprire come tutto è connesso, di valorizzare ogni creatura, di vedere il mistero della bellezza di Dio che si rivela in tutte loro (cf. LS 84,88) e di vivere insieme amichevolmente” (p. 49).

 

Si noti nel passo citato l’idea che “tutto è connesso”: uomo e natura sono un tutt’uno, non vi è più nessun salto ontologico fra il soggetto spirituale e libero, atteso dalla vita eterna e le piante, gli uccelli, le larve. La natura non fronteggia più l’uomo che ha da Dio il compito di signoreggiarla (Genesi 1), ma la natura riassorbe in sé l’uomo, che ne è una semplice parte accessoria. Dio stesso sembra confondersi con la natura, perde la sua trascendenza: siamo avviati a in pieno panteismo. Infatti, aggiunge il testo, poiché in Amazzonia tutto è interconnesso, essa ci aiuta a capire i “nostri rapporti con gli altri, con la natura e con Dio, come propone Papa Francesco (cf. LS 66)” (p. 49). Se tutto è interconnesso – anche Dio – allora la trascendenza stessa di Dio è implicitamente negata e si tratta semplicemente, come nella gnosi antica, di ritrovare le vie che possano restaurare l’originario pléroma divino, poi divisosi per una serie di colpe. L’esistenza del soggetto individuale e del suo faccia a faccia spirituale con Dio, della sua storia di salvezza, perde ogni spessore e ogni significato. Dio è il tutto, coincide con la natura e gli uomini e non trascende il mondo, non è più pensato come la Santissima Trinità.

 

Colpevolizzazione dell’Occidente

In questo approccio panteista l’unico male diventa la colonizzazione occidentale e lo sfruttamento delle risorse amazzoniche che avrebbe scatenato. Questo è il male supremo. Come cattolici sappiamo invece che l’unico vero male è il peccato e che da esso è possibile liberarsi solo grazie alla fede e alla vita di grazia; sappiamo che Nostro Signore Gesù Cristo si è incarnato e si è fatto uomo, ha patito ed è morto sulla croce per salvare l’uomo, non per riconciliarlo con la foresta amazzonica. Gli estensori dell’ IL sembrano ignorare che l’uomo abbia un’anima immortale e che l’appartenenza alla Chiesa sia essenziale per salvarsi. In tutto il documento preparatorio che stiamo commentando non traspare mai una parola o la più piccola preoccupazione a proposito della vita di fede, della salvezza delle anime, dello stato di peccato in cui precipitano o vivono moltitudini di uomini. In un passo drammatico sembra venire esplicitamente difesa la religiosità pagana e naturalistica degli indios, senza il minimo accenno alla necessità che si convertano:

 

La vita delle comunità amazzoniche non ancora colpite dall’influenza della civiltà occidentale, si riflette nelle credenze e nei riti in merito all’agire degli spiriti, della divinità – chiamata in tantissimi modi – con e nel territorio, con e in relazione alla natura. Questa cosmovisione è raccolta nel “mantra” di Francesco: “tutto è collegato” (…) Tanto le cosmovisioni amazzoniche che quella cristiana sono in crisi a causa dell’imposizione del mercantilismo, della secolarizzazione, della cultura dello scarto e dell’idolatria del denaro”. (IL p.52, sott. nostre).

 

Il brano letto non sembra poter essere stato scritto da vescovi e teologi cattolici tanto è surreale. Prima si esalta la religiosità animista e panteistica degli indios, poi si sottolinea la prossimità di essa al sentire del papa, infine si deplora che cosmovisione india e cristiana siano in crisi a causa del mercantilismo… Insomma si esalta la sapienza ancestrale e la religiosità degli indios come modelli a cui deve ispirarsi la Chiesa. Si auspica insomma, questo il vero senso di tutto il documento, una sorta di missione al contrario, dove la cultura e la religione primitiva india devono colonizzare e trasformare la Chiesa e la fede cristiana. La Chiesa non deve annunciare il Vangelo e chiamare a conversione i popoli prigionieri delle tenebre dell’errore e della superstizione, ma lasciarsi invadere da queste tenebre e umilmente convertirsi al presunto rispetto per la natura dei pagani amazzonici.

 

Quale missione in Amazzonia?

Il testo dell’IL, dopo aver nuovamente ribadito le gravi ferite inflitte alla regione amazzonica dalla colonizzazione e dalla Chiesa complice dei colonizzatori, affronta il problema dell’evangelizzazione e parte osservando che “Molti degli ostacoli ad un’evangelizzazione dialogica e aperta all’alterità culturale sono di carattere storico e si nascondono dietro alcune dottrine pietrificate” (p. 62). In sostanza il documento accusa la Chiesa di avere sbagliato finora nella sua azione imponendo all’Amazzonia (ma in realtà a ogni altro territorio) “dottrine pietrificate”. L’espressione “dottrine pietrificate” è presa di peso dal tipico linguaggio denigratorio che Francesco utilizza quando attacca il mondo della Tradizione e in generale la Chiesa preconciliare. Abbiamo già visto infatti che per il Papa e per gli estensori dell’ IL il dogma è sempre in movimento, la dottrina si deve evolvere e adattare ai bisogni emergenti paese per paese, epoca per epoca: la Rivelazione infatti per loro – ma in realtà per tutti i modernisti come denunciati in Pascendi – non si è conclusa, ma è sempre aperta e in evoluzione, e chi pretende di pensarla come conclusa la “pietrifica” impedendole di fruttificare e di essere accettata.

Se la dottrina è mobile e la Rivelazione aperta e sempre in corso e non governata dal principio di non contraddizione, ne consegue che la Chiesa non deve più insegnare, ma entrare in dialogo con tutti, per apprendere cosa lo Spirito vuole oggi. Il vertice di questa nuova idea di religione (di fatto non più cristiana) lo si ha al paragrafo 39:

 

Molti popoli amazzonici sono costituzionalmente dialogici e comunicativi. C’è un ampio e necessario campo di dialogo tra le spiritualità, i credo e le religioni amazzoniche che richiede un avvicinamento amichevole alle diverse culture. Il rispetto per questo spazio non significa relativizzare le proprie convinzioni, ma riconoscere altre vie che cercano di svelare l’inesauribile mistero di Dio. L’apertura non sincera all’altro, così come un atteggiamento corporativo che riserva la salvezza esclusivamente al proprio credo, sono distruttivi di quello stesso credo. Questo è quanto Gesù ha spiegato nella parabola del Buon Samaritano (cf. Lc 10,30-37). L’amore vissuto in ogni religione piace a Dio. “Attraverso uno scambio di doni, lo Spirito può condurci sempre di più alla verità e al bene” (EG, 246)” (p. 63).

 

Nel passo citato, sintesi perfetta di tutto il tema del dialogo ecumenico e interreligioso, imposto alla Chiesa a partire dal Concilio Vaticano II, e in modo particolare dal documento Nostra Aetate, si ha non solo una visione modernista della fede cristiana, ma un marcato avvicinamento alla tipica concezione massonica del fenomeno religioso. Infatti parlare di un “inesauribile mistero di Dio” che tutte le religioni cercano di svelare in modo sempre parziale, equiparare quindi ogni fede e credenza, mettendo sullo stesso piano il cristianesimo e i culti animisti, accettare tutte le convinzioni religiose, purché non pretendano di imporre la propria verità come unica e universalmente valida è tipico aspetto dell’ideologia massonica di fondo.

Siamo poi alla bestemmia quando l’IL condanna “un atteggiamento corporativo che riserva la salvezza esclusivamente al proprio credo, sono distruttivi di quello stesso credo”. Infatti qui si nega il principio nulla salus extra Ecclesiam, si nega cioè l’universalità e l’unicità della salvezza operata da Cristo, equiparando il cristianesimo, ridotto a semplice “convinzione” personale, a ogni altra credenza religiosa. Non c’è bisogno di dire che la parabola del Buon Samaritano è completamente distorta e fraintesa e che, in ultima istanza, per gente che pensa in questo modo non si capisce che senso possa avere il parlare di “evangelizzazione”.

Per gli eretici che hanno scritto l’IL Dio sembra non essersi rivelato, il Verbo sembra non essersi incarnato e fatto uomo per insegnare a tutte le genti la via di salvezza che viene aperta dalla fondazione della Chiesa.

La conclusione di questa manfrina un po’ stucchevole ci avvia nella direzione che sarà poi battuta da tutto il resto del documento:

 

La vita in Amazzonia, intessuta di acqua, territorio, ed identità e spiritualità dei suoi popoli, invita al dialogo e all’apprendimento della sua diversità biologica e culturale. La Chiesa partecipa e genera processi di apprendimento che aprono cammini per una formazione permanente sul senso della vita integrata al suo territorio e arricchita da saggezze ed esperienze ancestrali” (p.65).

 

Uscendo da questo linguaggio un po’ delirante e circonvoluto, la sostanza è questa: gli indios, con la loro superiore sapienza ancestrale panteista, devono insegnare alla Chiesa, e per suo mezzo ai popoli occidentali, a vivere una nuova vita integrata ecologicamente al territorio: ecco cosa intendono oggi i modernisti che occupano la Chiesa per evangelizzazione.

 

 

 

 

PARTE SECONDA

ECOLOGIA INTEGRALE: IL GRIDO DELLA TERRA E DEI POVERI

La seconda parte dell’IL, come si intuisce anche dal suo titolo è tutta dedicata a un lungo e lamentoso elenco di tutti i mali che affliggerebbero l’Amazzonia, a partire da quella che viene chiamata “distruzione estrattivista”. A questa distruzione, vera o presunta, si oppone l’esigenza di una “conversione ecologica”. Ci limitiamo a sottolineare solo i punti più critici.

In un paragrafo sulla famiglia, ad esempio, si dice: “Insomma, è nella famiglia che si impara a vivere in armonia: tra i popoli, tra le generazioni, con la natura, in dialogo con gli spiriti” (p. 93). Torna l’inammissibile accettazione di non si sa bene quale religiosità spiritistica o animistica come valore positivo: ma per duemila anni ovunque giungessero i missionari la prima lotta era proprio contro “gli spiriti” e i falsi dei popoli pagani. Come osano dei teologi cattolici, dei vescovi vedere come un valore positivo il “dialogo con gli spiriti” degli indios che dovrebbero evangelizzare? E poi, al di fuori della fede in Nostro Signore Gesù Cristo, con quali mai spiriti potrà “dialogare” un indio fermo ancora al paganesimo? Non sta forse scritto che “Gli dei dei pagani sono tutti demoni”?

 

La questione della salute integrale

Il capitolo comunque più surreale di questa seconda parte è forse il Settimo, intitolato “La questione della salute integrale”. Ecco alcuni dei passi più controversi:

La regione amazzonica contiene oggi la più importante diversità di flora e di fauna del mondo e la sua popolazione autoctona ha un senso integrale della vita non inquinato dal materialismo economico. L’Amazzonia è un territorio sano nella sua lunga e fruttuosa storia, anche se non sono mancate malattie” (p. 102). Purtroppo però – continua il testo – lo sfruttamento economico intensivo dell’Amazzonia ha fatto apparire nuove patologie ha compromesso l’equilibrio e la salute sia della foresta, che dei suoi abitanti:

Il danno affligge non solo la salute fisica, ma anche la cultura e la spiritualità dei popoli, è un danno alla loro “salute integrale”. Gli abitanti dei villaggi amazzonici hanno diritto alla salute e a “vivere in salute” il che presuppone un’armonia “con ciò che la “Madre Terra” ci offre (…). I rituali e le cerimonie indigene sono essenziali per la salute integrale perché integrano i diversi cicli della vita umana e della natura. Creano armonia ed equilibrio tra gli esseri umani e il cosmo. Proteggono la vita dai mali che possono essere causati sia da esseri umani che da altri esseri viventi. Aiutano a curare le malattie che danneggiano l’ambiente, la vita umana e altri esseri viventi” (p. 104, sott. nostre).

 

Si noti nel brano appena citato l’aberrante difesa dei culti e dei rituali religiosi pagani ancora praticati dagli indios, culti di fatto strettamente connessi a pratiche magiche di varia natura. Qui non solo non si parla di evangelizzazione, ma siamo alla più sfacciata apologia della magia e della religiosità india. È oggettivamente una vergogna per l’intera Chiesa cattolica che sette conferenze episcopali abbiano potuto concorrere a scrivere un documento simile, come è una vergogna che i dicasteri romani lo abbiano accettato e approvato. Inoltre chiunque capisce che se questo è l’Instrumentum Laboris che guiderà il Sinodo di ottobre, il Sinodo stesso non potrà che risolversi in un disastro sotto ogni punto di vista.

 

Verso una Chiesa “discepola”

Come è già emerso il cuore della eterodossa concezione di Francesco della Chiesa è basata sull’idea che la Rivelazione non si è conclusa, che il Depositum Fidei non è stabile e immutabile, ma in continua evoluzione. La Chiesa quindi non deve più essenzialmente e innanzitutto insegnare ciò che custodisce, tradere ciò che ha ricevuto da Nostro Signore, ma farsi discepola e imparare i nuovi elementi della “rivelazione” che Dio dà oggi essenzialmente attraverso le periferie, gli ultimi, gli “scartati”, per usare il lessico del Papa. La nuova “rivelazione” viene così a coincidere modernisticamente con le attese e i bisogni dei popoli, ai quali non si può rispondere con dottrine “pietrificate”. Ecco allora che abbiamo nuovi e del tutto inediti “luoghi teologici”, come appunto l’a foresta amazzonica, che si tratta di ascoltare.

 

Attraverso l’ascolto reciproco dei popoli e della natura, la Chiesa si trasforma in una Chiesa in uscita, sia geografica che strutturale; in una Chiesa sorella e discepola attraverso la sinodalità. Come ha espresso Papa Francesco nella Costituzione Apostolica Episcopalis Communio: “Il Vescovo è contemporaneamente maestro e discepolo (…). È discepolo quando, sapendo che lo Spirito è elargito a ogni battezzato, si pone in ascolto della voce di Cristo che parla attraverso l’intero popolo di Dio” (EC 5). Egli stesso è diventato un discepolo a Puerto Maldonado quando ha espresso la sua volontà di ascoltare la voce dell’Amazzonia” (p. 108, sott. nostre).

 

Si noti, nel passo citato da Episcopalis Communio, la gravità dell’errore del Papa: nel suo pensiero, poiché lo Spirito è dato ad ogni battezzato, Cristo parla e aggiorna o modifica la Rivelazione data agli Apostoli, dal basso in alto, attraverso la voce dei singoli o dei popoli. Ecco perché la Chiesa è discepola: non ha più da insegnare, ma deve inseguire l’incessante modificarsi della “rivelazione”, ponendosi in ascolto dei popoli e, addirittura, della natura! La Chiesa e il Papa sono discepoli, ad esempio, sono “chiesa in uscita”, se si pongono in ascolto dell’Amazzonia, perché attraverso l’Amazzonia è Dio stesso che parla. Siamo all’essenza stessa del modernismo più spinto e sfacciato e siamo, soprattutto, umanamente parlando, di fronte alla fine della Chiesa Cattolica, perché non si riesce a immaginare una teologia più miserevole e schizofrenica. Fra l’altro non è chi non veda che l’enorme frode della “chiesa in uscita” che abbiamo appena descritto, in null’altro si risolva se non nell’offrire la possibilità a teologi, vescovi o papi senza più la fede cattolica di spacciare per “dottrina”, “insegnamento” o “rivelazione” i loro sogni e deliri personali, un po’ come nelle rivoluzioni, dove una minoranza organizzata in nome del popolo impone la sua ideologia e opprime la maggioranza dei cittadini.

 

Sulla base delle premesse fatte finora è facile comprendere quale tipo di catechesi o di apostolato si immagini adatto all’Amazzonia. Un breve passo ce lo spiega fin troppo bene:

 

L’educazione in Amazzonia non significa imporre ai popoli amazzonici parametri culturali, filosofie, teologie, liturgie e costumi estranei” (p.109).

 

Il passo è coerente con il concetto chiarito sopra di “chiesa in uscita”: stabilito che è l’Amazzonia che ci dà oggi la rivelazione di Cristo (ed è sottinteso che la dà per tutti gli uomini, non solo per gli indios, tutti gli uomini infatti vedremo che devono avere una “conversione ecologica”), che Cristo parla oggi attraverso il grido dell’Amazzonia, non si tratta né di insegnare, né di portare nulla agli amazzonici (né teologie, né liturgie, né costumi estranei), ma di imparare da loro che volto debba assumere oggi il cristianesimo. Infatti la superiore cosmovisione degli indigeni, che vede la realtà in modo non frammentato (ma come un tutto panteisticamente animato) può fare da fondamento a una nuova pedagogia universale (valida cioè per tutti) e a un “nuovo” cristianesimo: “L’Amazzonia ci invita a scoprire il compito educativo come servizio integrale per tutta l’umanità in vista di una “cittadinanza ecologica”” (p.110).

 

Se pensiamo all’uso politico sempre più violento da parte delle élites mondialiste dell’allarmismo ecologista per soggiogare i popoli, si potrebbe pensare che vi siano altre forze, altri poteri, oltre ai vescovi del Sud America, che si compiacciono che la Chiesa cattolica si avvii a farsi araldo non più di Nostro Signore Gesù Cristo, crocifisso per noi e per la nostra salvezza, ma della “cittadinanza ecologica”. E qui non possiamo non ricordare, ad esempio, la grande presenza e il grande potere che in tutti gli stati sudamericani ha sempre avuto la massoneria. L’Inghilterra prima, da inizio Ottocento, gli Stati Uniti poi, hanno favorito lo sviluppo di una rete di logge massoniche in tutto il Sud America spagnolo e brasiliano, nella quale reclutare le élites con cui scalzare il controllo degli stati iberici: ciò è tanto vero che la larga maggioranza degli “eroi” della liberazione e dell’indipendenza del Sud America, come dei dittatori, erano per lo più massoni.

Anche in questo caso, come in molti altri casi di politica internazionale (Ucraina, Siria, Birmania, etc.) il pontefice sembra sempre allineato ai poteri forti anglosassoni e, in particolare, molto in sintonia con l’agenda della politica estera statunitense.

 

 

Come formare i futuri sacerdoti?

Sulla base delle premesse delineate fino a questo punto è importante adesso vedere come l’ IL delinea i percorsi di formazione del clero. Innanzitutto nei seminari bisogna “integrare la teologia indigena e l’ecoteologia, in modo che siano preparati all’ascolto e al dialogo aperto dove avviene l’evangelizzazione” (p.112). A parte il fatto che nessuno sa cosa siano la “teologia indigena” e “l’ecoteologia”, perché di fatto il documento in 110 pagine non le ha comunque definite, si noti l’enfasi sul fatto che il futuro sacerdote deve essere pronto a un “dialogo aperto”, locuzione che indica un dialogo dove la ragione potrebbe stare dalla parte dell’indio.

 

Più interessante un secondo passo dove “Si propone la riforma delle strutture dei seminari per favorire l’integrazione dei candidati al sacerdozio nelle comunità” (p.112). Tradotto ciò significa evitare ogni separazione fra seminari e villaggi o città, ma immergere i seminaristi, anche nel pieno del loro processo formativo, all’interno delle comunità indigene. Ciò viola un’esperienza plurisecolare sulla formazione dei chierici e impedisce di far nascere in loro l’abitudine al raccoglimento, alla preghiera, a un’intensa e raccolta vita spirituale.

 

È importante però notare, perché la cosa viene dichiarata esplicitamente, che i futuri sacerdoti in pratica non devono prepararsi ad annunciare, insegnare e predicare il Vangelo, non devono conoscere quindi il dogma e la morale cattolici, perché a loro:

 

Si chiede di approfondire una teologia india amazzonica già esistente, che permetterà una migliore e maggiore comprensione della spiritualità indigena per evitare di commettere gli errori storici che hanno travolto molte culture originarie. Si chiede, ad esempio, di prendere in considerazione i miti, le tradizioni, i simboli, i saperi, i riti e le celebrazioni originarie che includono le dimensioni trascendenti, comunitarie ed ecologiche” (p. 113).

 

Il passo appena citato da un lato sembra deplorare che siano tramontate, soppiantate dal Vangelo, le tradizioni culturali e religiose degli Aztechi, degli Incas e dei Maya, e dall’altro sembra ritenere corretto che i futuri sacerdoti studino e imparino a rispettare – o a far proprie – queste stesse credenze. In pratica l’episcopato cattolico del Sud America sembra aver perso la fede, per tornare a cosmovisioni primitive e pagane ritenute evidentemente migliori e più fruttuose del Vangelo. Si capisce anche che fondamento abbia questa apostasia generalizzata: la religiosità tribale india è fondamentalmente panteista e divinizzando la natura e le forze naturali è ritenuta, evidentemente, più adatta a fondare una nuova cultura ecologica. Il fine della Chiesa per i vescovi sudamericani non è più salvare le anime evidentemente, ma salvare la foresta amazzonica e l’ecosistema, ed ecco rendersi comprensibile la loro nostalgia per il paganesimo panteista.

 

La conversione ecologica

Ecco il vero grande obiettivo di tutto l’Instrumentum Laboris. E se è necessario che si produca una “conversione ecologica”, occorre prima ammettere un “peccato ecologico”. Così l’ IL corregge la fede cristiana nel suo dogma più delicato, quello appunto del peccato originale. Sappiamo che il cristianesimo e tutta l’economia della salvezza stanno o cadono col dogma del peccato originale, alterarlo equivale quindi a manomettere tutto l’edificio della fede. Ecco come nel documento preparatorio al Sinodo sull’Amazzonia viene reinterpretato, o meglio completamente alterato:

 

Un aspetto fondamentale della radice del peccato dell’essere umano sta nello staccarsi dalla natura e non riconoscerla come parte di sé stessi, sfruttarla senza limiti, rompendo così l’alleanza originaria con la creazione e con Dio (cf. Gen 3,5)”

 

Nelle pagine successive viene ribadito essenzialmente lo stesso concetto: il peccato è un rompere la trama di rapporti che lega l’individuo al tutto e un arrogarsi il diritto di dominare la natura. Pertanto la conversione da questo peccato contro la natura e il tutto (che sembra cancellare del tutto ciò che veramente il peccato é: ribellione a Dio e alla sua legge e quindi violenza contro l’altro uomo), dovrà essere una “conversione ecologica”. Dio è come evaporato e al suo posto c’è il nuovo dio pagano: la Natura divinizzata, la Gaia degli ecologisti. La Chiesa per prima deve convertirsi e “Bisogna fare un viaggio interiore per riconoscere gli atteggiamenti e le mentalità che impediscono la connessione con sé stessi, con gli altri e con la natura” (p. 117). Se la conversione è a un nuovo rapporto con la natura possono ammaestrare la Chiesa nella sua conversione ecologica proprio gli indios amazzonici; siamo così al rovesciamento completo dei concetti di apostolato, di evangelizzazione, di conversione: non sono più i pagani a doversi convertire al Vangelo e a entrare nella Chiesa per salvare la propria anima, ma è la Chiesa a doversi convertire al culto panteista della natura proprio dei pagani: e idee ridicole e degenerate come queste dovrebbero guidare e ispirare un sinodo di vescovi cattolici!

Ma leggiamo l’ennesima descrizione idealizzata e idilliaca degli indios amazzonici:

 

Questo processo si lascia ancora sorprendere dalla saggezza dei popoli indigeni. La loro vita quotidiana è testimonianza di contemplazione, cura e rapporto con la natura. Loro ci insegnano a riconoscerci come parte del bioma e corresponsabili della sua curaoggi e nel futuro. Dobbiamo quindi rimparare a tessere legami che assumano tutte le dimensioni della vita e ad assumere un’ascesi personale e comunitaria che ci permetta di “maturare in una felice sobrietà”” (Laudato Sì 225) (p.117).

 

Si noti l’appello nel brano appena letto al tema della “decrescita felice” (felice sobrietà).

 

Il nostro sguardo credente sulla realtà amazzonica ci ha fatto apprezzare l’opera di Dio nella creazione e nei suoi popoli, ma anche la presenza del male a diversi livelli: colonialismo (dominio), mentalità economico-mercantilista, consumismo, utilitarismo, individualismo, tecnocrazia, cultura dello scarto” (p.117).

 

Ancora una volta il peccato è pensato nei termini distorti da un lato dell’ideologia ecologista, dall’altro della teologia della liberazione, come peccato sociale. Il vero male è il colonialismo secondo il documento, senza distinzioni e senza precisazioni, senza ricordarsi che la provvidenza se ne è servita per far giungere il Vangelo nelle Americhe, dove i conquistadores hanno lentamente portato un grado di civiltà straordinariamente superiore a quello delle civiltà precolombiane. Quello che emerge dal testo è, in sintesi, un profondo odio per la tradizione cristiana, per la civiltà occidentale, per tutto ciò che la Chiesa ha portato in secoli di eroico e faticosissimo apostolato ai territori amazzonici e sudamericani, dove prima dell’arrivo degli spagnoli regnava ovunque il sacrificio umano come supremo atto di culto religioso. L’Instrumentum Laboris appare così come una sintesi velenosa di teologia della liberazione, marxismo, modernismo ed ecologismo, amalgamate in senso panteistico.

Non stupisce in un contesto ideologico così degradato considerare cosa deve diventare la Chiesa e che cosa deve fare nel suo apostolato secondo gli estensori del documento:

Favorire una chiesa come istituzione di servizio non autoreferenziale, corresponsabile nella cura della Casa Comune e nella difesa dei diritti dei popoli

Oltre al solito untuoso omaggio al Papa fatto condannando una Chiesa “autoreferenziale” (si noti poi il “chiesa” minuscolo nel testo e “Casa Comune” maiuscolo), ecco la Chiesa cattolica ridotta da “arca di salvezza” a ONG che si occupa dell’ambiente e dei diritti degli indigeni, come un grande sindacato rurale.

 

(…) Promuovere modelli di comportamento, di produzione e di consumo, di riciclaggio e di riutilizzo dei rifiuti”.  Anche qui spicca l’assenza di ogni finalità soprannaturale. Dalla cura per le anime e per la vita di grazia dei fedeli attraverso la Santa Messa e i sacramenti, attraverso la vita di pietà, si è passati a una Chiesa il cui fine primario sembra essere il riciclaggio e il riutilizzo dei rifiuti! Nessuna preoccupazione per il dilagare del peccato e della corruzione morale, il problema è la raccolta differenziata.

 

La Chiesa deve poi “Recuperare i miti e attualizzare i riti e le celebrazioni comunitarie che contribuiscono in modo significativo al processo di conversione ecologica”: come abbiamo già messo in luce precedentemente qui si ha proprio l’inversione del fine della Chiesa, che non è più la salvezza delle anime, ma diventa la “conversione ecologica”; e la Chiesa si auspica che recuperi i miti e le religioni tradizionali che sono, evidentemente, più adatte del cristianesimo per favorire l’imporsi della nuova cultura di morte ecologista. Il passo appena letto non è solo folle, insensato, ma costituisce un atto formale di apostasia. Dei teologi e vescovi cattolici non hanno il diritto di proporre alla Chiesa di recuperare miti e credenze religiose pagani per fini, oltre tutto, che nulla hanno a che fare con il mandato che Nostro Signore ha assegnato alla Chiesa stessa. Gli estensori del documento inoltre sembrano ignorare che solo una vera e piena conversione a Cristo, solo la pienezza della Regalità Sociale di Cristo, il trionfo del Vangelo nelle leggi, nella famiglia, nel lavoro, nella politica, può lentamente migliorare tutto, incluso l’ambiente e il rispetto di esso. Ma Gesù per altro ci ha ammonito: “Senza di me non potete fare nulla”, e quindi nessuna “conversione ecologica”, per quanto fanaticamente attuata, porterà ad alcun risultato senza una vera conversione all’unica vera religione.

 

Infine deve essere dato un “Riconoscimento formale, da parte della Chiesa particolare, dell’agente pastorale come ministero speciale che promuove la cura della Casa Comune” (p. 120).

Come in tutte le rivoluzioni, così anche nella rivoluzione che sta profilandosi con il Sinodo sull’Amazzonia, modificare il linguaggio è l’operazione più importante; ed ecco così che il sacerdote o il religioso diventa un “agente pastorale” che ha “il ministero speciale” di promuovere la cura della Casa Comune (eretta, con questo insistito uso della maiuscola a entità pagana semi-divina a cui rendere culto).

 

 

PARTE TERZA

CHIESA PROFETICA IN AMAZZONIA:

SFIDE E SPERANZE

 

In un certo senso è la parte più rivoluzionaria di tutto l’ Instrumentum Laboris, perché è quella dove, manipolando il concetto di inculturazione, si cerca di provocare il più deciso cambiamento nella Chiesa. Un grande sofisma regge questo progetto, quello appunto dell’inculturazione malamente intesa: “Da questo incontro e dialogo tra le culture, sono emersi nuovi cammini dello Spirito. Oggi, nell’incontro e nel dialogo con le culture amazzoniche, la Chiesa scruta nuove vie” (p.124).

Si tratta ovviamente di una manipolazione del concetto di inculturazione: l’idea corretta è quella per cui nel portare il Vangelo a un popolo molto lontano e diverso da quelli europei, si tiene conto nell’omiletica, nella catechesi, nella spiegazione della dottrina e della morale, nell’uso del linguaggio dell’arretratezza, della primitività o della mancanza di cultura della popolazione con cui si ha a che fare. È chiaro che in un villaggio di pagani pigmei dell’Africa centrale, provenienti da un culto animista, non userò il termine “ipostasi” o “sostanza prima”. Ma quanto alla sostanza di ciò che viene insegnato e praticato nulla deve essere ridotto o mutato: uno stesso Vangelo, la stessa Messa, la stessa morale. Della cultura nativa verranno rispettati tutti quei costumi o quegli usi, neutri o non dannosi rispetto alla vita di grazia; per cui se le tradizioni locali quanto al matrimonio prevedono che, ad esempio, l’uomo prima del giorno del matrimonio, rimanga una settimana fuori dal villaggio in isolamento, questo uso potrà essere rispettato e, magari, lentamente “cristianizzato”, rendendolo momento di preghiera e di raccoglimento. Così quanto al cibo, al modo di vestire, agli usi familiari e ai rapporti di parentela, alle tradizioni giuridiche e penalistiche, tutto ciò che non ripugna alla ragione e non lede la carità, tutto ciò che è degno è sempre stato rispettato dalla Chiesa, facendo sì che tutti i popoli cattolici sparsi nel mondo da un lato condividessero una stessa fede, una stessa dottrina, una stessa liturgia e una stessa morale, ma dall’altra conservassero moltissimi tratti propri nei costumi e negli usi, miscelando con grande armonia universalismo della fede e particolarismo dei costumi, trasfigurando tutto con la carità.

Ma inculturazione in nessun modo significa che la Chiesa deve modificare qualcosa di costitutivo della sua identità (dogma, morale, liturgia, sacramenti, ministeri) a partire dall’incontro con i popoli che evangelizza. Invece l’Instrumentum Laboris sviluppa proprio questa idea: infatti l’incontro fra Chiesa e culture amazzoniche viene presentato come un incontro alla pari, dove chi impara è soprattutto la Chiesa (“Sono emersi nuovi cammini dello Spirito (…) la Chiesa scruta nuove vie”).

 

Dunque la Chiesa in uscita amazzonica potrà e dovrà essere qualcosa di innovativo, di nuovo in senso assoluto e ci viene anche detto come sarà:

 

Una Chiesa dal volto amazzonico nelle sue molteplici sfumature cerca di essere una Chiesa “in uscita” (cf. EG 20-23), che si lascia alle spalle una tradizione coloniale monoculturale, clericale e impositiva e sa discernere e assumere senza timori le diverse espressioni culturali dei popoli. Tale volto ci avverte del rischio di “pronunciare una parola unica (o) proporre una soluzione di valore universale” (cf. OA 4; EG 184). certamente la complessa, plurale, conflittuale e opaca realtà socio-culturale impedisce l’applicazione di “una dottrina monolitica difesa da tutti senza sfumature” (EG 40). L’universalità o cattolicità della Chiesa, quindi, è arricchita dalla “bellezza di questo volto pluriforme” (NMI 40) (…) formando una Chiesa poliedrica” (p. 125, sott. nostre).

 

Il punto che abbiamo sottolineato è il più importante: si profetizza la frammentazione della dottrina della Chiesa cattolica in un pulviscolo di convinzioni diverse, come se essere cattolici non si fondasse essenzialmente sulla condivisione fermissima dell’unico depositum fidei. Certo in una prospettiva panteista e immanentista, di fatto neopagana, quale quella che si respira in tutto il documento, diventa legittima anche la molteplicità delle credenze senza che questa contraddizione turbi gli estensori del documento e le autorità romane, a partire dal papa, che lo hanno approvato. È proprio del resto della sensibilità pagana accettare appunto una molteplicità di dei e di credenze, senza cogliere come ciò sia assurdo anche solo dal punto di vista della considerazione filosofica, razionale.

 

Allo stesso modo si ribadisce che occorre : “Superare posizioni rigide che non tengono sufficientemente conto della vita concreta delle persone e della realtà pastorale, per andare incontro alle reali necessità dei popoli e delle culture indigene” (p. 132).

Qui, come in Amoris Laetitia, si coglie perfettamente l’idea del tutto modernista di Chiesa che sorregge il documento: infatti per il modernista nulla è più detestabile di una dottrina pensata come immutabile, di una legge morale che non ammette eccezioni e che non evolve con i tempi. Poiché nel modernismo la fede deve essere sentimento che sorge dall’inconscio del singolo come dei popoli per soddisfare le più intime esigenze e i desideri delle persone stesse, è evidente che diventa “rigidezza” ogni pretesa della Chiesa cattolica di porre i dogmi come immutabile. Così mentre il vero apostolato cristiano è sempre consistito nel conquistare il cuore dei popoli catechizzati, sottomettendoli luminosamente alla forza del Vangelo, per i modernisti, amazzonici o meno, è il Vangelo che deve adattarsi alla “vita concreta delle persone”. Ecco spiegato perché il popolo deve diventare un nuovo “luogo teologico”, perché solo così si potranno giustificare il tradimento e l’adulterazione del Vangelo come nuova rivelazione, come rivelazione che continua nella storia, dove la mutazione del dogma diventa virtuosa e non più segno certo di eresia.

 

Il deliramento di questo Instrumentum Laboris davvero sembra non avere termine e continua con affermazioni sempre più sospette. Al paragrafo 120 troviamo scritto:

 

Lo Spirito creatore che riempie l’universo (cf. Sap. 1,7) è lo Spirito che per secoli ha nutrito la spiritualità di questi popoli anche prima dell’annuncio del Vangelo e li spinge ad accettarlo a partire dalle loro culture e tradizioni. Tale annuncio deve tenere conto dei “semi del Verbo” presenti in esse. Riconosce inoltre che in molti di loro il seme è già cresciuto e ha dato frutti. Presuppone un ascolto rispettoso che non imponga formulazioni di fede espresse da altri riferimenti culturali che non rispondono al loro contesto vitale. Ma al contrario, ascolta la voce di Cristo che parla attraverso l’intero popolo di Dio” (Episcopalis Communio, 5)” (p. 133,sott. Nostre).

 

All’inizio del passo citato si attribuisce a Dio creatore di aver ispirato ai popoli amazzonici “la loro spiritualità” anche prima che fosse loro annunciato il Vangelo. Gli estensori del testo sembrano avere però una visione naturalista dell’uomo, non cristiana, che cancella il dogma del peccato originale e dimentica il dominio che Satana esercitava ed esercita sui popoli non redenti dalla grazia e dall’adesione al Vangelo. Così la larga maggioranza delle credenze e delle pratiche religiose indigene, al pari di quelle dei popoli mesoamericani scoperti dagli spagnoli (Aztechi e Incas), erano parte di un vero e proprio culto satanico, basato su incessanti e abominevoli sacrifici umani al “dio” sole. L’aberrazione di questi sacrifici e la loro abbondanza (in alcuni casi è accertato che venivano sacrificate decine di migliaia di persone di seguito) era tale che fungeva da fondamento di tutta la loro società, causando incessanti guerre di razzia per procurarsi prigionieri da sacrificare e dando vita a regimi di fatto schiavistici incredibilmente oppressivi (si veda il capitolo sugli Incas in I. Safarevic, Il comunismo come fenomeno storico mondiale, Effedieffe).

Inoltre le civiltà mesoamericane erano fondate suol dominio di una casta di sacerdoti-astrologi-stregoni che, oltre a gestire il fiume di sangue dei sacrifici umani, leggeva le stelle, dando vita a regimi fatalisti e superstiziosi che sono l’opposto della civiltà cristiana. Dunque non basta fare ricorso all’abusata categoria dei “semi del Verbo”: occorre discernere, ricordandosi che dove non viene annunciato il Vangelo e non regna Cristo non può che regnare il principe di questo mondo, che devia e acceca le menti e fa precipitare i popoli nel vizio. Appare dunque del tutto fuori luogo la visione irenica e rassicurante della “spiritualità” degli indios che anima il testo dell’IL.

Ancora più grave quanto il documento afferma subito dopo: “Presuppone un ascolto rispettoso che non imponga formulazioni di fede espresse da altri riferimenti culturali che non rispondono al loro contesto vitale”. Qui si nega in radice l’universalità della fede e della sua espressione, avanzando l’idea che ogni contesto vitale o popolo abbia il diritto a una formulazione di fede su misura. Ma la Chiesa cattolica, custode dell’unica vera religione e dell’unico culto gradito a Dio, si distingue proprio per la capacità che ha sempre avuto di donare a ogni popolo di ogni contesto culturale con i suoi missionari l’unica vera fede nella sua unica formulazione. Il contesto culturale qui non c’entra nulla, perché influenza al limite le modalità della catechesi o dell’omiletica, ma non può influenzare la formulazione del Credo.

 

Abbandono e tradimento della fede cristiana

                   Non è temerario, ma lecito e doveroso

domandarsi a questo punto se gli estensori del l’Instrumentum Laboris sull’Amazzonia non abbiano perso la fede. Ogni passaggio alimenta il dubbio di trovarsi di fronte a persone che consapevolmente mirano a distruggere il cristianesimo e a sostituirlo con una nuova dottrina prona all’ecologismo dominante i più esclusivi circoli del potere finanziario mondiale. Ecco un passo che supera in gravità tutti gli altri:

È necessario cogliere ciò che lo Spirito del Signore ha insegnato a questi popoli nel corso dei secoli: la fede in Dio Padre-Madre Creatore, il senso di comunione e di armonia con la terra, (…) i rapporti con gli antenati, l’atteggiamento contemplativo e il senso di gratuità, di celebrazione e di festa e il senso sacro del territorio. L’inculturazione della fede non è un processo dall’alto verso il basso o un’imposizione esterna, ma un arricchimento reciproco delle culture in dialogo (interculturalità) (…) Riconoscere la spiritualità indigena come fonte di ricchezza per l’esperienza cristiana” (P. 133).

 

Si notino:

  • Dio che diventa “Madre” per favorire l’avvento del nuovo culto ecologista della terra pensata come “madre” appunto
  • il territorio sacralizzato, ovvero la natura divinizzata panteisticamente;
  • il cristianesimo parificato alla spiritualità indigena che deve arricchirlo.

 

 

Distruggere la Chiesa cattolica

Agita questo documento una vera furia distruttrice dove a stento è celato l’odio per la Chiesa che lo anima.  Così molte delle cose peggiori si annidano nelle ultime pagine. Sintetizziamo, per amore di brevità, le cose più gravi:

 

  • introdurre una liturgia inculturata e pesantemente segnata dagli usi indigeni (colori, vesti, danze, canti, “in comunione con la natura” (?). (p.137)
  • risolvere la carenza di sacerdoti cambiando i criteri di selezione e preparazione. (p. 138)
  • rendere i sacramenti accessibili a tutti superando “la rigidità di una disciplina che esclude e aliena” (p. 138)
  • ripensare il Sacramento dell’Ordine separandolo dal potere di governo (p.140)
  • per le zone più remote studiare il superamento del celibato ordinando “viri probati” che hanno famiglia (p. 142)
  • “identificare il tipo di ministero ufficiale che può essere conferito alle donne” (p. 142), perché in Amazzonia hanno un ruolo sociale molto importante.
  • Si chiede “Che la Chiesa accolga sempre più lo stile femminile di agire e di comprendere gli avvenimenti” (p. 144)

 

Non vi è chi non veda che se i rivoluzionari riuscissero a strappare per l’Amazzonia i sacerdoti sposati e le donne diacono, entro breve tempo tutte le zone del mondo, per esempio l’Europa, che hanno carenza di sacerdoti potranno ricorrere a questo precedente per introdurli a loro volta. Si tratta di usare l’Amazzonia come testa d’ariete, per poi generalizzare la pratica.

 

Il testo poi, in modo in fondo anche abbastanza ingenuo, svela il grande modello a cui la Chiesa cattolica deve ispirarsi: le sette protestanti (sappiamo del resto che il Papa è molto amico di diversi protestanti). Ecco infatti con quali toni esalta il loro operato nella foresta amazzonica, dove i gruppi protestanti, come in tutto il Sud America, dal Concilio Vaticano II stanno togliendo milioni di fedeli alla Chiesa cattolica:

Sono persone (i pastori protestanti, ndr) come gli altri, facili da trovare, che vivono gli stessi problemi e diventano più “vicini”, emeno “diversi”, al resto della comunità. Ci mostrano un altro modo di essere Chiesa dove il popolo si sente protagonista e dove i fedeli possono esprimersi liberamente senza censura, dogmatismo o discipline rituali” (p. 156).

 

In effetti dopo aver esaltato la religiosità pagana animista, si sentiva la mancanza di un bell’elogio dei protestanti: che siano eretici che diffondono l’eresia e il loro odio per la Chiesa cattolica fra popoli cattolici da cinque secoli sembra essere cosa che non preoccupa gli estensori del documento e i vescovi sudamericani. Anzi gli eretici protestanti ci mostrano un altro modo di essere Chiesa (ovviamente migliore), dove non vi è “dogmatismo o discipline rituali”. Quindi siamo tutti formalmente invitati, oltre che a volgerci al culto della Dea Terra, la Grande Madre e a tornare al panteismo, anche a farci un po’ più protestanti, modello di chiesa più vincente e più apprezzato dagli indios.

 

CONCLUSIONE

È possibile e forse doveroso, in sede conclusiva, sintetizzare la struttura del documento che abbiamo analizzato mettendone in luce i gravissimi difetti.

 

In primo luogo tutto il penoso discorso che l’Instrumentum Laboris sviluppa è fatto senza mai chiarire la situazione della Chiesa in Amazzonia: non ne è ricostruita la storia, non si hanno dati sulla diffusione e sull’andamento, sul numero di battesimi e di matrimoni. Il discorso è quindi totalmente astratto e, in definitiva, poco serio. Nessuno capisce leggendo di che cosa si stia parlando e quale sia la situazione del cattolicesimo in Amazzonia.

Non vi è nessuna valutazione rigorosa e seria sulla situazione morale, sul rispetto del vincolo matrimoniale ad esempio, sulla frequenza ai sacramenti, etc. la situazione potrebbe essere rosea o pessima, ma semplicemente non lo si capisce.

Aumenta la confusione il fatto che non è mai chiarito se si allude all’evangelizzazione di indios già battezzati e convertiti o se si parla anche di evangelizzazione di indios lontani dal Vangelo e che non ne hanno mai ricevuto l’annuncio. La cultura e le credenze inde “ancestrali” vengono esaltate a tal punto che sembra si tratti ancora di pagani.

Si esalta in modo ridicolo la cosmovisione degli indios come una visione della vita di insuperabile profondità e bellezza, armonia e delicatezza: una conoscenza anche superficiale di questi popoli basta a mostrare che si tratta in realtà di un mondo tutt’altro che idilliaco. Tutto il testo è attraversato e reso assurdo da questo equivoco.

Non è mai affrontato, in nessun punto del testo, il tema della salvezza delle anime, della vita eterna, dell’immortalità dell’anima. Siamo di fronte a un cristianesimo fra il sentimentale e l’ideologico, da rivedere per favorire meglio l’armonia con la natura. Il testo presenta una fede completamente svuotata del suo nucleo di forza escatologico e soteriologico.

Non si parla mai di peccato e, parallelamente, non vi è il più piccolo accenno alla croce di Cristo e all’economia della salvezza fondata sulla croce. Come il peccato è completamente assente, così è assente non casualmente il tema della salvezza: di quale salvezza c’è bisogno dove non c’è nessun peccato? Il nome stesso di Gesù Cristo è nominato non casualmente pochissime volte.

Manca conseguentemente ogni accenno alla vita di grazia e alla necessità di alimentarla con i sacramenti e la preghiera: ogni vita di pietà è dissolta in una nebulosa di esaltazioni continue della spiritualità originaria degli indios, novelli “buon selvaggi”.

È forse il testo meno mariano dell’intero post-Concilio: non vi è praticamente un solo riferimento alla Madonna. E questo è molto sospetto e solleva molti dubbi sulla fede di chi ha scritto il documento.

Il documento presenta un’idea di inculturazione completamente falsa e distorcente che finisce col chiedere alla Chiesa di convertirsi alla spiritualità india.

Si mira a manomettere il sacerdozio e la liturgia e a sdoganare donne in qualche modo ordinate (anche se non si osa dire apertamente ancora a che cosa esattamente).

I riferimenti dottrinali e scritturali sono minimi e ci si trova solo di fronte a un profluvio di riferimenti ai testi di Francesco, di cui si utilizza senza pudore il gergo, ripetendo pappagallescamente le sue tipiche espressioni (su tutte “chiesa in uscita”).

Tutto il testo è schiettamente modernista in ogni suo aspetto, ma su tutti nel suo perorare la causa del più sfrenato “mobilismo dogmatico”: dove dottrina e morale non devono essere rigide e oppressive, ma elastiche e capaci di adattarsi alla realtà concreta e ai bisogni degli indios.

L’Instrumentum Laboris che abbiamo commentato non è un testo cattolico, ma un semenzaio di eresie, è un testo scandaloso e sarebbe dovere di ogni cattolico, ma soprattutto di ogni vescovo, condannarlo pubblicamente ed esigere che venga ritirato, denunciandone la falsità e gli inganni pubblicamente. La sua applicazione e il suo utilizzo durante il Sinodo sull’Amazzonia non può che provocare la rovina della Chiesa in Amazzonia innanzitutto, e in tutto il mondo quando la sua applicazione verrà allargata a esso.

 

[1]    IL, p. 47

[2]   Si veda, ad esempio, la voce “Luoghi teologici” in P. Parente, A. Piolanti, S. garofalo, Dizionario di teologia dommatica, Editrice Studium, Roma, 1945, pp. 1525tttg666663esxdz44444444444444444444444444444444444444444444444444444

 

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