
La verità dell’essere contro i sofismi del mercato, penetrati nella Chiesa
di Sabino Paciolla
In un mio precedente articolo ho riportato le mie impressioni su una “Veglia LGBT”, quella organizzata quest’anno dalla diocesi di Bari-Bitonto e presieduta dal suo vescovo. È stata per me un’esperienza triste, anzi tristissima, vedere come il clero stia progressivamente scendendo su una china pericolosa, molto probabilmente nella più totale inconsapevolezza.
Quello delle “veglie LGBT” è un fenomeno che si sta allargando sempre più nelle diocesi di tutto il mondo. Per il momento resta ancora limitato, ma proprio il suo progressivo allargarsi è ciò che preoccupa.
Successivamente mi è capitato di vedere il video di un’altra “veglia LGBT”, organizzata nella diocesi di Catania e presieduta dal vescovo mons. Luigi Renna (qui). Ho conosciuto questo vescovo in un incontro privato, avvenuto nello studio della sua diocesi. Io e un mio amico lo incontrammo su nostra esplicita richiesta, all’epoca della proposta della cosiddetta Legge Zan, quando egli era ancora Segretario della Conferenza Episcopale Pugliese.
Il DDL Zan (dal nome del primo firmatario Alessandro Zan, vedi qui e qui) proponeva di modificare il codice penale italiano per prevenire e punire la violenza e la discriminazione basate su sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere e disabilità. In poche parole, una legge liberticida. Per riservatezza non sto qui a raccontare quanto ci dicemmo in quell’incontro con Mons. Renna. Dico solo che ne uscimmo davvero delusi e sconfortati.
Dati questi due episodi e la gravità della questione, mi è parso utile approfondire l’argomento con il prof. Fabio Vessillifero, uno degli autori di questo blog, approfittando della sua competenza in materia teologica. Gli ho posto dunque alcune domande, che potete leggere di seguito.
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Prendendo spunto da recenti episodi – come il video della veglia contro l’omotransfobia presieduto a Catania da mons. Renna (qui)– si nota la tendenza a scambiare la bontà della creazione prima del peccato originale con la bontà delle creature dopo il peccato, un errore che elimina la portata del peccato e stravolge la dottrina. La diffusione di un nuovo lessico ecclesiale che sostituisce “peccato” e “vizio” con “fragilità” o “limite” non è forse il frutto di una Chiesa che evita di parlare della colpa morale?
La trasformazione del linguaggio ecclesiale — che sostituisce “peccato” e “vizio” con termini sfumati quali “fragilità” e “limite” — non è una semplice evoluzione pastorale, ma la spia di un profondo cedimento razionale. Alla base di questa deriva vi è l’abbandono del realismo gnoseologico, secondo cui l’intelletto umano, pur con i suoi limiti creaturali, è in grado di cogliere effettivamente la realtà oggettiva dell’essere e l’ordine inscritto nella creazione. A questo si è preferito sostituire un’impostazione di matrice kantiana, divenuta oggi la vera e propria “filosofia di regime” del capitalismo predatorio. Il motivo è strategico: se la conoscenza non coglie più fatti oggettivi, ma è il soggetto che percepisce e plasma la realtà attraverso le proprie categorie mentali, allora la realtà stessa può essere monopolizzata e riscritta da chi possiede il potere di imporre quelle categorie attraverso i media, le scuole, l’università e condizionando la stessa ricerca scientifica. Questa manipolazione gnoseologica è interamente funzionale al profitto. Se non esistono più limiti oggettivi, ogni aspetto del reale diventa materia manipolabile, destrutturabile e, infine, mercificabile.
Un esempio emblematico di questo corto circuito si riscontra proprio nelle parole pronunciate da mons. Renna durante la veglia di Catania, laddove egli applica il giudizio della Genesi sulla Creazione («ed era cosa molto buona») direttamente alla condizione presente dell’uomo e alle sue autopercezioni. In questo modo si compie una sovrapposizione fuorviante: si scambia la bontà ontologica del progetto originario di Dio prima del peccato con la situazione delle creature dopo il peccato originale. Affermare che la Redenzione di Cristo serva semplicemente a riaffermare e recuperare quel “molto buono” su qualsiasi inclinazione o vissuto — giungendo a ridimensionare lo «sguardo morale» — significa svuotare di significato la ferita del peccato, annullare la necessità della conversione e stravolgere l’intera dottrina cattolica.
Quali sono le conseguenze concrete di questa negazione dell’oggettività sul piano sociale e sul modo di concepire il peccato?
Se si nega l’oggettività, la società cade nella barbarie. Le distorsioni del reale prodotte da questa logica per fini di profitto sono evidenti e devastanti in molteplici ambiti. Per fare un solo esempio, in campo agroalimentare, oggi si ignora consapevolmente l’oggettiva e necessaria biodiversità per appiattire l’alimentazione globale su sole tre colture industriali (riso, mais, grano), esponendo l’umanità a rischi immensi pur di garantire la standardizzazione e massimizzare i guadagni dei monopoli (qui). Così in ambito antropologico e bioetico, la svalutazione oggettiva del corpo permette la compravendita di organi, l’utero in affitto e la produzione di embrioni in laboratorio, trasformando la vita stessa in un prodotto di consumo redditizio. In questo quadro, il ricorso sistematico a un lessico ecclesiale depurato dalla nozione di colpa assolve una funzione deresponsabilizzante che si sposa perfettamente con l’uomo fluido voluto dal mercato. Ridurre il peccato a una semplice imperfezione psicologica o sociologica significa negare la capacità dell’uomo di conoscere il vero e di scegliere liberamente il bene, condannandolo a un’autoassoluzione permanente che lo priva della sua responsabilità morale. Quando si evita di nominare il peccato per timore di risultare divisivi, si tradisce l’imbarazzo nei confronti del Vangelo. Come ricordava Don Giussani, la rincorsa a parole rassicuranti manifesta un imbarazzo verso la chiamata radicale di Gesù alla conversione («Convertitevi e credete al Vangelo», Mc 1,15), che non si fonda su un’accoglienza emotiva e passiva, ma su un’esigenza di cambiamento che presuppone il riconoscimento della propria ferita.
Di fronte alla spinta della cultura LGBT, tra gli uomini di Chiesa si ripete spesso che i cristiani devono solo ascoltare e accompagnare senza giudicare. Come si concilia questo atteggiamento con le parole di Gesù sul giudizio (Gv 9,39) o con la Parabola del banchetto di nozze (Mt 22,1-14), dove l’invito universale richiede comunque l’abito nuziale?
L’appello a un’accoglienza svincolata dal giudizio morale rischia di dimenticare l’architettura reale della persona e il significato profondo della Redenzione. Bisogna anzitutto ribadire che la persona umana, secondo la concezione biblica, è un’unità sostanziale di anima e di corpo (sinolo cf. Aristotele), dotata di un’identità oggettiva e di una dignità intrinseca che deriva dal Creatore. Ritenere che la pastorale debba limitarsi all’ascolto senza orientare verso la verità significa cadere nell’inganno dell’inclusione ad ogni costo. La Parabola del banchetto di nozze ricorda chiaramente che la chiamata è aperta a tutti, ma l’accesso alla salvezza richiede l’abito nuziale della grazia e della conversione (Mt 22, 1-14). Introdurre l’uomo nella Chiesa non significa confermarlo nella sua autopercezione o nel suo desiderio, ma inserirlo nel Corpo di Cristo per essere purificato, sanato e ordinato alla santità attraverso i sacramenti cioè l’azione dello Spirito Santo.
Qual è la specifica natura della sessualità umana rispetto a quella animale e perché sostiene che, sul piano scientifico, sarebbe più corretto parlare di “omoerotismo” anziché di “omosessualità”?
Occorre evidenziare un concetto fondamentale: la sessualità umana non può mai essere ridotta a mera genitalità. La sessualità puramente genitale e istintiva appartiene esclusivamente al mondo animale. Nell’essere umano, al contrario, la sessualità coinvolge la persona in tutte le sue fibre e in tutte le sue dimensioni: non solo il corpo biologico, ma l’aspetto psicologico, affettivo e spirituale. L’uomo non ha semplicemente dei corpi che si accoppiano, ma è un’unità di spirito e carne, e per questo ogni suo atto sessuale impegna l’intera sua interiorità e la sua responsabilità morale.
A questo proposito, sul piano del rigore terminologico, scientifico e concettuale, sarebbe decisamente più corretto parlare di omoerotismo anziché di omosessualità. In qualsiasi manuale di biologia, infatti, la “sessualità” è per sua natura intrinsecamente legata alla dimensione riproduttiva. Sebbene nell’essere umano essa acquisti anche un valore unitivo (in quanto l’uomo possiede un’interiorità spirituale) e una dimensione procreativa più ampia — capace di trasmettere ai figli non solo la vita biologica, ma anche un’identità psicologica, spirituale e culturale —, la componente generativa ne rimane elemento costitutivo. Di conseguenza, le unioni tra persone dello stesso sesso privano l’atto della sua finalità biologica e procreativa originaria; per questo motivo, definire tali relazioni come “omoerotiche” esprime con maggiore precisione la presenza della sola componente erotico-affettiva, separata dal fine oggettivo della sessualità.
Come si pone l’insegnamento della Chiesa di fronte alle persone con inclinazioni omoerotiche?
In merito alle persone con inclinazioni omoerotiche, il Catechismo della Chiesa Cattolica — con la chiarezza evidenziata da Giovanni Paolo II — impone che siano trattate con il massimo rispetto e senza alcuna ingiusta discriminazione, in quanto volute e create a immagine di Dio, per le quali il Signore si è incarnato ed è morto. Tuttavia, il rispetto dovuto alla persona non equivale all’approvazione della prassi omoerotica, la quale smentisce la finalità procreativa e la complementarità inscritta nella corporeità. Nell’esperienza della Chiesa vi sono stati molti uomini e donne con tali inclinazioni che hanno raggiunto la santità e operato un bene immenso, vivendo l’appello universale alla castità e alla santità a cui ogni cristiano è chiamato.
In apertura richiamavamo l’impostazione kantiana e il conseguente stravolgimento del nostro rapporto con il reale. Fino a che punto queste logiche funzionali a quello che lei definisce “capitalismo predatorio” sono riuscite a penetrare anche all’interno delle strutture della Chiesa?
La debolezza e il conformismo di ampi settori ecclesiali di fronte alla cultura contemporanea si comprendono appieno solo analizzando la matrice gnostica e mercantile del capitalismo predatorio e constatando quanto la sua pseudo-cultura abbia ormai colonizzato la mentalità di moltissimi pastori.
Con il termine gnosi intendo fare riferimento a quella concezione che svaluta la realtà oggettiva del corpo, riducendolo a un mero involucro indifferente o a un prodotto plasmabile dalla volontà soggettiva. Questo atteggiamento si collega direttamente alla nostra analisi poiché il mercato contemporaneo, fondandosi appunto su presupposti gnostici, sradica la corporeità dal suo valore metafisico e biologico per trasformare l’uomo e la sua identità in materia fluida, riprogrammabile e integralmente mercificabile.
Questa penetrazione ideologica di tipo gnostico è così profonda che perfino le strutture e la vita interna della Chiesa sono state ripiegate sulle categorie del management e del funzionalismo economico. Se le Curie diocesane hanno ormai abbandonato l’impostazione ecclesiologia di comunione dei tria munera delineata dalla costituzione dogmatica Lumen Gentium (Capitolo III, nn. 21 e 27) per assumere una connotazione organizzativa meramente aziendale, burocratica ed efficientista (qui), e se lo stesso Sinodo e il concetto di “sinodalità” vengono sempre più compresi e declinati attraverso le categorie della partecipazione e del governance societario, ciò dimostra che il capitalismo predatorio ha conquistato le menti di chi dovrebbe guidare il popolo di Dio (qui). Si scambia la comunione ecclesiale per un’assemblea di soci e l’azione dello Spirito Santo per una dinamica di consenso aziendale, scivolando in un progressismo ideologico incapace di parlare all’anima dell’uomo.
Ritornando al tema della distorsione della sessualità, in che modo il modello consumistico e l’uso dei contraccettivi hanno trasformato la percezione dell’atto sessuale nella società contemporanea?
Ci troviamo immersi in una società iper-sessualizzata, la cui struttura culturale e commerciale va in una direzione diametralmente opposta a quella cristiana, rivelandosi nei fatti una società anticristica. In questo contesto, la pratica sessuale viene sistematicamente svilita e ridotta a una mera forma di consumazione immediata, ovvero a un bene di consumo usa-e-getta da fruire per soddisfare un bisogno momentaneo e poi scartare. L’ingegneria sociale e il marketing spietato delle grandi concentrazioni di capitale fanno leva sulle pulsioni primarie dell’uomo per orientarne i consumi, condizionarne le coscienze e mantenerlo in uno stato di costante dipendenza emotiva e biologica.
In questa dinamica, l’uso massiccio dei contraccettivi e dei preservativi ha svolto un ruolo paradossale e devastante: ben lungi dall’educare a una presunta “sessualità consapevole e responsabile”, essi hanno favorito e sdoganato una prassi del tutto deresponsabilizzata. Separando artificialmente l’atto sessuale dalla sua intrinseca finalità procreativa e dal significato di un dono totale, duraturo e definitivo, la contraccezione ha reso l’atto “sicuro” dal rischio di generare una nuova vita e dalle responsabilità che ne derivano. L’esercizio della sessualità è stato così perfettamente piegato alle esigenze del capitalismo predatorio, trasformandosi in una fruizione individuale priva di conseguenze e di impegni, in cui l’altro (e il proprio corpo) viene inevitabilmente ridotto a un oggetto temporaneo di piacere egoistico.
Se il mercato e il modello consumistico tendono a ridurre il corpo a merce usa-e-getta e a neutralizzare le specificità naturali, lei ricorda invece che la sessualità possiede una struttura profonda e una precisa vocazione. In che senso, pur partendo dal dato oggettivo della corporeità inscritto fin dalla nascita, si può affermare che «uomini e donne si diventa», e quale responsabilità fondamentale spetta alla famiglia e alla comunità educante in questo processo di maturazione dell’identità?
Occorre comprendere che la sessualità umana possiede un’articolazione profonda: se è vero che la radice e il fondamento della distinzione sessuale sono già scritti nel nostro corpo fin dal concepimento e dalla nascita, è altrettanto vero che uomini e donne si diventa. La struttura biologica maschile o femminile costituisce il dato oggettivo e il germe iniziale che la natura ci dona, ma l’acquisizione piena, la consapevolezza e l’armonica maturazione della propria mascolinità o femminilità non avvengono in modo automatico. Esse costituiscono un vero e proprio percorso evolutivo, un compito vocazionale di cui la persona stessa e la comunità educante — in primo luogo la famiglia, con la presenza complementare del padre e della madre — portano una responsabilità immensa.
Le difficoltà attuali di molti giovani nel comprendere e accettare la propria identità non smentiscono la realtà del corpo, ma nascono dal fallimento o dal corto circuito di questo processo educativo, spesso provocato da ferite psicologiche profonde e da una mancata o parziale interiorizzazione delle figure genitoriali nei primi anni di vita. La cultura dominante, pretendendo di cancellare la specifica distinzione dei ruoli maschile e femminile, priva l’infanzia di questi riferimenti complementari e indispensabili. Senza la presenza e la guida chiara di una madre e di un padre, il bambino non riesce a superare le dinamiche evolutive fondamentali — come i complessi primari di Edipo e di Elettra — senza traumi o fissazioni, accumulando fragilità identitarie che si ripercuoteranno sull’età adulta.
Qual è la risposta della Chiesa di fronte a questo smarrimento e perché, come afferma il prof. Daniele Trabucco, «la Chiesa non è credibile quando rincorre il mondo»?
Di fronte a un quadro così compromesso, la risposta della Chiesa non può consistere nell’assecondare la mentalità del mondo o nel piegare la dottrina alle inclinazioni e ai desideri soggettivi del singolo. La Chiesa ha il dovere di annunciare che Cristo ha donato all’umanità la Legge nuova dello Spirito, frutto del Suo sacrificio redentivo sulla Croce. Senza questa Grazia non è possibile mettere in pratica l’insegnamento evangelico né vivere le Beatitudini, ma con Essa ciò che appare umanamente impossibile diventa reale e praticabile, come dimostra la vita di moltissimi santi e fedeli nel corso dei secoli. È solo all’interno del progetto originale di Dio che l’umanità può essere realmente guarita e sanata nelle sue ferite affettive, e questa guarigione avviene concretamente attraverso la pratica sacramentale, fonte inesauribile di quella Grazia che sana la natura umana e la eleva alla santità.
Come ha magistralmente affermato il prof. Daniele Trabucco, «la tradizione cattolica, proprio perché non riduce l’uomo al suo peccato, non può neppure ridurlo al suo desiderio». La Chiesa non risulta credibile quando rincorre il mondo sul terreno della neutralità e dell’inclusione indeterminata: il mondo, dopo averle chiesto di tacere la dottrina in nome dell’accoglienza, le chiederà inevitabilmente di modificarla in nome della coerenza, fino a pretendere che essa confessi come colpa ciò che per secoli ha insegnato come Verità rivelata. La sposa di Cristo risulterà credibile ed efficace soltanto quando saprà rimanere se stessa, fondando la propria azione sulla certezza ontologica e sulla promessa di vittoria del suo Signore («Io ho vinto il mondo», Gv 16,33) e accettando con coraggio di essere quel segno di contraddizione di cui la società contemporanea ha un disperato bisogno per non smarrire del tutto la propria umanità.
Alla luce della celebre profezia di Joseph Ratzinger del 1969, qual è la portata del “piccolo resto” oggi e quale speranza rimane per la società contemporanea?
La crisi e il ridimensionamento della presenza ecclesiale nella società contemporanea sono in grandissima parte la conseguenza diretta di un’apostasia interna, caratterizzata dallo smarrimento del senso dell’essere e dalla sfiducia nella portata oggettiva del Vangelo. L’ordine oggettivo della creazione trova infatti riscontro puntuale non solo nella teologia, ma anche nella natura umana e nella psicologia. La procreazione e la crescita equilibrata dei bambini necessitano dell’interiorizzazione irrinunciabile di una madre e di un padre; non è strutturalmente possibile sostituire questa dinamica con una coppia dello stesso sesso. La necessità di queste due figure distinte è dimostrata persino da evidenze storiche: quando, in Unione Sovietica, si tentarono esperimenti sociali radunando giovani adulti in comunità con rapporti promiscui e figli allevati collettivamente, si notò che i bambini andavano spontaneamente e istintivamente alla ricerca di una specifica figura materna e paterna per placare il loro disorientamento.
La pretesa di prescindere dalla legge naturale e dall’architettura della famiglia porta inevitabilmente al collasso affettivo e sociale. Di fronte a questa deriva che penetra perfino nei settori ecclesiali, la celebre profezia formulata da Joseph Ratzinger nel 1969 si rivela di straordinaria lucidità, ma richiede oggi un’ulteriore e decisiva precisazione. Nel 1969, Ratzinger era ancora per certi versi “ottimista”, poiché dalla sua prospettiva non emergeva appieno un dato drammatico che oggi abbiamo sotto gli occhi: la questione del “piccolo resto” non riguarda più soltanto una minoranza di credenti praticanti che hanno conservato intatta la fede, ma riguarda ormai la tenuta e la sopravvivenza dell’umanità stessa.
Il “resto” è composto oggi anche da quell’umanità che rifiuta la mercificazione integrale della persona operata dal capitalismo predatorio. Un sistema economico e culturale che, per i suoi stessi dinamismi intrinseci e per la sua insaziabile brama di profitto e sradicamento, va inesorabilmente incontro alla propria autodistruzione e disgregazione.
Ancora una volta, dopo aver assistito nel corso del Novecento al crollo disastroso dei totalitarismi — del fascismo, del nazionalsocialismo e del comunismo —, la storia sta dimostrando che solo il Vangelo possiede la chiave di lettura decisiva, la vera “password” per comprendere chi sia realmente l’uomo. Senza il costante riferimento al messaggio evangelico, alla scienza dell’essere e all’ordine oggettivo della realtà creato da Dio, non è possibile andare avanti. Senza questo fondamento, nessuna persona potrà mai ritrovare la propria autentica dignità e la società stessa sarà incapace di darsi basi stabili, giuste e durature.
La Chiesa vive già questo processo di purificazione che la rende numericamente “piccola”, priva di rilevanza politica e di prestigio mondano. Ma i veri credenti e tutti gli uomini aperti alla verità che sono chiamati a formare questo resto custode dell’umano, sono disposti ad abitare la solitudine di chi osa chiamare ancora le cose con il loro nome, nella certezza incrollabile che la Verità oggettiva non andrà perduta e che l’attuale disgregazione preparerà necessariamente il terreno a un nuovo risveglio dell’intelligenza della fede.
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