Perché no al MES (ri)spiegato bene

La posta in gioco: il “potere imperiale” UE di provocare un credit crunch nell’economia di uno Stato membro. Ma, perché no, una crisi finanziaria in piena regola

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Da mesi Meloni è sottoposta a pesantissime pressioni palesi e occulte i e minacce inenarrabili dal N

È in corso la negoziazione del nuovo Patto di Stabilità e Crescita e si discute sempre del Mes. Quest’ultimo tema lo abbiamo già affrontato in precedenti articoli (ex-multisquiquiqui e qui) ma, siccome torna centrale, varrà la pena tornarci sopra. Con particolare attinenza all’aspetto più caldo del dibattito: la analisi di sostenibilità del debito.

La analisi di sostenibilità del debito

Essa viene già condotta, dalla Commissione, in un ambito analitico-conoscitivo. Come è appropriato per una proiezione finanziaria, del tutto dipendente dalle assunzioni fatte (tassi di interesse, crescita del Pil, inflazione, etc). Perciò, estremamente malleabile ai desideri di chi la redige o la paga.

In altri termini, è sufficiente un minimo di mestiere per proiettare la futura solidità di uno Stato fallito, il futuro fallimento di uno Stato solido … basta giocare un poco coi parametri, come si fa sempre in finanza. Talché, benché l’ultimo rapporto della Commissione, del 14 aprile, classifichi l’Italia ad alto rischio nel medio-termine, a medio rischio nel lungo-termine … nessuno ha posto particolare attenzione.

Più recentemente, nel contesto della riforma del Patto di Stabilità e Crescita (SGP), la Commissione ha proposto di promuovere tale analisi, da mero esercizio analitico a metro per determinare il percorso di aggiustamento, cui sottoporre gli Stati membri a medio ed alto rischio. Se prima la classificazione del debito pubblico italiano come ad alto rischio era relegata in un ambito analitico-conoscitivo, ora essa verrebbe promossa in un ambito prescrittivo-normativo.

Avvicinando il salto successivo, dall’ambito prescrittivo-normativo all’ambito normativo-bancario. Infatti, oggi i debiti pubblici degli Stati membri de Leuro sono, da un punto di vista bancario, tutti eguali: tutti a rischio zero.

Il giorno in cui venissero organizzati secondo una graduatoria di rischiosità, allora non sarebbero più tutti eguali, bensì diversi: a rischio alto i Btp italiani, a rischio basso i Bund tedeschi. In tal modo costringendo le banche italiane ad accantonare capitale, ovvero a vendere Btp e comprare Bund.

Un’arma potente

Praticamente, Bruxelles acquisirebbe il potere di, modulando le proprie proiezioni, provocare un credit crunch nell’economia di uno Stato membro. Ma, perché no, una crisi finanziaria in piena regola.

Ad esempio, (1) al fine di punire quello Stato per il mancato rispetto del percorso di aggiustamento cui il nuovo SGP lo avrà sottoposto: risolvendo, in via estranea ai Trattati, l’antico problema della inefficacia delle procedure di infrazione previste dai Trattati. (2) Ma, perché no, al fine di punire un comportamento disallineato, ad esempio in materia di cd diritti Lgbtq, utero in affitto, cd crisi climatica, migrazione di massa, e simili. (3) E, perché no, al fine di punire una politica estera disallineata: ad esempio in quanto atlantica.

Insomma, quel potere imperiale di intromissione coloniale, ben oltre quella riservata ai protettorati: non previsto dai Trattati ma che abbiamo visto essere nei piani di Berlino.

Una linea rossa, per le banche ed il governo italiano. Così, Lucrezia Reichlin la principessa rossa annota, scocciata, che l’Italia rifiuta la riforma dello SGP, perché “teme che le analisi sulla sostenibilità del debito generino volatilità nel mercato del debito sovrano”.

Chi vuole un nuovo 2011

Reichlin, però, è d’accordo con Bruxelles. Suo espresso desiderio è precisamente che le banche italiane si disfino dei Btp: lo ripete dal 2014, quantomeno. Coerentemente, ella approva la proposta della Commissione di importare l’analisi di sostenibilità, dall’ambito analitico-conoscitivo a quello prescrittivo-normativo: poiché implicitamente spera nel salto successivo, all’ambito normativo-bancario.

Una posizione condivisa dal gran capo di Bruegel Jeromin Zettelmeyer: “l’idea di base, secondo cui la riduzione del debito debba essere guidata da un’analisi specifica per ogni Paese, è assolutamente corretta ed essenziale e va difesa”.

La ragione è presto detta: a questa gente, il 2011 è piaciuto talmente tanto, da volerne almeno un secondo. La loro meta è la crisi finanziaria dello Stato italiano, per poi affidarlo alla Troika e ricostruirlo come piace a loro. Dal loro punto di vista, le banche italiane sarebbero solo vittime collaterali.

D’altronde, ce la ricordiamo tutti la principessa rossa, quando voleva che il Conte II chiedesse i soldi del Mes-Sanitario, il cui regime ci avrebbe fatto compiere il passo-senza-ritorno dentro i gironi infernali della Troika alla-quale-dopo-non-si-può-più-dir-di-no. Nonostante uno specchietto per allodole concepito dai commissari Dombrovskis e Gentiloni, in forma di una certa letterina che sembrava affermare il contrario.

Uno specchietto per le allodole

Per convincere Roma ad importare l’analisi di sostenibilità nell’ambito prescrittivo-normativo, Dombrovskis e Gentiloni avevano concepito un secondo specchietto per le allodole: abbandonare, in cambio, i vecchi parametri dello SGP, formalmente rigidi.

Raggiante la Reichlin: “un grande passo avanti rispetto al sistema esistente, fatto di regole complesse e divenute irrealistiche … Romano Prodi, da presidente della Commissione le aveva definite stupide. Quella frase, tanto criticata allora, si è rivelata quanto mai appropriata”.

Purtroppissimo per loro, si metteva di mezzo il ministro delle finanze tedesco Lindner. Il quale riusciva a far reintrodurre parametri rigidi non tanto diversi dai vecchi ed ancora non gli basta. Sicché, alla fine, Roma dovrebbe accettare la analisi di sostenibilità, senza ottenere in cambio nemmeno lo specchietto per le allodole. Sconsolata la Reichlin: “l’aggiunta di questi parametri vanifica l’intero esercizio di ideare un nuovo Patto”.

Il Mes è tale e quale

Quale sia il calcolo di Lindner, è presto detto: perché mai dar via i vecchi parametri, in cambio di una analisi di sostenibilità che è comunque presente nel Nuovo Trattato Mes (NTM)?! Molto meglio averli entrambi.

Infatti, fra i grandi cambiamenti contenuti nel NTM, spicca l’assegnare al Mes il potere di condurre una analisi sulla sostenibilità. Citiamo: “se necessario per prepararsi internamente a poter svolgere adeguatamente e con tempestività i compiti attribuitigli dal presente trattato, il Mes può seguire e valutare la situazione macroeconomica e finanziaria dei suoi membri, compresa la sostenibilità del debito pubblico, e analizzare le informazioni e i dati pertinenti” (3.1-NTM).

Insomma, il Mes si trasformerebbe in una agenzia di rating. Lo ha compreso il Servizio Studi del Senato, il quale lo denuncia come può: “tale attività si svolgerebbe in via preventiva, indipendentemente da richieste di sostegno … Rispetto a tali proposte di modifica si segnala che, nella Relazione programmatica sulla partecipazione dell’Italia all’Ue per il 2019, il Governo affermava che “l’Italia … si opporrà all’affidamento al Mes di compiti di sorveglianza macroeconomica degli Stati membri”.

Peraltro, una agenzia di rating che Bce considera molto autorevole, giacché al suo giudizio già si affida per OMT e TPI. E non si vede perché non dovrebbe affidarcisi pure in ambito normativo-bancario.

Insomma, il NTM contiene quello stesso potere di innescare un credit crunch, ma perché no una crisi finanziaria in piena regola, che tanto terrorizza Roma nel caso della riforma dello SGP. Oltretutto assegnato ad una entità, il Mes, dove Berlino conta se possibile più ancora che nella Commissione. Come si vede, il calcolo di Lindner è perfettamente razionale.

Altri grandi cambiamenti

Tutto ciò rileverebbe in sé, ma tanto più rileva in quanto il NTM contiene pure una serie di altri cambiamenti, ciascuno dei quali sembra concepito per accelerare la velocità di una crisi finanziaria.

Il primo è l’irrigidimento delle condizioni per l’accesso alle linee precauzionali (Allegato III-NTM), al punto da renderle inaccessibili all’Italia. Lasciandole aperta, unicamente, la via delle linee rafforzate, estremamente più onerose per il debitore e che assegnano al Mes il potere di pretendere la preventiva ristrutturazione del debito.

Sul secondo attira l’attenzione il citato Zettelmeyer: della mancata ratifica italiana, “la ragione filosofica profonda è che il cambiamento del Mes ha a che fare con la facilitazione alla ristrutturazione del debito. Il governo italiano è incredibilmente nervoso perché teme che questo scatenerà una sorta di reazione negativa dei mercati”.

Egli si riferisce alle clausole di azione collettiva (CACs) che consentirebbero all’emittente di rinegoziare le condizioni del prestito con il consenso di una maggioranza qualificata dei possessori di tutte le emissioni (single-limb), e non più anche di ogni singola emissione debitoria (double-limb).

Il terzo è la cancellazione di un obbligo di coerenza con le preesistenti indicazioni di Bruxelles (“Il protocollo d’intesa è pienamente conforme alle misure di coordinamento delle politiche economiche previste dal TFUE, in particolare a qualsiasi atto legislativo dell’Unione europea, compresi pareri, avvertimenti, raccomandazioni o decisioni indirizzate al membro del MES interessato” 13.3-VTM), reintrodotto per le sole linee precauzionali (14.2-NTM).

E, per le linee di credito non precauzionali, sostituito da un assai meno impegnativo auspicio (“Nell’esercizio dei compiti attribuitile dal presente trattato la Commissione europea assicurerà che le operazioni di assistenza finanziaria effettuate dal MES ai sensi del presente trattato siano, ove pertinente, coerenti con il diritto dell’Unione europea, in particolare con le misure di coordinamento delle politiche economiche previste dal TFUE”, 12.4-NTM). Trasformando le trattative di concessione di una linea di credito rafforzata in un terno al lotto.

Il quarto è la trasformazione del MES in un Fondo di investimento: se prima la “Commissione europea, di concerto con la Bce” aveva da sola il compito di “valutare la sostenibilità del debito pubblico” (13.1-VTM), ora Commissione e Mes lo fanno insieme (13.1-NTM). E da una prospettiva esplicitamente diversa: “La Commissione europea assicura la coerenza con il diritto dell’Unione europea, in particolare con il quadro di coordinamento delle politiche economiche. Il Mes effettua l’analisi e la valutazione dalla prospettiva del prestatore” (c5B-NTM).

Perché, “il MES non dovrebbe essere usato ai fini del coordinamento delle politiche economiche tra i suoi membri” (c15A-NTM) ed è comunque assente un rinvio mobile (clausola di compatibilità) alla disciplina sulle misure di coordinamento vigente pro-tempore. È quindi naturale che “conceda sostegno alla stabilità soltanto ai propri membri che presentano un debito reputato sostenibile e dei quali è confermata la capacità di rimborso al Mes”, quest’ultima da valutarsi a giudizio suo insindacabile (c12A-NTM) da esporsi in una proposta del dg del Mes basata su tale valutazione (13.2-NTM).

È quindi un Fondo di Investimento a decidere se ristrutturare o meno il debito (c12-NTM), in base ai calcoli di guadagno suoi. Peraltro, conservando il precedente regime di inviolabilità, esenzione fiscale ed immunità da ogni forma di giurisdizione, perquisizione, sequestro, confisca, ovvero obbligo di autorizzazione o licenza applicabile agli enti creditizi, ai prestatori di servizi di investimento o ad altre entità regolamentate (da 32 a 36-NTM). Il Fondo di Investimento dell’Isola dei Pirati.

Il quinto è il potere di sospendere l’accesso ad una linea di credito: non più “di comune accordo” (cioè, all’unanimità) e sulla base di una relazione della Commissione di concerto con Bce; bensì sulla base di una relazione del direttore generale, “a meno che il consiglio di amministrazione decida di comune accordo di mantenere la linea di credito” (14.7-NTM). In altri termini, è sufficiente che il direttore generale e l’Estonia si mettano d’accordo, per terminare un’eventuale linea rafforzata concessa all’Italia; ovvero per cacciarcela, nell’improbabilissimo caso che essa avesse avuto accesso ad una linea precauzionale.

Tutti cambiamenti in peius per l’Italia, da rifiutarsi uno ad uno. Ma che accelererebbero la velocità di una crisi finanziaria, non la innescherebbero. Ad innescarla, sarebbe un giudizio negativo nella analisi di sostenibilità, per le vie che abbiamo descritto. Sicché, di tutti i pessimi cambiamenti inseriti nel NTM, uno è pessimissimo: l’assegnare al Mes il potere di condurre una analisi di sostenibilità. Quello stesso potere che Roma, giustamente, non vuol dare alla Commissione nel contesto dello SGP.

Conclusioni

Insomma, Lucrezia Reichlin che sostiene la promozione della analisi di sostenibilità a strumento del nuovo SGP e, contemporaneamente, a strumento del Mes … è coerente. Certo, la sua meta è la crisi finanziaria dello Stato italiano … ma questa è la strada più sicura per raggiungerla.

Come è coerente il governo italiano, che considera una linea rossa la promozione della analisi di sostenibilità a strumento del nuovo SGP e, contemporaneamente, non ratifica il NTM.

Al contrario, quegli esponenti dei precedenti governi italiani che considerano una linea rossa la promozione della analisi di sostenibilità a strumento del nuovo SGP ma, contemporaneamente, nascondono sotto la sabbia la sua promozione a strumento del MES … sono incoerenti. Come vedremo nel prossimo articolo.

emico UE per farlo approvare. Qui sotto un ottimo pezzo apparso su Atlantico che illustra ancor meglio le ragioni del NO

di Musso