Dissoluzione. Perché la nostra civiltà sta morendo

 

Roberto Pecchioli
Ci sono libri che si leggono con avidità, altri con fatica o sconcerto. Qualcuno apre la
mente, molti sono semplici camere dell’eco che confermano il lettore nelle sue convinzioni.
Niente di tutto questo accade con Dissoluzione, perché la nostra civiltà sta morendo di
Martino Mora (Ed. Radio Spada) , docente milanese di ispirazione cattolica. Si tratta di un
libro agile ma denso come un’enciclopedia, un breviario del presente e del futuro della
civiltà che continuiamo impropriamente a chiamare occidentale. E’ un libro che interpella
la coscienza e chiama a scelte forti. Si può dissentire da Mora sulla dissoluzione in atto, ma
le tesi che espone, il vasto repertorio di argomenti a sostegno non lasciano indifferenti. La
gatta pietosa fece i gattini ciechi, recita un vecchio detto, e davvero la cecità di massa
dinanzi alla realtà appare la ragione più forte per prendere sul serio la diagnosi severa e la
prognosi infausta del testo.
Che il nostro mondo sia in decadenza lo affermiamo in molti; ognuno esprime motivazioni
distinte, descrive aspetti specifici di una caduta che, al di là del trionfalismo tecnologico e
della cantilena degli infiniti “diritti” individuali di cui godremmo, non sembra poter essere
messa seriamente in discussione. Pochi mettono nero su bianco una radiografia della
società in cui ci è capitato di vivere tanto impietosa quanto documentata. In oltre venti
capitoli, brevi ma densissimi, in cui la sintesi del docente abituato al dialogo con gli
studenti incontra una vasta cultura storica e filosofica, il bisturi di Mora affonda nella
carne martoriata e nello spirito esausto del presente. Difficile non concordare sul fatto di
vivere una nuova barbarie in cui, nonostante mille apparenti comodità, sperimentiamo
un’eclissi culturale, spirituale, demografica e politica. Impossibile non constatare – se
ancora si hanno occhi per vedere e cervello per giudicare- il declino etico ed estetico, o non
prendere atto della dissoluzione dei principi che hanno innervato la civiltà europea di
matrice classica e poi cristiana.
Tutto, dalla cultura al modo di vivere, dalla scuola ai valori invertiti o negati, dalla famiglia
polverizzata al matrimonio ridicolizzato, dall’arte diventata trionfo del brutto, del bizzarro,
dell’inusitato, sino alle abitudini quotidiane , mostra la sconfitta di tutti i principi e di tutte
le istituzioni portatrici di senso. Vince il mondo-mercato, la luce accecante di falsi idoli, la
riduzione di cose e persone a materiale compravendibile, fungibile, intercambiabile. Non si
salva la religione cristiana che ha improntato due millenni, in particolare la chiesa cattolica
che rincorre il mondo e nega o nasconde le verità sempre proclamate. E’ il cruccio più
grande dell’autore che guarda con sgomento il declino della fede e dell’istituzione che la
incarna. C’è un sostantivo che sintetizza ciò che sperimentiamo: sovversione. Che è lo
sconvolgimento dell’ordine naturale, corrispondente al bene comune e ai principi etici e
spirituali custoditi nel cuore della creatura umana. Il tenace lavorio di secoli è diventato
corsa nell’ultimo mezzo secolo e moto forsennato all’alba del Terzo Millennio.
Tutta la storia contemporanea è interpretata da Mora come progressivo avanzamento del
disordine e arretramento dell’ordine naturale. La tragica differenza con esperienze del
passato è che oggi non ci si accontenta di distruggere una civiltà, ma si lavora alla
dissoluzione totale dell’uomo e dell’ordine del creato. A questo conduce l’assenza di limiti-

materiali e assiologici- di una civilizzazione materialista, completamente secolarizzata,
indifferente ad ogni domanda di trascendenza, divorata dalla volontà di potenza, in
cammino verso il superamento dell’umano per via tecnologica, il transumanesimo e il
postumanesimo e la creazione di umani ibridati con le macchine. Un percorso che mira
addirittura a superare la nostra identità di specie: la sovversione assoluta dell’
occidentalismo dissolutivo, dispiegato in forma universale.
Dal punto di vista metaculturale si è saldata l’unione , anticipata dai movimenti giovanili
degli anni Sessanta e Settanta del XX secolo, tra il grande capitale finanziario apolide
(rafforzato da un potentissimo apparato tecnologico) e i sostenitori della sovversione
familiare, etnica e sessuale. Quasi un secolo fa Gilbert Chesterton intuì che la follia del
futuro non sarebbe venuta da Mosca ma da Manhattan. Follia plutocratica di un sistema
che, chiusi i conti con il comunismo, fratello rozzo, ha attaccato alla radice l’idea di Dio, di
famiglia naturale, di comunità, sino all’abortismo di massa, all’eugenetica e all’eutanasia,
all’assalto dissennato a ogni identità, sino alla più intima, quella sessuale.
Il percorso dissolutivo è una Via Crucis le cui stazioni sono economicismo, individualismo,
materialismo, egualitarismo che omologa per sovvertire, crisi delle religioni, ipertrofia del
“dirittismo”, guerra alla legge naturale, neolingua e correttezza politica, globalizzazione
infelice. : E poi miseria morale al posto della povertà materiale, sostituzione etnica,
omosessualismo, scuola asservita che non educa né insegna, il regno del denaro e della
quantità, lo scientismo come spuria religione immanente, l’erotizzazione di ogni aspetto
della vita, la mega macchina pubblicitaria al servizio del leviatano tecnologico, la
demagogia e l’indottrinamento che vanificano le libertà.
Tutto questo, tutto insieme, produce quello che l’autore definisce sistema orgiastico
mercantile, in cui il dominio del denaro si accompagna allo scatenamento di ogni pulsione
individuale, anche le più basse e ripugnanti, che diventano modi di vita, dipendenze
alimentate da chi domina il sistema in quanto lo possiede. La conseguenza è la
dissoluzione, intesa tanto nel senso di processo che scioglie sotto l’azione di un solvente (il
pensiero dominante) quanto di fine progressiva , rovinosa di una struttura sociale,
culturale, etica, spirituale durata secoli. Lo sviluppo materiale è senza precedenti, ma la
dissoluzione è innanzitutto spirituale, poiché l’uomo è corpo, ma anche anima. La perdita
dell’anima dell’homo sapiens occidentale è la malattia mortale. Persino Arnold Toynbee,
studioso delle civiltà per conto dell’anglosfera, identificò tre quarti di secolo fa il motore
del declino occidentale nella crisi del cristianesimo . Analisi condivisa dallo storico Ernst
Nolte, critico dell’individualismo edonista di massa, frutto avvelenato del soggettivismo
liberale, che mette in pericolo la persistenza della società umana per la tendenza
dominante a non procreare, compito primario di ogni specie e di ogni comunità umana.
L’indifferenza verso tutto ciò che eccede la dimensione individuale è la prova del vuoto
spirituale che ha sostituito l’essere con l’avere ( e il desiderare). I centri commerciali hanno
sostituito le chiese come luoghi di aggregazione festiva, mentre è aumentata l’angoscia
della morte , rimossa, nascosta in pochi luoghi deputati, allontanata anche dai cimiteri per
l’aumento di pratiche come la cremazione e la dispersione delle ceneri. Dissoluzione
perfino del corpo morto, come se l’uomo contemporaneo volesse cancellare ogni traccia del
suo passaggio. All’edonismo egolatrico fondato sull’istinto fa da apparente contraltare

l’umanitarismo astratto e l’animalismo estremo. Cani, gatti ed animali da compagnia
diventano sostituti dei figli che non vogliamo avere. L’uomo occidentale si dissolve nel
culto del denaro, nella cupidigia , nell’adorazione di “ quel Dio che è il contrario di Dio” (
Georges Bataille).
Nessuna speranza, nessuna possibilità di invertire la rotta? Non è così: chi ha fede in Dio
confida in un suo intervento e sa che il destino dell’ uomo è eterno. Il massimo della
speranza nel massimo del pessimismo riguardo al presente e al futuro prossimo. Possiamo
non condividere in tutto o in parte l’analisi di Mora, ma merita attenzione per la sua lucida
coerenza e per la certezza finale: il trionfo della dissoluzione sarà effimero, fugace. Se la
civiltà agonizzante evoca le porte degli inferi, la promessa divina è che non prevarranno.
Non praevalebunt ( Matteo 16,18). Così termina il libro: vogliamo