MI FA MALE IL MIO PAESE

 

di Roberto Pecchioli

Mi duole il mio Paese, scriveva il poeta francese Robert Brasillach dalla prigione da cui uscì per essere fucilato nel 1945 per collaborazionismo nonostante la mobilitazione del mondo culturale. “Mi fa male per le sue vie affollate in questi empi anni, per i giuramenti non mantenuti, per il suo abbandono e per il suo destino, per il grave fardello che grava sui suoi passi. Il mio Paese mi fa male per i suoi doppi giochi, per l’oceano aperto ai neri vascelli carichi, per i suoi marinai morti per placare gli dei e per i suoi legnami troncati da una forbice troppo lieve”. Ricordi di letture antiche che si affastellano nella mente in un tempo bastardo, una strana estate italiana di neri pensieri e ancor più grevi fatti.

Dicono gli ubriachi che la colpa è dell’ultimo bicchiere. Forse è vero, mi duole il mio paese per sovraccarico di notizie ed esperienze negative; l’ultimo bicchiere non è l’incredibile, grottesco andamento politico di queste settimane, ma un evento di cronaca tra i tanti. Muore un ragazzo, rider lo chiamano i giornali, uno di quei giovani in bicicletta che corrono a consegnare cibo di strada, spazzatura alimentare a basso costo per conto di grandi piattaforme. Piattaforma è il nome postmoderno degli sfruttatori tecnologici. Correva per pochi spiccioli, probabilmente aveva dovuto aprire una partita IVA – essere imprenditori di se stessi, ripetono: questo è l’esito – scarse tutele sociali. Correva e basta, del resto rider significa corridore. Consegnava pessimo cibo a gente che vuole fare presto, bisogna ingozzarsi di corsa, e acquista in fretta, un sms o un clic online. Grazie alla forza della comunicazione pubblicitaria si diffondono a macchia d’olio, come una pandemia, nuove abitudini alimentari in sostituzione di una tradizione millenaria.

Buon pro gli faccia, ma c’è un giovane in meno in questo paese finito e sfinito nel quale si contano tre cani per ogni abitante di età inferiore ai quindici anni e i feti si smaltiscono come rifiuti speciali. In compenso, avremo nuovi ministri, un’alluvione di finti profughi e chissà quanti altri guai in arrivo. Intanto, silenziosamente, continua la secessione dall’Italia dei suoi giovani, che emigrano esausti a migliaia. Mi fa male il mio Paese per loro, non sono geni o cervelloni, gente normale che sa fare qualcosa e vuole farlo senza mafie, burocrazie, corporazioni, trappole. Fuggono anche gli anziani, troppe tasse, insicurezza, i figli, quando ci sono, si disinteressano, meglio un tramonto lontano dalla terra natia.

Nel mio piccolo, dichiaro anch’io la mia personale secessione e mi dimetto da cittadino italiano. Mi fa troppo male questa Patria che non riconosco più; non posso smettere di essere italiano, ma cittadino no, non voglio più esserlo. Già che ho deciso, mi dimetto anche dal mio tempo. Marcello Veneziani osservò che per i più, se una patria c’è, è il tempo, la contemporaneità. Lo spazio non conta più. Ebbene, non voglio più essere un cittadino italiano contemporaneo. Occupo per pura casualità un piccolo spazio all’interno di uno Stato detto casualmente Italia. Altrettanto casualmente, parlo e penso nella lingua diffusa in codesto Paese, condivido (meglio usare l’imperfetto, condividevo) una cultura, delle usanze, delle abitudini, delle credenze. I miei pensieri si dipanavano secondo ritmi, cadenze, andature tipici di una cultura che mi è sfuggita dalle mani. La terra desolata, guasta degli uomini impagliati chiamati italiani non è più la mia. Mi appare come il negativo delle fotografie di una volta. Il dritto e il rovescio si sono invertiti, eroi i mascalzoni, modelli di comportamento perversione, amoralità, opportunismo.

Mi fa male il mio paese, da ex mi sento meglio. Ho deciso di abbracciare la filosofia degli stoici. Nei tempi ultimi non resta che il distacco, se si vuol conservare integrità e senso morale. La saggezza sta nel dominio delle passioni, nel vivere appartati (lathe biòsas, vivi nascosto), incassare i colpi della vita con spirito di sopportazione. Sustine et abstine, resisti e astieniti dalle cose del mondo. Si sta bene da stoici, apolidi ed estranei alla propria epoca. Anacronistico, questo voglio essere. Duole troppo il mio paese e il tempo che mi è toccato in sorte per affrontarlo di petto. Scrisse qualcuno che l’uomo più felice, paradossalmente, è colui che ha perduto ogni speranza, poiché non si aspetta più nulla. Mi duole il mio Paese, ma da ex, vivaddio, non me importa più granché.

Del resto, perché crucciarsi da soli, o in scarsa compagnia, se le cose non vanno? Cambia il governo, si consumano tradimenti e bassezze, ci si rimangiano parole e promesse, tornano in pista i becchini del popolo italiano, ma in fondo non succede nulla. La gente sciama pigra nei centri commerciali, attratta dalle luci del consumo, continua a discutere delle solite cose. Perfino il campionato di calcio non è più italiano, solo un terzo dei calciatori di serie A sono nostri (vostri …) connazionali.

La convinzione è che gli arbitri giochino per la squadra avversaria, le istituzioni cosiddette di garanzia, sale e vanto delle democrazie liberali, sono divise per bande e tutti i poteri rispondono a oligarchie esterne. Chi dovrebbe custodire la sovranità la deride e la svende; è diventata una parolaccia, essere sospettati di volerla difendere è un’accusa sanguinosa. Nessun dramma, gli Stati nascono e muoiono come tutto sulla Terra, la Repubblica Italiana è già vecchiotta, si tratta di decidere per l’eutanasia, staccare la spina rapidamente o proseguire nell’agonia. Insieme con gli Stati, possono morire, per inedia, sostituzione o indifferenza, anche i popoli e le nazioni in cui si uniscono. Probabilmente, dando le dimissioni da cittadino italiano, anticipo solo l’inevitabile.

Le persone che osservo per la strada se ne faranno una ragione, magari accoglieranno con uno sbadiglio ogni tappa successiva del cammino. Non pochi gioiranno, alcuni in nome del progresso, altri dell’odio per l’Italia diffuso in tanti ambienti, clericali, culturali, politici, economici. La fine progressiva è chiara nella sostituzione etnica, cui sono affidate le sorti della previdenza sociale e, a lungo termine, quelle di una rinascita civile il cui prezzo sarà la cancellazione di ciò che oggi definiamo Italia. La secessione, infine, è un gesto di autotutela e di differenziazione. Non se ne può più di un paese che digerisce tutto, il degrado delle sue istituzioni, la miseria della classe dirigente che si propaga come un’infezione in tutti gli ambiti della società, la riduzione a colonia, Italia arlecchino servitrice di tanti padroni, alcuni a Washington, altri a Bruxelles, e poi a Francoforte e nello spazio virtuale detto con superstiziosa devozione mercato.

Mi duole il mio Paese che non vede la rovina dei suoi giovani, sempre più precari della vita, carichi di pasticche, alcool e droga, spesso deboli e capricciosi, specchio fedele dei modelli imposti dalla comunicazione dominante, vittime di mille modelli negativi. Mi fa male l’abbandono degli anziani, il cinismo, la competitività litigiosa di un popolo che si è lasciato dividere, gli uni contro gli altri, risse da ballatoio, linguaggio da suburra, demolizione di tutto quanto ci univa, a cominciare dalla lingua imbastardita, fino alla fede comune tradita dai suoi custodi. Dolgono le città desertificate in favore di orribili periferie fatte di alveari, cubi e parallelepipedi, la grande bellezza, l’estetica, essenza di un popolo, sacrificata alla bruttezza, allo sfregio, al kitsch che avanza dappertutto. Sapemmo creare Venezia, Roma, Firenze, mille paesi e città armoniose e diverse, un territorio modellato dalla sapienza millenaria. Adesso, siamo riusciti a rendere orribili i paesaggi più belli del mondo.

Inventammo le università e oggi un’ignoranza di ritorno, tremenda perché soddisfatta di sé, pervade milioni di persone, abilissime peraltro a maneggiare gli idoli del tempo, telecomandi, smartphone, computer. Mi fa male un paese che fondò ovunque lazzaretti e ospedali attraverso la pietà popolare, lo slancio delle istituzioni religiose e la generosità di non pochi potenti, ma costringe i malati dell’orgoglioso Terzo Millennio a ore e ore di attesa su scomode barelle negli inferni metropolitani dal sarcastico nome di Pronto Soccorso.

Guai a chi costruisce deserti, proclamava Nietzsche. Viviamo in un affollato deserto di estranei, dove ognuno secede dal suo vicino. L’autore di Così parlò Zarathustra intuì tutto con anticipo, previde l’orrore e trovò drammatico rifugio nella follia. Più modestamente, mi accontento delle dimissioni da cittadino. Non ti appartengo più, Repubblica Italiana. Farò resistenza passiva, il più possibile nascosto; sarò un semplice osservatore, un estraneo tra voi. Diventerò un fingitore, come il poeta Pessoa. Fingerò che sia dolore il dolore che davvero sento e, finalmente non mi farà più male il Paese che non riconosco più e di cui disconosco la figliolanza. Figlio di nessuno, orfano per scelta, cessa il rancore per i tradimenti, si acquietano le amarezze.

Vedetevela voi, cari ex concittadini. Pochi hanno l’orgoglio di aver provato a cambiare le cose. Sconfitti, hanno combattuto: temo che non possiate dire altrettanto. Se poi voleste cambiare qualcosa, fate un fischio. Anche da apolide, ci sarò, il mio paese mi farà nuovamente male, ma almeno saprò, come Curzio Malaparte, che non è tutto perduto finché tutto non