A centotrentacinque anni dalla Rerum Novarum di papa Leone XIII , un altro Leone, Robert Francis Prevost, rilancia la dottrina sociale della chiesa con la sua prima enciclica, Magnifica humanitas, centrata sulla potenza della tecnologia, l’irruzione dell’Intelligenza Artificiale e di ideologie come il transumanesimo e il postumanesimo, le res novae del Terzo Millennio. Non siamo attrezzati per partecipare al dibattito intracattolico sul testo papale, manifesto del magistero del pontefice americano. Ci limitiamo a segnalare la prudenza nel porre Dio al centro della riflessione, a confessare viva perplessità per il rilancio dell’ideologia dei diritti umani- ben diversa dalla legge naturale della tradizione
cattolica- e per l’apparente ingenuità nell’auspicare che la potenza tecnologica sia controllata da un’agenzia del mondialismo come l’ONU.
Prendiamo atto delle parole di Paolo Benanti, il teologo francescano esperto di Intelligenza Artificiale. Su Avvenire, quotidiano dei vescovi, Benanti afferma che “ leggere l’enciclica come documento religioso sarebbe un errore di categoria. È un testo di filosofia politica, e lo è nel senso più rigoroso del termine”. Se lo dice l’esperto di fiducia della Santa Sede sul tema, dobbiamo credergli. È dunque sul piano della filosofia politica che l’enciclica va interpretata, per quanto disagio susciti la categorizzazione da parte di chi ha certamente messo mano al testo come co-autore o consultore.
Condivisibile è la cancellazione papale del luogo comune della neutralità della tecnica .
Ricorda un osservatore di vasta cultura, Moreno Pasquinelli, che “dietro a questa o quella
scelta tecnologica ed alla sua implementazione, ci sono sempre determinate forze sociali
dominanti, così che le tecnologie incorporano i valori, le finalità e la visione del mondo di
quelle forze. “ La diagnosi leonina colma una lacuna ecclesiale; dietro alla rivoluzione
tecnologica ci sono le Big Tech, giganti transnazionali privati che stanno modellando un
capitalismo ancora più ingiusto e predatorio, e considerano l’umanità una miniera da
saccheggiare, in cui anche la sfera spirituale è un dato digitalizzato mercificato. Manca
tuttavia al papa il giudizio finale: è in atto una trasmutazione antropologica che attenta alla
radice stessa della creatura umana, dall’atrofizzazione cognitiva alla delega alle nuove
tecnologie di valutare, pensare e decidere, sino alla progressiva disattivazione del pensiero.
A noi l’ Intelligenza Artificiale pare lo strumento privilegiato del Grande Reset e
dell’antiumana Agenda 2030 dell’oligarchia. Non ci convince la prognosi ottimistica
secondo cui basterebbe il pannicello caldo della cosiddetta algoretica, ossia un’etica
incorporata in qualche modo nell’Intelligenza Artificiale, affidata a un’agenzia sotto l’egida
Onu. Le volpi a guardia del pollaio, a dimostrazione che la chiesa è parte del sistema.
Nessuna denuncia dell’amoralità costitutiva della tecnoscienza al servizio degli “ spiriti
animali” del capitalismo compiuto. E neppure una definizione netta del grumo tecnologico
che definiamo Intelligenza Artificiale, o il riconoscimento del fatto che essa non è neppure-
in senso umano- intelligente. Non pensa né possiede autocoscienza. Parla e scrive ma non comprende il significato; calcola in tempi rapidissimi, produce risposte di tipo
probabilistico, ma non ha la ragione. Quanto alla non neutralità assiologica dei dispositivi
tecnologici, il dotto agostiniano perviene a conclusioni che Martin Heidegger, Jacques
Ellul, Carl Schmitt teorizzarono molti decenni fa. Persino gli orribili francofortesi Adorno e
Horkheimer in Dialettica dell’Illuminismo (1947 !) conclusero che “ l’ evoluzione della
macchina si è già rovesciata in quella di meccanismo di dominio, e le tendenze tecnica e
sociale, strettamente connesse da sempre, convergono nella presa di possesso totale
dell’uomo. La maledizione del progresso incessante è l’incessante regressione. “
Lo ribadì nel 1970 anche papa Paolo VI, citato nell’enciclica. "I progressi scientifici più
straordinari, le imprese tecniche più sorprendenti, la crescita economica più prodigiosa, se
non sono accompagnati da un autentico progresso sociale e morale, finiscono per ritorcersi
contro l'umanità".La macchina, assicurano i suoi guru, può apprendere. Ma non è un
intendere razionale, che implica esperienza, intuizione, intenzionalità, coscienza, empatia,
passione, sensibilità; ciò che solo una mente biologicamente incarnata può produrre
perché può sentire e percepire. Il filosofo della scienza John Searle mostrò, nel noto
esperimento della stanza cinese, che la manipolazione di simboli e segni non equivale alla
comprensione del loro significato. “ I computer operano sul piano della sintassi:
manipolano simboli secondo regole formali. La mente umana, invece, abita la semantica: il
significato, l’intenzionalità, la coscienza. “
Il Papa spiega che l'Intelligenza Artificiale porta con sé il problema del dominio
tecnologico. La sua risposta, pur sensata , non convince del tutto . “La magnifica umanità
che Dio ha creato si trova oggi di fronte a una scelta decisiva: erigere una nuova torre di
Babele o costruire la città dove Dio e l'umanità convivono. “ La proposta papale è di
scegliere non la hybris illimitata di Babilonia ma la cauta ricostruzione comunitaria del
tempio di Gerusalemme intrapresa da Neemia. Da un lato la “sindrome di Babele”,
dall'altro il “cammino di Neemia”. Che parla di prudenza politica, di “un’opera che ha Dio
al centro e ricostruisce i legami ancor prima delle pietre stesse. Oggi, ricostruire significa
riconoscere che, nella pluralità di voci e visioni che a volte richiama la dispersione delle
lingue, esiste una possibilità luminosa. E in quest’opera comune, i cristiani trovano il loro
modo di costruire: orientare l’azione verso Dio, affinché, sotto la sua luce, il pluralismo non
si dissolva nel disordine”. In questo modo, “l’antica Gerusalemme recupera un linguaggio
comune, non quello dell’uniformità, ma quello della comunione”.
Suggestioni che colpiscono emotivamente, ma la Gerusalemme di Neemia era una piccola
comunità coesa, in cui tutti condividevano principi, lingua, tradizione spirituale, empito
morale. La realtà di oggi è troppo simile a Babilonia e la chiesa ha la sua parte di colpa,
avendo messo da parte la città di Dio per concentrarsi sull’ uomo. Siamo a Babele anche
perché il cattolicesimo ufficiale ha scelto di essere un semplice mattone di quella torre.
Nella Genesi (11, 1-9) gli esseri umani decidono di costruire una città e una torre la cui
cima giunga al cielo. L'obiettivo è dimostrare il loro potere e perpetuare il proprio nome.
Creano cioè una univocità artificiale; con il linguaggio contemporaneo, una globalizzazione
disanimata. “ Una lingua, una tecnologia, una direzione”, rileva Leone XIV. Tuttavia,
prosegue, “il progetto cela un profondo inganno: è un'opera concepita senza riferimento a Dio, sostenuta da un'uniformità che elimina la diversità e che, invece della comunione,
sceglie l'omogeneizzazione. Quando una città è costruita sull'orgoglio e sulla pretesa di
autosufficienza il risultato non è l'unità, ma la dispersione. Babele rivela così il limite di
ogni costruzione che, per quanto grandiosa, nasce dall'assolutizzazione dell'umanità e dalla
sua pretesa di autosufficienza, sacrifica la dignità delle persone in nome dell'efficienza e
aspira a raggiungere il cielo senza la benedizione di Dio”.
Parole forti, dirimenti, dalle quali ci si attenderebbe una conclusione altrettanto netta, la
condanna della condizione postmoderna. Nulla di tutto questo, solo la mediocre idea di
affidare all’Onu un controllo sulle res novae tecnologiche, sganciato inevitabilmente da
un’inesistente moralità condivisa. Del pari, l’assolutizzazione dell’umanità è figlia naturale
della filosofia dei diritti umani, improvvidamente sposata dalla chiesa al posto della ben
più robusta legge morale naturale ispirata da Dio e racchiusa nel cuore degli uomini, da cui
l’hanno espulsa la postmodernità materialista e tecno scientifica ma anche la riduttiva
scelta antropologica del cattolicesimo ultimo.
Dai miti di Icaro a Frankenstein sino al Prometeo tecnologico, passando per Bellerofonte o
Fetonte, la tentazione di raggiungere le vette e trascendere la fragile condizione umana è
sempre esistita. Dio ha creato il primo uomo, Adamo – la cui etimologia significa "fatto di
terra" – pur sapendo che sarebbe stato tentato dal serpente a usurpare il suo trono. Eritis
sicut dii (sarete come dèi).Questa potente immagine biblica, che risuona in molte altre
culture, viene invocata da Leone XIV, poiché "ci interpella sul nostro rapporto con la
tecnologia e con la rivoluzione digitale in corso". Tecno sfrenatezza che conduce all'hybris
e al tentativo di sottomettere, omogeneizzare e unificare l'intero creato. La pretesa del
cattolicesimo del tempo nostro non è tanto dissimile: un’universalità orizzontale,
disinteressata a preservare quelle differenze, quelle sensibilità, quelle comunità reali il cui
simbolo è proprio Neemia, in nome di un umanesimo in cui il creatore somiglia sempre più
a un ospite indesiderato, evocato più per dovere d’ufficio che per autentica fede nel destino
finale della “magnifica umanità”.
Questo ci è parso il limite dell’enciclica. Alla tecnoscienza, ma anche alla chiesa sulla difensiva ci permettiamo di contrapporre la scelta di Antoni Gaudì, l’architetto della Sagrada Familia, il più potente monumento di fede della modernità . “Avrei potuto costruire una guglia ancora più alta, ma avrebbe superato in altezza la collina di Montjuich. L’opera dell’uomo non può oltrepassare l’opera di Dio. “Intelligenza naturale”.