in Israele viene abolita ogni libertà e tolleranza religiosa. L’hanno imposta qui finché serviva a loro…ora non più.
Ho appena appreso di questa notizia (https://giornalemio.it/cronaca/la-strage-dei-cattolici-massacrati-dallidf-il-messaggio-del-vescovo-libanese-antoine-nassif/) segnalata da Anna G.
Quella di Israele non è difesa. Non lo è quando a essere colpiti sono villaggi cristiani, famiglie, civili e sacerdoti cattolici rimasti accanto al proprio popolo. Non lo è quando dei parroci, invece di fuggire, suonano le campane delle loro chiese per dichiarare che non abbandoneranno la loro terra, e per questo diventano bersaglio.
Qui il punto è gravissimo. Non parliamo solo di non combattenti in senso generico, ma di religiosi, di parroci, di presenze pastorali radicate da secoli nel Libano meridionale. Quando un sacerdote viene colpito e ucciso, non siamo davanti a un semplice “effetto collaterale”, ma a una ferita inferta alla coscienza morale, giuridica e religiosa del nostro tempo. Leone XIV tace. La CEI tace. I protestanti silenzio, I pastori pentecostali ancora peggio: pregano per Trump affinché l’esercito israeliano non uccida troppi civili (https://t.me/Giovanni832/16524).
Sul piano etico, una forza armata che travolge civili e ministri di culto non sta difendendo: sta imponendo. Sul piano giuridico, se vengono colpite comunità religiose, case, sfollati e personale ecclesiastico privo di funzione combattente, allora il lessico corretto non è quello della propaganda, ma quello del diritto internazionale umanitario. Sul piano geopolitico, ciò che emerge è una pressione sistematica volta a svuotare territori, piegare comunità storiche e rimodellare con la paura la geografia umana del Sud Libano. Sul piano geoeconomico, la distruzione del tessuto civile produce collasso, fuga, impoverimento e subordinazione durevole.
Da cristiano, però, il punto più lacerante è un altro: qui viene colpita una Chiesa che resta, una Chiesa che non fugge, una Chiesa che suona le campane mentre il potere delle armi pretende di zittirla. E quando dei sacerdoti cattolici diventano martiri della fedeltà pastorale, chiamare tutto questo “sicurezza” non è analisi. È servitù linguistica.
Il cristiano non deve lasciarsi dettare il vocabolario dal potere. Deve chiamare le cose con il loro nome. E qui il nome è uno solo:
Genocidio, violenza armata contro civili, villaggi cristiani e sacerdoti.
[19/03/2026 10:04] +Petrus Romanus+ di Maria nostra ARCA:
Alì Larijani è stato il filosofo-statista. Leggeva Heidegger, Mulla Sadra, Kant. Un uomo che ha studiato a fondo la metafisica europea per poterne sezionare i limiti,
Alì Larijani è stato il filosofo-statista. Leggeva Heidegger, Mulla Sadra, Kant. Un uomo che ha studiato a fondo la metafisica europea per poterne sezionare i limiti, comprendendo l’impalcatura razionalista dell’Occidente mille volte meglio di quanto l’Occidente comprenda le basi teologiche dell’Iran.
Con un dottorato e una profonda assimilazione della fenomenologia del Vecchio Continente, Larijani non si è limitato a studiare il nemico: ne ha dissezionato, in 20 anni prima di questa guerra, il “software” cognitivo. Ne ha compreso che la debolezza fatale non risiedeva nei suoi arsenali, ma nella sua architettura mentale, ormai irrimediabilmente degradata a un nichilismo strumentale, meccanicistico e privo di orizzonte temporale.
Epic Fury è stata la quintessenza di questa ossessione. Il numero di missili, il tonnellaggio delle bombe anti-bunker, il PIL, le coordinate GPS di un generale. Un’operazione ingegneristica volta a incenerire la superficie visibile dell’Iran, convinta che, distrutta la materia, lo spirito della nazione si sarebbe arreso.
Larijani, che ha concentrato le sue pubblicazioni saggistiche esclusivamente sul rapporto tra matematica, logica e filosofia, sapeva benissimo che il nemico avrebbe reagito così. Sapeva che i pianificatori del Pentagono avrebbero scambiato la distruzione dei palazzi e l’assassinio dei leader per una vittoria militare e convenzionale. Così ha concesso loro di accanirsi sulle manifestazioni fenomeniche dello Stato (le infrastrutture, le banche, i comandanti), ritraendo la vera essenza del potere iraniano – ovvero lo spirito rivoluzionario, la rete dei Pasdaran, il paradigma del martirio – in una dimensione sotterranea, inafferrabile.
Mentre Donald Trump proclamava vittoria il giorno 1, Larijani aveva già fatto mutare la sua nazione in uno sciame di Shahed-136 imponendogli un’equazione suicida e inesorabile: per ogni singola esplosione che squarciava Teheran, un contrappasso di fuoco si abbatteva chirurgicamente sulle infrastrutture sensibili del Golfo. Il dolore assorbito dalla Repubblica Islamica veniva istantaneamente monetizzato in danni strutturali contro l’Occidente.
Ed è esattamente in questa brutale e chirurgica “monetizzazione” del dolore che Larijani ha innescato il secondo pilastro filosofico. Studiando l’evoluzione del pensiero occidentale da Hobbes all’utilitarismo anglosassone, aveva da tempo individuato il tallone d’Achille della modernità liquida: l’ossessione per il calcolo costi-benefici. Larijani ha capito che la civiltà del profitto, fondata sul feticcio del dividendo e sul mercato azionario, è ontologicamente incapace di sostenere una guerra a perdere sul piano finanziario. Colpire le casseforti di cristallo del Golfo significava colpire il dogma stesso su cui si regge l’Impero: la convenienza.
Per mandare definitivamente in frantumi questa fragile impalcatura utilitaristica, restava solo da inserire nell’equazione l’ultima variabile, l’arma suprema che l’Occidente ha smesso di dominare: il tempo. Avendo reso la guerra un salasso finanziario intollerabile, Larijani ha costretto la coalizione Epstein a misurarsi con una cronologia a lei aliena. Il tempo per Washington è denaro, è la miopia della scadenza elettorale, è l’ansia da prestazione per le mid-term; per la millenaria civiltà persiana, il tempo è attesa, pazienza, respiro.
Dilatando il conflitto all’inverosimile e trasformando la Blitzkrieg americana in un pantano inestinguibile, Larijani ha mandato in cortocircuito la “ragion pratica” atlantica. In questo definitivo scacco matto ontologico si consuma l’epitaffio dell’intera dottrina strategica occidentale dell’ultimo quarto di secolo: la religione della guerra preventiva.
ANTICHRIST SUPERSTAR
L’altro giorno, nell’intervista che gli ho fatto per Ibex (sotto linko il video), Marco Guzzi sosteneva che bisogna prendere serissimamente un soggettino come Peter Thiel, in tour transoceanico a concionare parterres, non so quanto “de roi”, con le sue teorie che utilizzano l’escatologia cristiana per legittimare il proprio potere di tecno-oligarca, fra i primi a schierarsi con Trump.
In questo pezzo su La Fionda metto in fila le sue idee principali, prendendolo sì sul serio. Ma non troppo. Perché se da una parte sarebbe surreale non dare la giusta considerazione a un membro del gotha dell’industria dell’algoritmo, con mani piedi e portafogli dentro l’apparato militar-finanziario Usa, dall’altra la credibilità delle sue tesi si smonta con una tale facilità che il senso che fa un tipo simile va di pari passo a una certa ilarità che, almeno a me, non può non suscitare. D’altronde, il comico non è forse il rovescio del tragico?
“(…) l’Anticristo, per Thiel, è l’inganno che attenta alla libertà, nascondendosi dietro l’apparenza di buoni propositi umanitari, ambientalisti, transnazionalisti e liberal-democratici. È il Male (anti-capitalismo) travestito da Bene (diritti, uguaglianza, pace, ecc). Non è più Marx: è Greta Thunberg. Se si fermasse a questo livello, però, Thiel rimarrebbe nell’ambito dello scontato odio della destra americana per il calderone di sinistra liberal, woke e socialistoide. Invece il miliardario, che si arricchisce creando e vendendo algoritmi predittivi sulla base della raccolta di dati, va più in là, ragionando sul ruolo della Tecnica nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Avendo invaso qualsiasi campo – dagli armamenti alle fabbriche, dalla domotica alla stessa biologia umana – quest’ultima pone un rischio esistenziale per l’uomo. Il terrore che suscita può indurre a desiderare più Stato, e la potenza che proietta sulla Rete globale può portare a un moloch mondiale, un Grande Fratello orwelliano (dietro cui si intuisce la fisionomia della Cina rivale strategica degli Stati Uniti, sebbene a fornire un ideale esempio da laboratorio sia, in questo senso, una città-Stato ammirata dai liberisti di ogni latitudine: Singapore). Contro questa minaccia apocalittica, Thiel estrae dalla manica il concetto di katechon, di cui parla san Paolo per indicare la forza che frena e dilaziona il regno delle tenebre. Bisogna catechizzare i gruppi dirigenti, come cerca di fare lui concionando davanti a pubblici selezionati (o come, sul piano formativo e promozionale, fa il ceo di Palantir, Alex Karp, altro nerd che se la crede tantissimo, che ha messo in piedi a New York una scuola per giovani che vogliano studiare come contrastare l’egemonia della sinistra). Perché lo scontro, secondo Thiel, non è fra popolo ed élite: è tutto interno all’élite – e, bisogna dire, in questo specifico punto non ha tutti i torti, anzi.
Dov’è che tutta questa elucubrazione si sgonfia? Nella palese, sfacciata, ridicola contraddizione di uno che predica l’anti-totalitarismo essendo tra i maggiori beneficiari del medesimo totalitarismo, visto e considerato che fattura dollari a palate con la tecnologia letteralmente più disumanizzante che la Storia abbia conosciuto, quell’IA generativa che sta già espellendo l’essere umano per sostituirlo con le macchine. L’Anticristo, se proprio vogliamo usare il linguaggio biblico, è lui, e chi come lui scioglie inni a una “libertà” che, grattata la superficie retorica, è la solita, vecchia, stravecchia, infame libertà dei più ricchi di arricchirsi a dismisura, dei capitalisti da sempre ansiosi di eternizzare il surplus in rendita, dei lobbisti di sé stessi a caccia di relazioni privilegiate. Con la differenza, nel caso dell’Antichrist Superstar, che la pozione lisergica non ha più l’etichetta del “mercato” e in sovrimpressione la dicitura “valori tradizionali”, come per il neo-liberista reaganiano o thatcheriano, ma è imbevuta di un aperto darwinismo sociale (i più forti, nella giungla economica, hanno diritto a dominare) e di esalazioni apocalittiche, millenariste, manichee il cui aspetto veramente inquietante è che il primo a crederci, a occhio, è proprio lui, Thiel. Che è lo stesso Thiel che si è comprato un pezzo di Nuova Zelanda per costruirci un rifugio, a metà fra l’eden e il bunker, con tutto ciò che potrebbe servire a sopravvivere nell’eventualità di una catastrofe climatica o atomica. Un personaggio oggettivamente grottesco. Pertanto da non sovrastimare né sottovalutare, ma da prendere per quel che è: un appartenente a quella genìa di lucidi mitomani che ogni tanto saltano fuori auto-investendosi della missione di salvare il mondo. Mentre, di regola, è il mondo che deve salvarsi da loro”.![]()