Roberto PECCHIOLI
La presa di posizione sul cosiddetto femminicidio di Roberto Vannacci, che ha negato il
carattere di reato specifico – più grave degli altri assassinii- all’uccisione di donne da parte
di mariti, compagni o ex ha suscitato un vespaio. Unanime la condanna del generale da
parte dell’intero arco politico, da destra ( Meloni, Bongiorno) a sinistra. Chi scrive ha una
convinzione: quando una strana nuova idea si afferma con tanta unanimità, dietro c’è un
imbroglio, una menzogna o un’imposizione ideologica. O tutte quante le cose insieme. Il
coro non stupisce. Sconcertano il conformismo e il silenzio di psicologi e criminologi. Pochi
giorni dopo l’esternazione del generale- che ha suscitato non poche adesioni nell’opinione
pubblica- il più noto intellettuale di destra, Marcello Veneziani, ha rilanciato il tema sotto
il profilo culturale, dichiarandosi d’accordo con la tesi che il femminicidio è una
costruzione culturale, oltreché un obbrobrio giuridico. Ma si sa, l’opinione dominante
(l’unica ammessa nel dibattito pubblico) è quella dei dominanti. Vogliamo aggiungere la
nostra umile voce al dibattito.
L’istituzione del reato specifico di femminicidio- con pene ed aggravanti obbligate – non è
soltanto una ferita grave all’ universalità della legge, statuendo il primato del sesso
(femminile) della vittima sul principio che le pene si applicano a chi commette un crimine,
indipendentemente dal “genere” dei soggetti coinvolti, lasciando ai singoli casi e al sistema
delle attenuanti e delle aggravanti l’irrogazione concreta della pena. E’ il segnale sinistro
della disumanizzazione dell’esemplare maschio della specie umana. Ne sono prove
importanti la connotazione negativa di molti comportamenti sin dall’infanzia, dai giochi
più duri dei maschietti sino alla proibizione di molte condotte e della loro medicalizzazione
terapeutica, sino a indurre in bambini e adolescenti un senso di paura di ciò che sono, un
giudizio negativo sui loro istinti naturali che finisce nell’autocensura, nella perdita di
identità e nella confusione.
La neolingua imposta fa il resto, a cominciare dalla connotazione negativa e dell’
imposizione delle parole. Si deve essere femministi, ma non si può essere maschilisti,
neppure per rivendicare l’ovvia diversità di attitudini, approccio alla vita, valori specifici
del proprio sesso. Addirittura si afferma dai più svariati pulpiti che il maschio umano sia
strutturalmente malvagio, violento nei confronti delle femmine conspecifiche, in
particolare quelle che ama o ha amato , talché la violenza fisica e perfino l’omicidio sono
connaturate, istinti scellerati da reprimere con la massima violenza. Ogni madre di figli
maschi sa che così non è e lo sa anche una moltitudine di figlie, sorelle e mogli. Pure, la
loro voce- come quella degli uomini che si ribellano al pensiero dominante nell’occidente
in agonia – non è ammessa al dibattito pubblico, politico e culturale.
E’ tempo di smascherare questa falsa narrazione fondata su ideologismi che sta
decostruendo la vita, le emozioni, gli istinti di metà della specie umana , e di affermare che
si tratta nientemeno che di un progetto di disumanizzazione degli uomini, ridotti alla
fragilità, alla paura di se stessi, alla difficoltà di vivere serenamente la loro natura. Al
riguardo, intendiamo fornire un piccolo arsenale argomentativo, nella convinzione che la
destrutturazione del maschio sia un disastro antropologico che danneggia anche l’altra
metà del cielo, non composta- per fortuna- da femministe arrabbiate alle quali viene
insegnato a odiare gli uomini. Gli uomini hanno molte colpe, naturalmente, ma nessuno
tiene conto, ad esempio, del fatto che i figli vengono pressoché sempre affidati alla madre
nelle separazioni, e che all’uomo è sottratto il ruolo genitoriale. Uccidere la figura del padre
è un tema centrale della modernità e della postmodernità. All’uomo dimezzato resta
l’obbligo di mantenimento economico e sovente il ricatto legato alla relazione con i figli.
Perduto il ruolo centrale all’interno della coppia e ridotto il ruolo paterno alla dimensione
di ufficiale pagatore , l’uomo- ex marito e quasi ex padre- perde i punti di riferimento, si
impoverisce e cova rancori indicibili, mentre leggi e istituzioni sono contro di lui.
Scarsissima è l’attenzione alle statistiche: la schiacciante maggioranza dei morti sul lavoro
sono uomini, ma nessuno fa caso a questo “maschicidio” quotidiano. Nel corso degli anni
tutte le informazioni legate ai rapporti tra i sessi si sono concentrate in una narrazione
univoca che ritrae gli uomini come oppressori privilegiati, oltreché bestioni violenti nelle
relazioni di coppia. Come se fosse un dato di fatto, questa credenza ha iniziato a
colonizzare numerosi ambiti, dal diritto all'istruzione. Non ci sono più singoli uomini
cattivi, ma è l’uomo in quanto categoria a essere cattivo. Una disumanizzazione sempre
meno strisciante, che ha prodotto gravi sensi di colpa nelle ultime generazioni maschili,
educate nella scuola, in famiglia, nella società, prevalentemente da donne, spesso allevate
nel peggiore femminismo antimaschile, prigioniere di gabbie mentali e pregiudizi. Le
“narrazioni di genere” continuano a dominare il dibattito, con tutte le conseguenze che ne
derivano.
Occorre confutarle con un approccio multidisciplinare: storia, diritto, antropologia,
sociologia, psicologia, giornalismo, senza dimenticare l’apporto negativo del
postmodernismo e della psicologia evoluzionistica. La narrazione antimaschile ha un padre
nel XIX secolo, Friedrich Engels, sodale e finanziatore di Marx, che collocava il rapporto
tra uomini e donne all'interno di una dialettica analoga a quella tra padrone e schiavo, o tra
borghese e operaio. Ne L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato,
Engels analizzava il rapporto tra uomini e donne in chiave materialista, descrivendo
l'oppressione femminile come conseguenza storica dell'avvento della proprietà privata,
paragonando la condizione della donna nella famiglia monogamica a quella del
proletariato sfruttato dalla borghesia. Pochi anni prima l’antropologo svizzero Johann
Bachofen elaborò ne Il diritto materno la sua controversa teoria di un passato matriarcale
rovesciato da un'invasione maschile, idea che sarebbe diventata popolare nel femminismo.
Un fenomeno iniziato nel XVIII secolo nell’alveo illuminista con Mary Woolestonecraft-
madre di Mary Shelley, autrice del romanzo Frankenstein- e Olympe de Gouges, che
scrisse la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina durante la Rivoluzione
Francese.
Quel femminismo, come le tendenze che si sono susseguite sino agli anni Sessanta del
Novecento, non era antimaschile; rivendicava la parità giuridica e concreta tra uomo e
donna. Tutto cambiò mezzo secolo fa , con la cosiddetta seconda ondata femminista, in
particolare con le americane Kate Millett, che ebbe enorme influenza sul modo in cui il
termine patriarcato viene usato oggi e Shulamith Firestone, che considerava oppressori
tutti gli uomini, sosteneva il rifiuto del ruolo materno e dell’incontro sessuale tra uomo e
donna. Tuttavia, è stato dopo la caduta dell'Unione Sovietica che le politiche identitarie e
di genere hanno gradualmente prevalso sulla categoria marxista di lotta di classe che
dominava il mondo accademico e la cultura popolare, conquistando spazi sempre più vasti
a livello istituzionale, in particolare con le “azioni affermative” che stabilivano quote di
genere in vari ambiti professionali e politici .
Avanzavano gli “studi di genere” nelle grandi università private americane ( a conferma del
ruolo rivoluzionario del liberalismo, diventato senza freni dopo la fine del comunismo
novecentesco) mentre anche i movimenti contadini dell’America Latina perdevano i
connotati di lotta di classe, progressivamente sostituiti dall’indigenismo. Il femminismo
fece proprie le argomentazioni di Millet, Firestone, Haraway e di altre teoriche – quasi
tutte lesbiche- fondate su una lettura morale, non storica, del passato. L’uomo derubricato
a “maschio” cessava di essere un soggetto che risponde alle pressioni ambientali per
diventare un essere eticamente ( e psicologicamente) imperfetto. La situazione attuale è la
conseguenza di un quadro teorico che, ponendo l'uomo come oppressore strutturale,
intende riparare qualsiasi torto del passato – vero o presunto- con rappresaglie presenti a
riparazione delle decisioni storiche maschili, anzi “etero patriarcali”, giacché parte del
femminismo si salda con l’ attivismo omosessuale . Si estende la carica punitiva a carico dei
maschi, purché bianchi ed eterosessuali. La dialettica tra "maschio oppressore" e "donna
oppressa" diventa guerra tra i sessi. La metafora della guerra non è iperbolica, se metà
della specie umana viene descritta come malvagia, potenzialmente omicida, se vengono
istituiti tribunali specializzati nella nuova fattispecie ideologico-giuridica della violenza di
genere e si prevedono pene più severe in base al sesso per il medesimo reato.
Gli elementi chiave della narrazione rivolta alla disumanizzazione maschile sono tre. Il
primo è l'eco mediatica, la capacità di un evento di diventare notizia che perdura nel
tempo. Il rapimento di 276 ragazze nel 2014 da parte di Boko Haram, l’organizzazione
terroristica islamista nigeriana, determinò una campagna globale (Bring Back Our Girls,
riportiamo indietro le nostre ragazze) )che ricevette il sostegno di Michelle Obama. I circa
diecimila adolescenti maschi rapiti dallo stesso gruppo non produssero nulla di
paragonabile. Il secondo punto riguarda l'assenza di una narrazione di genere al maschile.
Tutte le tragedie femminili vengono presentate come connesse a formare un'unica storia, l’
”intersezionalità”delle oppressioni teorizzata dalla femminista radicale nera americana
Kimberle Crenshaw. Le tragedie maschili, al contrario, appaiono episodi isolati senza alcun
legame. Tassi più elevati di suicidio, morti sul lavoro, insuccesso scolastico,
discriminazione in ambiti come il servizio militare obbligatorio, la pena di morte o le
punizioni corporali in vari paesi vengono trattate senza alcun collegamento. I
millequattrocento uomini morti nella costruzione degli stadi in Qatar in occasione dei
campionati mondiali di calcio del 2022 sono stati presentati come un problema di
immigrazione e diritti dei lavoratori, mai come una questione connessa anche alla
condizione maschile delle vittime. La narrativa di genere è il collante ideologico che
trasforma episodi isolati in un filo interdipendente. Il terzo punto, la narrazione di genere
stessa, è alla base dei due precedenti: finché gli uomini saranno indicati come oppressori,
la loro sofferenza non sarà considerata degna di trattazione specifica. La descrizione
slegata, fatta di frammenti, giustifica l'assenza di una narrativa
al maschile, e questa
legittima la sua stessa assenza. (continua).