Roberto Riccardi:
Giovani: fragili, fregnoni, o fregati? 1,7 milioni di loro tra i 15 e i 34 anni non studiano, non lavorano, non si formano. Il 70% vive con meno di 300 euro al mese di paghetta familiare. Il 75,6% abita ancora con un genitore. Il 39% non ha mai lavorato un giorno (fonti Inapp e Istat). Aspettano che qualcuno risolva i problemi per loro, anche se poi affermano il contrario. E, in ogni caso, hanno sempre pronta una raffica di scuse per giustificare il niente che fanno. Fin qui, la litania nota: mercato spietato, sistema che non funziona, gioventù sfortunata. Poi arriva il dato che ribalta tutto. L’86,8% dichiara di voler cambiare la propria condizione. Ma il 23,2% non sa come. E oltre la metà non ha obiettivi chiari. Nove su dieci vogliono uscirne, ma non sanno da che parte si esce. Chi doveva insegnarglielo?
Sgombriamo subito il campo dalla caricatura del fannullone: il 60,4% cerca lavoro attivamente. Non sono pigri. Sono un’altra cosa, peggiore. L’indice di tolleranza verso condizioni lavorative “penalizzanti” si ferma a 43 su 100. Un ragazzo che campa con 300 euro dati dai genitori rifiuta un lavoro da 600 perché lo considera sotto la propria dignità. Rifiuta i turni, rifiuta il lavoro occasionale, rifiuta lo stipendio basso.
Non rifiuta il lavoro, rifiuta la fatica. Perché qualcuno gli ha insegnato che merita di più. Ma nessuno gli ha insegnato come guadagnarlo. E chi avrebbe dovuto insegnarglielo ha fatto il contrario. Il genitore che picchia il professore perché il figlio ha preso 4. Il genitore che porta l’avvocato dal preside perché il figlio è stato sospeso. Il genitore che difende il ragazzo quando devasta la scuola durante un’occupazione – aule sfasciate, muri imbrattati, estintori rubati – e la chiama “espressione di disagio”. Le occupazioni scolastiche, ormai una moda da fancazzisti scambiata per lotta sociale. Ogni adulto che provava a mettere un limite è stato abbattuto non dal ragazzo, dal padre. E poi ci si chiede perché il 23% “non sa come muoversi”: perché ogni volta che qualcuno provava a indicargli la strada, arrivava la famiglia a togliere il cartello.
Ma quei genitori non si sono inventati niente. Sono il prodotto finale di una cultura dei diritti senza doveri che la sinistra italiana e le sue minoranze urlanti hanno costruito mattone su mattone per trent’anni. Non paghi l’affitto? Occupare è un diritto. Non trovi lavoro? Il capitalismo ti sfrutta. Non passi l’esame? Il merito è fascista. Il capo ti corregge? Ambiente tossico. Stai male? La società ti deve la cura. Il sacrificio è diventato sfruttamento. La gavetta, precarietà. La selezione, esclusione. Il giudizio, discriminazione. La frustrazione, patologia. L’autorità, fascismo. Hanno svuotato ogni parola che conteneva dovere e l’hanno riempita di diritto. Risultato: 400.000 domande per il bonus psicologo, lo Stato ne finanzia 6.300. Settecentomila under 25 con ansia e depressione.
Duecentomila adolescenti chiusi in camera come hikikomori, secondo le stime. La domanda che nessuno osa fare: quanto di questa epidemia è malattia vera e quanto è il frutto di una cultura che ha insegnato a chiamare “ansia” quella che i nonni chiamavano preoccupazione e i padri chiamavano sbattersi? Questa cultura ha anche un motore politico: l’invidia sociale. Il Movimento 5 Stelle non nasce dalla povertà, nasce dal risentimento. Gente che guardava chi stava sopra e invece di chiedersi “come ci arrivo” si chiedeva “perché lui sì e io no”. Grillo ha preso quel rancore e gli ha dato una forma geniale: la casta. Se non hai quello che meriti è perché qualcuno te lo ha rubato. Mai tu. Mai le tue scelte. Il reddito di cittadinanza ne è la traduzione perfetta: un sussidio che non chiedeva nulla in cambio. “Meritiamo di più” senza mai completare la frase con “e siamo disposti a fare di più per ottenerlo”.