LA BANDA DEGLI ONESTI

di Roberto PECCHIOLI

In un esilarante film degli anni 50 del secolo passato Totò e Peppino formarono un’improbabile banda di falsari di banconote. Dopo alcuni maldestri tentativi rinunciarono all’impresa e tornarono onesti. In realtà, non di onestà si trattava, ma del timore delle conseguenze e della mancanza di pelo sullo stomaco richiesta dalla pericolosa attività.

Negli scorsi mesi, le folle accorse alle manifestazioni del movimento di Beppe Grillo scandivano a gran voce onestà, onestà. Quelle invocazioni ritmate, per quanto assai fondate, ci sono sembrate il segnale di una insopportabile ipocrisia unita all’auto assoluzione, sentimenti assai diffusi tra i connazionali. A gridare erano i nuovi farisei, sepolcri imbiancati, destinatari della violenta invettiva di Gesù: “Guai a voi, scribi e farisei (…). Così anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità.” (Matteo 23; 27-28) La nostra nazione ha un livello di corruzione, pubblica e privata, ma anche etica, assai elevato. Ovvio quindi il richiamo all’onestà.

Tuttavia, l’esperienza ci rende scettici. Innanzitutto, l’onestà non è un criterio politico, bensì una condizione preliminare. Un onesto incapace, ignorante, arrogante difficilmente è un buon politico, come dimostrò, or sono 25 anni, il crollo della Prima Repubblica con l’espediente (perché espediente fu) di Mani Pulite. La vecchia classe politica venne eliminata per via penale- marachelle ne aveva commesse tante – ma chi ne prese il posto non brillò per onestà e tanto meno per competenza.

Una volta leggemmo un aneddoto, di cui non conosciamo l’autenticità, relativo alla collera del re del Portogallo José I nei confronti del suo primo ministro, accusato dai gesuiti e dell’alta nobiltà di arricchirsi con le spese di ricostruzione del devastante terremoto di Lisbona del 1755. Sebastiao José de Carvalho conte di Oeiras, secondo la leggenda, avrebbe aperto una finestra della sala di riunione, mostrando la città al sovrano. Gli chiese se gli piacesse; il sovrano era entusiasta della scintillante bellezza della capitale. Il suo ministro ammise di aver tenuto per sé il 2 per cento sui lavori ma il re, anziché cacciarlo o processarlo, gli concesse il titolo di marchese di Pombal con il quale è ancora conosciuto. Fu il migliore politico portoghese, restò al potere per oltre 25 anni, sotto di lui non solo Lisbona divenne il gioiello architettonico che è tuttora, ma abolì la schiavitù nelle colonie africane, promosse un’audace riforma fiscale a favore del popolo e rifondò la massima istituzione culturale dell’impero, l’università di Coimbra.

Non vuole certo essere un elogio della corruzione, ma la constatazione dell’ipocrisia con cui ciascuno di noi parla di onestà. Se è verissimo che i corruttori sono molto numerosi, è altrettanto evidente che sanno di trovare ampio ascolto da parte dei potenziali corrotti, politici, funzionari pubblici, privati cittadini. La verità è che quando le élites sono corrotte – in Italia lo sono in larga parte- lo è altrettanto il resto della popolazione. Kant prese atto che l’umanità è fatta di legno storto, ma i tentativi fatti più volte nella storia per raddrizzarlo hanno in genere aggravato il male. Pensiamo alla rivoluzione francese, all’incorruttibile Robespierre, la cui ghigliottina tagliò la testa di nobili e borghesi sino a eliminare lui stesso. L’ eroe popolano di Mani Pulite, Antonio Di Pietro, fondò un partito, l’Italia dei Valori, che nel nome evocava la spada fiammeggiante della moralità, crollato poi tra imbarazzanti scandaletti di provincia, compresa una esponente finita a processo per aver acquistato biancheria intima con fondi pubblici.

Il nostro popolo, poi, è maestro di intransigenza per le disonestà altrui quanto di manica larga nell’assolvere le proprie. Si è onesti solo fuori dalla porta di casa: farisei appunto. Gesù Cristo difese la peccatrice Maddalena dall’ira della folla sfidandola con la frase famosa “chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Noi non siamo nella condizione di farlo. Gli italiani sono bravissimi nell’arte delle attenuanti e delle esimenti. Le colpe sono sempre altrui e nel caso dell’onestà, l’ipocrisia è di massa. Evasori fiscali sono sempre gli altri, ma nessuno può affermare di non aver mai svolto o richiesto una prestazione in nero: è conveniente e senza rischi.

Pochissime persone non hanno brigato per raccomandazioni, privilegi o benefici non dovuti. Spesso si ha l’impressione che l’onestà invocata, pretesa da chi sta in alto sia in realtà fastidio, invidia per non essere al loro posto. E’ la favola della volpe e dell’uva, si finge anche di fronte a se stessi di disprezzare ciò che non si è riusciti a ottenere.

In giovinezza, siamo stati membri dell’amministrazione di un asilo pubblico, testimoni di un numero impressionante di dichiarazioni false (i controlli erano impossibili) per ottenere sconti o esenzioni sulla retta o sulla mensa da parte di persone di ogni ceto, condizione e convinzione politica. Decenni da funzionari dell’amministrazione finanziaria ci hanno mostrato condotte ignobili, bassezze, falsità, inganni, anche per pochi spiccioli. Salendo nella scala delle responsabilità e delle funzioni, cambia la posta in palio, non i comportamenti.

Ciò non vuol dire che si debba rinunciare a pretendere e soprattutto praticare l’onestà pubblica e privata. Occorre un’educazione morale, del tutto assente, ma che non può essere impartita, poiché i modelli vincenti innalzano il successo, il denaro, il cinismo, l’indifferenza nei confronti degli altri. Una società individualista non può chiedere né imporre integrità morale, se non come esercizio di ipocrisia o di autoinganno. Il pesce, si dice, puzza dalla testa, ma ha infettato tutto il corpo. La metastasi è a uno stadio avanzato, non cambierà con le grida scomposte dei nuovi masanielli. Siamo persuasi che il nostro popolo non sia migliore della sua classe dirigente, tanto è vero che ne imita i comportamenti e ne condivide i disvalori.

L’Italia è in mano, ad ogni livello, a caste di incompetenti di infimo livello culturale oltreché morale. La loro abilità sta nell’intrigo, nella difesa accanita di privilegi, nel respingimento di ogni energia nuova. Esse trascinano in basso il resto della popolazione. Quella è la vera radice della disonestà dilagante. In più, si diffonde il senso di impunità, costruito tenacemente con un reticolo di norme, burocrazie, trappole, consuetudini tese a dividere e nascondere la responsabilità. Lo scaricabarile, sport nazionale di massa, è un’espressione di disonestà assoluta.

Viene meno il senso di vergogna, manca il timore della riprovazione sociale. Si è decomposta la comunità, sfarinata anche la società, è assente qualunque moralità condivisa. La responsabilità principale è di una civilizzazione che ha fatto della distruzione dei principi ricevuti la propria ragione d’essere, sostituendoli con l’astratta rivendicazione di libertà. I vecchi valori borghesi e popolari non esistono più. Oggi Luigi Pirandello non potrebbe scrivere Il piacere dell’onestà, poiché il senso di riscatto, la riconquista dell’onore perduto del protagonista Angelo Baldovino, un uomo mediocre di dubbia moralità che risale facendosi carico di un figlio non suo e della di lui madre, desterebbe le risa di un pubblico scarso e disattento.

La banda di Totò e Peppino fallì, recuperando onestà e serenità, perché fuori, nell’Italia del 1956, esisteva ancora una comunità vigile, famiglie a cui rendere conto, figli che non si volevano disonorare, nomi da non infangare, coscienze educate a principi forti, castighi da temere. Sessant’anni dopo, l’onestà si urla in piazza e si pretende dagli altri. Ciascuno ripulisca prima casa propria; dopo, forse potrà scagliare il sasso. Non lo farà: il vero onesto è innanzitutto severo con se stesso, sa quanta polvere è nascosta sotto il suo tappeto.

ROBERTO PECCHIOLI  

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