ISRAHELL. COSI’ “COLONIZZA” GLI USA. E non solo.

E’ un programma-spia originato in Israele. I ricercatori informatici dell’università di Toronto del gruppo Citizen Labs l’hanno identificato nei telefoni cellulari di 45 paesi. Serve a esfiltrare dati riservati e privati dai telefoni portatili infettati, anche password, chiamate e registrazioni vocali, messaggi di testo. Ovviamente può anche localizzare per l’operatore clandestino dove l’ignaro possessore del cellulare si trova.

Venduto di una società di Herzliya (sede della cosiddetta università del Mossad) chiamata NSO Group,  sono venduti ad almeno 36 operatori, sia privati o governi e stati  discutibili.  La  prima indagine infatti nasce nel 2017 dal sospetto di giornalisti messicani che il loro telefono fosse spiato; i ricercatori canadesi scoprirono che ad essere infettati erano anche gli smartphone di oppositori politici, avvocati anticorruzione eccetera. Ciò  ha dato origine ad un scandalo politico ( #GobiernoEspía) con  strascichi giudiziari in corso.

https://english.palinfo.com/news/2018/9/20/Israeli-spyware-found-on-phones-in-45-countries-U-S-included

I  canadesi hanno rilevato che “diversi paesi infrangono coscientemente le leggi Usa penetranti in dispositivi negli Stati Uniti” con Pegasus. Israele soprattutto, ovviamente. Che spia, si stupiscono i ricercatori, anche “paesi democratici alleati o no di Israele”.

Curiosa espressione: ci sono paesi che si dicono “alleati” di Israele, ma Israele non si ritiene “alleata” con loro da astenersi  da operazioni sporche.

“Nessun altro paese al  mondo si ingerisce degli affari degli altri paesi più di Israele”; dice Alan Gresh, stagionato  giornalista ed uno dei maggiori inviati nel Medio Oriente.

Gresh racconta, sull’ultimo  numero di Le Monde Diplomatique, di un magistrale documentario realizzato da Al JAzeera che non potremo vedere:

L’Occupazione della mente americana” dalla influenza israeliana.
Per   il   reportage un giornalista britannico ebreo, James Anthony Kleinfeld,  brillante, oxfordiano, sei lingue, contagiosamente simpatico  si è infiltrato  fino ai vertici dei gruppo di pressione ebraici in Usa, a cominciare dai caporioni dell’AIPAc (American Israeli Public Affairs Committe). Fra un cocktail e una chiacchierata  mondana, riprende di nascosto i suoi interlocutori,  mentre gli confidano: “I membri del Congresso? Nulla fanno se non si fa presione su di loro. Oggi, il solo modo, sono i soldi”.  Come si fa a contrastare gli attivisti pro-palestinesi? “Con gli anti-Israeliani, il modo più efficace è fare indagini su di loro e mettere in linea un sito web anonimo” in cui la persona presa di mira crede di riconoscere amici , con cui si confida  e confida qualcosa di compromettente,  mentre  si   mette nelle mani di informatori sionisti che agiscono su indicazione dell’apposito ministero israeliano di affari strategici.  In pratica, operazioni schedatura, provocazione e ricatto; l’accusa di “antisemitismo”, ovviamente…

Ma questo è solo l’inizio. Il documentario – con le voci dei colpevoli, ripresi da telecamera nascosta –   racconta i metodi   coi quali la lobby   controlla, condiziona, intimidisce i giornalisti, i direttori   dei media e gli editori.  Al punto che la produttrice del reportage, Sut Jhally, docente di  comunicazione  alla University of Massachusetts,  dice: “Ciò che abbiamo visto è una forma di occupazione: l’occupazione dei media americani e delle menti americane con la narrativa israeliana”.

La conferma è  arrivata presto. Il Qatar, proprietario di Al Jazeera,  ha  ricevuto  le dovute pressioni ai  più alti livelli del potere americano, ed anche le più convincenti: se avesse lasciato diffondere il documentario imbarazzante per Sion, si sarebbe giocato l’appoggio Usa nello scontro che lo oppone all’Arabia Saudita.

Il 10 aprile scorso, la Zionist Organization of America ha pubblicato un  breve resoconto in cui il suo presidente Morton Klein si dichiarava “fiero e  felice di annunciare che,  grazie ai nostri sforzi, comprese numerose riunioni di  mister Klein a Doha con l’emiro e alti responsabili del Qatar, il Qatar ha accettato di non diffondere il documentario malvagiamente antisemita di Al Jazeera realizzato da  un infiltrato sulla sedicente “lobby ebraica americana”.

Ai nostri lettori non risulterà una sorpresa. Sanno che questa occupazione è  di lunga data. Era l’agosto 1983  quando l’ammiraglio Thomas Moorer, allora capo degli stati maggiori interarma, sbottò  durante un’intervista: “Non ho mai visto un presidente, quale che sia, tener loro testa. Ciò supera ogni immaginazione. Essi ottengono sempre quello che vogliono. Gli israeliani sanno tutto quel che accade. Ero arrivato al punto di non scrivere più niente.  Se il popolo americano sapesse il potere che hanno sul nostro governo, prenderebbero le armi”.

A citare l’ammiraglio è Philip Giraldi, già alto dirigente della Cia,  oggi  grande rivelatore dei crimini ebraici politici in Usa:  ad esempio è stato lui a  smentire la faccenda dell’uranio grezzo (yellowcake) del Niger, in cui era  implicati il nostro SISMI, che avrebbe  costituito la “prova” di un progetto di Saddam di farsi la Bomba, dimostrando che è stato un’invenzione del noto Michael Ledeen, di cui abbiamo scritto le trame in Italia (che finì per dichiararlo persona non grata).

http://www.effedieffe.com/index.php?option=com_content&task=view&id=319050&Itemid=100021

L’ammiraglio Moorer aveva in mente fra l’altro la  memoria, bruciante per la US Navy,   della nave-spia USS Liberty, mitragliata ed affondata l’8 giugno 1967 da caccia israeliani nel Mediterraneo: deliberatamente i caccia attaccarono la nave, in acque internazionali, di cui conoscevano perfettamente la nazionalità americana, giungendo anche a mitragliare le scialuppe di salvataggio piene di naufraghi per eliminare i testimoni: 34  i morti, ma i 173 feriti sopravvissuti, non hanno mai avuto possibilità di testimoniare in giudizio. Il presidente – allora LyndonB. Jhonson –    giunse ad ordinare di richiamare gli aerei  Usa  decollati per soccorrere la USS Liberty, dicendo che preferiva che la nave colasse a picco pur di non  creare problemi agli  israeliani. Fu allestita una commissione d’inchiesta-fantoccio, presieduta dall’ammiraglio John McCain (il padre del senatore), che di fatto insabbiò la vicenda.  Ancora decenni dopo il senatore McCain, figlio,  guerrafondaio,  è  stato  attivissimo nell’impedire la riapertura dell’inchiesta sulla Liberty, insultando i sopravvissuti che gli indirizzavano petizioni.

Nel centro del Tesoro Usa

GirALDI  ha aggiunto un ente potentissimo e segretissimo alla lista dei “pensatoi” e gruppi di pressione isareliani già noti. Dal 2004 esiste, per volontà del presidente George W. Bush,  un organismo di penetrazione  diretta dei segreti di Stato americani da parte della lobby: lo “Office of Terrorism and Financial Intelligence” (OTFI), in seno al Dipartimento del Tesoro. Esso ha l’asserita missione di “salvaguardare il sistema finanziario contro la sua strumentalizzazione illegale,  la lotta contro gli stati canaglia complici del terrorismo, la  proliferazione di armi di distruzione di massa, il riciclaggio, i signori della droga ed altre minacce alla sicurezza nazionale”: chi più  ne ha più ne metta.  Nei  fatti il suo primo direttore, Stuart Levey, col grado di sottosegretario al Tesoro,  ha mantenuto i contati con le organizzazioni ebraiche più note, AIPAC, WINEP (The Washington Institute for Near East Policy), JINSA  (Jewish Institute for the National Security Affiars, l’ente di infiltrazione ebraica dell’apparato militare)   eccetera: strumenti di raccolta di informazioni sulla politica,  il complesso militare-industriale e  le finanze Usa, per mettere tutto al servizio  del  progetto politico di  Benjamin Netanyahu.

I successori di Levey sono ovviamente  tutti ebrei : stephen Cohen, poi Adam Szubin, e dal 2017 Sigal Pearl Mandelker,  una “ex” cittadina israeliana quasi certamente ancora con doppio passaporto. Nei fatti,  i compiti principali di OTFI sembrano essere quelli di controllare e reprimere ogni tipo di oppositori a Sion , oltre che probabilmente di sorvegliare dall’interno dello Stato  che non si sviluppino “domande sull’11 Settembre”.  Soprattutto, l’OTFI si è dato il potere di formularla lista delle persone da bloccare  (Specialially Designated Nationals And Blocked Persons List – SDN) perché sospettate di aiuti ai terroristi “islamici”.  Società e individui musulmani e cristiani in Medio Oriente, mai il nome di un ebreo o israeliano anche se noto all’FBI come mercante d’armi. Una volta iscritti in quella liista, dice Giraldi, si subiscono pesantissime sanzioni  economiche, essenzialmente   il blocco e  sequestro dei  conti bancari, e non esiste un modo legale e trasparente per farsene cancellare  anche in caso di evidente errore. Negli ultimi decenni l’OTFI si è dedicato con particolar efficacia a debellare il movimento Boycott, Divest and Sanctions (BDS) che si sforza di attuare vari boicottaggi contro lo stato ebraico per le sue violazioni del diritto internazionale, dal Muro di separazione all’occupazione dei Territori.

Personalità ebraico-sioniste sono sovra-rappresentate in ogni organo governativo, di studi o di gestione del consenso che riguarda il Medio Oriente. E’ appena il caso di ricordare (ma è imperdonabile dimenticare) i “neoconservatori” allievi di Leo Strauss che hanno infiltrato il Pentagono sotto l’amministrazione Bush jr., in coincidenza con l’attentato “islamico” dell’11 Settembre e della guerra contro l’Irak che fu scatenata  dagli Usa: tre vice-ministri, Paul Wolfowitz, Douglas Feith, Dov Zakheim edaltri consiglieri speciali, Richard Perle, Bill Kristol, Scooter Libby e Philip Zelikow, direttore del President’s Foreign Intelligence Advisory Board (PFIAB),  che ammise in una conferenza come l’attacco all’Irak avesse come  solo scopo liberare Israele da un avversario potenziale. Zelikow è stato anche il manovratore-insabbiatore dell’inchiesta  ufficiale sull’11 Settembre.

http://www.ipsnews.net/2004/03/iraq-war-launched-to-protect-israel-bush-adviser/

Sono le stesse persone oggi in  prima linea per esigere una guerra contro l’Iran.

Oggi la politica americana nel MedioOriente è gestita dal genero del presidente Trump, Jared Kushner, e dalla ristretta cerchia dei suoi fidati Lubawitcher, la potente setta dei veneratori del “rebbe Schneerson”. Uno di questi è David Friedman, un avvocato senz’arte diplomatica che è stato nominato ambasciatore Usa in Israele: non c’è rischio che egli riferisca all’Amministrazione visioni, sulla situazione locale, diverse da quelle volute da Netanyahu. Friedman ha personalmente contribuito a finanziare gli insediamenti illegali ebraici nei territori occupati, la sua attività principale sembra essere quella di far cancellare  dalle cancellerie occidentali  la parola “occupati” quando parlano dei Territori Occupati della Cisgiordania.

Il principale consigliere che David Friedman ha portato con sé nella missione  diplomatica è il rabbino Aryeh Lightstone, che l’ambasciatore  ha etichettato come “esperto di educazione ebraica e di difesa dei diritti di ebrei ed israeliani”: prima di questo incarico ufficiale, rabbi Lightstone aveva fondato e diretto Shining City, un gruppo di pressione ebraico estremista  nato per opporsi all’accordo stilato da Obama con Teheran sul nucleare iraniano, che aveva finanziato con un milione di dollari di provenienza oscura, movimenti dell’estrema destra israeliana…

Con tutto ciò, Donald Trump giorni fa si è lamentato che g.i ebrei non sono abbastanza grati con la sua azione di governo: “Ho dato loro Gerusalemme!”.

I Lubavitcher attorno a Putin

I Lubavitcher hanno anche  altissimi agganci in Russia, ovviamente. Un ventennio fa Vladimir Putin, per consolidare il suo potere, attuò un progetto di sostituzione della locale lobby  ebraica (il Congresso Ebraico russo era diretto dal miliardario Vladimir Gusinsky, ostile a Putin, che sarà poi costretto all’esilio). Allora  Roman Abramovich (il padrone del Chelsea) e l’altro oligarca ebreo Lev Leviev fondarono la  Federazione delle  comunità  ebraiche russe. Ci fu anche una sostituzione di rabbino: quello precedente, Adolf Shayevich, fu sostituto da Berel Lazar, un Lubavitcher, da allora riconosciuto come rabbino-capo della Russia e  “il rabbino di Putin”.  Da quel momento,   Abramovich e  soprattutto  Leviev appaiono come generosi finanziatori del movimento Chabad Lubavitcher. Fatto curioso e significativo, la moglie di Abramovic, Dasha Zhukova, è molto amica di Ivanka Trump e il giorno della “inauguration” era alla casa Bianca su invito dell’amica.

The Odd Chabad Connection Between Putin and Trump

Quanto a Lev Leviev l’oligarca di fiducia di Putin, anche lui ha rapporti col genero: è da lui che Jared Kushner ha comprato, nel 2015, parte di un condominio gigante per 295 milioni di dollari, acquisto per  il quale si fece prestare  da Deutsche Bank 285 milioni…

Se davvero il giudice Mueller volesse approfondire e rimpolpare la sua  inchiesta sul Russiagate, ossia come  russi avrebbero fatto di The Donald il loro burattino, potrebbe utilmente  scavare sui collegamenti che uniscono Trump e Putin attraverso i Lubavitcher. Ma questo non creto, come dirette Razzi.

 

 

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