INDEBITAMENTO E NEOCOLONIALISMO: ALLA RADICE MEFISTOFELICA DELLE MIGRAZIONI – seconda parte – di Luigi Copertino

INDEBITAMENTO E NEOCOLONIALISMO: ALLA RADICE MEFISTOFELICA DELLE MIGRAZIONI

seconda parte

Dinamiche dell’indebitamento

A permettere che le istituzioni finanziarie internazionali, espressione del Potere Finanziario Globale, assurgessero ad un dominio coercitivo totale sulla politica e l’economia di Stati sovrani è stato l’indebitamento di questi ultimi, causato dalla diffusa ignoranza dei processi di creazione della moneta, base del credito. Come ci ricorda opportunamente la Bifarini, il sistema è oggi lo stesso tanto nel Terzo che nel Primo Mondo. In Occidente, il carattere mediato che, fino ad un decennio fa, prima della crisi del 2008, ne nascondeva il volto feroce sotto parvenze di solidarietà umanitaria e dietro la promessa di un futuro mondiale di pace, benessere e felicità illimitata, sta svanendo del tutto in questi nostri anni.

Agli Stati, privati della sovranità monetaria e non più in grado di creare essi moneta, non è lasciata altra possibilità, per sovvenire ai propri bisogni finanziari, che chiedere prestiti. Ma questi prestiti sono accompagnati da “condizionalità”, ossia dalla coatta adesione da parte degli Stati, soprattutto se in difficoltà, ad aggiustamenti strutturali che consistono nell’indiscriminata apertura agli investimenti esteri, nelle liberalizzazioni e privatizzazioni, in tagli alla spesa pubblica, in politiche di forte contenimento salariale, nel divieto al fine incentivare il liberoscambismo mondiale di produzione autarchica di quanto sarebbe possibile produrre in casa, nella spinta alla riorganizzazione dell’economia nazionale in economia di esportazione in modo che ciascun popolo produca ed esporti ciò per cui ha un “vantaggio competitivo” e poi con i proventi di tale commercio mondiale importi tutto il resto comprandolo sul mercato mondiale anziché produrlo in proprio.

Il libero scambio è un tipo di politica economica che ben si adatta ai sistemi coloniali, perché consente la dipendenza delle economie più deboli da quelle più forti dato che il mercato è per sua natura essenzialmente asimmetrico. Gli storici dell’economia conoscono molto bene il fenomeno per il quale agli inizi di qualsiasi decollo economico – è successo anche per l’Inghilterra della Rivoluzione Industriale nel XVIII secolo – c’è sempre il protezionismo. Esso viene gradualmente meno, o si fa semplicemente più selettivo, senza mai scomparire del tutto, soltanto nelle fasi successive della modernizzazione economica. Un’economia matura ed equilibrata è sempre un mix tra protezione e libero scambio, tra import/export da un lato e produzione interna autarchica dall’altro. Il GATT (General Agreement on Tariffs and Trade) riconosceva il cosiddetto “diritto alla protezione asimmetrica” per i Paesi in via di sviluppo. Il WTO (World Trade Organization) vieta il protezionismo sotto qualsiasi forma.

Come, dunque, accade agli inizi di ogni processo di modernizzazione, anche nei Paesi ex coloniali, già a partire dagli anni ’30 del XX secolo, in contemporanea con l’affermarsi di una rinnovata coscienza nazionale ed il conseguente svilupparsi di movimenti di liberazione a carattere sociale e nazionale, si era formato un primo embrione di industria nazionale che aveva assoluto bisogno di protezione dal dumping estero. Nel dopoguerra, quando il processo di decolonizzazione ebbe ulteriori sviluppi, i Paesi ex coloniali, sostenendo questa esigenza di protezione, adottarono politiche di tipo autarchico volte ad ottenere l’“industrializzazione per sostituzione” (ISI, Import Substituting Industrialization). Le merci importate furono sostituite con produzioni interne allo scopo di tutelare, dalla concorrenza internazionale, l’industria nascente e l’avvio dello sviluppo economico. L’Argentina di Juan Domingo Perón ne fu l’esempio migliore. La politica autarchica procurò, a molti Paesi ex coloniali, un periodo di crescita fino ad allora mai visto, con conseguente relativo benessere. Si parlò di “rivoluzione industriale del Terzo Mondo”, il quale, sebbene a tassi modesti dell’1%-2% annuo, crebbe fino agli anni settanta.

A partire da quel decennio il neoliberismo riprese forza accademica, pseudo-scientifica, politica ed economica come conseguenza della crisi energetica che investì tutto l’Occidente. Il blocco delle forniture di greggio da parte dei Paesi produttori del Medio-Oriente, quale ritorsione contro l’appoggio dell’Occidente ad Israele nel suo contenzioso con il mondo mussulmano, provocò un forte aumento del prezzo del petrolio, la cui produzione e commercializzazione subì una notevole rarefazione sui mercati, innescando un’altissima inflazione sui prezzi al consumo dei beni in tutto il mondo industrializzato.

Si giunse, per tale via, alla Crisi del Debito del Terzo Mondo (1982) che cambiò completamente la politica creditizia, fino ad allora sostenibile, che le Istituzioni Finanziarie Globali avevano praticato verso i  Paesi in via di sviluppo. Il cambiamento della politica creditrice, nei confronti di questi Paesi, li costrinse ad un inarrestabile processo di rimozione dei dazi commerciali, di liberalizzazioni ed accordi di libero scambio, di privatizzazioni e misure di riduzione della spesa pubblica destinata ai già carenti servizi locali. I “Piani di aggiustamento strutturale”, cui furono sottoposti i Paesi in via di sviluppo a partire dagli anni ’70, furono la prova generale delle analoghe politiche che il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, con la crisi del 2008, hanno iniziato a praticare apertamente, insieme alla Bce ed alla Commissione Europea (la cosiddetta Troika), anche verso gli Stati dell’Unione Europea in crisi finanziaria, come nel caso della Grecia.

Le tappe di un percorso storico. Il Washington Consensus.

Onde meglio comprendere quanto è accaduto, negli ultimi cinquant’anni, è necessario approfondire il percorso storico che ha portato alla tragica svolta in questione.

Nel 1973, come si è detto, esplode lo shock petrolifero. L’impennata del prezzo del petrolio produsse un’alta inflazione nei Paesi consumatori ossia in Occidente. Contrariamente a quel che sostengono i monetaristi, non è l’aumento della massa monetaria a precedere l’aumento dei prezzi ma è l’aumento dei prezzi a provocare l’aumento della massa monetaria, sicché l’inflazione non è mai un fenomeno dipendente dalla quantità di moneta in circolazione che piuttosto segue la tendenza al rialzo, per fattori esogeni, dei prezzi dei beni. La massa monetaria (petroldollari), generata dall’aumento del prezzo del greggio, affluì nei Paesi esportatori di petrolio provocando una caduta dei tassi di interesse sul mercato finanziario internazionale. Il denaro rendeva meno ai suoi detentori che, quindi, avevano urgente necessità di trovare nuovi sbocchi di investimento speculativo per l’enorme massa monetaria generatasi. I “mercati” iniziarono allora a guardare al Terzo Mondo con le sue potenzialità in ascesa ed, in quel momento, ancora in gran parte inespresse.

Fu così che gli “investitori” – che in realtà sono sempre e solo “speculatori” – iniziarono a finanziarie, ma a tassi di interessi sostenuti, programmi di industrializzazione. I Paesi in via di sviluppo, con la copertura delle proprie Banche Centrali le quali, sulle piazze finanziarie internazionali, garantivano la sostenibilità del costo per interessi, si erano finanziati, fino a quel momento, da un lato, mediante emissioni di prestiti obbligazionari e, d’altro lato, con gli aiuti  erogati dal Fondo Monetario Internazionale ancora operante sulla base del paradigma keynesiano del prestito quasi gratuito. A partire dagli anni ’70, i finanziamenti privati delle grandi banche d’affari internazionali, in cerca di sbocchi per la massa di petroldollari, iniziarono a sostituirsi sia ai prestiti obbligazionari sia agli aiuti internazionali. Il mercato privato del credito soppiantò quello pubblico esponendo le economie in via di sviluppo del Terzo Mondo alla speculazione finanziaria apolide.

Il mondo non aveva ancora superato il primo shock petrolifero quando nel 1979 ne esplose un secondo. Il costo del greggio schizzò di circa venti volte rispetto a quello già aumentato nel 1973. Ne conseguì una nuova recessione mondiale che provocò un crollo della domanda di materie prime che costituivano la principale voce delle esportazioni dei Paesi in via di sviluppo. Il rallentamento della produzione industriale nel Primo Mondo causò un calo della necessità di approvvigionamento delle materie prime esportate dal Terzo Mondo. Di conseguenza la bilancia dei pagamenti, con l’estero, dei Paesi in via di sviluppo peggiorò considerevolmente costringendo gli stessi ad un forte indebitamento nei confronti dei mercati finanziari internazionali al fine di sostenere il proprio fabbisogno monetario.

Tra il 1973 ed il 1982 per i Paesi del Terzo Mondo, non produttori di petrolio, il debito estero aumentò di circa 500 miliardi di dollari e, mentre essi perdevano quel poco di sviluppo conseguito negli anni della decolonizzazione, le banche d’affari internazionali ne approfittarono per legarli a nuovi prestiti. Contemporaneamente gli Stati Uniti, agli inizi degli anni ’80, rivalutarono la loro moneta come conseguenza della nuova politica monetarista di rialzo dei tassi di interesse a scopo anti-inflattivo. I Paesi del Terzo Mondo avendo a suo tempo contratto i propri debiti in dollari ne videro aumentare il valore in modo non più sostenibile. Nel 1982 fecero default il Messico ed il Brasile, impossibilitati a ripagare un debito ormai fuori controllo e si profilò il serio rischio di un contagio sistemico a catena che avrebbe portato al collasso mondiale. Una cancellazione dei crediti diventati inesigibili avrebbe scatenato il caos sui mercati finanziari internazionali.

Fu in questo momento che intervennero il Fondo Monetario Internazionale ed il suo braccio operativo, la Banca Mondiale. Si trattò di un intervento inteso a rinegoziare gli accordi del debito contratto attraverso nuovi finanziamenti e piani di restituzione. Ma, nel frattempo, in Occidente era completamente cambiato il paradigma economico dominante. Le due crisi petrolifere e la conseguente alta inflazione, con il fenomeno nuovo della cosiddetta “stagflazione” (alta inflazione congiunta ad alta disoccupazione: uno scenario inedito secondo la prospettiva keynesiana per la quale tra inflazione e disoccupazione c’è un rapporto inversamente proporzionale, sicché alta inflazione si accompagna al pieno impiego) causarono il rigetto del paradigma keynesiano, fino ad allora vigente, in favore del monetarismo che un professore di Chicago, Milton Friedman, riaggiornando le tesi liberiste classiche e neoclassiche, abbandonate dai tempi di Keynes, andava riproponendo e che trovarono avvallo politico nella destra repubblicana americana di Ronald Reagan e nel conservatorismo inglese di Margaret Thatcher. I Chicago Boys furono anche i consulenti delle più feroci dittature militari sudamericane, in economia iper-liberiste, come quella cilena di Pinochet.

La svolta paradigmatica trovò consacrazione sotto il nome di “Washington Consensus”. L’espressione fu coniata nel 1989 dall’economista J. Williamson per sintetizzare i nuovi principi economici ai quali le Istituzioni Finanziarie Globali, nate a Bretton Woods e sopravvissute alla fine dei relativi accordi, avvenuta nel 1971, si sarebbero d’ora in avanti ispirate perché ritenuti la panacea per la soluzione dei problemi dell’America Latina, dell’Africa e dell’Asia.

«Oltre ai soliti Fondo monetario internazionale e Banca mondiale – scrive Ilaria Bifarini – prende parte all’iniziativa anche il Dipartimento del tesoro degli USA. Un filone della letteratura economica fa coincidere con questo evento la nascita dell’economia neoliberista (…). Con il termine “consensus” si intende un pacchetto di dieci linee strategiche in materia economica da applicare in modo ortodosso e indiscriminato. In ottemperanza ai principi del libero scambio vengono prescritte la liberalizzazione del commercio e delle importazioni, la totale apertura agli investimenti provenienti dall’estero e la deregulation, con l’obiettivo di abolire quelle regole che ostacolano l’ingresso nel mercato e frenano la competitività. Al fine di contenere le spese dello Stato (ideologicamente ed erroneamente considerato) naturale nemico del … mercato, sono inoltre previste delle regole molto stringenti per quanto riguarda la politica fiscale e il deficit di bilancio, che prevedono limiti alla spesa pubblica e incentivi alla privatizzazione delle aziende statali. Una linea specifica è dedicata alla tutela del diritto della proprietà privata. Sul fronte tributario viene invece raccomandato di allargare la base fiscale e abbassare le aliquote marginali. Infine, le ultime due linee riguardano rispettivamente la politica dei tassi di interesse, finalizzata a tenere bassa l’inflazione (una delle ossessioni della dottrina neoliberista), e quella dei tassi di cambio, che devono essere liberamente determinati dal mercato» (pp. 73-74).

Quando, dunque, le Istituzioni di Washington intervennero, per sedare la Crisi da Debito del Terzo Mondo, il paradigma era completamente cambiato ed i Paesi del Terzo Mondo, onde ricevere i prestiti del Fondo Monetario Internazionale ed essere da esso sostenuti nella rinegoziazione dei debiti contratti, dovettero soggiacere ai già citati “Piani di Aggiustamento Strutturale” (PAS) ossia a programmi di sostegno condizionati da misure economiche di stampo liberista. Gli Stati che si fossero sottomessi alle condizionalità imposte dal Fondo Monetario Internazionale avrebbero goduto dei prestiti. Attraverso detti Piani di Aggiustamento sono state imposte politiche economiche orientate alla totale apertura al libero scambio, senza nessun riguardo per lo sviluppo dell’industria locale. Il dogmatismo neoliberista più fondamentalista –  lotta all’inflazione, al debito pubblico, tagli alla spesa pubblica e ai già carenti servizi statali – è stato calato dall’alto sui più poveri del mondo. Nel più assoluto silenzio mediatico – all’opinione pubblica mondiale è stata raccontata la barzelletta umanitaria delle Ong – il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale hanno fatto in Africa, con decenni di anticipo, quello che la Troika ha fatto più tardi, nel 2015, in Grecia.

Un meccanismo perverso. Nasce la finanziarizzazione dell’economia.

Ben presto però, per il meccanismo perverso proprio ad ogni indebitamento, gli Stati iniziarono a pagare più per la quota interessi, sempre in crescendo, che per la quota capitale. La soluzione della crisi del debito provocò un ulteriore indebitamento. I nuovi prestiti concessi per rimborsare il vecchio debito, causarono un ulteriore aumento dell’ammontare del debito. Dai Paesi del Terzo Mondo iniziarono a partire verso il Nord del mondo e l’Occidente ingenti flussi di risorse finanziarie. Tra il 1982 ed il 1990 i Paesi poveri hanno pagato, per “servire il debito”, circa 1.350 miliardi di dollari, ai propri creditori, a fronte di circa 930 miliardi di dollari ricevuti in prestito. Un flusso netto di 400 miliardi di dollari che ha portato il debito pubblico del Terzo Mondo molto al di sopra del 60% del Pil, facendo aumentare in modo drammaticamente drastico il potere dei creditori sui debitori.

Tutto questo ha avuto anche un forte influsso sullo stile delle economie occidentali. L’impennata dei tassi di interesse e la facilità di speculare assicurata dalla liberalizzazione dei capitali ha indotto sempre più gli “investitori” a preferire il mercato finanziario piuttosto che l’economia reale. Perché mai affrontare i rischi di una impresa industriale quando si possono fare profitti molto più alti speculando, nel mercato finanziario, sulla pelle dei popoli? E’ nata così la cosiddetta “finanziarizzazione dell’economia”.

Attraverso la concessione di prestiti per il risanamento del debito, il Terzo Mondo è entrato nella spirale perversa del rimborso degli interessi che superano l’ammontare del debito originario. Secondo alcuni calcoli per ogni dollaro prestato ne sono restituiti tredici. Questa spirale perversa nei Paesi del Terzo Mondo ha arricchito l’élite locale e la nuova borghesia, rappresentanti degli interessi esteri, ed ha contemporaneamente aumentato il tasso di disuguaglianza e il livello di povertà della popolazione, alla quale pertanto non rimane che espatriare.

In realtà le misure economiche imposte dagli organismi internazionali al Terzo Mondo – e a seguito della crisi del 2008 ora anche al Secondo e al Primo Mondo – servono soltanto a garantire il perpetuarsi del sistema capitalistico terminale ossia quello caratterizzato dalla finanziarizzazione globale. L’Usura Internazionale vive nell’illusione di poter crescere all’infinito prosperando sui debiti. Un cristiano attento, non legato alle sole pur lodevoli e necessarie devozioni, e conoscitore della Rivelazione, in particolare sotto il profilo della Teologia della Storia della Salvezza, non può non riconoscere in tutto questo l’emergere senza più veli del Potere Mondiale dell’Anticristo. Un Potere, come profetizzato in Apocalisse 13 – 16,17, fondato sull’Indebitamento Globale. Il sistema che Ezra Pound chiamava “Usurocrazia”.

Questo Potere Maligno è ormai globale perché è oggi evidente a tutti che le stesse misure che hanno condannato l’Africa alla povertà endemica, e ad un sottosviluppo senza via d’uscita, sono puntualmente riproposte in tutto il modo, compreso l’opulento Occidente ad iniziare dall’Unione Europea. Come nel Terzo Mondo anche in Europa si è strumentalizzato il debito per imporre l’austerity neoliberista. Come in Europa anche nel Terzo Mondo si sperimenta l’adozione di unioni monetarie, ad esempio, in Africa, il franco CFA, di cui diremo. Come dal Terzo Mondo emigra la fascia più giovane della popolazione, alla ricerca di nuove speranze, anche da nazioni europee come l’Italia sono finora emigrati almeno mezzo milione di giovani nell’ultimo decennio. Se il Potere Unico del Denaro non sarà abbattuto assisteremo alla “terzomondizzazione” del mondo intero, al trionfo della globalizzazione della miseria da indebitamento.

«Faceva sì … che nessuno potesse comprare o vendere senza avere quel marchio …», per l’appunto!

Effetti concreti dei Piani di Aggiustamento Strutturale.

L’applicazione dei PAS ha letteralmente sconvolto l’economia dei popoli che vi sono stati assoggettati. Vediamone alcuni effetti.

Il libero scambio ha aggravato il deficit commerciale con l’estero dei Paesi del Terzo Mondo ed i conseguenti squilibri finanziari. Laddove la produzione autarchica consentiva di limitare l’indebitamento estero, l’importazione di beni di consumo, spesso a caro prezzo, in sostituzione di  quelli nazionali, ha costretto quei Paesi a ricorrere in misura sempre crescente ai prestiti internazionali. Al fine di favorire le esportazioni della produzione agricola, i Paesi del Terzo Mondo, soggetti ai PAS, oltre a svalutare la moneta, sono stati costretti a contrarre i consumi locali ossia a ridurre alla fame le proprie popolazioni. L’alluvione sul mercato internazionale di materie prime e prodotti non lavorati, conseguenza dell’induzione dei Paesi poveri alla politica economica di esportazione, ha fatto crollare i prezzi di tali materie, sicché l’obiettivo ipotizzato dal Fondo Monetario Internazionale, per il quale le esportazioni avrebbero consentito l’accumulo per quei Paesi di capitali da investire nello sviluppo industriale, non si è affatto realizzato.

I Piani di Aggiustamento Strutturale hanno riproposto il sistema di sfruttamento che regolava i rapporti tra l’Inghilterra e le sue colonie nel quadro libero-scambista, asimmetrico, del “Commonwealth” (il termine Commonwealth significa, per ironia della sorte, “benessere comune” e  fu coniato da Oliver Cromwell, il dittatore puritano, stragista e macellaio).

Come ci spiega nel suo libro la Bifarini, soppressa ogni propensione all’industrializzazione per sostituzione, l’attuale economia del Terzo Mondo è completamente dipendente dalle esportazioni agricole e, per questo, molto sensibile ai cambiamenti dei prezzi dei beni di consumo ed al cambio monetario. Attualmente le economie del Terzo Mondo sono basate su una o poche produzioni agricole e sono quindi del tutto dipendenti dalle esportazioni. Molti Stati africani – tra di essi Angola, Burundi, Congo, Guinea, Niger, Somalia, Zambia, Nigeria, Botswana, Gabon, Uganda – vivono della produzione ed esportazione di un solo prodotto che rappresenta almeno il 75% delle loro entrate. Altri – tra essi Zimbabwe, Gambia, Sudafrica, Lesotho, Tanzania – producono ed esportano non più di quattro produzioni locali. Il commercio agricolo africano è per tre quarti verso i Paesi occidentali. Ogni variazione del livelli dei prezzi sul mercato internazionale, pertanto, si trasforma in una tragedia per detti Paesi, in sicura carestia.

Questo rischio endemico è stato aggravato dalle draconiane misure imposte, con i PAS, dal Fondo Monetario Internazionale. Dette misure costringono i Paesi del Terzo Mondo, indebitati, ad utilizzare le risorse finanziarie derivanti dall’esportazione delle loro mono-produzioni per il pagamento del debito estero, a danno di qualsiasi possibilità di accumulazione interna di capitale e, quindi, di sviluppo locale. Sono state, pertanto, le stesse “condizionalità” a porre le basi dell’immancabile fallimento dei PAS. Il Fondo Monetario Internazionale ha finito per alimentare una assurda spirale deflattiva che ha condotto direttamente alla riduzione degli investimenti e dei consumi. Il Malawi, nel 2002, come ci dice la Bifarini, è stato devastato da una gravissima carestia provocata dall’esportazione pressoché totale delle scorte di grano del Paese in ossequio al solito PAS suggerito, ovvero imposto, dal Fondo Monetario Internazionale. Dietro la solita giustificazione  ufficiale della crescita e dello sviluppo, lo scopo vero del Fondo era, in realtà, quello di rendere possibile allo Stato africano, attraverso gli introiti dell’esportazione di grano, il rimborso di una tranche del pagamento dei prestiti sul debito estero. Che questo sarebbe costato la morte per fame di migliaia di persone era considerato un prezzo sostenibile purché i creditori internazionali non conseguissero perdite.

Il Fondo Monetario Internazionale, a causa delle sue politiche neoliberiste, è responsabile di veri e propri genocidi. Agli occhi del cristiano consapevole della molteplicità delle sembianze che l’unico volto del Maligno può assumere nel corso della storia, l’analogia con la “Grande Fame” provocata dalle politiche comuniste di Josef Stalin negli anni ’30 in Ucraina è immediata. Ancora una volta, il cristiano non può non cogliere, nelle politiche neoliberiste del Fondo Monetario Internazionale come in quelle dell’URSS di Stalin, l’agire, analogo nell’uno e nell’altro caso, di colui il quale «… è stato omicida sin dal principio e non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui», di colui che «Quando parla dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna» (Gv. 8,44). Le promesse menzognere sono, infatti, uno dei segni da cui il cristiano può riconoscere la presenza dell’Avversario che, appunto, come dice l’evangelista Giovanni, “è padre della menzogna”.

«I paesi africani – scrive ancora Ilaria Bifarini – sono stati investiti dalle dinamiche spregiudicate del libero mercato internazionale senza una preventiva protezione del settore industriale e agricolo, costretti da un lato ad acquistare beni manifatturieri e macchinari a prezzi sempre più cari, dall’altro a vendere le proprie materie prime sempre più a buon mercato. Per conquistare i mercati esteri hanno favorito lo sviluppo delle coltivazioni da esportazione a scapito dell’autosussistenza, producendo esclusivamente per il mercato estero e non per il consumo locale. Paradossalmente, la fame in Africa non è causata dalla mancanza di risorse, bensì dalla loro esportazione: si esporta la produzione invece di consumarla. La Nigeria, ad esempio, fino agli anni Ottanta era un importante esportatore di prodotti agricoli, poiché a latere delle grandi imprese e delle multinazionali esisteva una diffusa produzione agricola di piccoli proprietari terrieri locali. In breve tempo questo settore è praticamente scomparso e la Nigeria è oggi costretta a importare la maggior parte dei propri beni di consumo. L’agricoltura, che nel 1980 rappresentava il 35% del Pil del Paese, nel 2015 è scesa fino al 18%, di cui l’11,5% dipendente dalla produzione delle multinazionali. Avendo scoperto che lo sviluppo irrazionale del settore terziario offre guadagni più alti attraverso l’utilizzo di manodopera a bassissimo costo, gli imprenditori stranieri hanno indotto la fuga dei giovani dalle campagne, che si sono riversati nelle città, generando un eccesso di manodopera urbana, causa a sua volta di un ulteriore abbassamento dei salari. I giovani nigeriani si trovano dunque in un paese la cui economia sembra essere in costante crescita, ma con un mercato del lavoro sempre più competitivo, in cui l’emigrazione è spesso l’unica via di salvezza dalla povertà endemica. (…). La completa apertura al commercio e le liberalizzazioni hanno danneggiato i posti di lavoro tradizionali e i settori manifatturieri deboli non industrializzati, mentre hanno premiato il settore finanziario, portando a un aggravamento del livello di disuguaglianza. In Nigeria, ad esempio, l’indice di Gini – che misura l’iniquità nella distribuzione della ricchezza – nel periodo che va dal 1985 al 1997, è cresciuto di circa il 40%. Gli unici a instaurare un rapporto proficuo con i creditori e gli investitori esteri e ad arricchirsi dalle misure di austerità, calate dall’alto delle istituzioni di Washington, sono stati i rappresentanti dell’élite africana» (pp. 76-80).

La già debole domanda delle economie del Terzo Mondo viene depressa con tagli di bilancio imposti dai PAS rendendo impossibile ogni crescita. La motivazione ufficiale del FMI per imporre i tagli alla spesa pubblica è il cosiddetto “crowding out”, concetto introdotto da Milton Friedman e che sta ad indicare il presunto “spiazzamento” degli investimenti privati da parte di quelli pubblici. In realtà nei Paesi del Terzo Mondo non esiste alcuna spesa privata locale che possa essere spiazzata da quella pubblica, sicché la motivazione ufficiale è soltanto una copertura ideologica per nascondere la razzia delle risorse native da parte dei capitali esteri ed apolidi. Il “crowding out” si è rivelato una impostura pseudo-scientifica anche in Occidente, perché l’esperienza ha dimostrato piuttosto che gli investimenti privati inseguono quelli pubblici. Questo perché gli investimenti privati fuggono laddove manca o è debole la domanda aggregata, il cui maggior sostegno resta comunque la spesa pubblica.

«La riduzione dei deficit statali – ci informa sempre Ilaria Bifarini – non è generata dall’aumento degli introiti fiscali, ma dai tagli o addirittura dall’eliminazione delle spese sociali e degli investimenti pubblici. Tramite la cosiddetta “revisione della spesa pubblica”, a partire dalla fine degli anni Ottanta la Banca mondiale controlla rigidamente la struttura del bilancio statale dei paesi africani, raccomandando la minimizzazione dei costi “per favorire la riduzione della povertà in modo efficace ed efficiente”. I tagli imposti alla spesa statale e l’introduzione di tariffe per i servizi pubblici hanno annientato i progressi realizzati nei decenni anteriori negli ambiti dell’educazione e della sanità, negando a molti africani la possibilità di accedere ai servizi. Ovunque il tasso d’iscrizione degli studenti all’insegnamento elementare, medio e superiore si è abbassato sensibilmente nella prima metà degli anni Ottanta, come risultato dell’applicazione dei PAS. Molte scuole, prima sovvenzionate dallo Stato, sono scomparse. Per rimborsare il debito estero sono stati effettuati tagli drastici nei preventivi disposti per l’educazione, attraverso il licenziamento di docenti e la riduzione delle ore di lezione. Nel settore della sanità si è assistito a un peggioramento generale del sistema di cura e prevenzione: scarsità del personale medico, mancanza di farmaci e attrezzature elementari, degenerazione degli ospedali in focolai d’infezioni, mancanza di requisiti minimi d’igiene e condizioni di lavoro inaccettabili. Le spese della sanità sono divenute esclusivamente a carico delle famiglie, in una situazione di assenza di qualsiasi sistema di soccorso e di assistenza. In Zambia la spesa sanitaria è stata dimezzata tra il 1990 e il 1994, e la spesa per i bambini in età da istruzione primaria è stata più bassa nel 1999 rispetto alla metà degli anni Ottanta. In Tanzania la spesa pro capite in sanità e istruzione è risultata inferiore di un terzo nel 1999 rispetto alla metà degli anni Ottanta. Quale inevitabile conseguenza, si è assistito all’aumento dell’analfabetismo, alla riduzione dell’aspettativa di vita e alla ricomparsa di epidemie già debellate o sparite in altre parti del pianeta. Tali interventi hanno minato lo sviluppo e impoverito milioni di persone in tutto il mondo, e continuato a farlo, in misura maggiore nei paesi in via di sviluppo, dove le politiche degli enti economici e internazionali e le pratiche degli speculatori finanziari operano indisturbate, dietro lo scudo di un finto e ingannevole umanitarismo» (pp.80-82).

La chiusa della citazione della Bifarini, circa il “falso e ingannevole umanitarismo” ci riporta, forse ad insaputa della nostra brillante economista, ancora a Giovanni 8,44, all’ammonimento sulla presenza nelle vicende umane di colui che è menzognero ed omicida fin dalle origini del mondo.

L’industria nazionale, laddove esisteva, nel Terzo Mondo, è stata esposta non solo alla concorrenza estera ma anche alla predazione dei capitali stranieri che l’hanno acquistata a prezzi stracciati, senza alcun riguardo per il mantenimento dei livelli occupazionali indigeni. La privatizzazione dei servizi pubblici ha significato per la maggior parte della popolazioni l’impossibilità di accedere ai più basilari servizi sanitari o scolastici. Nel solo Mali gli aggiustamenti strutturali hanno fatto aumentare del 120% il costo della vita mentre in Costa d’Avorio hanno ridotto del 50% il reddito pro-capite. L’applicazione delle ricette neoliberiste ha riportato il reddito pro-capite dell’Africa ai livelli precedenti il 1960 vanificando i miglioramenti che si erano ottenuti nel dopoguerra. Le fasce più deboli delle popolazioni del Terzo Mondo hanno subito un peggioramento abissale delle loro condizioni di vita.

L’attuazione dei PAS è stata accompagnata da una forte corruzione. Per conquistare il favore delle élite politiche africane, latino-americane e asiatiche, il Fondo Monetario Internazionale si è trasformato in una vera e propria centrale erogatrice di tangenti. La Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale giustificano i fallimenti delle politiche economiche da essi imposte denunciando la corruzione dei governi del Terzo Mondo che impedirebbe l’ottimale funzionamento degli aggiustamenti economici. In realtà, la corruzione è una conseguenza piuttosto che una causa della situazione del Terzo Mondo. I dittatori e le élite locali sono i rappresentanti ed i garanti degli interessi economici e finanziari transnazionali. E’ l’ingerenza del Fondo Monetario Internazionale nonché l’applicazione di un modello economico inadeguato che ha impedito ogni possibilità di sviluppo dell’economia e dell’industria locale.

Ilaria Bifarini, nel suo libro, osserva che, dopo quasi quarant’anni di aggiustamenti strutturali, conseguenza delle misure di austerity che sono state introdotte nel continente africano e in tutto il Terzo Mondo a seguito della crisi del debito del 1982, il debito pubblico dei Paesi in via di sviluppo si è ridotto. In generale, attualmente, il debito pubblico medio dell’Africa subshariana è su livelli medi molto bassi in termini percentuali rispetto ai Paesi ad economia avanzata. Questo è vantato dal Fondo Monetario Internazionale come un successo. Ma in realtà il rovescio della medaglia del presunto successo è la pauperizzazione e la fame endemica. Uno Stato che non spende è uno Stato nel quale i cittadini non godono di protezione sociale. Non a caso i Paesi africani di maggiore emigrazione sono quelli con un debito pubblico tra i più bassi, che invece, secondo l’ideologia fondo-monetarista dovrebbero essere in una fase di così forte crescita da trattenere la popolazione in loco. Se, al contrario, la popolazione di questi Paesi emigra, è segno che la riduzione del debito è stata effettuata nell’interesse esclusivo dei creditori, ossia delle grandi banche d’affari internazionali, evitandone, con gli interventi del Fondo Monetario Internazionale, il default da inesigibilità. L’abbattimento del debito è stato raggiunto mediante la devastazione di qualsiasi infrastruttura materiale, industriale o sociale da poco realizzata nei decenni precedenti.

Esiste un chiaro nesso tra austerità ed emigrazione. La Bifarini afferma che autorevoli economisti fanno risalire l’origine delle attuali politiche neoliberiste, e dunque delle correlate misure di austerity, proprio a quanto già sperimentato nell’Africa post coloniale. È, infatti, impressionante come proprio quei Paesi in cui i piani di riduzione del debito hanno avuto maggior successo sono quelli di principale emigrazione. Un esempio, per la Bifarini, è la Nigeria, paese di provenienza di gran parte dei migranti che arrivano sulle nostre coste. La Nigeria ha abbattuto il debito pubblico fino al 15%, valore tra i più bassi al mondo. Ma proprio questa riduzione, in quanto non corrisposta da un quadro di sovranità monetaria ossia dalla possibilità di politiche espansive supportate dalla finanziarizzazione dello Stato da parte di una Banca centrale nazionale, è causa dell’emigrazione nigeriana, dato che l’auspicio sottostante ai PAS, ossia che dopo l’aggiustamento sarebbero arrivati fiumi di capitale straniero ad investire nel Paese africano, non si è affatto realizzato. Situazione analoga per Eritrea, Gambia, Costa d’Avorio e altri.

Mafia fondomonetarista ed emigrazione.

La Crisi del Debito del Terzo Mondo, esplosa nel 1982, venne viene ufficialmente dichiarata risolta agli inizi degli anni novanta. La dichiarazione seguiva al fatto che i PAS avevano raggiunto lo scopo di aiutare la crescita dei Paesi colpiti dalla crisi? Macché! Agli inizi degli anni ’90, il Fondo Monetario Internazionale era riuscito nel suo vero intento originario che era quello di garantire le grandi banche d’affari occidentali nel rientro dei rimborsi dei prestiti concessi ai Paesi in via di sviluppo. Il rimborso in favore degli speculatori globali è, infatti, avvenuto mediante i salvataggi operati dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale a spese dei pubblici erari di tutti gli Stati aderenti al sistema finanziario internazionale. I salvataggi hanno collocato i “cattivi prestiti” sui mercati secondari del debito sovrano, ovvero li hanno caricati sui bilanci degli Stati sovvenzionatori del Fondo. Dove non c’erano le condizioni per effettuare salvataggi socializzando le perdite e privatizzando i profitti, si è adottato il sistema alternativo di dichiarare inesigibili i prestiti ma continuando comunque a pretenderne il rimborso da parte dei Paesi del Terzo Mondo indebitati. Allo scopo non si è esitato a ricorrere al ricatto ed alla minaccia militare o, più efficacemente, alla minaccia dell’esclusione del Paese non pagante, con il marchio di “cattivo debitore”, dai circuiti dei mercati internazionali e dai futuri prestiti del Fondo Monetario Internazionale. Un comportamento analogo a quello degli usurai di quartiere o della mafia. In fondo, a ben rifletterci, il Fondo Monetario Internazionale è una mafia di usurai globali.

Esattamente come accaduto di recente per la Grecia, la crisi del debito del Terzo Mondo è stata dichiarata superata solo quando ha cessato di essere un pericolo per i mercati finanziari internazionali. Come è noto, la Grecia è stata dichiarata nell’estate del 2018 fuori dal programma di austerità soltanto perché, attraverso i prestiti condizionati concessi dalla Troika (FMI, BCE, Banca Mondiale), non sussistevano più rischi di insolvenza per i creditori internazionali ossia le grandi banche d’affari, in particolare quelle tedesche e francesi. Nel frattempo, però, la Grecia è stata ridotta alla fame, senza che il suo indebitamento sia effettivamente cessato. Infatti, l’esposizione di Atene ora è verso le Istituzioni della Troika che agiscono mediante l’ESM o “fondo salva Stati” ossia un fondo, appositamente creato in seno all’Unione Europea, per accollare ai bilanci pubblici le perdite delle grandi banche franco-tedesche. Un fondo, dunque, “salva banche”, non “salva Stati”.

«Nel 1997 – afferma Ilaria Bifarini – i paesi in via di sviluppo scoprono di possedere oltre due trilioni di dollari in debito estero da rimborsare, cresciuti in modo esponenziale rispetto alla cifra già imponente di 1,3 trilioni di dollari dei primi anni Ottanta, quando è scoppiata la crisi del debito. Poiché alla radice della crisi del debito dei paesi poveri vi era stato il rallentamento della crescita economica nelle principali economie industrializzate negli anni Settata e gli shock petroliferi, l’intervento con strumenti monetari e finanziari sul Terzo Mondo non poteva rappresentare una valida soluzione in termini di economia reale e prospettive di crescita, ma piuttosto ha creato i presupposti per l’aggravarsi del problema. I limiti delle politiche dei prestiti sono stati avvertiti anche dalle più potenti banche del mondo e la crisi del debito ha contribuito in modo significativo alle turbolenze finanziarie internazionali» (pp.67-68).

Le politiche neoliberiste del FMI e le multinazionali, attraverso la strategia dell’indebitamento verso i “mercati”,  hanno, dunque, squassato l’economia africana, che fino agli anni ’70 era in una fase di avvio dello sviluppo. La stessa strategia a partire dagli anni ’80 è stata gradualmente applicata in Europa e gli effetti più nefasti non hanno mancato di manifestarsi, come la crisi esplosa nel 2008 ha reso a tutti evidente. In Africa la strategia, complici governi dittatoriali corrotti e le classi dirigenti occidentalizzate, è stata eseguita con molta più rapidità e senza tanti complimenti. Anche i giovani dei Paesi europei maggiormente sottomessi al potere della finanza, come quelli africani, sono oggi costretti a emigrare per cercare lavoro. Ma per loro non c’è nessun business dell’accoglienza nei Paesi di destinazione.

Con il suo libro, la brava Ilaria Bifarini, al di là dei luoghi comuni e dello scontro tra xenofobi e xenofili, aiuta a capire in termini oggettivi, sotto il profilo economico, il fenomeno migratorio e le sue cause, tutte risalenti alla strategia del dominio mediante indebitamento. Intorno al 2050 la popolazione africana raddoppierà passando da 1,2 a 2,5 miliardi di abitanti. Per il mancato sviluppo, impedito dalla neo-colonizzazione da indebitamento, l’Africa non ha realizzato quella che storici, demografi ed economisti chiamano la “transizione demografica” ossia l’equilibrio tra tasso di incremento demografico della popolazione e sviluppo economico. L’Africa è rimasta prigioniera della cosiddetta “trappola maltusiana”. La contemporaneità tra esplosione demografica e povertà endemica, causata dalle fallimentari politiche economiche neoliberiste, ha reso l’emigrazione lo strumento più facile, a disposizione delle corrotte élite locali e dei neo-colonizzatori finanziari, per contenere i conflitti sociali ed etnici. Si tratta tuttavia di una pseudo-soluzione perché l’effetto dell’emigrazione sull’economia locale è peggiorativo dato che essa priva i Paesi di origine della forza lavoro più giovane e intraprendente. Nonostante questo effetto dannoso, l’emigrazione viene pianificata dalle Istituzione globaliste con la complicità dei governi locali.

La Bifarini ci informa, nel suo libro, dell’esistenza di organizzazioni non governative specializzate nel “prestito” all’emigrazione. Queste organizzazioni, nella loro propaganda, presentano l’emigrazione come un modello di crescita per i Paesi del Terzo Mondo. Alle famiglie del Terzo Mondo sono concessi prestiti finalizzati a consentire ai propri figli di emigrare. La prospettiva presentata alle famiglie è quella per la quale un figlio emigrato è una risorsa economica perché esso invierà a casa il denaro guadagnato all’estero. In realtà, però, le rimesse dei migranti servono innanzitutto per rimborsare il prestito ricevuto sotto pena di sanzioni e conseguenze dannose per i familiari rimasti. Si tratta di rimesse alle quali sono inoltre applicati provvigioni molto alte sicché si è creato un fiorente business che specula sulla miseria umana. Non sbaglia chi paragonasse dette Organizzazioni Non Governative a clan mafiosi di usurai. I mezzi usati, compreso il ricatto di conseguenze per i familiari rimasti in patria, sono del tutto identici.

Luigi Copertino

fine seconda parte

continua

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