IL Re, la Nobiltà ed il Popolo

LA COMPLESSITA’ DELLA STORIA AL DI LA’ DELLE MITOLOGIE RIVOLUZIONARIE O CONTRORIVOLUZIONARIE

Il 21 gennaio 1793 veniva assassinato per mano giacobina Luigi XVI. L’evento segnò la fine dell’Ancien Régime e l’inizio della fase più avanzata della modernità, allora ancora “solida”, che sarebbe più tardi sfociata nella postmodernità, o “modernità liquida”, come usiamo chiamare la nostra attuale epoca non avendo per essa, così indefinita, un nome migliore per caratterizzarla.

Tuttavia in merito alla questione della Rivoluzione Francese bisogna fare qualche puntualizzazione storica onde sottrarla sia a certa mitologia “controrivoluzionaria” sia alla mitologia “rivoluzionaria”. Probabilmente gli eventi del 1789 andrebbero piuttosto letti in una chiave antirivoluzionaria (e non – attenzione! – “controrivoluzionaria”) che, nel mettere in luce ambiguità, violenze, utopie e spirito totalitario soggiacenti alla Rivoluzione, non si chiuda in un mero approccio restauratore, tipico di certi ambienti nostalgici i quali romanticamente immaginano, per scarse cognizioni storiche, il premoderno come un’età dell’oro aliena da problemi, ingiustizie, conflittualità, empietà religiosa. Un approccio che, oltre ad essere ridicolo ed impossibile nei suoi pretesi sogni restauratori, è anche privo di senso storico.

Luigi XVI e sua moglie Maria Antonietta d’Asburgo morirono con dignità testimoniando la loro fede cristiana. Il Re si ricordò troppo tardi della promessa/avvertimento fatta, esattamente un secolo prima, nel 1689, da Nostro Signore Gesù Cristo a santa Margherita Maria Alacoque, nella Rivelazione del Sacro Cuore, allorché con Luigi XIV, il re sole, la Francia sembrava padrona dell’Europa e di potenza tale che nessuno poteva minacciarne l’egemonia. Il buon Luigi XVI fece quel che il suo avo non aveva fatto ossia ordinò la consacrazione della Francia al Sacro Cuore, come aveva chiesto Nostro Signore. La consacrazione, richiesta dal Cielo un secolo prima, arrivava troppo tardi, quando ormai gli eventi rivoluzionari erano giunti al punto di non ritorno. Ma l’effige del Sacro Cuore, che il messaggio rivolto a Luigi XIV per il tramite di Margherita Maria Alacoque chiedeva fosse posta sulle bandiere del Regno, sarebbe comunque comparsa sui vessilli popolari dell’insorgenza vandeana.

I figli di Luigi XVI, Luigi Carlo, di soli 4 anni nel 1789, e la sorella Maria Teresa, furono strappati alla madre, la regina Maria Antonietta, che venne a sua volta processata da un tribunale rivoluzionario sulla base di nefande calunnie processuali da ella respinte con fermezza e coraggio, al punto da suscitare l’ammirazione degli stessi giudici. Il povero Luigi Carlo fu affidato ad un manesco calzolaio, Antoine Simon, che sorpresolo a toccarsi nelle parti intime lo minacciò di tremende punizioni fino a strappargli una dichiarazione nella quale lo spaventato bambino accusava la madre e la zia di avergli insegnato quella pratica e di aver avuto con lui rapporti incestuosi. Quella dichiarazione fu letta, come capo di accusa, in tribunale per colpire la ferma resistenza della madre ma, inaspettatamente, ebbe l’effetto contrario di provocare indignazione e ribellione da parte di tutte le popolane rivoluzionarie che assistevano al processo, offese per la sofferenza che si stava provocando ad una madre usando in modo crudele il figlio. Luigi Carlo, quando non fu più utile agli scopi dei giacobini, fu richiuso in prigione ed abbandonato da tutti tanto che non ebbe più contatti con nessuno a parte il carceriere che gli portava lo scarso cibo quotidiano. Luigi Carlo morì decenne nel 1795 in mezzo agli stenti ed alla sporcizia, malato di tubercolosi. La sorella, più fortunata, fu liberata e condotta a Vienna. La separazione dei figli dalla madre ed il trattamento del piccolo Luigi Carlo furono due abominevoli misfatti, tra i tanti, perpetrati dai giacobini. Anche i figli di Luigi e Maria Antonietta, pur minorenni, subirono dunque il loro martirio.

Detto questo, però, sotto un profilo rigorosamente storico, è necessario superare la mitologia controrivoluzionaria della nobiltà e del popolo armoniosamente uniti nella Controrivoluzione in uno scontro di civiltà con la Rivoluzione, quale sovente traspare nelle opere di certi “storici lepantini” e dei loro allievi. In realtà in Vandea, come nelle insorgenze popolari in tutta Europa (l’opposizione popolare alla Rivoluzione fu un fenomeno europeo e non solo francese o italiano), le popolazioni si ersero a difesa dei legittimi sovrani ma non anche della nobiltà che era quella delle corti e dei palazzi. Una nobiltà immorale, lussuriosa, redditiera, gaudente, atea, degenerata nei costumi, intellettualmente seguace delle “novità” illuministiche. In qualche modo detta nobiltà è stata l’antesignana del ricco ceto radical-chic di sinistra odierno.

Tutt’al più il popolo insorgente – anch’esso complesso nella sua composizione sociale che andava dai contadini agli artigiani, dal clero di campagna ai borghesi di media condizione – costrinse, come accadeva ad esempio in Vandea, la piccola nobiltà di provincia a mettersi a capo delle rivolte popolari, data la sua esperienza militare. La piccola nobiltà infatti era composta, in genere, da ufficiali dell’esercito ed era quella più vicina ed a contatto con il popolo cristiano, ne condivideva spesso i problemi e le sofferenze quotidiane, non si distingueva per stile austero di vita e per religiosità dal popolo che la rispettava quasi per istinto ed anche perché, per spirito cristiano, essa sovente si era dimostrata pronta ad aiutare la popolazione meno abbiente.

Va poi tenuto presente che le monarchie settecentesche, piaccia o non piaccia ai controrivoluzionari di oggi,, praticavano politiche “illuminate” le quali se da un lato comportavano il giurisdizionalismo anti-ecclesiale – in collisione con la religiosità popolare (si veda, ad esempio, il caso del tentativo di creare nel Granducato di Toscana una chiesa gallicana e giansenista che naufragò di fronte alla resistenza popolare), dall’altro avevano però prodotto riforme sociali antinobiliari e filo-popolari. I ceti popolari si accorsero di tali riforme interpretandole come la soccorrevole misericordia del buon Re cristiano verso i poveri e come la punizione sovrana dei tiranni e dei superbi. Le politiche delle monarchie assolute, perseguendo l’accentramento e l’uniformizzazione sociale, avevano ridotto il potere nobiliare (la stessa creazione di una oziosa nobiltà di corte era servita a questo scopo) eliminando i peggiori abusi aristocratici. In tal modo quelle politiche avevano favorito i ceti popolari che non potevano non essere grati ai loro re. Da qui la scelta antirivoluzionaria delle popolazioni europee.

Ad esempio, quando, tra la fine del 1798 e gli inizi del 1799, i francesi arrivarono a Napoli – in conseguenza della rotta dell’esercito borbonico spedito a Roma in aiuto del Papa – i lazzari napoletani, ossia il proletariato e sottoproletariato partenopeo, opposero una eroica difesa contro l’invasore in nome del loro re che, nella sua politica antinobiliare, ne aveva promosso l’elevazione sociale. I collaborazionisti partenopei dei francesi erano invece nobili e borghesi avvinti dalle utopie illuministiche. Furono essi, cannoneggiando, da Castel Sant’Elmo, alle spalle i popolani che difendevano la capitale, a consentire, con il tradimento, all’esercito francese di entrare in città.

La mancanza di appoggio popolare alla repubblica imposta dai francesi, nel meridione italiano, e la fedeltà popolare alla monarchia fu compresa, nelle sue motivazioni sociali, dal cardinale Fabrizio Ruffo il quale, munito di patente del re, esule in Sicilia, risalì la penisola sbarcando il 7 febbraio 1799 in Calabria con soli cinque uomini ed arrivando alcuni mesi dopo a Napoli seguito da cinquantamila armati. Infatti strada facendo le masse popolari si erano poste al servizio dell’esercito della “Santa Fede” che, in nome del legittimo sovrano, difendeva i “diritti della religione e dei popolani”. La storiografia rivoluzionaria ha fatto damnatio memoriae di Ruffo dipingendolo come il “prete oscurantista” (in realtà era solo diacono) che facendo leva sull’ignoranza e sulla superstizione del popolo ha soffocato la rivoluzione napoletana. La storiografia controrivoluzionaria invece ne ha fatto l’emblema della restaurazione dell’ordine monarchico e nobiliare. In entrambi i casi si tratta di ricostruzioni ideologiche e false.

Ruffo, sotto Papa Pio VI (Giannangelo Braschi), nello Stato pontificio, era stato ministro delle finanze e si era mostrato un intelligente riformatore introducendo misure atte a trasformare i feudi in diritti di enfiteusi a favore dei contadini ed atte a liberalizzare i commerci contro i monopoli nonché a diminuire il potere nobiliare. Il cardinale, un convinto e sincero monarchico, era un ammiratore dell’esperimento sociale messo in atto, in quel di San Leucio, da re Ferdinando IV di Borbone. In quella località il sovrano aveva realizzato un setificio reale all’avanguardia, regolamentando i diritti sociali degli operai in forme che anticipavano il moderno Stato sociale con ogni sorta di provvidenza, istruzione ed assistenza per i lavoratori e le loro famiglie. Gli storici lo definiscono un esempio di “socialismo monarchico”. Pare che Ruffo – potremmo chiamarlo, con un azzardato paragone alla “rivoluzione conservatrice novecentesca”, un “conservatore riformatore” – fu sorpreso dall’invasione francese proprio mentre era in San Leucio a studiare l’organizzazione del setificio reale. Giunto a Napoli, il 13 giugno 1799, con il suo esercito popolare, il cardinale tentò di salvare i giacobini napoletani sconfitti onde recuperarli in un progetto inteso alla formazione di una monarchia costituzionale, che egli aveva in mente da tempo. I giacobini napoletani invece non si fidarono delle promesse dell’“odiato prete” e si arresero all’ammiraglio inglese Horatio Nelson, arrivato nel frattempo con la sua flotta nel porto di Napoli in appoggio all’esercito della Santa Fede, che li fece impiccare agli alberi delle sue navi. Cosa che provocò l’offesa reazione di Ruffo contro l’ammiraglio che aveva eseguito la pena capitale senza averlo avvisato nella sua qualità di luogotenente e plenipotenziario del sovrano. E quando il buon cardinale comprese che Ferdinando IV approvava la decisione di Nelson e non era affatto intenzionato a clemenza verso i giacobini, e meno che mai a riformare il regno secondo il suo progetto modernizzatore, abbandonò Napoli, lamentando l’ingratitudine del sovrano, per Venezia dove, a seguito della morte in esilio e in prigionia di Pio VI, si svolse, sotto protezione austriaca, il conclave che elesse al soglio pontificio Pio VII, al secolo Barnaba Chiaramonti.

Tutto questo solo per dire che gli avvenimenti storici si sono svolti in modo spesso molto diverso da come vengono raccontati o interpretati dall’una e dall’altra tifoseria. Anche per quanto riguarda la Rivoluzione Francese e ciò che ne conseguì. Una cosa è comunque certa: i popoli si battevano per i loro re ma non per la nobiltà degenere e corrotta.

Luigi Copertino

dalla bacheca Facebook dell’autore