Il bene più prezioso è la libertà. Concreta, quotidiana, esercitata nel pensiero, nella parola, nella possibilità di esprimere, confrontare, diffondere senza timore e repressione idee, sentimenti, simpatie e antipatie, preferenze e avversioni.
Era il vanto delle democrazie liberali. Era, al passato.
La premessa condivisa affermava che il limite morale e legale della libertà di espressione fosse – oltre il divieto della violenza fisica – il rifiuto dell’insulto becero, della calunnia volgare, della diffamazione sino al vilipendio.
Tutti comportamenti sanzionati da sempre dalla legge penale. Poi arrivò il colpo di genio del soft power, il potere fintamente dolce rivestito di intenzioni moralistiche: fu inventato il “discorso di odio”, hate speech nel globish degli stenterelli.
Un sentimento umano – tra i peggiori ma anche tra i più diffusi – fu messo nel mirino dei Buoni e dei Giusti. È vietato odiare nella nuvola rosa delle anime belle. La torsione moralistica è il contrario del liberalismo originario, che si gloriava della propria neutralità etica.
Ecco dunque che i termini, i modi di dire, le idee, i principi sgraditi al potere del momento – fondato su una morale capovolta ma inflessibile – cambiano definizione.
Basta con le libere, per quanto talora sgradevoli espressioni protette dal principio di libertà, espresse dalla costituzione italiana all’articolo 21 (tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione) diventate intollerabili violazioni al codice non scritto del politicamente corretto e del divieto di giudicare, valutare, accettare qualsiasi idea o condotta sgradita.
Estensivamente, è discorso di odio ogni opinione o parola contraria al Galateo invertito del monsignor Della Casa contemporaneo, progressista, riflessivo, zuppo di melassa buonista quanto di furia totalitaria.
Tutto ciò che non coincide con il manuale progressista quotidianamente aggiornato è rubricato ipso facto come odio. Solo quello: manifestazioni come quelle di questi giorni in Italia, il rogo delle immagini di esponenti di governo, impiccagioni simulate e insulti sanguinosi, non sono ritenute espressione di odio in quanto provenienti dai Buoni.
La loro è soltanto santa indignazione verso gli avversari, pardon nemici assoluti. Contro i quali, lo ha insegnato Carl Schmitt nella Teoria del Partigiano, vale ogni cosa sino all’annientamento.
Il massimo dell’odio in nome di un bene superiore, moralmente inattaccabile, il rogo degli eretici che purifica e ricompone la società, come spiegò René Girard nella teoria del capro espiatorio (la violenza e il sacro).
Il discorso di odio è dunque un simulacro invertito del sacro, il totem a cui si sacrificano gli ideali di libertà e libero pensiero.
Il governo spagnolo in carica, perfetta espressione di questo sentimento regressivo nemico della libertà (che è accettazione della legittimità di ogni opinione espressa senza violenza) ha insediato una commissione incaricata di monitorare, segnalare, punire l’odio diffuso sulla stampa e nelle piattaforme digitali.
Si chiama Hodio, con l’acca iniziale benché in spagnolo odio si scriva come in italiano, forse per richiamare l’anglofono hate. Si tratta di un carrozzone ideologico affidato a qualche fedelissimo che si caratterizzerà per avere un occhio guercio e un orecchio sordo.
L’”hodio” che reprimerà sarà esclusivamente quello attribuito agli avversari politici, ma il vero obiettivo è la colonizzazione delle coscienze e l’autocensura.
Il misuratore dell’odio (unilaterale) è presentato come uno strumento per combattere la “polarizzazione” (la quale altro non è che l’esistenza nella società di principi e valori opposti) e richiedere ulteriori interventi censori delle grandi aziende tecnologiche, un mostro concepito per realizzare il controllo sociale su basi pseudo moralistiche.
Edward Barneys nella sua opera Propaganda lo aveva già indicato. “Via via che la società diventa più complessa e la necessità di un governo invisibile (il soft power, N.d.A.) si fa più evidente, vengono inventati e sviluppati i mezzi tecnici indispensabili per disciplinare l’opinione pubblica”.
Una disciplina che la società americana intrisa del moralismo di ascendenza puritana già estendeva alle coscienze. Lo capì Tocqueville ne La democrazia in America: “I tiranni avevano materializzato la violenza; ma le repubbliche democratiche l’hanno resa intellettuale quanto la volontà umana che vogliono ridurre.
Il dispotismo per raggiungere l’anima colpiva il corpo. Le anime più forti e nobili si elevavano gloriosamente nella resistenza, fisica e morale. Ma nelle società democratiche la tirannia abbandona il corpo e va dritta all’anima. Non dice più pensate come me o morirete, ma: siete liberi di non pensare come me.
La vostra vita, i vostri beni, conserverete tutto, ma da quel giorno sarete stranieri tra noi. Vi lascio la vita, ma la vita che vi lascio è peggiore della morte”. Oggi siamo entrati nella fase apertamente repressiva.
L’espressione discorso di odio, prologo del reato di incitamento all’odio, è grottesca. L’odio è infatti linfa vitale delle ideologie moderne. Tesi dura che dobbiamo spiegare. Le ideologie sono filosofie politiche volgarizzate; nella forma attuale sono repertori di slogan per masse cretinizzate, prodotti mentali degenerativi che suscitano risposte automatiche nei seguaci, massa regredita allo stato semi animale.
Le ideologie hanno necessità di stimolare nel gregge l’istinto di annientamento del diverso, il Malvagio, l’Eretico. Ogni seguace di un’ideologia ha bisogno di qualcosa – o di qualcuno, poiché occorre dare un volto al nemico – da contrastare, squalificare, denigrare, diffamare, infine distruggere.
Le ideologie moderne sono alimentate dall’odio. Pensiamo all’ odio di classe del comunismo, trasformato nelle sue parodie postmoderne in avversione per le forme più stravaganti di “oppressione” (dall’eteropatriarcato alla “cisnormatività”, ossia tutto ciò che deriva dalla normalità sessuale) oggi cristallizzata nella cultura della cancellazione, apoteosi dell’odio anche retrospettivo.
Ma vale anche per ideologie di segno opposto. Odio per i progressisti, gli “woke“, gli stranieri, le femministe radicali, perfino per i poveri, che il liberalismo più schietto ritiene colpevoli di fallimento. Le società democratiche, fondate teoricamente sul confronto libero e non violento, diventano un truculento teatro del Grand Guignol in costante agitazione, il cui finale è la bastonatura inflitta al malvagio di turno ( il “vilain“), poiché non sussistono legami comunitari unificanti.
Quelli che rimangono riguardano bande l’una contro l’altra armate nell’odio comune contro le stesse cose e persone, volti abietti del nemico assoluto disumanizzato. Questo spiega l’odio ribollente nei nuovi media, luoghi di parole vomitate, di concetti estremizzati ridotti al dualismo binario amico/nemico in cui l’ex homo sapiens erutta rabbia, insulta, diffonde calunnie, scatena gli istinti più bassi.
In realtà questo odio, liquido amniotico in cui nuotano le ideologie, non preoccupa affatto il tiranno democratico. Le sue conseguenze sono un prezzo che paga ben volentieri, poiché le reti sociali (nell’orrendo anti italiano contemporaneo, i social) sono lo strumento di controllo più sofisticato mai realizzato, l’anello di Sauron (J.R.R. Tolkien) che “permette di dominarli tutti, trovarli tutti, radunarli tutti e nelle tenebre incatenarli”.
Attenzione: il tiranno dolce, democratico e progressista non vuole combattere l’odio, bensì il discorso d’odio.
Un’espressione astratta dietro la quale si celano i nervi scoperti del potere. Li ha chiariti l’ispiratore della piattaforma Hodio, il presidente spagnolo Sànchez: discorsi di odio sono ad esempio definire criminale un “migrante” o deridere un transessuale.
La verità è che per discorso d’odio si intende ogni argomentazione che stabilisca un nesso tra immigrazione incontrollata e aumento della criminalità, la contrarietà all’immigrazione in quanto tale, la richiesta di conoscere, nell’informazione giornalistica, la nazionalità di un criminale.
Non si deve offendere il transessuale, ma è lecito esprimere il pensiero contrario all’ideologia gender e queer, la salda convinzione suffragata da scienza e senso comune della realtà biologica dei due sessi, o che una persona non possa scegliere il proprio sesso, perché la realtà non dipende dall’autopercezione o dalla volontà soggettiva.
Il discorso di odio – e suo figlio naturale l’incitamento all’odio – non è l’insulto atroce, ma l’esposizione ragionata di prove a sostegno di idee distinte dal pensiero imposto dai ceti dominanti al momento. Se tali argomentazioni esistono significa che quelle idee sono contestabili o errate, o semplicemente che, in clima di libertà, vengono contrastate con la forza delle tesi libere, ex fiore all’occhiello dei regimi liberali.
Per ottenere che tutti pensino come vuole il tiranno non basta imporre o indurre comportamenti, né è sufficiente censurare le parole e diffondere una neolingua invertita. Occorre penetrare nei recessi più nascosti della soggettività personale, in modo che il nostro stesso foro interiore diventi il carceriere dei nostri pensieri.
Michel Foucault la chiamava “microfisica del potere”, una forma di dominio sofisticato, affidato alla tecnica, alla psicologia, alla coazione a ripetere che disciplina le anime e omogeneizza le coscienze.
Il potere riduce le persone autocoscienti, dotate di libero arbitrio e capacità di giudizio, a prigionieri di menzogne ripetute mille volte, gregge che obbedisce all’ideologia dominante e la riproduce. Per trasformarle in carcerieri dei loro pensieri, censori di se stesse, zombie diretti da remoto, niente di meglio che lo spettro del discorso di “hodio”, con o senza acca.