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Ets: a cosa serve il mercato europeo della CO₂, perché l’Italia vuole sospenderlo e che fine fanno i soldi raccolti ogni anno

17 Marzo 2026 – 16:55 Gianluca Brambilla
ets mercato europeo co2 sospensione italia

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A differenza degli altri grandi paesi europei, l’Italia usa una piccolissima quota dei proventi di questo strumento per abbassare le bollette di famiglie e imprese. Ecco perché

C’è una sigla, tecnica e poco familiare al grande pubblico, che da qualche settimana è diventata sempre più centrale nel dibattito politico europeo. Si tratta dell’Ets, un acronimo che sta per Emissions Trading System e indica il sistema europeo di scambio di quote di emissione di CO₂. Questo meccanismo è da tempo al centro di uno scontro tra governi, che al Consiglio europeo del 19 e 20 marzo si metteranno a discutere di come riformarlo. Da una parte, c’è chi difende il ruolo svolto fin qui dall’Ets negli sforzi dell’Europa per contrastare il cambiamento climatico. Dall’altra, chi chiede una revisione profonda dello strumento, con l’Italia che è arrivata addirittura a proporre una sua sospensione.

Come funziona l’Ets

Ma prima di tutto: che cos’è l’Ets? La risposta breve è: un mercato delle emissioni di anidride carbonica, uno dei gas serra responsabili del riscaldamento globale. In sostanza, l’Unione europea stabilisce un tetto massimo complessivo alle emissioni di CO₂ per alcuni settori – produzione di energia, industria pesante, aviazione – e distribuisce o vende quote che autorizzano a emettere una certa quantità di CO₂ ciascuna. Il principio che guida l’intero meccanismo è quello del «chi inquina paga». Questo significa che le imprese che emettono meno gas serra in atmosfera possono vendere le proprie quote di CO₂ in eccesso, mentre quelle che emettono di più devono comprarle. L’Ets funziona sostanzialmente in tre passaggi:

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  1. Definizione del tetto: l’Ue stabilisce ogni anno un limite complessivo di emissioni, che si riduce progressivamente nel tempo.
  2. Assegnazione delle quote: una parte delle quote viene distribuita gratuitamente (soprattutto ai settori più esposti alla concorrenza estera), un’altra parte viene messa all’asta.
  3. Scambio sul mercato: le aziende comprano e vendono quote in base alle loro necessità, determinando il prezzo della CO₂.

Uno strumento nato ben prima del Green Deal

Ad oggi, l’Ets rappresenta uno dei principali pilastri della strategia europea per abbattere le emissioni di gas serra e fare la propria parte nella lotta ai cambiamenti climatici. Ma a differenza di quello che si potrebbe pensare, non si tratta di uno strumento nato sull’onda degli scioperi ambientalisti di Greta Thunberg o del Green Deal. L’Ets nasce nel 2005 come il primo grande mercato al mondo di carbonio. Negli anni, Bruxelles ha progressivamente alzato l’asticella dell’ambizione, riducendo le quote di CO₂. Da inizio 2026, inoltre, è entrato in vigore in via definitva il Cbam (Carbon Border Adjustment Mechanism), spesso definito più semplicemente «carbon tax». In sostanza, impone a chi importa acciaio, cemento, fertilizzanti o altri prodotti ad alta intensità energetica di pagare per la CO₂. In questo modo, si evita di esporre le aziende europee a una concorrenza sleale e si disincentiva lo spostamento della produzione verso Paesi con standard ambientali molto meno stringenti.

Cosa c’entra l’Ets con il caro-energia e la crisi in Medio Oriente

Ma perché oggi si è tornati a parlare in modo così insistente di Ets? Il motivo principale ha a che fare con le preoccupazione sul fronte del caro energia, specialmente alla luce della guerra in Medio Oriente e dei suoi possibili effetti sull’Europa. Il legame è indiretto ma molto concreto: le centrali elettriche e le industrie energivore (acciaierie, cementifici e non solo) trasferiscono il costo aggiuntivo delle quote di CO₂ nel prezzo dell’elettricità, che a cascata finisce nei beni industriali e nei prodotti finali. In sostanza, quando aumenta il prezzo delle quote di CO₂, sale il costo di produzione dell’energia. L’energia più cara si riflette sulle bollette di famiglie e imprese. Le aziende, a loro volta, scaricano parte dei costi sui prezzi finali, alimentando l’inflazione. Negli ultimi anni, con il prezzo della CO₂ cresciuto sensibilmente, l’Ets è diventato uno dei fattori che contribuiscono al rincaro dell’energia, soprattutto nei sistemi più legati ai combustibili fossili. Nasce da qui, dunque, la battaglia guidata dall’Italia in Europa per sospendere l’Ets, almeno in alcuni settori industriali, a costo di rallentare sulla transizione ecologica.

ANSA/Mourad Balti Touati | Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin

L’anomalia italiana nella gestione dei proventi dell’Ets

In realtà, c’è un meccanismo già inserito nel sistema Ets che permette di affrontare questo nodo. Dal 2012 al 2024, le aste per le quote di CO₂ hanno generato circa 18 miliardi di euro di entrate. Eppure, si legge in un rapporto del think tank Ecco, dalle rendicontazioni disponibili risulta che solo 1,6 miliardi di euro, ossia circa il 9% dei proventi complessivi, siano stati spesi dai diversi governi italiani. La Direttiva Ets consente di impiegare quel tesoretto per ridurre i costi delle bollette di famiglie e imprese, pur senza compromettere l’obiettivo finale: favorire il progressivo abbandono della dipendenza dai combustibili fossili. Il sistema, in particolare, consente ai governi di utilizzare fino al 25% dei proventi delle aste per aiutare le imprese energivore a far fronte alla concorrenza estera.

Nonostante l’aumento dei costi energetici negli ultimi anni, l’Italia ha destinato a queste compensazioni il 5,6% dei proventi dal 2020. Una percentuale di gran lunga inferiore al 26% della Germania e al 38% della Francia. Altri Paesi, come la Spagna, hanno previsto uno schema per compensare fino al 75% dei costi indiretti sostenuti dalle imprese energivore per i maggiori prezzi dell’elettricità. Insomma, il margine di manovra esiste eccome. È la stessa direttiva Ets, d’altronde, a prevedere la possibilità esplicita di utilizzare i proventi delle aste per aiutare le famiglie a basso reddito e modernizzare i loro sistemi di riscaldamento. Nella trasposizione nazionale della direttiva, tuttavia, l’Italia vincola il 50% dell’uso dei proventi al fondo di ammortamento dei titoli di Stato, riducendo di fatto le possibilità di azione.

La battaglia politica in Europa

In vista del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo, un gruppo di nove governi spinge per una revisione drastica dell’Ets. Si tratta di Italia, Grecia, Croazia, Romania, Repubblica ceca, Slovacchia, Ungheria, Austria e Polonia. «Noi chiediamo la sospensione dell’Ets per quanto riguarda il termoelettrico, o una soluzione che ci porti al risultato di non far incidere, praticamente triplicandolo, il valore dell’Ets sul prezzo dell’energia», ha detto il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, a margine della riunione con gli omologhi europei. Al momento, però, la linea italiana non sembra destinata a passare. La riforma dell’Ets è effettivamente uno dei punti all’ordine del giorno per il summit dei leader europei, ma con ogni probabilità si andrà incontro a una modifica lieve.

Un alto funzionario Ue ha spiegato che «la maggioranza dei leader ritiene Ets indispensabile non solo per la transizione ma perché è stato importante per le strategie di investimento europee». Il mercato europeo delle quote di CO₂, ha aggiunto il ministro tedesco dell’Ambiente, Carsten Schneider, «ha dato buoni risultati, è uno strumento chiaro di economia di mercato, è molto flessibile e offre alle imprese grande libertà di gestirlo in modo innovativo». Per questo, ha spiegato, la Germania spinge solo per «lievi adeguamenti laddove vi sia un onere eccessivo, come nell’industria chimica». Sulla stessa linea si muovono anche Francia, Spagna e Commissione europea. Una resistenza che difficilmente l’Italia riuscirà a sfondare per imporre la propria proposta.

ANSA/Filippo Attili | Giorgia Meloni e il premier spagnolo Pedro Sánchez al Consiglio europeo informale del 22 gennaio 2026
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i politici dell’UE si riuniscono per discutere della crisi migratoria

Gli europei stanno commettendo un suicidio demografico e gli strumenti utilizzati per gestire la migrazione stanno fallendo a tutti i livelli, ha affermato Rodrigo Ballester, direttore del Centro di Studi Europei del Mathias Corvinus Collegium. Ballester ha rilasciato questa dichiarazione in occasione di un recente evento dell’Istituto Ordo Iuris a Varsavia, in Polonia, che ha visto la partecipazione di politici, responsabili politici e altri importanti attori europei riuniti per discutere un documento innovativo: “Riprendere il controllo da Bruxelles. La rinazionalizzazione delle politiche migratorie e di asilo dell’UE”.

«Come europei, stiamo commettendo un suicidio demografico. Siamo un continente di persone anziane e ricche, di fronte a un continente di giovani, affamati e determinati, persone ambiziose. Stiamo ancora cercando di gestire la migrazione con strumenti irrimediabilmente obsoleti, utilizzando convenzioni di un secolo fa. Queste convenzioni hanno completamente perso il loro significato oggi. In pratica, mi riferisco alla Convenzione di Ginevra. Questa è la “vacca sacra” di cui dovremmo sbarazzarci», ha sottolineato Ballester.

Il documento “Taking Back Control”, di cui Remix News ha recentemente parlato, delinea 18 modi in cui l’Europa può riprendere il controllo delle politiche migratorie. Ballester ha sottolineato che queste politiche devono essere attuate e rapidamente.

Molti dei relatori hanno discusso vari aspetti della crisi migratoria in corso in Europa, comprese le traiettorie nettamente divergenti di paesi favorevoli all’immigrazione come la Polonia rispetto alla Germania.

Il professor polacco Zdzisław Krasnodębski, ex europarlamentare, si è rivolto al numeroso pubblico riunitosi, paragonando l’impatto dell’immigrazione sulla città polacca di Varsavia a quello sulla città tedesca di Brema, dove ha vissuto e lavorato a lungo.

“Com’è possibile che un processo così autodistruttivo sia stato sostenuto per anni dalle società? Posso dirvi che conosco bene due città di questo tipo. Una era povera e grande, e la gente se ne stava andando. Era Varsavia. Varsavia era anche bianca, se mi è concesso usare questo termine. L’altra città (Brema) era benestante, di classe media, anch’essa bianca. Nel 2025, una è quasi in rovina. Un tempo era una città prospera di medie dimensioni. Nel frattempo, questa grande e magnifica città in cui ci troviamo ora è diventata una delle città più ricche d’Europa”, ha sottolineato.

Krasnodębski ha sottolineato la traiettoria di Varsavia, che sta vivendo un boom economico pur mantenendo una forte maggioranza bianca e rifiutando la diversità che si osserva in molte altre città occidentali. Brema, invece, è stata definita la “città più pericolosa della Germania”, dove ben il 73% dei sospettati di reati non è di nazionalità tedesca. La situazione a Brema è talmente peggiorata che persino i politici di sinistra della città hanno ammesso che la “massiccia immigrazione” ha scatenato una crisi abitativa e criminale.

Tuttavia, altri oratori hanno avvertito che la situazione non è rosea nemmeno in Polonia.

Ha preso la parola Jacek Saryusz-Wolski, ex Ministro polacco per gli Affari Europei e membro del Parlamento europeo, attualmente principale consigliere del Presidente Nawrocki per gli affari europei.

«Guardando le statistiche, si può notare che nella maggior parte dell’Europa occidentale le comunità di immigrati rappresentano una percentuale a due cifre, o addirittura superiore al 20%, della popolazione. Qui (in Polonia) non è ancora così, ma anche noi corriamo il rischio che una politica di frontiere aperte inizi proprio qui. Di conseguenza, dopo un certo lasso di tempo, condivideremo la stessa sorte», ha osservato Saryusz-Wolski.

Saryusz-Wolski ha inoltre avvertito che l’UE sta sottraendo sempre più potere agli Stati nazionali per imporre una politica di frontiere aperte.

«La politica migratoria non rientra tra le competenze esclusive o condivise dell’Unione europea. Si tratta solo di un ambito, la terza categoria di cooperazione, in cui le istituzioni dell’Unione possono assistere, incoraggiare e consigliare gli Stati membri, ma non possono legiferare. Ed è proprio questa l’origine di questa grande usurpazione», ha sottolineato il politico.

Un altro relatore, Róbert Gönczi, analista presso l’Istituto Ungherese per la Ricerca sulle Migrazioni e il Mathias Corvinus Collegium, ha messo in guardia sulle politiche adottate in altri Paesi, come la Spagna, che sta lavorando per regolarizzare centinaia di migliaia di migranti irregolari.

“Oggi stiamo assistendo a un’enorme ondata migratoria con cui l’Europa sta lottando, e non dimentichiamo che siamo tutti parte dell’Unione Europea; ci riguarda tutti e tutti ne subiamo le conseguenze”, ha sottolineato l’analista.

Ha inoltre richiamato l’attenzione sul problema dei numerosi migranti non registrati nei sistemi dei Paesi europei.

“Ci sono milioni di persone che non riusciamo a rintracciare. Non sappiamo dove siano, non sappiamo cosa stiano facendo, non sappiamo da dove vengano e non sappiamo cosa fare al riguardo. Questo rappresenta un onere molto significativo per il sistema europeo, per l’Unione Europea, ed è uno dei motivi per cui ci troviamo in una grave crisi economica”, ha osservato.

Il vicepresidente del Sejm, Krzysztof Bosak, ha sottolineato che oltre all’immigrazione clandestina
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