FENOMENOLOGIA DEL TUTTOLOGO GLOBALE

                                                di Roberto PECCHIOLI

Non serve accendere candele ai funerali. Non al morto, poveretto, né ai suoi cari e a nessun altro. Quella luce fioca è un fastidio, non illumina e soprattutto non cambia la tristezza della circostanza. Pensavamo a questo, al gaio funerale della civiltà e della verità cui partecipiamo ogni giorno con crescente impotenza; tentava incautamente, l’estensore di queste note, di spiegare l’imbroglio colossale del debito a un conoscente molto cool, un ingegnere fedele elettore del PD, già entusiasta ammiratore di Matteo Renzi. Reddito elevato, sposato con un’affermata donna medico con studio privato, ottimo reddito, figli già in carriera e, ci dicono, accanito partecipante a dibattiti sulle reti sociali in cui deplora con accenti di degnazione mista a disprezzo la stupidità e l’incompetenza dei connazionali affetti da populismo, sovranismo, conservatorismo.

Per il nostro interlocutore, riflessivo, informato, colto, attento lettore dei quotidiani di sistema, il debito pubblico è la prova del fatto che viviamo al di sopra delle nostre possibilità, che siamo un popolo di cicale, nutrito di ignoranza. Mai un dubbio che se esiste un debito, deve esserci un credito e che dunque il presunto creditore è un pessimo affarista se continua a finanziarci, poiché è evidente che nessun debito pubblico- il nostro e quello degli altri- è aritmeticamente pagabile. Ci deve essere qualcosa sotto, un inganno in cui siamo caduti, penserebbe una persona sensata. Il bravo cittadino globale no, accetta la narrazione del potere, disprezzando come fake news o crassa ignoranza le spiegazioni divergenti.

E’ respinto con perdite anche un accenno all’assurdità del MES, il Meccanismo Europeo di Solidarietà, che conferisce a un gruppo di finanzieri senza nome, sciolti da ogni legge, sottratti a qualsiasi controllo, il potere di determinare le politiche di uno Stato che, in preda più a follia che a disperazione, chieda in prestito il denaro che il suo stesso popolo ha offerto al fondo detto grottescamente salvastati. Paghiamo interessi e ci obblighiamo a scelte politiche eterodirette dopo aver graziosamente elargito 125 miliardi di euro, la quota italiana all’infernale meccanismo. Gioiosamente, contribuiamo al salvataggio delle banche tedesche piene di spazzatura, i prodotti derivati che valgono al massimo la carta su cui sono stati sottoscritti. Niente da fare: nessuna candela contrasta la luce accecante della verità ufficiale.

Il popolo vuole essere imbrogliato, lo sapevano già i Romani duemila anni fa. Di più: non c’è nulla che attiri maggiormente il rancore e l’odio che dire la verità a chi non la vuol ascoltare. L’allergia alla verità si diffonde e si fa contagiosa. Disprezzo, poi sarcasmo, subito dopo autentico odio. Nulla di strano, in fondo. Gli autonominati buoni sono anch’essi solo uomini, piaccia o non piaccia alla loro vanità. Gli homines sapientes hanno in apparenza messo a tacere l’istinto di predatori; hanno bisogno, per odiare, di convincersi che l’oggetto del loro fiammeggiante rancore di Giusti è un malvagio. Lo spiega perfettamente uno dei loro maestri, Theodor Adorno nella Dialettica Negativa: l’animale razionale che vuole aggredire l’avversario ha bisogno di un motivo “etico”. Il nemico da divorare deve essere cattivo.

Uno dei pochi vantaggi di essere reazionario, dunque destinato al disprezzo universale, è quello di decidere di fare a meno della discussione con gran parte dei propri simili per manifesta inutilità. Una conseguenza collaterale di tale conclusione è assumere un atteggiamento di sano allontanamento dalla controversia insensata. Ci si rende conto che, fatta eccezione per la sfera domestica e quella degli amici stretti, non ha senso esprimere la propria opinione su qualsiasi argomento, dal momento che ci sono così tanti punti di vista su qualsiasi evento, così tante variabili individuali e, soprattutto, una così grande ignoranza (a partire dalla nostra!) delle innumerevoli sfumature e sfaccettature, che è molto meglio tenere la bocca chiusa. Benedetto Socrate che sapeva di non sapere e finì come sappiamo.

Inutile è ricordare alla maggioranza – democratica, progressista, in diritto di avere un’opinione su tutto e di modificarla velocemente in base all’umore, alla digestione e soprattutto ai dettami dell’informazione mainstream– che quando si padroneggia davvero un argomento se ne scoprono infinite variabili e si assume la prudenza, tratto distintivo della conoscenza. Il bipede iperconnesso, tra le altre patologie, è affetto da una preoccupante tuttologia: opina su qualsiasi argomento, è in grado di fornire soluzioni a richiesta e, soprattutto, desidera ardentemente farle conoscere al resto dell’umanità. Le reti sociali sono il suo terreno preferito; una volta bastava il bar o il mercato rionale, ma l’omino virtuale ama la globalizzazione, specialmente quella delle sciocchezze. Sui social, i forum spazzatura, ogni bravo cittadino globale ostenta opinioni omnibus senza che nessuno gliele abbia richieste, insieme a desideri, rancori e soluzioni ai massimi problemi del pianeta espressi con la stessa disinvoltura con cui enumera gli ingredienti del risotto e dà il voto all’albergo dove ha trascorso il fine settimana.

In questo modo, uno sciocco di cui ignoriamo le circostanze personali – meteorismo cronico, infanzia infelice, storia familiare, delusione o soddisfazione sentimentale- – può strologare sull’universo mondo, emettere folli giudizi di valore, odiare o apprezzare qualunque persona o causa remota di cui ignora tutto. Si propaga la volgarità, l’uso di insulti, una bulimia di pareri tanto più grande quanto più acuta è l’ignoranza sui temi su cui si rilasciano deiezioni verbali, ingiurie infondate, il tutto in un linguaggio elementare, SMS più messaggio whattsapp meno saggezza ed umiltà.

Non vale la pena entrare nel dibattito, meno ancora pensare di avviarlo su binari razionali. Cadremmo nella loro trappola se ci sentissimo scandalizzati o oltraggiati per le boutade, la stupidità, la povertà degli argomenti e gli insulti ricevuti. Essere nel mirino della plebe digitale è una medaglia al valore, non partecipare alle più disparate e ridicole community, a forum e gruppi un punto d’onore. A Renzo Tramaglino che si lamentava per l’appellativo di “baggiani” dato dai bergamaschi ai milanesi, il cugino, da tempo residente oltre l’Adda, replicò: detto da loro, è come dare dell’eccellentissimo a un monsignore.

L’opinione corrente non va in genere oltre luoghi comuni o battute. Quale interesse può avere il giudizio di un personaggio popolare per qualche squallida comparsata televisiva sui cambiamenti climatici, sull’ aborto o sulla situazione curda? E che dire delle interviste di strada nelle trasmissioni televisive, in cui si chiede dell’ultima sentenza controversa della Cassazione a un anziano che viene dall’acquisto di un Gratta e Vinci, o a una ragazzina strappata all’amato telefonino? E delle lettere al direttore nei giornali locali, un genere a sé, affascinante festival del luogo comune del buon cittadino cosciente dei suoi diritti, assennato scuotitore di testa di fronte all’incomprensibile.

Il processo di allontanamento dalla “gente” non è un segno di crescita della pulsione reazionaria, ma fastidio non più nascosto dalla maschera dell’ipocrisia e della convenienza sociale. Quello che ci capita è uno svuotamento verbale per accumulo di dati ed esperienze, per cui non intendiamo più pronunciarci sulle questioni di cui sappiamo poco o nulla. Non perché ci dispiaccia ricevere risposte sgradite, ma perché nella maggior parte dei casi non abbiamo un’opinione fondata. Non conosciamo i fatti, ci sentiamo autorizzati a parlare esclusivamente di ciò di cui abbiamo contezza. E’ un esercizio faticoso perché impone autocritica e prolungati silenzi. Aveva ragione Oscar Wilde: è meglio tacere e apparire stupidi che aprire bocca e togliere ogni dubbio.

L’homo sapiens et consumens postmoderno, al contrario, parla e straparla perché ha la lingua in bocca e gli hanno fatto credere che la sua opinione conta, è autorevole, pegno di democrazia, libertà e progresso. Da tuttologo globale, spazia dalla geopolitica alla gastronomia, dalla finanza alle mezze stagioni, dalla religione alla moda intima. Soprattutto, vuole assolutamente farlo sapere e desidera un pubblico plaudente, la community, gli amici di Facebook, quelli che faranno clic sull’immagine del pollice alzato. Mi piace, gli piace, se lo aspetta. Non bisogna contraddirlo, altrimenti il leone da tastiera, da bar e da fermata del bus ruggirà, anzi sputerà oltre ad inappellabili sentenze, insulti e odio, il vomito digitale di una sub umanità che il potere manovra a piacimento. Tira i fili e i burattini urlano sul clima. Muove dall’altro lato e corrono al centro commerciale, un cenno e diventano sardine dopo essere stati gli indignati, il popolo viola ed altre amenità di stagione.

Il lato buffo della tuttologia di massa è la sua felice convivenza con legioni di esperti pronti a risolvere ogni problema dall’alto di una sapienza settoriale sempre più limitata a un pezzettino di un’unica materia: specialisti di un atomo di conoscenza. Ho deciso: scorrazzerò sui social e metterò “mi piace “, “non mi piace” a caso. Farò contento qualcuno, irriterò qualcun altro. Non esprimerò opinioni, non argomenterò; sì, no, pensiero binario.  Magari ripeterò a me stesso l’opinione scorretta di un eminente progressista del secolo XX, Bertrand Russell: il fatto che un’opinione sia ampiamente condivisa non è affatto la prova che non è completamente assurda. Infatti, a causa della stupidità della maggioranza degli uomini, è molto più probabile che un giudizio diffuso sia sciocco piuttosto che ragionevole.

Parola di filosofo, baronetto e progressista.

 

 

 

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