Da Luigi il 2026-08-16 22:27
https://www.facebook.com/andrea.zhok.5?locale=it_IT
Sta girando come una trottola un post che mostra come l’Italia sia oggi la quarta “potenza esportatrice” al mondo.
Export 2025: 643 miliardi di euro, quarti dietro Cina, USA e Germania. Surplus commerciale: +50,7 miliardi.
Frotte di amici di Giorgia si spellano le mani per spiegare che, vedete, il declino è storia vecchia, “la nave va”.
Ora, qualcuno si potrebbe chiedere come mai a questo trionfo faccia riscontro una crescita 2025 dello 0,5%, confermata per il 2026.
Un interessante confronto è che per le prime 3 posizioni la Cina è cresciuta del 5% , gli USA del 2,1%, mentre la Germania ha fatto persino peggio di noi (+ 0,2%).
Ora, non è che ci compiacciamo del declino, giuro.
Sarei il primo a felicitarmi se questo fosse il segno di una reale inversione di tendenza.
Purtroppo è la solita pubblicità ingannevole.
Ovviamente una valutazione isolata dell’export non è un indice della salute economica di un paese.
Anche laddove fosse abbinata ad una grande crescita del PIL, da sola sarebbe una soluzione mercantilista che è fragile e di breve respiro (basta qualunque turbativa dei traffici (pandemie, guerre, dazi protezionistici – cito a caso) e il collasso è immediato.
Se però la crescita dell’export fosse abbinata ad una crescita dei salari e dunque del mercato interno, sarebbe comunque una buona notizia.
Ma così non è. Il mercato interno italiano è morto, i salari sono gli unici diminuiti negli ultimi vent’anni in Europa (e proprio questo facilita le esportazioni.)
A ciò si deve aggiungere che parlare di esportazioni italiane non vuol dire ancora quasi niente (e, se è per questo, neanche parlare di crescita del Prodotto Interno Lordo).
Infatti ciò che viene registrato è l’esportazione di merci prodotte in Italia, ma spesso la proprietà delle industrie produttrici è estera, francese, tedesca, olandese, ecc. Di conseguenza gli introiti della vendita all’estero rappresentano un beneficio in termini di profitto soprattutto per proprietari collocati fuori d’Italia. (Questo è quanto succede in molti paesi del Terzo Mondo, dove a fronte di crescite bandanzose del PIL, la ricchezza interna non cresce.)
C’è chi dice che il riarmo italiano è il prezzo da pagare se vogliamo sovranità. È possibile. È vero che non ci si deve illudere che ci aspetti un futuro irenico dove le capacità di difesa militare saranno irrilevanti.
E però, cos’ha questo a che fare con l’attuale politica di riarmo italiano?
In primo luogo, per discutere di esigenze militari si parte da un’analisi di quello che manca e che è richiesto nei conflitti attuali. Non si parte dal budget. Non si parte da quanti soldi si vogliono spendere. Quest’ultimo è il ragionamento di chi non sta pensando alla difesa, ma alle commesse per gli amici degli amici.
Ma non solo.
Le esigenze odierne della difesa passano, prima che da munizioni e carri armati, dalle infrastrutture delle comunicazioni e dai software dedicati.
Ora, esattamente come si pensa di difendere la Patria con un sistema di telecomunicazioni consegnato a fondi esteri come il fondo KKR? Come si pensa di “fare la guerra” con sistemi informatici nazionali che girano su software made in USA? E che dire degli F-35 (100 milioni di euro), con i software di utilizzo in costante bisogno di aggiornamento, per cui se l’Italia vuole farli partire deve aver di fatto il permesso americano?
Dunque, non raccontiamoci balle.
Qui non si tratta affatto di preparare una difesa del paese nello spirito dell’art. 52 della Costituzione. Si tratta di continuare ad essere un’appendice dell’esercito americano, ma questa volta un’appendice spesata al 100% dall’erario italiano e più sacrificabile di prima.
Se dovessimo reistituire la leva, a queste condizioni non sarà per difendere la patria, ma per fare piaceri alle èlite finanziarie che muovono le fila di Washington (e di Bruxelles) fornendo giovani italiani come carne da macello.
Vogliamo parlare di dovere costituzionale della difesa della nazione? Parliamone.
Ma per parlarne sul serio, prima ritiriamoci dalla Nato.
Poi costruiamo una capacità di gestione autonoma in tutti i settori nazionali “dual use”, dall’elettronica alle telecomunicazioni, ai software (sovranità digitale). Costruiamo una rete satellitare nazionale.
Poi forse potremo parlare, senza mentire, di investimenti per la difesa della patria.