CI OCCORRE UNA TREGUA. CONTEMPLATIVA.

O che ho l’impressione di aver detto  ciò che occorreva,  e non ci sia più nulla da dire; o che ormai sia inutile rilevare per l’ennesima volta le aberrazioni immedicabili del nostro tempo, sento che ho – abbiamo – bisogno di una tregua.

Invece di dire, contemplare.  E’  “il censimento a Betlemme” di Pieter Brugel. Una Betlemme fiamminga, familiare al pittore,   vissuto  in quei decenni della piccola glaciazione  di cui Leroy Ladurie scrive  per la Linguadoca: “Il  numero di inverni cattivi passa per un  minimo nettamente caratterizzato fra il 1495 e  il 1555: un  solo grande inverno in tutto e per tutto, dove tutto ghiaccia, il mare, il Rodano, gli ulivi”.  Nel 1562, un parigino scrive: “Non si sapeva se era inverno o estate, se non dalla lunghezza dei giorni”. In Germania  il prezzo della segala quadruplica. Si pattina sul Tamigi ghiacciato.  Nel 1564, nota un diarista francese, il vino gelò nelle botti.

In quell’inverno eterno, fra gente e galline, massaie che ammazzano un maiale,  carrettieri indaffarati,  bambini sullo slittino, facchini che camminano sul  fiume di ghiaccio   portando a spalla i carichi che le chiatte  nella morsa del ghiaccio  non possono portare; dove soldati e popolani si accalcano ad un gran   falò, una famigliola arriva del tutto inosservata. Lui, il marito,   porta  a spalla un attrezzo di lavoro che   può fare anche da arma, i tempi sono quelli, non si può viaggiare disarmati. Lei, sull’asino, non si è coperta con un mantello, ma con uno di quei coltroni di feltro  che servono da coperte,  sotto cui si prova a nascondere un sacco, il loro bagaglio. Tiene gli occhi bassi, il faccino è già sofferente, si capisce che il parto è vicino.

Sono giunti. Una piccola folla si addensa davanti all’ufficio, sulla neve calpestata e sporca. L’inverno, tutti lo sanno, non passa e non passerà;  questa è la vita, un inverno lungo e cattivo.  Nessuno ha uno sguardo per loro, forestieri insignificanti. Sappiamo che non ci sarà posto per loro nell’albergo. Per fortuna, Giuseppe ha portato anche la magra vaccherella di famiglia, o bue che sia.  Con l’asino, riscalderà loro  e il Bambino.

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