ANCORA SULLA DEINDUSTRIALIZZAZIONE AMERICANA . E la nostra.

L’unica  impresa nazionale fornitrice in uno specifico componente per ali rotanti ha portato i libri in tribunale nel 2016, mettendo a rischio la produzione di ricambi e riparazione di elicotteri  Apache AH-64E,  Osprey  V-22, e CH-53 Heavy Lift”.  Sto leggendo il documento del Pentagono

https://media.defense.gov/2018/Oct/05/2002048904/-1/-1/1/ASSESSING-AND-STRENGTHENING-THE-MANUFACTURING-AND%20DEFENSE-INDUSTRIAL-BASE-AND-SUPPLY-CHAIN-RESILIENCY.PDF

A cui ho già accennato  in un precedente articolo – uno studio essenziale  per mostrare i danni  che  il liberismo assoluto ha prodotto nelle base industriale americana,  un tempo superpotenza industriale.

Per esempio: come mai una impresa essenziale,  unica e insostituibile produttrice  di parti di rotore per elicotteri militari, ha potuto fallire? Evidentemente era una ditta privata.

Lo Osprey

Ora, la domanda è:  che bisogno c’è che una ditta del genere sia privata? Forse che la concorrenza di mercato è utile a qualcosa  in questo campo? Concorrenza poi quale,  visto che era la sola? E con un  solo cliente, il Pentagono? La forza armata non  è forse, in fondo, un “monopolio naturale”?

Quella impresa dunque non andava semplicemente nazionalizzata?  Oppure IRIzzata, se vogliamo ricordare quel modello di gestione privatista di aziende strategiche pubbliche che fu un unicum  originale  con cui l’Italia mantenne la (piccola) base indus

Il CH-53 Heavy Lifting

triale e le (rare) competenze profesionali e scientifiche che la recessione del 1929 aveva indotto gli industriali privati ad abbandonare.

E  quell’azienda non è un caso unico. “Uno studio recente del CSIS (Center for Strategic and International Studies)  stima che dal 2001  al 2015, 17 mila ditte hanno cessato di essere  fornitori primari   per   il Ministero. Imprese manifatturiere dedicate, critiche per la  produzione di piattaforme  militari, sono state colpite e molte   non sono in grado di fare gli investimenti di modernizzazione necessari per adeguarsi  alle commesse”. Sembra impossibile, vista  l’enorme cifra che il Pentagono riceve ogni anno.  Il rapporto sembra dare la colpa a una erraticità di finanziamento da parte del Congresso,  fra “sequestrations”, “appopriations” e “continuing resolution”, termini  su cui non ci dilunghiamo. Può bendarsi che il Pentagono,con questo rapporto, esageri perché  sta battendo cassa.

Ma è certo che anche il National Security Strategy, il documento annuale della Casa Bianca che delinea le strategie generali, lamenta “l’erosione della manifattura americana nell’ultimo ventennio  […] Oggi  dipendiamo da singoli produttori interni per  diversi prodotti, da catene di produzione estera per altri, e  rischiamo la possibilità di  non essere in grado di produrre componenti speciali per uso militare in patria”.

Il punto è che “le radici della base industriale di difesa sono piantate nel  più vasto ecosistema industriale”  civile, dove si formano molte competenze.  Ebbene, “solo fra il 2000 e il 2010, abbiamo perso oltre 66 mila strutture industriali”  per la concorrenza estera”.

Inoltre “via via che la base industriale dell’America s’è indebolita,  si sono rarefatte le competenze critiche di forza-lavoro,  competenze e qualifiche  che vanno dalla saldatura industriale   fino alle competenze d’altissima tecnologia per la sicurezza cyber e l’aerospazio. Gli occupati nell’industria erano il 30% negli anni ’50, sono meno del 10% oggi .  “dal  1979”, che è stato l’apice, “al 2017, gli Usa hanno perduto 7,1 milioni posti di lavoro industriali, il 36% della forza-lavoro  nella manifattura” –  e non  si pensi ad operai semplici, ma  qualificati, specializzati, a tecnologi, ingegneri –   con una accelerazione inquietante: “più di 5  milioni dal solo 2000.  Perdite di lavoro  (e competenze) sono state più pronunciate in settori esposti alla competizione delle importazioni:  metalli primari, elettronica, chimica, macchine utensili.  L’incapacità di assumere e trattenere lavoratori americani con le necessarie abilità, ha portato   a  vuoti significativi nella forza lavoro specifica”. Il Pentagono parla addirittura di “atrofia  delle abilità”, il numero sempre inferiore di operai  rende rari gli operai “capaci”.  Avendo  le grandi imprese USA perso “l’ecosistema dei fornitori nazionali”  presso  cui fornirsi, spesso  ditte piccole e specializzate, hanno “separato la progettazione dalla fabbricazione, sono passate dal progettare e fabbricare prodotti, a progettare e vendere” prodotti da loro progettati, ma fatti all’estero.   Ma con l’accrescersi della delocalizzazione del “fare”, molte compagnie hanno tagliato da sé le capacità di processo, ciò che ha finito per ridurre l’innovazione tecnica, e dissuadere investimenti futuri nelle industrie della prossima generazione”  – tutto ciò  viene lasciato ai cinesi  o altri asiatici

La cantieristica: “Dal 2000 ad oggi, sono scomparse 20.500  strutture cantieristiche in USA.  In molti casi la competizione è svanita, e la US Navy fa affidamento  ad un unico fornitore per componenti-chiave. Queste ditte lottano per sopravvivere e mancano delle risorse necessarie per investire nelle tecnologìe innovative”.

Le macchine utensili: “ questi macchinari   necessari per conformare e  scolpire parti e componenti di metallo, compositi o plastica, servono per creare prototipi come per la produzione in serie. Gli USA una volta erano primi al mondo per innovazione ed alta gamma di macchine utensili,  ma il loro livello è molto scaduto dal 2000. Nel 2000, la Cina contava non più del 15% nel consumo mondiale  di macchine utensili.  Nel 2011, questa percentuale è salita al 40%. Via via che la  sua necessità di macchine utensili cresceva, la Cina ha strumentalizzato il suo basso costo di lavoro e capitale per costruire ditte nazionali di macchine utensili attraendo compagnie estere, a cui chiedeva di fare delle joint-ventures. Nel 2015 la produzione cinese di macchine utensili è schizzata in alto a 24,7 miliardi di dollari, pari al 28% della produzione mondiale,  mentre gli USA contano solo per 4,6 miliardi, dietro non soltanto alla Cina, ma al Giappone, Germania, Italia e Sud Corea”.

Elettronica: quella importata comporta “vulnerabilità”, mancando del livello di controllo che possiamo  usare sui fabbricanti americani, comportando ciò rendimenti più bassi, maggiori guasti e il rischio di “Troian” infiltranti il sistema di difesa americano.  “Il 90% della produzione dei circuiti stampati   avviene in Asia, metà in Cina.  Il settore dei circuiti stampati USA  invecchia, e non riesce a mantenere  la capacità di produzione  allo stato dell’arte   –  molti fabbricanti nazionali hanno strutture industriali e relazioni commerciali all’estero,  con i rischi evidenti della “disseminazione di informazioni segrete di progettazione”.

Viene elencato il quasi monopolio cinese negli specchi solari e nelle terre rare  (essenziali nell’elettronica strategica e di consumo), ottenuto sbattendo fuori la concorrenza  libera con metodi truffaldini.

E poi ancora: “La Cina è anche produttrice unica o fornitore primario per materiali energetici cruciali per munizioni e missili (!) . In molti casi non esiste altra fonte o  materiale prontamente sostitutivo, o  quando questa opzione esiste, il tempo e i costi per testare e qualificare il nuovo materiale può essere proibitivo, specie per i più grandi sistemi” ossia, missili da crociera, sistemi antimissile, balistici intercontinentali. A cui si riferiscono le pagine secretate.

Diffuse spiegazioni sulle “pratiche predatorie” usate dal governo cinese: “Vendite sottocosto (dumping) favorite dallo stato, sussidi pubblici, furto  di proprietà intellettuale….”,  e possiamo aggiungere, la non-convertibilità della moneta, che tiene la valuta cinese svalutata. Ma queste sono tutto cose ben note e denunciate,  e nonostante le quali  Pechino è stato ammesso (dicembre 2001)  nel  WTO, Organizzazione Mondiale del Commercio, il sorvegliante supremo del liberismo globale – di cui  Pechino platealmente elude o infrange le regole basilari.  Proprio gli Stati Uniti hanno voluto l’entrata della Cina nel gran mercato mondiale e accettato i suoi metodi.  In base a quale logica? Ovviamente quella di Wall Street, la logica del profitto finanziario a breve, di corto respiro, che impone la sua ideologia sulle ragioni di Stato. Wall Street ben felice che la Cina comprasse  a vagoni interi  i titoli del debito pubblico Usa:  in cui non vedevano altro che una forma di finanziamento al cliente –   un prestito con cui comprare prodotti cinesi – come il concessionario che fa credito al compratore dell’auto. Che cosa poteva andar storto? Affari, delocalizzazioni, risparmi sui costi salariali a vantaggio del capitale, ossia “efficienza”

Economicismo de-civilizzatore

Adesso, una frase a  proposito della Cina del vicepresidente Mike Pence  che dovremo far nostra  : “Non accettare debito estero che compromette la tua sovranità. Proteggi i tuoi interessi. Preserva la tua indipendenza”  –  mostra nell’amministrazione la coscienza  e volontà di imporre  il  primato  della politica sul profitto.

Non è detto riesca, e forse ormai è tardi. Il liberismo ha lasciato buchi e smagliature nelle maglie dell’economia produttiva americana, falle di competenze e di know-how così grandi, da essere forse irrimediabili.  Centinaia di migliaia di studenti affollano le grandi università private  tecnico-scientifiche americane;  ma la maggior parte sono stranieri, non impiegabili nella Difesa per ragioni di  sicurezza, e che porteranno nelle loro patrie le qualificazioni e le eccellenze che hanno imparato in Usa.

Non ho scritto questo articolo per piangere sugli Usa. Ma pensando alla anche più tragica de-industrializzazione che hanno fatto  subire all’Italia  i Prodi, gli  Amato, i Carli, i Draghi, i Ciampi. Con le loro svendite in perdita , hanno aperto buchi irreversibili nelle industrie di alta tecnologia –    quelle che distinguono i paesi industriali avanzati da quelli del secondo mondo.  Non piace saperlo agli italioti ignari di cultura industriale, ed è impossibile farlo capire a   “pacifisti”,  “ecologisti”,  grillini anti-tutto: queste sono le “industrie di superiorità” e  appartengono ai settori strettamente connessi con la difesa. Senza una presenza nell’aeronautica-spazio, nel nucleare, nella grande elettronica e nei sistemi d’arma complessi, un paese  diventa un Venezuela o Argentina:  la sopravvivenza di secondo piano anche intellettuale,  nel livello di civiltà. Per contro, uno stato con un prodotto lordo inferiore all’Italia, la Federazione Russa,  è un gigante internazionale perché ha mantenuto un’industria militare vibrante ed eccellente  – che oltretutto è una delle principali voci di esportazione e prestigio.

In cosa queste industrie sono “superiori” alle  industrie civili? Anzitutto per la   qualità della ricerca. Perché qui la spinta intellettuale (direi spirituale) dei suoi dirigenti  non  è il guadagno,  ma “vincere o morire”. Quasi sempre sono industrie  di Stato, se non altro perché ne ricevono le commesse, gli ordinativi, e  lo stato ne  paga le ricerche e le progettazioni.

“Nel 1987  il complesso delle aziende del settore difesa dava lavoro a poco più di 80 mila addetti. Dimensioni industriali già modeste,  perché  riguardavano solo l’1,2% del totale degli addetti dell’industria – contro il 4-5%  di Francia e Regno Unito”. La Francia ad  esempio occupava negli armamenti   280 mila addetti.

Alla fine del 1997, gli addetti erano 47.500. “Nel breve giro di un decennio, questo settore industriale, di gran lunga il più importante per il progresso scientifico e tecnologico, s’è ridotto della metà”.  Dal 1992 in poi [gli anni di Amato, Ciampi e Prodi] il  crollo è diventato precipizio. Le poche industrie elettroniche e di impiantistica dedicate, sono passate in mani straniere.

E’ da questa  profonda smobilitazione  – o prolasso  –  degli spiriti, l’accomodarsi nel secondo mondo, che viene l’opposizione grillina anche ai termovalorizzatori: espressione peggiore di quella “cultura meridionale”, “cultura dell’abusivismo”,  che   affoga nelle case abusiva che essa stessa ha costruito per ignoranza delle leggi elementari della fisica, e che si crede “ecologica” perché rifiuta incineritori che invece i viennesi accettano.

I viennesii non tengono all’aria pulita quanto i napoletani.

La presunzione insopportabile dell’ignorante  meridionale che si crede intelligente,  imperiosamente,  presuntuosamente incapace di capire se non sulla propria carne. Lo straccione che tende la mano al sussidio di 780 euro, che  però spende centinaia di migliaia di euro al giorno   –  almeno 130 euro a tonnellata –  per spedire la  sua spazzatura in Austria o in Cina: gran signore che affoga nelle casette abusive,  ovviamente fra i puzzi delle sue deiezioni e delle montagne di gusci di cozze,  perché non ha né fogne né raccolta di spazzatura. Il povero viziato del Sud, che vuole “vivere comodo”. In questo passo drammatico del Paese in  lotta per la liberazione, il freno che ci farà perdere.

 

Napoli ecologica. Ha superato il concetto di termovalorizzatore.
Bolzano è indietro.

E siccome vedo già le rabbiose proteste dei meridionali contro qusto pezzo addolorato, posto qui l’ultima impresa che forse mi ha fatto perdere la calma:

La bufala della scuola di Napoli che non può andare a una finale a Boston

Non si è qualificata, e la finale comunque non è a Boston: sembra che la scuola abbia diffuso informazioni false, e i giornali non le abbiano verificate


“…È iniziato tutto il 10 novembre quando, durante un evento pubblico, qualcuno dell’Istituto Tecnico Industriale “Augusto Righi” di Napoli ha parlato per la prima volta di problemi economici nel partecipare al concorso e alla sua finale. Secondo Repubblica a parlare sono stati i tre studenti in gara, che hanno detto: «Non è facile per le scuole italiane e del Mezzogiorno in particolare competere con le scuole dei grandi colossi economici mondiali nel settore della ricerca aerospaziale senza strutture adeguate e senza nemmeno i soldi per andare a Boston per la finale internazionale di una competizione».
Ma non ce l’ho con gli studenti,  principianti nell’arte del  Chiagne e Fotti. Mi interessa più la preside, l’educatrice:

“..ne ha parlato pubblicamente Vittoria Rinaldi, la preside del Righi. Durante un’intervista della trasmissione di Radio Capital condotta da Massimo Giannini, Rinaldi ha risposto così alla domanda: «Però siete già sul podio, professoressa?».

«Si, si, si, sicuramente. Voglio precisare perché non è ancora il ritiro del premio. È lo svolgimento della finalissima».

ed anche l’altro educatore:

“…Durante l’intervista, la preside Rinaldi ha detto anche che servono 6-7mila euro per partecipare alla finale. Intervistato il 13 novembre dal TG5, il professore del Righi Salvatore Pelella ha parlato invece di almeno 15mila euro «per poter stare una settimana a Boston».

Tutta l’Italia produttiva s’era mobilitata per raccogliere i fondi per questi geni incompresi della supermodernità, e i loro educatori in eccellenza che volevano andarea Boston. Una cultura che ormai  ha superato anche quella dell’abusivismo, e  si avvicina al Cargo Cult . Se non sapete cos’è, cercate su Wikipedia.

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