Roberto Pecchioli
La messa in guardia contro i pericoli dello sviluppo impetuoso, rapidissimo, rizomatico,
dell’Intelligenza Artificiale, arriva adesso anche dai suoi signori e padroni. Si moltiplicano
le dichiarazioni di scienziati, accademici e ricercatori delle grandi imprese private fintech,
e addirittura dei fondatori e maggiori azionisti di giganti ipercapitalizzati come Open A.I. e
Anthropic. C’è chi ipotizza scenari apocalittici: l’I.A. potrebbe farla finita con la specie
umana entro un decennio. Alcuni insiders allarmati chiedono una moratoria. Preso atto
che la tecnica non si ferma per decreto e che certe prese di posizione sembrano rispondere
più a esigenze di mercato ( il sistema di controllo dell’I.A. è un notevole business) e a
logiche di concorrenza che a sincero allarme; riconosciuto che la corsa dell’I.A. è un campo
di battaglia della guerra ibrida per il dominio combattuta tra Stati Uniti e Cina in assenza
del fanalino di coda europeo; tenuto conto che il potere politico americano e i suoi
terminali tecnologici- Musk, Palantir- non intendono fermarsi per motivi imperiali e che
la Cina avanza senza preoccupazioni etiche o cautele umanitarie, resta l’agitazione per una
tecnologia di cui sappiamo poco, se non che modificherà per sempre le nostre esistenze, il
nostro modo di pensare, giudicare, stare nel mondo; l’”esserci” ( dasein) della creatura
umana, per dirla con Martin Heidegger.
Il filosofo di Essere e tempo fu il primo a interrogarsi, nel secolo passato, sul ruolo
rivoluzionario della tecnica. La civiltà degli algoritmi – i modelli matematici fatti di
sequenze di istruzioni che permettono di risolvere problemi, compiere operazioni
complesse su base predittiva, è il compimento- e forse l’ultima alta prestazione cognitiva-
dell’uomo che Oswald Spengler chiamò faustiano. Faust, il personaggio reso universale dal
poema di Goethe, disposto a vendere l’anima al diavolo, simbolizza l'essere umano teso a
superare ogni limite terreno per inseguire conoscenza, potere, azione senza fine.
Rappresenta lo spirito, la mentalità, la pratica febbrile della civiltà occidentale nella sua
fase culminante. In principio era l’azione, esclama Faust, correggendo l’incipit del Vangelo
di Giovanni: in principio era il Verbo, cioè Dio. L’assoggettamento all’uomo delle forze
naturali era il progetto di Francis Bacon, fondatore della scienza moderna.
Dinanzi al nuovo leviatano che incombe si concretizza il dominio planetario dell’algoritmo
faustiano. Nulla o quasi sarà come prima. Quanto meno, prepariamoci, a partire dal
giudizio sul primato della tecnica a spese di ogni altra conoscenza umana. Per Heidegger
l'essenza della tecnica moderna non è qualcosa di puramente tecnico, ma la modalità
fondamentale del disvelamento dell'essere, la forma visibile con cui le cose si manifestano
all'uomo. La visione strumentale che si fa errore esiziale considera la tecnica un mezzo per
raggiungere dei fini , un’ attività umana tra le altre. Questa concezione non ne coglie
l'essenza. Ridurla a semplice strumento ci impedisce di giudicarla, dominarla, prenderne le
distanze. La non neutralità della tecnica contemporanea è la sua caratteristica
fondamentale, come compresero pensatori del calibro di Carl Schmitt e Jacques Ellul. Oggi
è anche magistero di Papa Leone XIV.
Secondo Heidegger l’essenza della tecnica è di essere insieme impianto e imposizione,
gestell nell’immaginifico lessico del gigante di Messkirch. Mentre nell’antichità la tecnica
assecondava la natura, oggi la aggredisce, la considera un fondo di riserva (bestand) , un
insieme di energia e materiali pronti a essere catalogati, sfruttati e consumati a comando .
La conseguenza è il nichilismo , poiché la tecnica riduce tutto, compresi gli esseri umani, a
oggetti, risorse di consumo, destituendoli di ogni altro senso o fine. L'uomo è ridotto a
funzione: crede di dominare la tecnica, in realtà ne diventa appendice e poi schiavo,
intrappolato nel pensiero puramente calcolante. Con linguaggi e presupposti diversi, fu il
medesimo approccio dell’ Ernst Junger maturo e di Walter Benjamin. Al tempo dell’ I.A.,
temiamo la completa abdicazione umana al pensiero sino alla decisione devoluta alla
tecnica perfino nelle più minute questioni.
Vi è nell’essere umano una inadeguatezza costitutiva di fronte alla tecnica , che Gunther
Anders definì dislivello prometeico, il divario tra il talento di inventare e produrre
macchine e la capacità di immaginarne gli effetti per padroneggiarli. L’uomo di Anders
diventa “antiquato” perché è inferiore ai prodotti della sua intelligenza, individuale e
collettiva. La riflessione di Heidegger si spinge più in là; l'uomo moderno si trova
profondamente impreparato di fronte alla tecnica perché commette l'errore di considerarla
uno strumento sotto il suo controllo. I risultati dell’I.A. dicono il contrario e i rischi
paventati da alcuni dei suoi banditori lo dimostrano sinistramente. Ne La questione della
tecnica Heidegger spiegò che l'illusione più pericolosa dell'essere umano è di essere il
signore della terra, convinto che i dispositivi tecnologici siano mezzi da usare e dominare a
piacimento. L’ essenza della tecnica è un orizzonte di pensiero neo gnostico che soffoca
l'uomo. Nel caso dell’ Intelligenza Artificiale inquieta la possibilità di ibridare l’umanità
con la macchina ( i sostenitori direbbero di incrementarne la dotazione) o “aumentarla “
con i chip e altre derive trans e postumane: la condizione intuita dal filosofo diventa dura
realtà .
La ragione profonda della sconfitta dell’uomo faustiano nel momento del suo trionfale
dominio delle forze della natura è l’illusione strumentale che lo consegna cieco e senza
difese interiori al primato della tecnica . Il Gestell è un dispositivo che costringe l'uomo a
guardare la natura esclusivamente come riserva infinita ( nel mondo finito !) di energia e
materiali da sfruttare. La natura, spiega Heidegger, non viene più contemplata, ma
provocata. L'uomo stesso è ridotto a “fondo” . Convinto di dominare la macchina, non si
accorge di venire a sua volta catalogato, modificato , standardizzato dal sistema tecnico.
Diventa egli stesso materiale di consumo. I padroni della tecnica si incaricano di renderlo
inconsapevole, indifferente. Davanti al flusso incessante dell'innovazione, l'uomo abdica al
pensiero meditante: non riflette più su se stesso né sulle conseguenze dei suoi atti.
Poiché tuttavia la tecnica è il nostro destino, l'unica salvezza risiede nel trovare il coraggio
di interrogarsi sulla sua essenza. Solo riscoprendo la capacità di domandare e guardando
all'arte (che i greci chiamavano techne) l'uomo può smettere di subire passivamente la
tecnologia e sviluppare con essa un rapporto consapevole. Lo stesso Heidegger, che non
ebbe il tempo di conoscere Internet, lo sviluppo del computer, lo smartphone e
l’Intelligenza Artificiale, al termine della vita, arrivò ad affermare: solo un dio ci potrà
salvare. Lasciò un filo di speranza citando un verso del poemetto Patmos del poeta
romantico Friedrich Hoelderlin: “ma dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva”. Ossia,
nel caso della tecnica padrona, il pensiero critico, il giudizio etico, in ultima analisi il senso
del limite, ovvero la sconfitta finale dell’uomo faustiano ad opera dell’ homo sapiens.
Secondo Oswald Spengler l'espansione della tecnologia, guidata dalla civiltà occidentale,
non rappresenta il culmine della razionalità umana, bensì un crocevia tragico. Molte sue
intuizioni e deduzioni si sono rivelate illuminanti per l'analisi delle tendenze presenti. Ne
L’ uomo e la tecnica (1931 !) previde con sorprendente precisione lo scenario che si sta
dispiegando oggi davanti ai nostri occhi. La tecnologia, nata dalle profondità dell'anima
occidentale, caratterizzata da un'insaziabile sete di innovazione, illimitatezza e
sfruttamento radicale delle forze della natura, si distacca dalle sue origini territoriali
diventando fenomeno planetario.
L’antica sete di conoscenza e conquista presente nelle ardite spedizioni marittime, nelle
esplorazioni, nelle scoperte scientifiche e nelle rivoluzioni industriali, sociali e politiche, è
mutata; ha abbandonato il mondo materiale per insediarsi nell'ubiquità di reti virtuali, in
una struttura invisibile, onnipresente e astratta, l’ algoritmo. Parlare di algoritmo faustiano
significa riconoscere la fase terminale, definitiva della tecnologia occidentale, il suo
irrevocabile compimento. È il passaggio dal controllo sulla materia all'imperativo del
codice, una forza che aspira all'onniscienza e all'onnipotenza convertendo la contingenza
aleatoria della vita in calcolo deterministico. Il timore è che la struttura digitale finisca per
saturare completamente il globo, impedendo irreversibilmente la nascita di qualsiasi altra
cultura.
L'umanità si troverebbe trascinata in una mutazione senza precedenti: una civiltà
tecnicamente onnipotente, spiritualmente morta, che marcia a capofitto verso la
pietrificazione. Per comprendere la portata dell’ ordine algoritmico, occorre rivolgersi alla
morfologia della storia di Spengler, consistente non in un progresso lineare, cumulativo,
ma nel susseguirsi di diverse culture che nascono, maturano, invecchiano e muoiono,
ognuna delle quali rappresenta un modo specifico di vedere il mondo. L’ anima apollinea
della cultura greco-romana provava orrore per l'illimitato, identificava la perfezione con la
proporzione e l’equilibrio. L’ anima faustiana è caratterizzata dall’ ossessione per lo spazio
infinito, dal puro dinamismo e dall’ insaziabile volontà di potenza.
Sotto questa prospettiva metafisica, l'intelligenza artificiale non è un incidente storico o un
mero progresso ingegneristico; è il destino inevitabile, l'ineluttabile conseguenza
dell'anima faustiana. Rappresenta il tentativo dell'uomo occidentale di separare l'intelletto
dalla materia biologica, un prometeismo che trascende i limiti dello spazio e del tempo.
Mentre la tecnologia industriale classica rimaneva dipendente dalla materia e dal corpo,
l'algoritmo crea e gestisce informazioni, colonizza il futuro attraverso la massiccia
previsione prodotta dall’incrocio di dati e metadati. Questo cambio di paradigma segna
l'affondamento di ciò che Spengler chiamava civiltà. La Cultura rappresenta la fase
creativa, organica, naturale e spirituale di un popolo; la Civiltà lo stadio tardo, meccanico,
artificiale e decadente, in cui l'intelletto freddo sostituisce l'anima calda, e ciò che attiene
alla qualità si scioglie nel regno della quantità . E adesso, dei dati e della tecnocrazia.
(continua)