Giornale d’Italia
Washington punta sull’isolamento economico per piegare Teheran, ma la chiusura di Hormuz rende la partita globale. Tra petrolio, sanzioni e tensioni nel Golfo, il rischio è che la pressione produca escalation anziché resa.
21 Agosto 2026
Mappa dello Stretto di Hormuz postata da Trump, fonte: Truth, @DonaldTrump
La nuova guerra economica di Washington
Donald Trump ha annunciato quella che definisce una nuova fase di “guerra economica” contro l’Iran, minacciando un isolamento senza precedenti per Teheran e per gli Stati, le banche e le imprese che continueranno a commerciare con la Repubblica islamica. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha parlato delle sanzioni più dure mai adottate dagli Stati Uniti. La logica è quella della massima pressione: ridurre le entrate petrolifere, strangolare i canali finanziari e rendere sempre più costoso per i Paesi terzi mantenere rapporti economici con Teheran. È una strategia già sperimentata per anni, non soltanto contro l’Iran ma anche contro la Russia. Il problema è che le sanzioni possono certamente impoverire un’economia, ma non necessariamente produrre la capitolazione politica desiderata da chi le impone. L’Iran, inoltre, vive da decenni sotto restrizioni americane e ha costruito una parte significativa della propria economia proprio attorno alla necessità di aggirarle. Ciò non significa che possa assorbire indefinitamente nuovi shock: l’inflazione, la perdita di investimenti e l’interruzione dei commerci rappresentano costi enormi. Significa però che il rapporto fra sofferenza economica e resa strategica è tutt’altro che automatico.
Hormuz, il vero punto critico
Il problema più grande, tuttavia, non riguarda soltanto l’Iran. Riguarda il mercato energetico mondiale. Lo Stretto di Hormuz è uno dei principali colli di bottiglia della circolazione globale di petrolio e gas. Prima della guerra vi transitava una quota enorme del commercio mondiale di greggio; oggi il traffico è precipitato. Secondo dati citati dall’Associated Press, nella settimana di metà agosto i passaggi confermati erano scesi drasticamente e, in una delle giornate osservate, soltanto tre navi avevano attraversato lo stretto. Trump sostiene che il blocco sia efficace e che le alternative infrastrutturali possano ridurre progressivamente l’importanza di Hormuz. Ma costruire oleodotti e aumentare la capacità di esportazione attraverso rotte alternative richiede anni, non settimane. Nel frattempo, ogni riduzione del traffico significa maggiore rischio, assicurazioni più costose, noli più elevati e soprattutto petrolio più caro. È qui che la strategia americana rischia di produrre un paradosso: per mettere in difficoltà l’Iran si finisce per trasferire una parte del costo sul resto del mondo.
L’errore delle sanzioni come soluzione universale
La tentazione di Washington è considerare la pressione economica come una leva quasi meccanica: meno petrolio, meno valuta, maggiore malcontento, quindi maggiore disponibilità del regime a trattare. La storia suggerisce maggiore prudenza. Le sanzioni possono funzionare quando accompagnano una trattativa credibile e lasciano all’avversario una via d’uscita. Quando invece vengono percepite come un tentativo di ottenere una resa incondizionata, possono rafforzare la convinzione della leadership colpita che non esista alcuna alternativa alla resistenza. Teheran, del resto, interpreta il conflitto come una questione di sopravvivenza nazionale. In questo quadro, l’inasprimento economico rischia di consolidare anziché dissolvere la volontà di combattere. È precisamente il punto sollevato da Alastair Crooke: attribuire alla pressione economica la capacità di produrre automaticamente un cambio di regime significa sottovalutare la resilienza accumulata dall’Iran dopo decenni di isolamento.
Il fronte emiratino cambia gli equilibri
A rendere ancora più difficile la situazione è arrivata la decisione degli Emirati Arabi Uniti di sospendere commercio e transazioni finanziarie con l’Iran, dopo aver accusato Teheran di avere lanciato due missili balistici verso le acque emiratine. L’Iran ha respinto l’accusa. Il provvedimento è particolarmente significativo perché Dubai rappresentava una delle principali porte economiche dell’Iran verso il mercato internazionale. Secondo Reuters, la Cina resta oggi il principale acquirente del petrolio iraniano, mentre gli Emirati costituiscono un importante canale commerciale e di riesportazione. La chiusura di questo canale non è dunque una semplice misura diplomatica. È una ferita economica concreta. Resta però una domanda che merita di essere posta senza trasformarla in una certezza: perché Teheran avrebbe dovuto deliberatamente colpire un vicino che costituisce uno dei suoi principali sbocchi commerciali? I due missili segnalati dagli Emirati sono finiti in mare e Abu Dhabi sostiene che fossero diretti contro la navigazione. L’Iran nega invece di averli lanciati. Non disponiamo di elementi pubblici sufficienti per stabilire che si sia trattato di un’operazione sotto falsa bandiera. L’ipotesi non può essere presentata come un fatto, ma le circostanze rendono legittimo chiedere un’indagine indipendente prima di trasformare l’episodio in una nuova certezza propagandistica.
Il rischio della spirale incontrollabile
È questo il punto geopolitico più delicato. Ogni attore possiede oggi una ragione per alzare la posta: Washington vuole riaprire Hormuz e imporre condizioni a Teheran; l’Iran vuole evitare una capitolazione; gli Emirati vogliono proteggere i propri traffici; Israele punta a neutralizzare definitivamente la minaccia iraniana; gli europei devono evitare una nuova crisi energetica. Ma gli obiettivi non coincidono. La guerra rischia così di trasformarsi in un conflitto “a pilota automatico”, nel quale ogni attacco produce una risposta e ogni risposta modifica gli equilibri abbastanza da rendere politicamente più difficile fermarsi. Reuters ha recentemente evidenziato proprio questo rischio, collegando la contrazione del traffico a Hormuz alle crescenti tensioni tra Iran, Stati Uniti e Paesi del Golfo.
La lezione di Mosca
Da una prospettiva strettamente geopolitica, Washington dovrebbe ricordare l’esperienza russa. Le sanzioni occidentali hanno imposto costi enormi a Mosca, ma non hanno prodotto il risultato politico inizialmente auspicato: la Russia ha riorientato parte dei propri commerci, approfondito i rapporti con Cina e India e sviluppato ulteriormente strumenti per aggirare le restrizioni. L’Iran potrebbe fare qualcosa di analogo, sebbene parta da condizioni economiche molto più fragili. Questo non significa che Teheran sia immune dalla pressione. Al contrario: il blocco dei traffici, la perdita del canale emiratino e l’inasprimento delle sanzioni possono aggravare seriamente una situazione già difficile. Ma trasformare questa sofferenza in una previsione di imminente collasso sarebbe analiticamente azzardato.
La partita è ormai globale
La questione iraniana non può più essere considerata una semplice disputa fra Washington e Teheran. Hormuz è una questione mondiale, perché attraverso quel corridoio passa una parte essenziale dell’energia destinata ai mercati asiatici ed europei. La domanda decisiva, quindi, non è soltanto se Trump riuscirà a mettere l’Iran in ginocchio. È se la pressione economica riuscirà a ottenere un accordo prima che il costo della guerra diventi superiore ai vantaggi che Washington spera di conseguire. Perché una cosa è certa: un Iran impoverito può essere un Iran più debole; un Iran messo alle strette può anche diventare un Iran più pericoloso. E se Hormuz resterà chiuso, il conto non arriverà soltanto a Teheran. Arriverà alle pompe di benzina, alle industrie e ai bilanci pubblici di mezzo mondo. È questo il paradosso della nuova escalation: nel tentativo di isolare l’Iran, si rischia di internazionalizzare ancora di più il costo della guerra.
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