La disumanizzazione del maschio (II)
Roberto PECCHIOLI
Una narrazione di genere al maschile serve non per alimentare antagonismi insensati, ma
per rimettere al centro la verità. Non esiste in occidente un sistema unidirezionale che
opprime le donne a beneficio degli uomini. Ciò che è esistito (e in parte esiste ancora) è un
sistema di ruoli di genere che danneggia e avvantaggia entrambi i sessi in diversi ambiti.
Agli uomini veniva attribuito uno status più elevato e alle donne una maggiore protezione.
Questo spiega, tra l’altro, perché gli uomini siano stati sempre arruolati per la guerra,
comandati a lavori forzati e pericolosi, o perché costituiscano la maggioranza dei senza
casa, dei morti e degli invalidi sul lavoro, dei suicidi. Un sistema concepito a beneficio degli
uomini non li manderebbe sistematicamente a morte. I problemi di genere che colpiscono
gli uomini non solo esistono, ma la loro portata è paragonabile a quella che soffrono le
donne. È innegabile che queste continuino a subire aggressioni e discriminazioni da
combattere con intransigenza, ma anche gli uomini sono vittime di mutilazioni genitali,
lapidazioni, aggressioni sessuali e altre forme di violenza. Eppure questi fenomeni ricevono
scarsissima attenzione mediatica.
Gli uomini rappresentano l'80% dei suicidi e degli assassinati, tre quarti delle vittime civili
nei recenti conflitti armati , il 93% della popolazione carceraria. Per lo stesso reato gli
uomini subiscono condanne più lunghe del 63% rispetto alle donne. Sono 947 i decessi
annui causati da rituali di circoncisione in Sudafrica, 71 gli uomini lapidati a morte per
adulterio in Iran, un numero che, contrariamente alla credenza popolare, supera quello
delle donne. Maschile è la mattanza degli operai edili, degli autotrasportatori, dei
consegnatari di cibo. Il silenzio avvantaggia i settori politici che hanno individuato nella
narrazione di genere un terreno fertile per i propri interessi elettorali, promulgando leggi
antimaschili senza obiezioni. Prospera nelle istituzioni una numerosa burocrazia
professionale che vive sulla discriminazione antimaschile e ha interesse a perpetuarla. Gli
organi di stampa si allineano al discorso dominante perché andare controcorrente
allontana sponsor e inserzionisti. Infine, una parte della società può indirizzare il proprio
odio verso un gruppo demografico senza condanne morali, ostentando al contrario una
posizione di superiorità etica.
Riconoscere i problemi degli uomini non diminuisce minimamente quelli delle donne. Non
è una gara: è il concetto di guerra tra i sessi che va respinto. Mentre problemi come il
suicidio, l'insuccesso scolastico e gli incidenti sul lavoro sono diffusi soprattutto tra gli
uomini, i media si attardano a strologare di uomini( anzi “maschi”) che occupano troppo
spazio in metropolitana per l’abitudine di sedere a gambe aperte, etichettandoli con
neologismi grotteschi in globish: manspreading, mansplaining, manterrupting. Mentre i
tassi di suicidio maschile sono tre o quattro volte superiori a quelli femminili e oltre il
novanta per cento degli incidenti mortali sul lavoro riguarda gli uomini, i media
preferiscono importare termini stranieri dall’intenzione antimaschile. Vengono finanziate
campagne contro il famigerato manspreading. Nessuno lancia una campagna istituzionale
sul tasso di suicidio maschile dopo il divorzio, otto volte superiore al corrispondente
femminile nelle stesse circostanze. Il messaggio implicito è chiaro: se un uomo si suicida,
fallisce nella famiglia o nella professione, muore sul lavoro, è una tragedia individuale. Ma
se occupa quattro centimetri in più su un sedile della metropolitana, diventa un aggressivo
ambasciatore della cultura maschilista. È la vittima “indegna” le cui sofferenze non
interessano la narrativa dominante e possono essere ignorate in perfetta coscienza.
Tutto trasmette l'idea che i problemi delle donne siano legati al genere/sesso, mentre quelli
degli uomini siano questioni personali. Per non parlare dell'abuso di termini come
patriarcato, decontestualizzati come se fossero un debito storico imprescrittibile. La scelta
delle parole non è mai innocente. “Patriarcato” è usato oggi in un senso che l'antropologia
classica non riconoscerebbe, oltreché smentito dall’ etimologia. Originariamente il termine
patriarcato significava "potere dei padri" (il pater familias romano), e solo con Kate Millett
la teoria femminista lo ha riutilizzato come sinonimo generico di dominio maschile.
Eppure nelle società democratiche odierne, nelle rotture familiari i padri perdono
regolarmente la custodia dei figli. Potremmo azzardare che furono gli uomini a porre fine
al patriarcato, modificando la dinamica simbolica padre-figlio tra monarca e sudditi in un
modello egualitario o fraterno: la triade rivoluzionaria libertà, uguaglianza, fraternità.
Definire patriarcale la società attuale in occidente è un esercizio retorico, non descrittivo.
Attribuire i problemi degli uomini al patriarcato o al maschilismo, parole caricate di
disprezzo, ha l’ effetto perverso di rendere gli uomini responsabili della propria sofferenza,
dunque immeritevoli di riconoscimento o empatia. Il concetto di "debito storico maschile"
è un altro costrutto sottoculturale. Presuppone che gli uomini collettivamente decisero di
opprimere le donne, ma nelle società premoderne le decisioni erano appannaggio di una
ristretta élite, dalla quale quasi tutti, uomini compresi, erano esclusi. Quanto ai
maltrattamenti subiti in ambito familiare o lavorativo, si insiste sul fatto che le denunce
false sarebbero pochissime, ma si sorvola sull’evidenza che, nonostante il clima sociale e
giuridico prevalente, la maggioranza delle accuse naufragano alla prova dei tribunali. In
Spagna , anni fa, il partito centrista Ciudadanos- oggi estinto- tentò di prendere le
distanze- in nome dell’uguaglianza dinanzi alla legge- da legislazioni orientate contro gli
uomini. Fallì, scoprendo che la macchina politica, mediatica e culturale li massacrava
senza pietà.
La narrazione di genere agisce simultaneamente come establishment e anti-establishment,
e questa duplice natura la rende praticamente inattaccabile. La macchina della
disumanizzazione maschile funziona h.24, come la mitologica officina di Vulcano. Gli studi
di genere vengono commissionati e lautamente pagati da istituzioni affini, condotti da
accademici affini, pubblicati senza contraddittorio da organi di stampa altrettanto
schierati, finendo per diventare senso comune e proposte legislative. Il circolo si completa
con la visibilità mediatica abnorme di gruppi di pressione il cui ruolo è la diffamazione
rituale dei dissidenti, utilizzando al meglio (ossia al peggio) le reti sociali, su cui vengono
fomentate, alimentate , costruite ad arte le cosiddette “ bufere mediatiche” contro chi
eccepisce. Persino alcuni giudici hanno denunciato pressioni. La macchina funziona senza
intoppi non perché convinca tutti, ma perché il costo del dissenso aperto è proibitivo. Chi
cade in questa spirale non ha che l’autocritica staliniana, il silenzio o l'ostracismo, mentre
la società è privata del necessario dibattito nonostante le quotidiane profferte di libertà,
pluralismo, democrazia.
Anche nella concessione del dubbio status di rifugiato politico prevale il pregiudizio
femminista. Maglie larghissime per le donne, mentre gli uomini devono soddisfare vari
criteri. Impressionante è il doppio binario della narrazione dominante: nel suo paese
d'origine, l'uomo viene presentato come un despota (l'odioso patriarca della sinistra, il
barbaro della destra). Non appena varca il confine, si trasforma in una figura gentile e
onorevole, da accogliere senza riserve. I suoi comportamenti- non di rado davvero
antifemminili- vengono automaticamente giustificati con l’alibi delle tradizioni culturali,
negate ai cittadini maschi bianchi. Il caso marocchino è emblematico. Il piano di
regolarizzazione finanziato dall'Unione Europea prevedeva che a tutte le donne, insieme ai
figli , venisse automaticamente concesso lo status legale di rifugiati. Agli uomini sarebbe
stato concesso solo se avessero soddisfatto criteri di età avanzata o malattia. Un uomo
scapolo e senza figli, anche se in fuga da un conflitto armato, anche se violentato lungo il
percorso (le Nazioni Unite hanno riconosciuto gli uomini come vittime di violenza sessuale
nelle guerre solo nel 2013), non è stato considerato vulnerabile. L'Istituto Europeo per la
Parità di Genere non ha eccepito.
I numeri parlano da soli: l'82% di chi muore nel tentativo di raggiungere il nord del mondo
è di sesso maschile. Eppure, le politiche migratorie rafforzano l'idea opposta: le donne
sono vulnerabili in quanto donne, gli uomini no. A meno che non si dichiarino
omosessuali, la categoria beniamina della postmodernità al lumicino. Frasi come "il
maschilismo globalizzato esiste da diecimila anni e noi lo combattiamo solo da venti" o
"sono secoli di ignoranza, secoli di patriarcato" non sono artifici retorici, bensì il
fondamento ideologico che permette di giustificare la nuova discriminazione. Quando si
presume una colpa intrinseca, qualsiasi misura viene presentata come meritata riparazione
del passato. Tutto ciò in una società iper individualista ! La realtà alla fine prevarrà:
l'insuccesso scolastico, i suicidi, la perdita di modelli di riferimento tra gli adolescenti
maschi sono problemi crescenti, e arriverà un momento in cui ignorarli avrà un costo
sociale insostenibile. I numerosi casi di ipocrisia sociale fondati su menzogne sempre più
evidenti minano l'autorità morale del discorso dominante. Per anni è stato detto che la
soluzione di tutto risiedeva nella decostruzione di ogni modello ereditato. Ogni volta che
un sostenitore della decostruzione si rivela aver praticato privatamente l'opposto di ciò che
predicava pubblicamente, il sistema perde legittimità e molti iniziano a dubitare.
Infine emerge in rete e nei media alternativi una generazione capace di porre domande
tabù nei media tradizionali. Purtroppo la struttura istituzionale agisce contro la verità.
Quando una narrazione falsa si cristallizza in leggi, ministeri, osservatori, dipartimenti
universitari, sussidi e carriere professionali, smantellarla è difficilissimo. Gli interessi
consolidati che circondano la narrativa di genere sono troppo numerosi per cambiare
rapidamente. Inoltre, esistono fattori culturali che ostacolano l'emergere di un movimento
per i diritti degli uomini: la solidarietà di gruppo femminile è molto superiore a quella
maschile. Assisteremo a un graduale riequilibrio, disomogeneo, né automatico né indolore.
Dovrà emergere un quadro concettuale che comprenda diversi movimenti in cui il
femminismo perda il monopolio che detiene. Soprattutto richiederà la presa d’atto che
l’opera di disumanizzazione del maschio non è una stravagante teoria, ma un fatto, per
quanto sorprendente. Contra factum non valet argumentum.