Ci sono libri che si leggono con avidità, altri con fatica o sconcerto.
Qualcuno apre la mente, molti sono semplici camere dell’eco che confermano il lettore nelle sue convinzioni.
Niente di tutto questo accade con “Dissoluzione, perché la nostra civiltà sta morendo” di Martino Mora (Ed. Radio Spada), docente milanese di ispirazione cattolica. Si tratta di un libro agile ma denso come un’enciclopedia, un breviario del presente e del futuro della civiltà che continuiamo impropriamente a chiamare occidentale.
È un libro che interpella la coscienza e chiama a scelte forti. Si può dissentire da Mora sulla dissoluzione in atto, ma le tesi che espone, il vasto repertorio di argomenti a sostegno non lasciano indifferenti.
La gatta pietosa fece i gattini ciechi, recita un vecchio detto, e davvero la cecità di massa dinanzi alla realtà appare la ragione più forte per prendere sul serio la diagnosi severa e la prognosi infausta del testo.
Che il nostro mondo sia in decadenza lo affermiamo in molti; ognuno esprime motivazioni distinte, descrive aspetti specifici di una caduta che, al di là del trionfalismo tecnologico e della cantilena degli infiniti “diritti” individuali di cui godremmo, non sembra poter essere messa seriamente in discussione.
Pochi mettono nero su bianco una radiografia della società in cui ci è capitato di vivere tanto impietosa quanto documentata. In oltre venti capitoli, brevi ma densissimi, in cui la sintesi del docente abituato al dialogo con gli studenti incontra una vasta cultura storica e filosofica, il bisturi di Mora affonda nella carne martoriata e nello spirito esausto del presente.
Difficile non concordare sul fatto di vivere una nuova barbarie in cui, nonostante mille apparenti comodità, sperimentiamo un’eclissi culturale, spirituale, demografica e politica.
Impossibile non constatare – se ancora si hanno occhi per vedere e cervello per giudicare – il declino etico ed estetico, o non prendere atto della dissoluzione dei principi che hanno innervato la civiltà europea di matrice classica e poi cristiana.
Tutto, dalla cultura al modo di vivere, dalla scuola ai valori invertiti o negati, dalla famiglia polverizzata al matrimonio ridicolizzato, dall’arte diventata trionfo del brutto, del bizzarro, dell’inusitato, sino alle abitudini quotidiane, mostra la sconfitta di tutti i principi e di tutte le istituzioni portatrici di senso.
Vince il mondo-mercato, la luce accecante di falsi idoli, la riduzione di cose e persone a materiale compravendibile, fungibile, intercambiabile. Non si salva la religione cristiana che ha improntato due millenni, in particolare la chiesa cattolica che rincorre il mondo e nega o nasconde le verità sempre proclamate.
È il cruccio più grande dell’autore che guarda con sgomento il declino della fede e dell’istituzione che la incarna. C’è un sostantivo che sintetizza ciò che sperimentiamo: sovversione.
Che è lo sconvolgimento dell’ordine naturale, corrispondente al bene comune e ai principi etici e spirituali custoditi nel cuore della creatura umana. Il tenace lavorio di secoli è diventato corsa nell’ultimo mezzo secolo e moto forsennato all’alba del Terzo Millennio.
Tutta la storia contemporanea è interpretata da Mora come progressivo avanzamento del disordine e arretramento dell’ordine naturale. La tragica differenza con esperienze del passato è che oggi non ci si accontenta di distruggere una civiltà, ma si lavora alla dissoluzione totale dell’uomo e dell’ordine del creato.
A questo conduce l’assenza di limiti – materiali e assiologici – di una civilizzazione materialista, completamente secolarizzata, indifferente ad ogni domanda di trascendenza, divorata dalla volontà di potenza, in cammino verso il superamento dell’umano per via tecnologica, il transumanesimo e il postumanesimo e la creazione di umani ibridati con le macchine.
Un percorso che mira addirittura a superare la nostra identità di specie: la sovversione assoluta dell’occidentalismo dissolutivo, dispiegato in forma universale.
Dal punto di vista metaculturale si è saldata l’unione, anticipata dai movimenti giovanili degli anni Sessanta e Settanta del XX secolo, tra il grande capitale finanziario apolide (rafforzato da un potentissimo apparato tecnologico) e i sostenitori della sovversione familiare, etnica e sessuale.
Quasi un secolo fa Gilbert Chesterton intuì che la follia del futuro non sarebbe venuta da Mosca ma da Manhattan. Follia plutocratica di un sistema che, chiusi i conti con il comunismo, fratello rozzo, ha attaccato alla radice l’idea di Dio, di famiglia naturale, di comunità, sino all’abortismo di massa, all’eugenetica e all’eutanasia, all’assalto dissennato a ogni identità, sino alla più intima, quella sessuale.
Il percorso dissolutivo è una Via Crucis le cui stazioni sono economicismo, individualismo, materialismo, egualitarismo che omologa per sovvertire, crisi delle religioni, ipertrofia del “dirittismo”, guerra alla legge naturale, neolingua e correttezza politica, globalizzazione infelice.
E poi miseria morale al posto della povertà materiale, sostituzione etnica, omosessualismo, scuola asservita che non educa né insegna, il regno del denaro e della quantità, lo scientismo come spuria religione immanente, l’erotizzazione di ogni aspetto della vita, la mega macchina pubblicitaria al servizio del leviatano tecnologico, la demagogia e l’indottrinamento che vanificano le libertà.
Tutto questo, tutto insieme, produce quello che l’autore definisce sistema orgiastico mercantile, in cui il dominio del denaro si accompagna allo scatenamento di ogni pulsione individuale, anche le più basse e ripugnanti, che diventano modi di vita, dipendenze alimentate da chi domina il sistema in quanto lo possiede.
La conseguenza è la dissoluzione, intesa tanto nel senso di processo che scioglie sotto l’azione di un solvente (il pensiero dominante) quanto di fine progressiva, rovinosa di una struttura sociale, culturale, etica e spirituale durata secoli.
Lo sviluppo materiale è senza precedenti, ma la dissoluzione è innanzitutto spirituale, poiché l’uomo è corpo, ma anche anima. La perdita dell’anima dell’Homo sapiens occidentale è la malattia mortale.
Persino Arnold Toynbee, studioso delle civiltà per conto dell’anglosfera, identificò tre quarti di secolo fa il motore del declino occidentale nella crisi del cristianesimo.
Analisi condivisa dallo storico Ernst Nolte, critico dell’individualismo edonista di massa, frutto avvelenato del soggettivismo liberale, che mette in pericolo la persistenza della società umana per la tendenza dominante a non procreare, compito primario di ogni specie e di ogni comunità umana.
L’indifferenza verso tutto ciò che eccede la dimensione individuale è la prova del vuoto spirituale che ha sostituito l’essere con l’avere (e il desiderare). I centri commerciali hanno sostituito le chiese come luoghi di aggregazione festiva, mentre è aumentata l’angoscia della morte, rimossa, nascosta in pochi luoghi deputati, allontanata anche dai cimiteri per l’aumento di pratiche come la cremazione e la dispersione delle ceneri.
Dissoluzione perfino del corpo morto, come se l’uomo contemporaneo volesse cancellare ogni traccia del suo passaggio. All’edonismo egolatrico fondato sull’istinto fa da apparente contraltare l’umanitarismo astratto e l’animalismo estremo.
Cani, gatti e animali da compagnia diventano sostituti dei figli che non vogliamo avere. L’uomo occidentale si dissolve nel culto del denaro, nella cupidigia, nell’adorazione di “quel Dio che è il contrario di Dio” (Georges Bataille).
Nessuna speranza, nessuna possibilità di invertire la rotta? Non è così: chi ha fede in Dio confida in un suo intervento e sa che il destino dell’ uomo è eterno. Il massimo della speranza nel massimo del pessimismo riguardo al presente e al futuro prossimo. Possiamo non condividere in tutto o in parte l’analisi di Mora, ma merita attenzione per la sua lucida coerenza e per la certezza finale: il trionfo della dissoluzione sarà effimero, fugace. Se la civiltà agonizzante evoca le porte degli inferi, la promessa divina è che non prevarranno. Non praevalebunt ( Matteo 16,18). Così termina il libro: vogliamo crederci.