Referendum giustizia 2026: tre ragioni per cui i cattolici dovrebbero votare Sì. Correntismo, ingiusta detenzione e attivismo giudiziario alla luce della Dottrina Sociale della Chiesa.
«Non sappiamo come l’innocente esca dal tribunale, non solo invendicato, ma anche condannato, o perché angariato dal sopruso del giudice o perché travolto da false testimonianze, e al contrario il suo avversario criminale lo schernisca non solo perché impunito ma anche indennizzato»:[1] così S. Agostino nel suo “De civitate Dei” riepilogava la tragedia che sempre si consuma e fin dai tempi antichi sempre si rinnova, perfino molto più spesso di quanto possa apparire, nelle aule giudiziarie ai danni dell’innocenza.
Già da sola la rappresentazione agostiniana della vita giudiziaria dovrebbe lasciare indurre a pensare che i sistemi giudiziari sono sempre irrimediabilmente imperfetti e quindi sempre necessariamente bisognosi di essere vigilati e riformati, ma se ciò non fosse di per se stesso sufficiente, specialmente per un credente, almeno tre sono le ragioni che dovrebbero consigliare al mondo cattolico di determinarsi per il SI nella prossima vocazione referendaria.
Preliminarmente a ciò occorre specificare l’importanza della partecipazione cattolica alla vita politica, secondo discernimento e alla luce di una retta coscienza istruita dalla rivelazione evangelica e dalla tradizione della Chiesa.
In questo senso confortano, infatti, sul piano del metodo la “Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica” della Congregazione per la Dottrina della Fede del 24 novembre 2002, e, sul piano del merito, la stessa Dottrina Sociale della Chiesa.
Alla luce del primo documento, il cattolico non può mai essere neutrale né tanto meno schierarsi per soluzioni relativistiche che come tali si oppongono alla verità morale insegnata dalla Chiesa,[2] e inoltre sebbene non sia possibile imbrigliare la fede secondo la rigidità degli schemi ideologico-politici diffusi, il cattolico deve comunque tenere ben a mente che in tanto si può garantire la libertà – quella politica come quella personale – in quanto viene garantita la verità, poiché mai può darsi la prima senza o contro la seconda.[3]
Scambiare l’innocente con il colpevole, il capro espiatorio con il responsabile, il Cristo con un Barabba, dunque, non può mai davvero essere qualcosa che non interpella la coscienza del cattolico, e un sistema giudiziario in cui tutto ciò accade – anche soltanto sporadicamente – non può essere ritenuto né moralmente né giuridicamente accettabile.
Alla luce del secondo documento, invece, il riconoscimento della verità implica anche e soprattutto l’esigenza dell’accettazione della cogenza della legga naturale così chiamata poiché promulgata dalla ragione umana e fondamento della dignità della persona nonché dei suoi diritti e doveri fondamentali.[4]
Tutto ciò considerato occorre dunque esporre le tre ragioni per cui per l’elettorato cattolico è ragionevole votate SÌ al prossimo referendum del 22 e del 23 marzo.
In primo luogo: una magistratura politicizzata, come è quella attuale fin dagli anni ’60 del XX secolo allorquando l’influenza delle correnti è diventata preponderante prima e determinante poi, non può essere ritenuta compatibile con la prospettiva cattolica della giustizia che è tale in senso razionale e universale, quindi in senso opposto ad ogni visione militante e ideologica della stessa.
Il correntismo ideologico-politico che da tanti decenni affligge il sistema giudiziario italiano, inscrivendosi in quella visione immanentista informata da quel profetismo senza Dio già denunciato nel suddetto documento della Congregazione per la Dottrina della Fede, risulta essere in insanabile contrasto con una autentica prospettiva cattolica della giustizia e del bene comune.
La riforma, proprio tramite il tanto ingiustamente vituperato strumento del sorteggio, spezza questo sortilegio, ridimensionando, e forse fin’anche, annullando il ruolo delle correnti all’interno del sistema giudiziario.
Per il cattolico, dunque, è ragionevole votare SÌ.
In secondo luogo: la quantità notevole di casi di ingiusta detenzione che ogni anno si consumano in questo Paese, per cui innocenti soffrono le pene dei colpevoli pur senza esserlo, dovrebbe indurre ogni cattolico con retta coscienza a ravvisare nell’animo la fiamma dolente dell’ingiustizia dovendo fare il possibile per porvi rimedio.
Consultando il sito del Ministero della Giustizia, e in special modo la relazione al Parlamento che il Ministro è tenuto ad effettuare ai sensi della legge n. 47/2015 sui casi di ingiusta detenzione, si scoprono due dati interessanti, uno quantitativo e uno qualitativo.
Il dato quantitativo:«Relativamente all’intero periodo esaminato, 2018-2024, sono pervenute mediamente al MEF ogni anno un numero di ordinanze pari a circa 700, mediante le quali le Corti di Appello hanno disposto un pagamento medio annuo di circa € 31,5 milioni».
Ciò significa che ogni anno per sei anni 700 richieste per ingiusta detenzione sono state indennizzate, per un totale di 4200 casi e in totale circa 190 milioni di euro di indennizzi riconosciuti.
Il dato qualitativo arriva subito dopo allorquando la stessa relazione precisa che occorre rilevare «l’assenza di correlazione tra il riconoscimento del diritto alla riparazione accertato nei citati provvedimenti e gli illeciti disciplinari dei magistrati».
In sostanza, nonostante i 4200 casi in sei anni di ingiusta detenzione e dei relativi milionari indennizzi a favore dei malcapitati, non esiste alcuna correlazione con i provvedimenti per gli illeciti disciplinari dei magistrati; detto altrimenti, 4200 volte la magistratura ha incarcerato immotivatamente dei liberi cittadini, ma nessun magistrato è mai stato ritenuto responsabile.
La riprova la si ricava direttamente dall’intervento del Procuratore Generale della Corte di Cassazione Luigi Salvato per l’apertura dell’anno giudiziario del 2025 secondo il quale nel 2024 le sanzioni disciplinari nei confronti dei magistrati sono state solamente 24, e peraltro nessuna per ingiusta detenzione.
Se nel volto livido e pallido di ogni detenuto e di ogni ingiustizia risplende il volto sofferente del Cristo, non può un cattolico rettamente formato e informato accettare un tale sistema di prevaricazione privo per di più di ogni responsabilizzazione.
La riforma proposta, infatti, consente di porre una soluzione a tanta drammatica ingiustizia introducendo un sistema – cioè l’Alta Corte Disciplinare – svincolato dal correntismo e quindi in grado di far funzionare – probabilmente per la prima volta nell’era repubblicana – la giustizia disciplinare nei confronti dei magistrati.
Del resto, in tanto può definirsi davvero indipendente, cioè libero, un magistrato soltanto in quanto può – parimenti a qualsiasi cittadino – essere ritenuto responsabile per i suoi errori.
E’ un antico e nobile principio noto e caro alla razionalità filosofico-giuridica di matrice kantiana: non c’è responsabilità senza libertà e non c’è libertà senza responsabilità.
Per il cattolico, dunque, è ragionevole votare SÌ.
In terzo luogo: la più recente giurisprudenza di merito e di legittima che negli ultimi due-tre decenni si è consolidata sui cosiddetti problemi “eticamente sensibili” ha emanato una serie praticamente infinita di pronunce e sentenze che risultano essere in palese e frontale contrasto con l’insegnamento morale della Chiesa.
Non occorre essere provetti bioeticisti per essere a conoscenza di ciò.
Temi come l’aborto, la procreazione assistita, le unioni differenti tra uomo e donna, i rapporti genitori-figli, la maternità surrogata, la morte assistita e così via sono stati tutti introdotti e legalizzati attraverso una giurisprudenza creativa che si pone in diretto contrasto con quelle risultanze morali che un cattolico dovrebbe seguire.
Le correnti più progressiste della magistratura, infatti, hanno sostituito nel corso del tempo il legislatore portando al centro della propria attività il riconoscimento dei cosiddetti “nuovi diritti” la maggioranza dei quali è, nella loro sostanza, radicalmente contraria agli insegnamenti della Chiesa in tema di morale individuale e sociale.
Non soltanto ciò è un fenomeno noto al di qua come al di là dell’atlantico,[5] ma costituisce oramai una vera e propria forma di patologia delle odierne democrazie e degli attuali sistemi giudiziari, soprattutto di quello italiano che appare essere uno dei più afflitti da un tale genere di male.
La riforma costituzionale proposta agisce in tal senso in modo senza dubbio indiretto, ma non per questo meno efficace, poiché tagliando il cordone ombelicale esistente tra i singoli magistrati e le correnti di appartenenza evita che le progressioni di carriera siano legittimate sulla base dell’intensità progressista della decisione assunta in violazione della legge naturale, della razionalità giuridica e di quella dignità umana che tanto cara dovrebbe essere per ogni cattolico il quale spera davvero di seguire la via, la verità e la vita.
Per il cattolico, dunque, è ragionevole votare SÌ.
Aldo Rocco Vitale
[1] S. Agostino, De civitate dei, XX, 2, Città Nuova, Roma, 2000, pag. 1086.
[2] «La storia del XX secolo basta a dimostrare che la ragione sta dalla parte di quei cittadini che ritengono del tutto falsa la tesi relativista secondo la quale non esiste una norma morale, radicata nella natura stessa dell’essere umano, al cui giudizio si deve sottoporre ogni concezione dell’uomo, del bene comune e dello Stato. Questa concezione relativista del pluralismo nulla ha a che vedere con la legittima libertà dei cittadini cattolici di scegliere, tra le opinioni politiche compatibili con la fede e la legge morale naturale, quella che secondo il proprio criterio meglio si adegua alle esigenze del bene comune. La libertà politica non è né può essere fondata sull’idea relativista che tutte le concezioni sul bene dell’uomo hanno la stessa verità e lo stesso valore, ma sul fatto che le attività politiche mirano volta per volta alla realizzazione estremamente concreta del vero bene umano e sociale in un contesto storico, geografico, economico, tecnologico e culturale ben determinato»: CDF, Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politic, n. 2-3.
[3] «La fede non ha mai preteso di imbrigliare in un rigido schema i contenuti socio-politici, consapevole che la dimensione storica in cui l’uomo vive impone di verificare la presenza di situazioni non perfette e spesso rapidamente mutevoli. Sotto questo aspetto sono da respingere quelle posizioni politiche e quei comportamenti che si ispirano a una visione utopistica la quale, capovolgendo la tradizione della fede biblica in una specie di profetismo senza Dio, strumentalizza il messaggio religioso, indirizzando la coscienza verso una speranza solo terrena che annulla o ridimensiona la tensione cristiana verso la vita eterna. Nello stesso tempo, la Chiesa insegna che non esiste autentica libertà senza la verità. «Verità e libertà o si coniugano insieme o insieme miseramente periscono», ha scritto Giovanni Paolo II. In una società dove la verità non viene prospettata e non si cerca di raggiungerla, viene debilitata anche ogni forma di esercizio autentico di libertà, aprendo la via ad un libertinismo e individualismo, dannosi alla tutela del bene della persona e della società intera»: CDF, Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politic, n. 7.
[4] «Questa legge è chiamata naturale perché la ragione che la promulga è propria della natura umana. Essa è universale, si estende a tutti gli uomini in quanto stabilita dalla ragione. Nei suoi precetti principali, la legge divina e naturale è esposta nel Decalogo ed indica le norme prime ed essenziali che regolano la vita morale. Essa ha come perno l’aspirazione e la sottomissione a Dio, fonte e giudice di ogni bene, e altresì il senso dell’altro come uguale a noi stessi. La legge naturale esprime la dignità della persona e pone la base dei suoi diritti e dei suoi doveri fondamentali»: Compendio di Dottrina Sociale della Chiesa, n. 140.
[5] «L’attivismo giudiziario è il risultato dello schieramento dei giudici da un’unica parte della guerra culturale – una realtà evidente in tutte le nazioni occidentali anche se alcuni ne negano l’esistenza – combattuta tra la sinistra culturale o progressista e la grande massa dei cittadini che, se lasciata libera di agire, tende ad essere tradizionalista. In definitiva, le corti stanno applicando il programma della sinistra culturale»: Robert Bork, Il giudice sovrano, Liberilibri, Macerata, 2007, pag. 8-9
