“LA VITA E’ UN RISCHIO, RAGAZZI” (REPLICA PER SNOWFLAKES)

 

Un lettore a  proposito del suicida  trentenne: “Non sono riuscito a trovare “cristiana pietà” nel suo articolo, evidentemente mi è sfuggita, se può segnalarmela, grazie”.  Un altro: “Ai giovani bisogna voler bene.  Lei, caro Blondet, non sembra amarli”. 

Al primo rispondo: la  “cristiana pietà” per Michele bisognava  averla prima.  Adesso non serve. E’ solo sentimentalismo,  una delle  piaghe collettive italiane. Lo dimostra il secondo lettore: “Lei non sembra amare i giovani”.   Naturalmente, per  “amare i giovani” in Italia bisogna dirgli che sì, che hanno ragione, mantenerli infantili, compatirli, accarezzarli. Se  li si sgrida e li si educa  – a trent’anni   non li si tratta da adulti –   “non li si ama”.   E’  la “misericordia”  di manica larga, alla papa Francesco,  sotto  la quale c’è una vera cattiveria e una vera indifferenza  per il  miglioramento dei giovani.  Uno dei motivi profondi della nostra arretratezza. 

Quindi, su suggerimento di un terzo lettore, riposto un articolo che ho scritto nel gennaio 2008 .  Sperando che possa rispondere ai pietosi  che “amano i giovani”. 

….

…….Ricevo l’ennesima mail che, a proposito dell’emergenza-monnezza  a Napoli, mi informa di quanto siano pericolosi gli inceneritori e termovalorizzatori.  Sono lettere piene di dati tecnici, sono «ragionevoli», o almeno raziocinanti: gli inceneritori hanno un bilancio energetico negativo, emettono diossina, anch’essi producono rifiuti, chi abita vicino si ammala di cancro, tutto ciò è comprovato dal rapporto che allego e che la prego di leggere…
Ragazzi, lo so. Volete che non lo sappia?

Anzi sono convinto, come Woody Allen, che «la vita è cancerogena».
Letteralmente vero: la vita è il primo fattore predisponente al tumore.
Viene prima del fumo e dell’esposizione a sostanze chimiche.
Se non si è vivi, si è esenti dal cancro.
Si può dire ancora di peggio: la vita è il massimo fattore di rischio.
E che rischio, ragazzi: mortalità 100%. Molto più della peste bubbonica, della guerra e di ogni altra catastrofe. Questo paradosso – a questo servono i paradossi – serve a rivelare ad absurdum cosa nasconde questa voglia di sicurezza assoluta, di assoluta sanità ecologico-medica e assicurativo-previdenziale: un’inconsapevole volontà di morte.

 

E’ la pulsione di morte collettiva che possiede la nostra società intera, la società dell’uomo-massa. Spiace dirlo a quei lettori raziocinanti e cortesi, tutt’altro che cafoni: ma il loro è il tipico modo di essere dell’uomo-massa.  Dell’uomo per cui vivere è «essere quello che già è».
Del bambino viziato dalla storia, venuto in un mondo fatto di sicurezze duramente conquistate dai nostri padri ed avi, e che dà per scontate, credendo addirittura di averne «diritto». E che, per questo, sta distruggendo proprio le condizioni della vita sicura, ossia della civiltà. Questi raziocinanti vivono in una sorta di irrealismo, che fa piangere.
Quasi mai la decisione politica è fra un bene e un male – allora sarebbe facilissima – né fra un «male minore» ed uno maggiore.
Ogni decisione presa per la collettività ha le sue contro-indicazioni.
Sia un nuovo tratto d’autostrada, una ferrovia, una qualunque infrastruttura, c’è qualcuno che ne viene danneggiato. Che viene espropriato di terreni, che perde il silenzio in casa sua o qualche comodità. Per vantaggi ipotetici o che non lo riguardano.
Ogni decisione politica contiene un rischio e un «contro».
Il vantaggio che promette può non realizzarsi, il calcolo può rivelarsi sbagliato. Scegliere fra armamento e disarmo, scegliere tra tassare i salari o i consumi, scegliere l’imposizione diretta o indiretta, scegliere se dare risorse più alle pensioni o alla ricerca, comporta il rischio di errore – anche nell’ipotesi dei politici più onesti e responsabili. E’ il rischio inerente alla vita.
Ma il rischio peggiore sono i politici disonesti e irresponsabili, che l’uomo-massa vota perché lo adulano nei suoi vizi.
L’uomo-massa non esisteva nel ‘300 o nel ‘500. E perché?

Perché la vita era fatta, per il tipo d’uomo che oggi è uomo-massa, di limiti e restrizioni. 
Vivere era soffrire e mancare del necessario, e soprattutto di ogni sicurezza.
Provate a mettervi nei panni di un contadino del ‘300.
Se era così fortunato da possedere una mucca, la mungeva con la coscienza assillante che quel latte era tutto il suo cibo per sé e la sua famiglia, e che se la mucca si ammalava non avrebbe avuto niente da mangiare. Né un’assistenza sociale a cui rivolgersi, né contributi europei a compenso della perdita. Una grandinata, una ferita del capofamiglia, significava lo spettro della mendicità.
Un’appendicite era la morte nel 50% dei casi. Un mal di denti comportava un’estrazione fatta da un cavadenti alla fiera, senza anestesia e senza asepsi, con ascesso in corso.
Una bocca sdentata verso i 30 anni era la regola, si imparava a biascicare il pane duro con le gengive, e se ne ringraziava Dio. Il sacrificarsi per i familiari era anch’essa la norma, fino ad ingobbirsi e a deformare il corpo nella fatica, abituati al dolore e alle sciagure.
Il parto portava a morte spessissimo giovani spose sedicenni.  I bambini morivano altrettanto spesso nei primi mesi, falciati da malattie gastro-intestinali oggi scomparse, da cadute nei pozzi, avvelenamenti accidentali da granaglie infette da funghi e muffe, scrofola e rachitismo, cretinismo da carenza di iodio erano quasi la norma nell’Appennino e nelle Alpi.
La vita era tutta rischio, penuria, sofferenza e sacrificio.

 

E non si creda che i nobili vivessero meglio: magari si circondavano di lusso, ma questo non coincideva con la comodità. Il raso e i broccati coprivano pancacci, i velluti coprivano eczemi, pidocchi, ferite di guerra mal rimarginate e fratture scomposte, con cui si doveva comunque andare a cavallo. Ce n’era abbastanza per chiudersi in casa e aspettare, sul giaciglio di foglie, la morte liberatrice.  Ma quegli uomini non lo fecero.
Da quella durezza appresero che non potevano permettersi di essere uomini-massa, cui tutto era dovuto per «diritto».
Appresero che se non si fossero occupati loro di sopravvivere e di migliorare la natura attorno a sé, nessun ministero competente l’avrebbe fatto al loro posto.  E dissodarono pietraie, trasformarono foreste in campi, s’imbarcarono su trabiccoli, vissero fra l’afrore di cavalli e di mandrie, spesso dormendo con le bestie, si fecero strumenti di legno e di ferro, mulini a vento e ad acqua, si diedero leggi, si diedero persino chiese ed arte.
Appresero che ogni miglioramento della vita comportava contro-indicazioni, e che queste andavano affrontate e sopportate, per migliorare e crescere.  Questo è durato in tempi ancora recenti.
L’ammiraglio Nelson vinse le sue battaglie in condizioni fisiche che oggi l’avrebbero reso titolare di pensione d’invalidità con diritto all’accompagnatore: senza un occhio, senza un braccio, roso da mille malattie.

Nelson. Senza un braccio e senza un occhio,   così  guardava  al cannocchiale.  Non si sentiva un grande invalido con diritto alla pensione INAIL.

Le sue ciurme, scatenate alle sartie e alla sciabola, avevano spesso gambe di legno e uncini al posto delle mani e bende su occhi cavati.  Equipaggi di invalidi senza pensione.
A Londra nell‘800 giravano un milione e mezzi di cavalli, si raccoglievano ogni giorno tonnellate di sterco equino, gli incidenti di traffico con le carrozze provocavano un’altissima mortalità.
Per questo furono inventate le ferrovie, e il signor McAdam escogitò la strada con ghiaia, futura strada asfaltata.
Le truppe di Napoleone andarono da Parigi a Mosca «a piedi», e a piedi tornarono, quelli che sopravvissero (uno su cinque), su piedi congelati.
La medicina militare fece enormi passi avanti sulla pelle di quei soldati, mutilati e feriti.
E i primi piloti d’aereo? Grazie a loro masse di turisti di massa partono per Le Maldive e considerano un’improbabile sciagura il morirci. Ma solo perché, nel primo ‘900, i piloti morirono sulle loro macchine nel 60% dei casi, e a forza di rischiare appresero un sacco di cose sul volo sicuro.
Ai tempi di Roma, 35 navi su cento naufragavano, non tornavano in porto. Pensate che non si navigasse? Si navigava perdutamente, accanitamente, per avidità e per guerra; «Navigare necesse est, vivere non necesse», disse Cesare.  Per raggiungere una certa sicurezza si dovettero aspettare nuove velature e nuovi armamenti, 15 secoli dopo.

 

Così, mi fa un po’ piangere ricevere l’ennesima lettera di un lettore che mi informa di quanto siano pericolose le centrali nucleari, di quanto sia irrisolto il «problema delle scorie» radioattive.
E ancor più fa piangere che lo scrivente sia, qualche volta, un ingegnere.
Ingegneri?  Grande categoria storica, che pena vederla scesa così in basso, così tremebonda. Cosa apprendeva l’ingegnere al Politecnico?
Formule matematiche, scienza dei materiali, resistenze, fisica avanzata? No, questi erano solo gli strumenti, non era questo l’essenziale. L’ingegnere non era un teorico, era un pratico.
Il suo compito e mestiere era la «gestione del rischio».
Nessuno meglio dell’ingegnere sapeva che il rischio era ineliminabile, e che tutta la scienza e tecnica dell’umanità doveva essere mobilitata per «ridurlo», per «controllarlo». Essere ingegnere era essere responsabile – anzitutto di uomini, di operai –  ed essere coraggioso. Come i grandi medici che provarono le loro medicine su di sé, che s’infettarono volontariamente per provare vaccini.
«Vivere non necesse».
(…)

 

In attesa della soluzione ideale, migliore, senza contro-indicazioni, si conclude nell’immobilismo.
E nella storia umana, l’immobilismo è impossibile: diventa arretramento.
Senza inceneritori non è che si vive meglio: si vive con la rumenta a monti davanti al portone.  Senza rigassificatori, ci si avvicina al momento della penuria.
Si rischia di tornare a quelle epoche, finite solo ieri, in cui si rischiava la morte per molto meno, andando a cavallo a Londra, e senza assicurazione.  Ai tempi in cui Roma risentiva della malaria, i «miasmi» delle paludi pontine, la cui bonifica è tanto deplorata dagli ecologisti.
“Gli inceneritori non sono l’ideale”, lo so. “Le centrali atomiche sono rischiose.
Vanno evitate. Bisogna dire no”.
Strana concezione dei rischi nella nostra società.
Sapete qual è la categoria di persone che muore di più, in Italia, a parte gli ultrasettantenni?  I giovani da 17 a 23 anni.
E perché? Per comportamenti che sono tutti evitabili: droga, alcoolismo alla guida, febbri del sabato sera con relativi incidenti mortali.
Eppure, strano, nessuno scende in piazza come  si va per protestare contro gli inceneritori, o contro la ILVA di Taranto che inquina…..  per i sei mila giovani che muoiono, e per le decine di migliaia che restano tutta la vita sulla sedia a rotelle. Qui, nessuna seria prevenzione, nessun allarme sociale. Eppure, non è necessario andare in discoteca a ubriacarsi, mentre è necessario avere inceneritori,  necessario produrre acciaio nazionale.
Non necesse  morire di discoteca.  Qui, ci sono solo contro-indicazioni e nessun vantaggio. La stupidità irresponsabile è la contro-indicazione maggiore.

Un altro, contrario alle centrali nucleari, mi ha scritto: il vero problema è che una cospirazione di poteri forti sta bloccando la fusione fredda, che risolverà tutti i nostri bisogni energetici.
Un altro ancora mi segnala che è stato scoperto il motore pulito, ad acqua, ma che i brevetti sono stati nascosti dalle multinazionali. Ebbene, non discuto la credibilità di tutto questo: ma nel frattempo, mentre sgominiamo i poteri forti globali, che facciamo della monnezza a Napoli e del rincaro del barile? Perché è strano progettare di cambiare il mondo e il suo modello di sviluppo, mentre non sappiamo risolvere la nettzza urbana.
E’ una fuga nell’irreale.

Ma no,  anzi vi prendo in parola.  Occulti poteri impediscono la ricerca della fusione fredda. Benissimo: e tu, cosa fai per vincere questa battaglia? Stai studiando la fisica avanzata per proseguire quegli studi vietati?
Lo chiedo a te, personalmente.
Perché se invece ti trascini straccamente in una università inutile per avere un pezzo di carta, allora non hai il diritto a questo complottismo da quattro soldi. Cosa credi, che Pasteur e i signori Curie non abbiano dovuto lottare contro i poteri forti? Che le loro scoperte fossero accettate immediatamente, fra applausi e premi Nobel? No; soffrirono, furono osteggiati e ridicolizzati.  Alcuni, come il dottor Semmelweis inventore della asepsi,  che salvò migliaia di donne negli ospedali,  furono fatti impazzire.

Tutti costoro non si dissero: bisogna aspettare che il mondo sia migliore, che i potenti malvagi siano debellati. Il mondo, l’hanno cambiato loro.  E non con battaglie ideologiche, con mozioni di protesta; con la ricerca, con le notti al microscopio, con la sfida al conformismo imperante, con la mancanza non di «finanziamenti», ma di soldi per la cena.
E tu? Viviamo in questo mondo che ha viziato l’uomo-massa.
Le generazioni che vollero e crearono l’assistenza sanitaria gratuita non lo fecero pensando che esista un «diritto» a farsi la plastica al naso gratuita ossia a spese della collettività: lo fecero per gli operai, per i lavoratori, che non fossero rovinati da una malattia, che un incidente non aggiungesse sciagura alla sciagura, non li portasse alla fame e alla miseria con tutta la famiglia.
La sanità serviva a far tornare i capifamiglia al lavoro, anziché alla mendicità a carico della società. Era una scelta seria per affrontare una situazione tragica: il rischio inerente alla vita attiva, produttiva.
Un altro  lettore: il problema vero è il modello di sviluppo sbagliato, basato sullo spreco consumista, sul superfluo.  E come non dargli ragione?
Solo che vorrei, caro lettore, che cominciassi tu a cambiare il modello di sviluppo.
Nella tua vita.  Stai mungendo la tua vaccherella?  Coltivi il tuo orto?
Vai tutte le mattine a cercare se le tre galline hanno fatto l’uovo, sapendo che se non l’hanno fatto dovrai andare dai frati per la minestra?  Io temo, caro lettore  ecologista  e animalista, che tu pensi ad un mondo irreale: un’Italia coperta di foreste vergini (le foreste italiane non sono mai state vergini, sono coltivazioni da sopravvivenza: castagni, querce…), paludi vastissime e incontaminato regno di anofeli, libellule e uccelli rari, nemmeno un inceneritore a bruttare l’ambiente, nemmeno un’autostrada a deturpare il paesaggio bellissimo, epperò dove il supermercato sia pieno di merci fresche, il dentista abbia l’anestetico e non ti strappi il dente ma te lo curi, dove si possa fare la vacanza estiva alle Maldive o almeno in Sicilia, e la settimana bianca allo Stelvio.
Ma allo Stelvio, quando c’era la natura incontaminata che tutti rimpiangiamo, non c’erano settimane bianche.  C’era la fame e il freddo, l’ultimo orso fu ucciso nell’800, i lupi mangiavano le pecore, i pastori castagne secche e sfarinati di grano saraceno, il gozzo (cretinismo) era endemico. Eroici medici condotti cercavano di mettere una pezza, avanzando nella neve, magari con gli sci, ma non per divertimento.
Questo mondo, dove ci sono solo vantaggi e nessuna contro-indicazione, solo benefici e diritti e nessun effetto collaterale sgradevole, non esiste.  Non è mai esistito un mondo dove la spazzatura si elimina da sola, si è convissuti per secoli fra cacche di cavallo e di maiale, nell’afrore dello sterco fermentato, e li si considerava preziosi fertilizzanti.
Nel Nord, ancora pochi decenni fa, i contadini passavano le sere e le notti nella stalla, perché le mucche erano il riscaldamento  autonomo.
E persino la cacca di mucca era accettata come un dono di Dio.
Se oggi ci sono tante più sicurezze e meno effetti collaterali, non è per natura. E’ perché generazioni di faticatori, di tecnici, di medici, di feriti e di malati hanno conquistato tutto quello che noi abbiamo oggi.  Non è stato gratis.
E come l’hanno fatto?
Con il coraggio, anzitutto col coraggio di vivere. Del coraggio, del coraggio personale, la civiltà non può fare a meno, pena la sua scomparsa.  Né del personale sacrificio.
E per quanto sembri strano, è in questo la felicità.  La felicità possibile all’uomo nell’aldiquà sta in questo, nell’abnegarsi e nel coraggio.

Il vero senso di vocazione

Ho   riferito  che nessuno in Italia vuol fare l’infermiera, e un lettore prontissimo mi scrive: le infermiere devono fare tre anni d’università, e poi il loro lavoro è faticoso fisicamente, estenuante moralmente, disprezzato socialmente, e con una paga di 1.300 euro al mese.
Perché mai un giovane dovrebbe fare l’infermiere?
Ha «ragione» il lettore-massa, e nello stesso tempo ha torto. Perché mai fare l’infermiere?
La risposta lo urterà: per vocazione.
E qui, «vocazione» non significa affatto «essere portati a», trarre piacere da un mestiere sgradevole come sollevare i vecchi con l’Alzheimer che pesano e togliergli il pannolone.
«Vocazione» significa qualcosa di diverso, che sapevano Nelson e Cesare,   ma anche  le madri di famiglia contadine ingobbite dalla fatica e che si toglievano il pane per darlo ai figli, i medici condotti che affrontavano i lupi in Siberia per andare a fasciare un ferito…
Vocazione significa, nel mondo reale, una cosa precisa: la cosa che devi fare tu, proprio tu personalmente, perché nessun altro la farà al posto tuo.
Non perchè «sei portato», ma perché qualcuno la deve fare, e quello – magari per circostanze della vita – sei tu.
In una società senza «vocazioni» infermieristiche, i vecchi muoiono nelle loro feci, o sono uccisi eutanasicamente. Effetto collaterale: quando sarete vecchi voi, non ci sarà nessuno a tenervi puliti dalle vostre feci, ad accorrere quando suonerete il campanello, a vegliare sulla vostra agonia.  Vi faranno firmare una volontà di morte, e voi la firmerete.
Un’iniezione, e via. Così non darete fastidio.
Certo, non tutti sono «chiamati» a tener puliti i malati; ma è incredibile che tutti, oggi, si sentano chiamati solo allo shopping (anche come commessi), allo spettacolo, al turismo, ad occuparsi del «tempo libero», a far denaro col denaro.  Il modello umano di sviluppo giusto richiede sacrificio, richiede responsabilità e abnegazione.

Il coraggio serve ancora.
E non esiste un metodo meccanico per imparare ad avere coraggio, ossia carattere: la scuola è sempre quella del sacrificio, della sofferenza presa come una sfida.
Non ci sono scorciatoie al carattere, né pillole che sostituiscano il coraggio.  E poi, guardate, lo schifo delle feci dei vecchi è in parte una fantasia: quando si è imparato come fare, lo si fa con rapidità ed efficienza.   I metodi accertati per provvedere ai bisogni dei malati sono già stati messi a punto da altri: a cominciare da una donna che in Inghilterra è un’eroina, Florence Nightingale, l’inventrice dell’arte infermieristica.  Quello che scarseggia non è lo stipendio.

 

La vera falla sta altrove: nella soppressione, sistematica, del primo sentimento che può indicare la «vocazione»: la pietà per il prossimo, per il malato che ha bisogno di te.
TV, pubblicità, edonismo, modelli di «successo nella vita» sopprimono questo sentimento nei giovani.
Ma io vorrei invitarvi, cari giovani, a dare ascolto a questo sentimento.
Perché la vera infelicità nella vita è non avere avuto la vocazione, o – ancor peggio – averla rigettata per andare in discoteca, per comodità, perché non vi piace soffrire né veder soffrire.
Lo so perché l’ho visto. Nella stanza dei morenti di madre Teresa, i giovani che volontariamente lavavano i malati, che pulivano le loro piaghe (letteralmente) piene di vermi, erano raggianti.
Giapponesi in pantaloni corti, belle ragazzone australiane in cotonina, chiedevano loro di fare quel lavoro, e mentre imboccavano donne semipazze e sbrodolanti, o vuotavano i pitali, nella loro faccia si leggeva questa gioia: «Ho vinto me stesso». Il mio schifo non solo è sopportabile, ma è persino una vittoria, un’affermazione, e nello stesso tempo, faccio qualcosa di utile per chi ha bisogno di me, di me personalmente.
Lo sapeva così bene Madre Teresa, che aveva rinunciato a fare lei queste cose, ad avere questa gioia, e nemmeno le faceva più fare troppo alle sue suore: lasciate che siano i giovani che vengono qui per due settimane a imboccare e a pulire i poveri. Considerava questo «toccare i poveri», «touch the poor», il primo gradino della salita, e il più «facile» e gratificante.
Le suore si occupavano dei poveri cattivi, dei disperati più immeritevoli e ingrati.
Quello è il difficile.

Il bello del mestiere d’infermiere e di badante è questo, in fondo: che lavori ed hai aperta la via della santificazione nel tuo lavoro di ogni giorno.
Che il suo senso è immediatamente nel suo fare.  Pochi mestieri hanno questa apertura, certo non quello di giornalista (o di velina, o di ricco).

Ora direte, ecco il solito cattolico, che tira l’acqua al noto mulino… No, è il vecchio che parla.
Uno che ha sbagliato o rifiutato più di una vocazione.  Sono stato giovane anch’io, e per questo so come vi sentite.  So che questa vostra voglia di provare «emozioni» fino all’autodistruzione stupida e sterile, questo vostro conformismo molle che si vuole trasgressivo e originale e che vi rende poltiglia anonima, viene dal vostro vuoto, dal vostro vile ritrarvi davanti alla vostra vocazione: non voglio fare questo, non quest’altro, non gli inceneritori, no al sacrificio, no alla scomodità.
E’ questo che vi rende tanto vuoti, dal volere e cercare la morte.  Meglio la morte per  qualcosa che una vita vuota, a questo punto vuota.

Ma la vita c’è a portata di mano: correte questo rischio di vivere, di dedicarvi, di sacrificare le vostre fantasie da Harry Potter ad una cosa sola e la sola necessaria, a una fatica, a un lavoro duro. Che ci siano responsabilità altrui, inadempienze di politici, insufficienze e disonestà di poteri forti, che il mondo sia pieno di menzogna e profondamente errato, sarà tutto vero.
Ma qui, in fondo, è la vostra vita che è in gioco.   La vostra personale. E la vostra anima.

Maurizio Blondet

Fonte:  http://www.effedieffe.com/rx.php?id=2560%20&chiave=la%20vita%20%E8%20rischio

 

 

24 commenti

  1. giuseppe formica

    Questo è caro Blondet! personalmente avevo già in mente di condividere coi miei 3 figli adolescenti il suo articolo precedente. Mi permetto di aggiungere a conferma del suo ragionamento questo passo di Siracide 30, che per i palati raffinati odierni può sembrare assurdo, ma parola profetica resta, e ha ispirato l’educazione fino agli odierni psicologismi autodistruttivi.
    1 Chi ama il proprio figlio usa spesso la frusta,
    per gioire di lui alla fine.
    2 Chi corregge il proprio figlio ne trarrà vantaggio
    e se ne potrà vantare con i suoi conoscenti.
    3 Chi ammaestra il proprio figlio renderà geloso il
    nemico,
    mentre davanti agli amici potrà gioire.
    4 Muore il padre? È come se non morisse,
    perché lascia un suo simile dopo di sé.
    5 Durante la vita egli gioiva nel contemplarlo,
    in punto di morte non prova dolore.
    6 Di fronte ai nemici lascia un vendicatore,
    per gli amici uno che sa ricompensarli.
    7 Chi accarezza un figlio ne fascerà poi le ferite,
    a ogni grido il suo cuore sarà sconvolto.
    8 Un cavallo non domato diventa restio,
    un figlio lasciato a se stesso diventa sventato.
    9 Coccola il figlio ed egli ti incuterà spavento,
    scherza con lui, ti procurerà dispiaceri.
    10 Non ridere con lui per non doverti con lui rattristare,
    che non debba digrignare i denti alla fine.
    11 Non concedergli libertà in gioventù,
    non prendere alla leggera i suoi difetti.
    12 Piegagli il collo in gioventù
    e battigli le costole finché è fanciullo,
    perché poi intestardito non ti disobbedisca
    e tu ne abbia un profondo dolore.
    13 Educa tuo figlio e prenditi cura di lui,
    così non dovrai affrontare la sua insolenza

  2. marco

    Sono ormai 10 anni o più che la seguo, ed essendo un trentenne, con articoli come questo sono cresciuto e sono cambiato come persona.Mi hanno aiutato a prendere decisioni importanti e che vedevo in salita e non comode.Nelle sue parole spesso ritrovavo e ritrovo quelle che la mia defunta nonna mi raccontava di fronte al camino nelle serate invernali.Storie di uomini e donne che hanno visto la fame,la casa distrutta da una bomba durante la guerra,ma anche di quella comunità di destino che non c’è più,quando si radunavano nella stalla propria o dei vicini più famiglie, dove le donne si adoperavano con i ferri e gli uomini aggiustavano attrezzi ,raccontavano storie e si scaldavano.Mi diceva,”non c’era niente ,ma s’era tutti uguali si stava insieme e si andava avanti”.Uno spirito cavalleresco cristiano diffuso in ogni strato sociale,anche inconsciamente,che oggi la maggioranza misconosce.Grazie per quello che mi ha trasmesso in questi anni,sopratutto la volontà di ricercare una fortezza di spirito per affrontare i problemi del nostro tempo.sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo.


  3. Articolo famosissimo. Parlando di parole, non trovi che oggi le due parole più sciaguratamente abusate e pervertite, siano Amore e Odio ? Con la pretesa che lo Stato faccia leggi per imporre e per proibire l’Amore e l’Odio secondo l’imperante libidine ?

  4. Tibidabo

    Mi fa molto piacere che abbia pubblicato il mio commento e che non abbia preso il mio dissenso come una questione personale.

    Lei non ha affatto torto a ricordarci da un lato la durezza del vivere e dall’altro quanto può essere ingannevole e perverso il buonismo a buon mercato.

    Però la questione del suo primo articolo sugli snowflakes era un’altra.
    Lei ha preso una frase, quella che diceva più o meno

    “Non è questo il mondo che mi doveva essere consegnato”

    e ne ha dedotto un ragionamento che a mio avviso non sta in piedi.
    Quel ragazzo si stava per ammazzare perché “pee tutta la vita” non era riuscito a trovare un lavoro.
    Non è solo una questione economica il lavoro, è dignità, è poter presentarsi da una donna e dire “Io faccio questo lavoro”, è poter comprarsi una casa dove ricevere amici e costruire una famiglia.
    Michele si è reso conto che questo sistema si fonda rigorosamente sul presupposto che “qualcuno” debba essere o schiavizzato o tenuto ai margini in maniera infamante al fine di permettere ad altri il benessere.
    In virtù della propria serietà, impegno, generosità etc?
    No, in vietù del fatto che tuo papà ha qualche soldo e una posizione sociale che ti garantisca un accesso privilegiato al mondo del lavoro.
    Cosa poteva fare Michele in questo sistema?
    Poteva, qui è il punto, solamente lottare perché “qualcun altro” finisse nel suo inferno al posto suo.
    Non c’è altra alternativa.

    Allora a che serve ricordare a uno come Mochele la durezza del vivere che lui ha sperimentato molto ma molto più crudelmente di noi?
    A che serve in un mondo fondato sulla lotta per fare del proprio prossimo il capro espiatorio materiale e spirituale che ci concederà la salvezza terrena (il benessere e una dimensione sociale)?

    Noi dobbiamo essere in grado di immaginare un mondo diverso dove “non” viga esclusivamente il principio del mors tua vita mea e il primo passo secondo me è nel non infierire su chi per motivi materiali ma anche personali “che intimamente non conosceremo mai” si è arreso.

    La durezza del vivere non esclude la compassione e la solidarietà e vorrei farvi notare che coloro che propagandano quella mollezza che lei critica sono gli stessi identici che hanno diffuso e surrettiziamente reso “oggettiva” proprio la durezza del vivere arrivando a travisare a loro comodo le teorie di Darwin, trasformandole da ricerca scientifica a sociologia.

    PS: per cortesia non zto dicendo minimamente che la tworia dell’evoluzione sia giusta. Non mi interessa, metto solo in evidenza che Darwin era un darwinista biologico, non sociale e questo ad opera di quelli come Padoa Schioppa che rinfacciano alla gente la durezza della vita.
    Se ne potrà parlare, di durezza della vita, quando nessuno sarà messo nelle condizioni di arricchirsi e tramandare di generazione e genarazione il proprio privilegio e il proprio denaro sottraendo l’indispensabile al proprio prossimo.
    La casa, il la oro, il welfare forse non sono “diritti naturali” ma non devi e non li puoi levare agli altri.
    E ho l’impressione che su questo non siamo cosí in disaccordo.

  5. lady Dodi

    Come non condividere i commenti che mi hanno preceduta? E…senza prendere alla lettera Siracide, signor Formica, un po’ più di “padre” al giorno d’oggi non guasterebbe.
    Per la cronaca è molto difficile che uno si suicidi per una causa sola e in un giovane, il suicidio ha qualcosa di malsano.

    1. Tibidabo

      Ha ragione.
      Il suicidio di un giovane è malsano.
      Talmente malsano che a volte ne provoca la morte.

    2. Johannes

      Certo che il suicidio, a tutte le età, è un atto del tutto innaturale.
      Noi umani, così come le piante e gli animali, rispondiamo a precisi codici biologici.
      Qui vado nettamente fuori tema, ma chi conosce le 5 leggi biologiche scoperte da Hamer, sa bene che il ragazzo era in costellazione, cioè più conflitti attivi in diverse zone cerebrali, ed in certe combinazioni ( non mi dilungo oltre…), possono portare anche al suicidio, da intendersi come autolesionismo.


  6. A me una cosa era chiara dalla lettera del trentenne suicida: non c’è alcun accenno al dopo morte! Possibile mi dico che non si pensi a questo a quella età? Non sto parlando di religione, ma di spiritualità, mi pare che nella sua bella educazione sia mancato qualcuno che gli insegnasse che l’uomo è anche un essere spirituale, e da questa prospettiva TUTTO cambia. Ma se nessuno te lo insegna prima, o almeno ti mette sull’avviso, poi vengono i problemi.
    RIP

  7. MattioliLorenzo

    se non ricordo male aveva fatto anche un’altro stupendo articolo su di un agente “immobiliare” che andava di persona per tutta l’america a controllare i terreni che doveva poi rivendere. solo che era piegato in un piede, storpio per una frattura causata dalla nutrice e guarita malamente. Egli aveva bisogno di un calzare in acciaio che gli tenesse rigido il piede, una sorta di trappola per tortura, ma quell’uomo con abnegazione andava in ogni posto per controllare di persona.
    A guardar la levatura di certi personaggi mi sento un moccioso, un frignante viziato, perchè cullo sogni da scrittore che non è un “mestiere” ma solo vezzo di superficie, in cui oltretutto non son neanche bravo.

  8. bob-vi

    Io penso che per quanto istruita possa essere una persona, per quanta cultura ed intelligenza possa avere, ragiona in base al proprio vissuto. I giovani non capiscono noi, di conseguenza noi non possiamo capire loro per il semplice fatto che abbiamo vissuto in un’epoca completamente diversa. E’ nostro dovere comprenderli e farci comprendere. Per giunta loro ragionano in base alle mode del momento, al personaggio suggestivo del momento, prendendo spesso fischi per fiaschi. Basti guardare quanto hanno spaccato i m.. per i diritti degli LGBT, quando invece ci sono problemi ben più gravi.
    Noi più anziani ( ho 59 anni) possiamo però, avendo esperienza di vita, cercare di insegnare loro che la vita reale non è quello che si vede per televisione, in internet, ecc., (anche se i soldi che guadagnano le fashion bloggers o Youtubers sono reali-). Fra l’altro i cosiddetti media ci fanno vedere una realtà molto di parte, spesso distorta per non dire bugiarda, anzi vorrei dire che le sparano così grosse che sembra quasi siano arrivati al capolinea, dopodiché succede il finimondo!!!
    Bisogna far capire una buona istruzione di base ci vuole, non si può restare degli analfabeti, ignoranti, ecc, e che purtroppo non ci si può aspettare un impiego in base al titolo di studio, bisogna adattarsi, prima ed impegnarsi poi per migliorare il proprio tenore di vita, il proprio benessere.
    Certo che, aggiungo io, adattarsi al giorno d’oggi spesso e volentiri significa gettare alle ortiche la propria dignità, l’amor proprio. Sapendo che in pensione non ci si andrà mai, quando ci sono figli di politici che prendono il vitalizio del padre che ha lasciato la politica nel 48. Aggiungo anche che vedo giovani adattarsi a fare cose che noi che abbiamo passato i migliori anni possibili e immaginabili, non faremmo mai.
    Difficile anche insegnare che c’è una giustizia divina, che bisogna comportarsi in una certa maniera altrimenti si va all’inferno, non ci credono più neanche i preti ; adesso farà sorridere ma quand’ero giovane la società era impregnata di questi valori, tipo il valore della vita, il rispetto , ecc , valori che vengono puntualmente calpestati per capriccio e per stupidità assoluta, tipo gli aborti o, cosa recente, il bambino di 5 anni in Francia che aveva fatto la pipì a letto per cui i genitori hanno pensato bene di farlo camminare all’aperto, col freddo, svestito, fino allo sfinimento , quindi alla morte. Certe persone dovrebbero avere solo l’istinto, non il cervello, farebbero meno danni.
    A questo mondo oltre alle guerre preventive danno anche i nobel preventivi, vedasi Obama.
    Mio padre è andato in guerra e della sua compagnia sono tornati in pochi dalla Yugoslavia; io il militare l’ho fatto, ma c’era poco da prendere ad esempio, con i marescialli che si facevano portare a casa provviste, gasolio per riscaldamento, mentre io, a Feltre, mi facevo la doccia fredda d’inverno. Negli anni sessanta e settanta a casa non si respirava l’aria di precarietà, incertezza, insicurezza che si respira adesso, nonostante mio padre fosse andato in guerra e i miei 4 nonni le avevano vissute entrambe, se si lavorava e si facevano economie si sapeva che alla fine i risultati c’erano. Lo so che all’epoca non si pagavano ticket di alcun tipo, non c’erano nemmeno cellulari, carte di credito e divertimenti di vario tipo, per cui era facile metter via qualche soldo e se si poteva si lavorava anche al sabato.
    Per trovare un lavoro, ho incominciato a 15 anni, non occorreva distribuire curriculum per mezza Europa, neanche non c’era la necessità di farsi vedere più bravi, intelligenti, più intraprendenti degli altri, se c’erano i risultati la ricompensa arrivava. A parte la guerra, penso di avere lavorato di più di mio padre, non nel senso delle ore, che non conosceva ferie, dal punto di vista dell’impegno fisico e intellettivo, col risultato che lui ha avuto più risultati del sottoscritto.
    Di questo ragazzo comprendo la tragica realtà di molti giovani e mi domando, anzi sono quasi sicuro, che la responsabilità è nostra che abbiamo permesso che ciò avvenga, ci sono state svariate volte le premesse per una rivolta popolare, ma non abbiamo mosso un dito, in Romania hanno protestato a centinaia di migliaia per una legge salva ladri. Noi che veniamo sodomizzati quasi tutti i mesi ce ne stiamo beatamente a grattarci la pancia sperando che arrivi il salvatore della patria. Spesso si sente dire che ci sono movimenti, forze politiche che vogliono dividere (è già diviso!) il paese o forse non è mai stato unito, se ciò accadrà, forse sarà quello il momento per riscattarci da questa situazione.
    Nel leggere i commenti ho pensato che ci fossero cose giuste , condivisibili e cose non condivisibili, anche perché i commenti si sono basati sulla lettera del ragazzo, di lui non sappiamo niente e penso a un disegno che ho visto anni e anni fa in cui c’era scritto che il Signore Iddio aveva dato una testa a ciascuno di noi, ma quella migliore se l’era tenuta per sé.


  9. E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese


  10. Molto veritiera la definizione nel post di cosa e’ “vocazione”.Chi non l’ha ancora vissuta, se la fissi nella memoria perche’ un giorno la capira’.tanto vera che come tutte le cose vere, ha pure il suo corrispettivo falso,l’imitazione di cui diffidare.Sono quei bamboccioni falsi e vigliacchi,e traditori,che non avendo ancora trovato la propria vocazione, decidono di rubare quella altrui(per sostanziale ignoranza di Dio ).Quindi la mettono sul piano personale,tipo:io posso fare meglio etc etc. Ruffiani,pettegoli vuoti e in sostanziale malafede, anche se l’essere umano sa dissimulare con se’ stesso prima che con gli altri la malafede.La prova del 9 sono i risultati.Non volere la roba degli altri,e nemmeno la loro vocazione, perche’ poi non sai cosa fartene neanche quando te la offrono su un piatto d’argento.Si’,perche’ non tutte le vocazioni sono per tutta la vita.Come quella di mia moglie, che mi disse proprio cosi:” Ho capito che volevo sposarti quando ho capito che se non l’avessi fatto io non l’avrebbe fatto nessun’altra”.(Almeno nel senso di corrispondere a quel che io avevo cercato.). Questo dovrebbe far capire , Tibidabo,che sei troppo cerebrale e riduttivo nei commenti sulla vicenda di quel ragazzo .Hai capito un aspetto economico e ne vuoi fare la chiave di comprensione di tutto,sulla scia di Marx o di quello che Marx voleva fare credere.Ma la vita e’ vocazione,e ,nella definizione del post, e’ proprio quello che gli altri non faranno e solo tu puoi fare, e non quello che tutti vorrebbero fare.Chiaro?Perche’ sono sicuro che nemmeno quel ragazzo ragionasse in modo cosi’ cerebrale e riduttivo .per lui non era un gioco …e per te ,questi commenti che fai ,forse lo sono,invece ;-)Ma non pretendo che te ne accorgi subito.Prenditi un po’ di tempo.

    1. Tibidabo

      Io sarei cerebrale e riduttivo?
      Ma ti rendi conto si cosa scrivi?
      Ho cercato in tutti i modi di sottolineare l’aspetto umano e mi tiri fuori che starei parlando di quello economico?

      Sono allibito.


      1. Tibidabo ho capito che hai cercato di sottolineare l’aspetto umano, ma volevo dire, e lo confermo,che questo aspetto umano lo hai sottolineato staccandolo da quello trascendente,e dalla forza che il trascendente ha e bene o male da’. Nella vita succedono molte cose,e bisogna saper aspettare.Quel ragazzo sostanzialmente aveva fame di vocazione, la sua, giustamente,che e’ efficiente ma non efficientista, come invece lo e’ la societa’ pagana e neopagana,e non perfezionista, o almeno cerca la perfezione in un equilibrio di capacita’ e di limiti che insieme sono complementari, sia dentro un individuo,che in un gruppo d’individui. Blondet,parlando di vocazione, e’ andato al nocciolo.Non si tratta di desiderare l’inferno delle trincee, che inferno poi non era,anche se lo sembrava,ma di cogliere l’essenziale originario. A imitazione di Cristo che pur essendo di natura divina non considero’ un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio ma…… etc e assunse la condizione umana.L’essenza della vocazione e’ prima di tutto essere amati da Dio che ci da’ un posto nel mondo:chi non e’ vinto dal mondo,dentro di se’ lo sa , a prescindere che si veda o no e a prescindere dal posto che occupa.Ha avuto anche il coraggio,ma non quella sapienza di fondo,che la societa’ civile puo’ dare e un tempo dava piu’ facilmente,e quella” garra” e presunzione giovanile che e’ una stampella utile finche’non subentra una Grazia e una luce un poco piu’ adulta.30 anni, un passaggio delicato:rispettiamolo ma non facciamone un eroe ne’ una vittima particolare.Era come noi, ma non ce l’ha fatta.Era dei nostri,ma non perche’ abbia individuato una logica ferrea che a noi fosse sfuggita, non perche’ fosse piu’ consapevole.Se e’ caduto e’ perche’ gli e’ mancato qualcosa,e solo Dio sa come e perche’ a lui e’ mancato quel che ad altri no,pur nelle stesse difficolta’ o anche superiori.Farne un eroe sopra una massa d’inconsapevoli pecoroni sarebbe cerebralismo e gioco intellettuale.

  11. Cesare

    Le considerazioni che Lei ha fatto fin dal primo articolo ci stanno tutte.
    Concentrarsi tuttavia solo sul rammollimento della generazione attuale può essere parziale e fare il gioco proprio della controparte arrogante che viene descritta in maniera molto appropriata.
    Insomma, è giusto non credere alla befana ma dare solo questo senso all’affermazione del giovane suicida è riduttivo.
    Il riferimento del giovane alla società consegnata come “quella non attesa” secondo me evidenzia anche una coscienza dell’ingiustizia che l’esortazione ad una più adulta alacrità insita nell’arrangiarsi rischia paradossalmente di mettere nell’ombra.
    Voglio dire che, non so quante tasse si pagassero ai tempi della guerra 15 – 18 o ai tempi della guerra 40 – 45, ma sicuramente oggi, a fronte dell’incattivimento generale della società, se ne pagano tante e attendersi una restituzione in termini di servizi e opportunità non è necessariamente indice di fragilità ma un segno di lucidità civile e buon senso come quello di chi, salendo su un treno, pagasse il biglietto e poi non fosse trasportato dove pattuito. Certo, io non mi suiciderei per questo, ma il torto rimane comunque del treno e non di chi ha pagato il biglietto e resta deluso.


  12. e poi ci sono su questo fatto, i commenti ad es. sul sito sollevazione e allora ti rendi conto quanto straordinariamente normale e potente possano essere gli articoli di blondet –


  13. Bene ha fatto per rispondere a riproporre quell’articolo, dottor Blondet. Articolo che ricordavo bene, e che rileggere costituisce sempre uno stimolo.
    Quello che mi saltava all’occhio in particolare della lettera del giovane grafico suicida (che Dio lo perdoni!) è l’insistenza sul talento, tipico problema della nostra società, a mio modesto avviso.
    Anche io per molto tempo mi sono creduto circonfuso di un talento di cui in realtà non disponevo, e tale credenza mi ha fatto più male di quanto si possa credere.
    La verità è che i talenti, nel mondo reale, sono pochi e preziosi. Devono essere valorizzati, ma il mondo del lavoro non ha bisogno prevalentemente di talenti, ma di abnegazione e professionalità. Qualità che possono apparire mediocri, ma tant’è.
    Inoltre, sembrerà banale ma se vuoi fare il grafico e vuoi affermarti, non limitarti a barcamenarti, non ci resti in Friuli. Te ne vai a Milano, oppure direttamente oltre confine. Altrimenti ti accontenti di qualche lavoretto commissionato da qualche tipografia locale, ed è inutile che te la prendi con il ministro Poletti, o con qualunque altro ministro.


    1. “Anche io per molto tempo mi sono creduto circonfuso di un talento–etc.” Anche io, e scorie di questo errore rimangono anche quando l’errore non c’e’ piu’. Per uscire da se’ stessi( non solo episodicament,e grazie alle intuizioni e agli aiuti gratuiti che lo Spirito ci da’,e che sono anticipi, capare) ma fin nel midollo, bisogna che la vita, piano piano, ci cuocia.Qualcuno si brucia prima di essere cotto.Non sta a noi dire perche’,o giudicare, ma sta a noi non farci imporrre dal mainstream eroi come avvenne per quel ragazzo ucciso nei disordini del G8 a Genova,pur vittima preventivata, perche’ si sa che il morto “doveva “scapparci.

  14. Larry06

    Un fulgido esempio di coraggio, abnegazione, sacrificio e rischio ci viene dato da un certo Leonid Rogozov.
    Forse nessuno ne avrà sentito parlare di questo uomo ma di sicuro vale veramente la pena ripercorrere la sua parecchio spiacevole disavventura: http://www.corriere.it/salute/10_gennaio_11/chirurgo-si-opera-da-solo_806345e8-f6ee-11de-8c4c-00144f02aabe.shtml

    Ovviamente non si richiede e pretende di essere eroi (nel suo particolare caso il termine eroe ci sta tutto!) come lui nella nostra vita, ma ciò che gli è successo, il destino crudele e ineluttabile a cui andava incontro se non avesse intrapreso quella decisione azzardata e al giorno d’oggi considerata folle o al limite del paradosso (la società di oggi lo bollerebbe come un pazzo dissennato!), non gli avrebbe permesso di continuare ad assaporare e capire il valore profondo della vita, il senso a cui il Signore ci ha chiamati nell’aldiquà per fare il Suo volere e godere in seguito, a patto che ci si sia comportati bene in questa vita labile e provvisoria, del Suo volto e luce eterna.
    Colpiscono le sue parole che ho volutamente estrapolato dal suo diario:
    «Non mi sono concesso di pensare a nient’altro che al compito che avevo davanti. Era necessario armarsi di coraggio e stringere i denti» Forse, a ben persarci, quest’uomo non si potrebbe definirlo un eroe. Lui ha semplicemente fatto il suo dovere con coraggio. Ha rischiato! …ed è stato premiato! Con un coraggio direi metafisico, con una presa di coscienza che accomuna tutti gli uomini di fronte alla morte, ha permesso a se stesso di continuare a vivere e probabilmente di essere felice. Ha dato un senso alla vita, quel senso che manca alla mia generazione di giovani debosciati, svogliati, abbandonati al materialismo e all’insito edonismo più sfrenato. No no l’etichetta di “eroe” lasciamogliela a quelli come Carlo Giuliani e a tutta la galassia della sinistra liberal-progressista-femminista al caviale. Dopotutto l’impresa ardita del medico russo Rogozov non la capirebbero mai. Come potremmo chiamarla? Difetto da mancanza di trascendenza? Dio vuole che sia fatta la Sua volontà. Per elevarsi dalla sua intrinseca bestialità ed entrare in sintonia col Signore, l’uomo ha bisogno di elevarsi, di progredire verso il cielo con mente e cuore bendisposto. Per adempiere alla sua missione deve muoversi attraverso sofferenza, ardui ostacoli e sacrificio. Insomma donare tutto se stesso. Esattamente come fece Cristo morto in croce.

    PS: Ancora una volta l’esempio di vita ci viene da un pregnante caso umano proveniente dalla Santa Madre Russia! Forse che in Italia e nell’intero occidente non siamo più capaci di sfornare uomini tanto valenti e coraggiosi? Di elaborare e trasmettere ai posteri virtù cristiane?

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