Già Bakunin ci aveva inquadrato bene, noi italiani.

Nicolas Bonnal

(MB. Questo articolo dell’amico Nicolas Bonnal, saggista e cercatore squisito di verità nascoste,  merita il posto d’onore)

Ogni volta “Lo stesso tema, la stessa constatazione : le cose, i problemi non cambiano da due secoli o quasi. Leggete la conclusione delle Memorie d’Oltretomba di Chateaubriand  (1849)  e siete già nel nostro mondo. Mondo unificato, mondo imbruttito, mondo anti-artistico, mondo decivilizzato, mondo di controllo, di denaro, di quantità. […]

I problemi dell’Italia sono vecchi e datano dalla sua  unificazione  « mancata » da una cricca  corrotta, quella   che la assoggetta via via all’Inghilterra (liberali, senatori, massoni), alla Germania, all’America e poi all’Europa.

Nel 1869 l’anarchico Bakunin già  rileva  questo magro bilancio :

« In nessun luogo  come in Italia si può meglio studiare il nulla del vecchio principio della rivoluzione esclusivamente politica, e della decadenza della borghesia, questa rappresentante esclusiva delle idee dell’89 e del ’93 e di ciò che si chiama ancor oggi patriottismo rivoluzionario.

« Uscita da una rivoluzione nazionale vittoriosa, ringiovanita, trionfante, avendo la fortuna tanto  rara di possedere  un eroe e un grand’uomo, Garibaldi e Mazzini, l’Italia, questa patria dell’intelligenza e della bontà, pareva dovesse superare in pochi anni tutte le altre nazioni in prosperità e grandezza. Le ha superate in miseria. »

E constata tristemente Bakunin :

« Meno di cinque anni di indipendenza sono bastati a rovinare le sue finanze, affondare il paese in una situazione  economica senza uscita, per  uccidere la sua industria, il suo commercio, e quel che è peggio, per distruggere nella gioventù borghese quello spirito di eroica devozione che aveva servito per oltre trent’anni come leva potente a Mazzini ».

Paese nato morto, come la nostra Europa della Fine dei Tempi (regna un’atmosfera da Kali Yuga, evoliana, nel  testo del gran Bakunin) o come la nostra Francia repubblicana,  la borghesia mondializzata segò il ramo del Risorgimento :

« Il trionfo della causa nazionale, invece di ravvivare, aveva schiacciato tutto. Non solo la prosperità materiale, lo spirito stesso era morto ;  e  si restava stupefatti a vedere questa gioventù di un paese politicamente  rinascente, vecchia di non so quanti secoli e che, non avendo dimenticato nulla, non aveva alcuna cura di imparare qualcosa ».

C’è già  la sete di poltrone che si è vista con la loro Europa :

« Non si può nemmeno immaginare – scrive Bakunin – quale immensa  libidine di posizioni sociali e di « posti » è stata  risvegliata in seno alla borghesia italiana . E’ così che è nata la famosa Consorteria [in italiano nel testo , ndr],  questa cricca borghese che,   essendosi impadronita di tutti i posti lucrativi,  malmena,  saccheggia, disonora oggi l’Italia, e che, dopo aver trascinato la patria italiana in tutte le pozze di fango possibili, l’ha fatta concludere ai disastri di Custoza, di Lissa e di Mentana ».

Gli stessi problemi (denatalità, declino culturale, militarismo, statalismo) si pongono nel 1890.  Lo scienziato francese Gustave Le Bon annota :

« Il principio di nazionalità,  così caro agli uomini di stato e di cui facevano il fondamento della loro politica,  forse ancora  citato fra le idee direttrici di cui bisogna  subire  la pericolosa influenza. La sua realizzazione ha condotto l’Europa alle guerre più disastrose, l’ha messa sotto le  armi e condurra tutti gli stati moderni alla rovina e  all’anarchia.  Il solo motivo apparente che si poteva invocare per difendere questo  principio era che i paesi più grandi e popolosi sono i meno minacciati.  Segretamente, si pensava che erano i più adatti alle conquiste ».

[..]  L’abilissimo Le Bon [1841-1931] fa  l’elogio di Small is beautiful :

« Oggi risulta che  sono precisamente gli stati più piccoli e  meno popolati : Portogallo, Grecia, Svizzera, il Belgio, la Svezia, i meno minacciati. L’idea dell’unità  ha rovinato l’Italia,   prima così prospera, al punto  che oggi essa è sull’orlo di una rivoluzione e di una bancarotta. Il bilancio annuo di tutti gli stati italiani, che prima della unificazione d’Italia  toccava i 550 milioni,  oggi raggiunge i 2 miliardi ».

E Le Bon sottolinea anche la debolezza dei paesi latini, corrotti da lustri, secondo  lui, dal verbalismo, il socialismo, l’anarchia e il cesarismo ! Ma è più complicato di  così. Perché questo secolo dell’unificazione è stato quello del regno della  quantità nel senso guénoniano, e si può dire che la   bella Germania,quella della musica e della filosofia, della poesia e del romanticismo,  è finita con la sua unità – che sboccò nell’industrialismo, il socialismo e il bellicismo che sappiamo.

Ancora Gustave Le Bon, come avesse previsto il nazismo :

« La  Germania moderna, nonostante le ingannevoli apparenze di prosperità, ne sarà indubbiamente la prima vitima, a giudicare dal successo delle diverse sette che vi pullulano. Il socialismo che la rovinerà sarà senza dubbio rivestito di formule scientifiche rigide, buone  per una società ideale che l’umanità non produrrà mai, ma questo ultimo figlio della ragion pura sarà il più intollerante e il più temibile di tutti i suoi fratelli maggiori. Nessun paese è  tanto pronto a subirla quanto la Germania. Nessuno ha  più perduto oggi iniziativa, indipendenza e abitudine a governarsi » (1894).

 

 

Fonti

 

Nicolas Bonnal – Chroniques sur la Fin de l’Histoire (Kindle)

Le Bon- Lois psychologiques de l’évolution des peuples

Leopold Kohr- the Breakdown of nations

Bakounine_ Lettre aux rédacteurs du Réveil, à Paris, octobre 1869 (inédit)

 

RISORGIMENTO, LA “FAKE  NEWS” PRIMALE

 

 

M.B.

L’anarchico Mikhail Bakunin (1814-1876) visse a Napoli dal 1865,  dove fondò il giornale Libertà e Giustizia  e  aprì la sezione della Lega Internazionale dei Lavoratori. 

Sicuramente, quindi, ha visto di persona la riduzione del prima prospero Meridione alla miseria. E’ impressionante vedere come l’Italia che descrive, saccheggiata, malmenata e disonorata da una oligarchia  occupante tutti i « posti » lucrosi, somigli alla nostra di oggi. « Meno di cinque anni di indipendenza sono bastati a rovinare le sue finanze, affondare il paese in una situazione  economica senza uscita, per  uccidere la sua industria, il suo commercio… ».

Impressionante constatare come, nonostante i pregiudizi progressisti  su Garibaldi e Mazzini –  essi non fanno velo a Bakunin   nel giudizio, durissimo, sulla Consorteria che ha non « liberato », ma  preso l’Italia come una terra  che ha spogliato,   riducendone  in rovina le finanze e lo spirito stesso.

Ancor più m’impresssiona constatare  che questa verità,   che già appariva in tutta la sua aberrazione agli occhi di uno straniero intelligente, sia stata nascosta a noi italiani –  dalla storiografia ufficiale  o piuttosto propaganda di regime che è stata insegnata nelle scuole del regno e poi della repubblica.

Per sapere la degradante  verità, noi  abbiamo dovuto attendere un secolo e mezzo,  gli scavi originali negli  archivi di una generazione di storiche animose – di  Angela Pellicciari (Risorgimento da riscrivere, 1998) di Elena Bianchini Braglia  (Risorgimento ; le radici della vergogna, La storia esemplare della Brigata Estense – e soprattutto  il memoriale del poliziotto Filippo Curletti, l’uomo di mano del Cavour e del Farini La verità sugli uomini e le cose del Regno d’Italia, 2005, assolutamente da leggere) ; nonché la pubblicazione di La Rivoluzione Italiana (2000)  dello storico e parlamentare  irlandese Patrick O’Clery, testimone oculare a Porta Pia, e da ultimo i libri di Pino Aprile.

E ancor oggi,  questi libri che hanno rivelato come  il  Risorgimento sia stato un fatto  di opportunismo cinico di una classe dirigente ingorda quanto incapace,  di manipolazione del consenso e brogli elettorali, di ruberie senza  limiti de denaro pubblico di   partiti fin da subito contigui e   ammanicati alle cosche malavitose, di dipendenza servile allo straniero, di repressioni militari  disumane  –  non sono entrati ancora nella coscienza comune. L’0ligarchia (la Consorteria) ha ancora cura di bollare la Pellicciari come « revisionista » (poco meno che “negazionista”), la Bianchini Braglia è definita « pasionaria » dai media mainstream ;  le loro opere, semi-censurate (basta non recensirle su Repubblica e il Corriere, non citarle mai nei salotti  progressisti), sono  note solo a  pochi.

Dobbiamo constatare quindi che vige ancora la Menzogna Primaria sull’Italia, che Bakunin identificò.  Il regime oligarchico – permanente da monarchia savoiarda a repubblica della resistenza, da liberista a progressista – si regge  tuttora, diciamo, sulla « fake news » originaria.   Che fino a che non sarà dissipata, nessuna speranza di rinascita è possibile.

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15 commenti

  1. Stefano

    Bellissimo pezzo, un giorno bisognerà riscrivere la storia di questo paese dal “Risorgimento” massonico ed anti-italiano in poi… Quando saremo pronti ad accettare la Verità in tutti i sensi, un rivolgimento, una Rivoluzione nel senso etiologico di ritorno all’origine forse potrà ancora esserci, anche se i dubbi che questo risveglio possa davvero esserci sono molti, non solo per quel che riguarda l’Italia ma anche per il resto d’Europa, in questo momento è evidente che se una qualche ierofania avverrà, un evento-frattura nel senso di Heidegger , non potrà che essere più ad est, nell’Heartland eurasiatico, magari nella Russia stessa. In fondo meritiamo tutto ciò noi occidentali, abbiamo fatto determinate scelte, certo non tutti, ma la maggioranza sicuramente si è cullata nel modernismo, nella bambagia progressista e nei miti del materialismo edonista e individualista, vero che ci sono state e ci sono ancora delle oligarchie e loro servi che hanno condotto ed indirizzato le masse, i popoli verso queste illusioni e nella scelta della loro stessa oppressione,ma tutti noi abbiamo chi meno chi più una parte di questa colpa e siamo responsabili… I giovani di oggi non sembra in alcun modo possano rappresentare una speranza, ergo, ancora per citare Heidegger, “solo un Dio ci può salvare” perchè in una situazione da Kali yuga come questa solo dall’Alto potrà venire un capovolgimento di questo mondo rovesciato…

      1. simone

        Siamo già in guerra, anche se è combattuta in modo diverso: molto più cinico e feroce. Non sappiamo come opporci efficacemente e neanche riconoscere i nostri nemici(essi vivono, direbbe John Carpenter), Loro non fanno prigionieri, hanno miliardi di combattenti e noi poche pecore nere non abbiamo alleati. Almeno non in questo mondo.

  2. -Flavio Dalassio-

    Lo sgretolarsi della veneranda Porta Salaria, resistita ad Alarico e agli assalti di Vitige, sotto la cieca furia delle truppe massoniche che assediavano la città, costituisce l’immagine più pregnante dell’eclissarsi della nostra civiltà e dell’insediarsi, sul trono di Cristo, di una potestà esterna, aliena alla Tradizione.
    Dopo qualche anno dai terribili eventi del 1870, Gregorovius, il grande storico tedesco insignito della cittadinanza romana, annotava nei suoi diari tutto il suo sconforto:

    “Hanno demolito Porta Salaria, la vecchia porta veneranda da cui una volta passarono i Goti di Alarico… Si imbiancano le case, anche gli antichi venerandi palazzi…Rosa ha fatto radere il colosseo pulendolo di tutte le piante che l’ornavano così bene…I CONVENTI vengono cangiati in uffici, si aprono le finestre claustrali e se ne fanno di nuove nelle pareti. La vieta Roma tramonta; fra vent’anni ci sarà qui un altro mondo. Ma io sono contento di essere vissuto per tanti anni nella vecchia Roma. ”

    Lo storico tedesco prosegue il suo addolorato monologo con una serie di metafore romantiche, ma che mettono bene in evidenza l’incarnarsi dello spirito progressista e massonico nel corpo del golem statale savoiardo:

    ” La mia missione a Roma è terminata e mi ripugna il pensiero di sopravvivere a me stesso nella solitudine, e di invecchiare in Roma ove tutto si RINNOVA E SI MUTA, ove una nuova vita incalzante coprirebbe presto i miei antichi e cari sentieri e li renderebbe irriconoscibili”.

    Credo dia un’immagine diversa (da quella tramandataci) e più veritiera del clima dell’epoca. Quasi apocalittico direi.

  3. briccialdi

    Ma con quale faccia Bakunin, l’anarchico e satanista iniziato alla massoneria proprio a Caprera dal suo eroe dei tre mondi (il terzo è l’inferno), può permettersi di fare diagnosi sulla salute morale e spirituale del paese sul cui cadavere in decomposizione proprio a Napoli come una mosca carnaria era venuto a deporre anche le sue larve?


  4. I satrapi più feroci, senza pietà, erano propio la gran parte delle autorità del posto(Sindaci,Prefetti,Onorevoli ecc ecc) che avevano fiutato i vantaggi derivanti dall’annessione del meridione, dei maledetti carnefici dei loro paesani che odiavano e disprezzavano
    .A pensare che a qualcuno gli hanno fatto anche i monumenti

  5. Nico-

    Ricordatevi la brutta la figura fatta dai meridionali durante la prima guerra di indipendenza.
    Non si presentarono sul campo di battaglia,e il Piemonte fu costretto a chiedere aiuto alla Francia massonica sucessivamente.
    Per colpa dei meridionali,non si formo una confederazione Italiana di stati.
    Allora come oggi l’italia era sotto il dominio Austriaco/tedesco…


    1. Mi sa che sei male informato, tutti sanno che la confederazione degli stati italiani fallì per colpa di Vittorio Emanuele II che aveva ben altre mire e lo fece ben capire quando continuò a chiamarsi II dopo aver annesso tutti gli altri stati italiani, divenendo Re d’Italia, o meglio re del Piemonte Allargato.
      L’esercito borbonico attestò il proprio esercito sul Pò ma Vittorio Emanuele aveva già inviato i suoi emissari per far scoppiare i moti in Sicilia e dunque Ferdinando II dovette richiamò l’esercito per difendere la patria.

      1. Nico-

        Con tutte le bugie che ci hanno raccontato possibile che l’intero risorgimento sia stato una farsa e vittorio emanuele un arrivista.

  6. rino

    La frase di Gustave Le Bon è calzante come poche nella storia della civiltà umana. Filosofi come Eraclito e – aggiungerei – Parmenide ne hanno fatto il leit motiv della loro opera.

  7. Luigi Ranalli

    La ferita infertaci dal Risorgimento non si è mai totalmente richiusa. E’ stata forse parzialmente sanata da Mussolini, che almeno fece un tentativo in questo senso ridando orgoglio e prospettive agli italiani e ricucendo lo strappo dell’Italia unitaria con la Chiesa grazie ai Patti Lateranensi, ma poi sono arrivati gli alleati a “liberarci” e siamo lentamente ripiombati nello sfacelo.
    Non c’è poi molta differenza tra l’Italia dei Savoia di fine ‘800 che metteva le tasse sulle finestre e quella di oggi.
    Però la vittoria di macron-micron di ieri mi fa pensare che pure i francesi, forse immemori di un tal De Gaulle, sono messi piuttosto male oggi come oggi – anche loro pronti a fare i servi della Merkel guidati da un banchiere omosessuale con manie di onnipotenza.


  8. Da: Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, 1957

    Dopo il seggio elettorale venne chiuso, gli scrutatori si posero all’opera ed a notte fatta venne spalancato il balcone centrale del Municipio e don Calogero si rese visibile con panciera tricolore e tutto, fiancheggiato da due ragazzini con candelabri accesi che peraltro il vento spense senza indugio. Alla folla invisibile nelle tenebre annunziò che a Donnafugata il Plebiscito aveva dato questi risultati :

    Iscritti 515; votanti 512; ‘si” 512; “no” zero.

    Dal fondo oscuro della piazza salirono applausi ed evviva; dal balconcino di casa sua Angelica, insieme alla cameriera funerea, batteva le belle mani rapaci; vennero pronunziati discorsi: aggettivi carichi di superlativi e di consonanti doppie rimbalzarono e si urtavano nel buio da una parete all’altra delle case; nel tuonare dei mortaretti si spedirono messaggi al Re (a quello nuovo) ed al Generale; qualche razzo tricolore si inerpicò dal paese al buio verso il cielo senza stelle; alle otto tutto era finito, e non rimase che l’oscurità come ogni altra sera, da sempre.

    Sulla cima di monte Morco, adesso tutto era nitido sotto la gran luce; la cupezza di quella notte però ristagnava ancora in fondo all’anima di Don Fabrizio. Il suo disagio assumeva forme tanto più penose in quanto più incerte : non era in alcun modo originato dalle grosse questioni delle quali il Plebiscito aveva iniziato la soluzione: i grandi interessi del Regno (delle Due Sicilie), gl’interessi della propria classe, i suoi vantaggi privati uscivano da tutti questi avvenimenti ammaccati ma ancora vitali; date le circostanze non era lecito chiedere di più; il disagio suo non era di natura politica e doveva avere radici più profonde radicate in una di quelle cagioni che chiamiamo irrazionali perché seppellite sotto cumuli d’ignoranza di noi stessi.

    L’Italia era nata in quell’accigliata sera a Donnafugata; nata proprio lì in quel paese dimenticato quanto nell’ignavia di Palermo e nelle agitazioni di Napoli; una fata cattiva però della quale non si conosceva il nome doveva esser stata presente; ad ogni modo era nata e bisognava sperare che avrebbe potuto vivere in questa forma: ogni altra sarebbe stata peggiore. D’accordo. Eppure questa persistente inquietudine qualcosa doveva significare; egli sentiva che durante quella troppo asciutta enunciazione di cifre come durante quei troppo enfatici discorsi, qualche cosa, qualcheduno era morto, Dio solo sapeva in quale andito del paese, in quale piega della coscienza popolare.

    Il fresco aveva disperso la sonnolenza di don Ciccio, la massiccia imponenza del Principe aveva allontanato i suoi timori; ora a galla della sua coscienza emergeva soltanto il dispetto, inutile certo ma non ignobile. In piedi, parlava in dialetto e gesticolava, pietoso burattino che aveva ridicolmente ragione.

    «Io, Eccellenza, avevo votato ‘no.’ ‘No,’ cento volte ‘no.’ Ricordavo quello che mi avevate detto: la necessità, l’inutilità, l’unità, l’opportunità. Avrete ragione voi ma io di politica non me ne sento. Lascio queste cose agli altri. Ma Ciccio Tumeo è un galantuomo, povero e miserabile, coi calzoni sfondati (e percuoteva sulle sue chiappe gli accurati rattoppi dei pantaloni da caccia) e il beneficio ricevuto non lo aveva dimenticato; e quei porci in Municipio s’inghiottono la mia opinione, la masticano e poi la cacano via trasformata come vogliono loro. Io ho detto nero e loro mi fanno dire bianco! Per una volta che potevo dire quello che pensavo quel succhiasangue di Sedàra mi annulla, fa come se non fossi mai esistito, come se fossi niente immischiato con nessuno, io che sono Francesco Tumeo La Manna fu Leonardo, organista della Madre Chiesa di Donnafugata, padrone suo mille volte e che gli ho anche dedicato una mazurka composta da me quando è nata quella… (e si morse un dito per frenarsi) quella smorfiosa di sua figlia!»

    A questo punto la calma discese su Don Fabrizio che finalmente aveva sciolto l’enigma; adesso sapeva chi era stato strangolato a Donnafugata, in cento altri luoghi nel corso di quella nottata di vento lercio: una neonata, la buonafede; proprio quella creaturina che più si sarebbe dovuto curare, il cui irrobustimento avrebbe giustificato altri stupidi vandalismi inutili. Il voto negativo di don Ciccio, cinquanta voti simili a Donnafugata, centomila “no” in tutto il Regno non avrebbero mutato nulla al risultato, lo avrebbero anzi reso più significativo, e si sarebbe evitata la storpiatura delle anime. Sei mesi fa si udiva la voce dispotica che diceva: “fai come dico io, o saranno botte.” Adesso si aveva di già l’impressione che la minaccia venisse sostituita dalle parole molli dell’usuraio: “Ma se hai firmato tu stesso? Non lo vedi? E’ tanto chiaro! Devi fare come diciamo noi, perché, guarda la cambiale! la tua volontà e uguale alla nostra.”

    Don Ciccio tuonava ancora: «Per voi signori e un’altra cosa. Si può essere ingrati per un feudo in più; per un pezzo di pane la riconoscenza è un obbligo. Un altro paio di maniche ancora è per i trafficanti come Sedàra per i quali approfittare è legge di natura. Per noi piccola gente le cose sono come sono. Voi lo sapete, Eccellenza, la buona anima di mio padre era guardacaccia nel Casino reale di S. Onofrio, già al tempo di Ferdinando IV quando c’erano qui gl’Inglesi. Si faceva vita dura ma l’abito verde reale e la placca d’argento conferivano autorità. Fu la regina Isabella, la spagnuola, che era duchessa a di Calabria allora, a farmi studiare a permettermi di essere quello che sono, Organista della Madre Chiesa, onorato dalla benevolenza di Vostra Eccellenza; e negli anni di maggior bisogno quando mia madre mandava una supplica a corte, le cinque ‘onze’ di soccorso arrivavano sicure come la morte, perché là a Napoli ci volevano bene, sapevano che eravamo buona gente e sudditi fedeli. Quando il Re veniva erano manacciate sulla spalla di mio padre e: ‘Don Lionà, ne vurria tante come a vuie, fedeli sostegni del Trono e Della Persona mia.’ L’aiutante di campo, poi, distribuiva le monete d’oro. Elemosine le chiamano ora, queste generosità di veri Re; lo dicono per non dover darle loro, ma erano giuste ricompense alla devozione. E oggi se questi santi Re e belle Regine guardano dal Cielo che dovrebbero dire? ‘Il figlio di don Leonardo Tumeo ci ha tradito!’ Meno male che in Paradiso si conosce la verità. Lo so, Eccellenza, le persone come voi me lo hanno detto, queste cose da parte dei Reali non significano niente, fanno parte del loro mestiere! Sarà vero, è vero, anzi. Ma le cinque onze d’oro c’erano, è un fatto, e con esse ci si aiutava a campare l’inverno. E ora che potevo riparare il debito, niente. ‘Tu non ci sei.’ Il mio ‘no’ diventa un ‘si.’ Ero un ‘fedele suddito,’ sono diventato un ‘borbonico schifoso.’ Ora tutti Savoiardi sono! ma io i Savoiardi me li mangio col caffè, io!» E tenendo tra il pollice e l’indice un biscotto fittizio lo inzuppava in una immaginaria tazza.

    Don Fabrizio aveva sempre voluto bene a don Ciccio; ma era stato un sentimento nato dalla compassione per ogni persona che da giovane si era creduta destinata all’arte e che da vecchio, accortosi di non possedere talento, continua ad esercitare quella stessa attività su scalini più bassi, con in tasca i propri poveri sogni; e compativa anche la sua contegnosa miseria. Ma adesso provava anche una specie di ammirazione per lui e nel fondo, proprio nel fondo, della sua altera coscienza una voce chiedeva se per caso don Ciccio non si fosse comportato più signorilmente del Principe di Salina; e i Sedàra, tutti questi Sedàra da quello minuscolo che violentava l’aritmetica a Donnafugata a quelli maggiori a Palermo, a Torino, non avevano forse commesso un delitto strozzando queste coscienze? Don Fabrizio non poteva saperlo allora, ma una parte della neghittosità, dell’acquiescenza per la quale durante i decenni seguenti si doveva vituperare la gente del Mezzogiorno, ebbe la propria origine nello stupido annullamento della prima espressione di libertà che a questo popolo si era mai presentata.


  9. Continuiamo ad essere italiani inutili. Siamo nel duemila e ancora non abbiamo il senso dello stato e della collettività nazionale. I politici ricorrono per qualunque cosa agli americani, i cosiddetti intellettuali ai pensatori e scrittori stranieri, dimenticando gli scrittori e pensatori italiani che hanno inquadrato bene noi italiani già nell’ottocento . basta leggere: “I vicerè” di De Roberto, “I vecchi e i giovani” di Pirandello e “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa. Forse perchè sono siciliani e quindi non possono essere menzionati. Bo!!!! vacci a capire.

  10. David Herzog

    Ringrazio il direttore , oltre che per gli articoli che quotidianamente ci dona , anche per i libri suggeriti , un’ulteriore significativo aiuto per chi vive alla ricerca della Verita’ .
    Mi permetto di suggerirne un’ulteriore ” La storia proibita . Quando i piemontesi invasero il Sud ” , ed . Controcorrente 2008 , autori vari che consiglierei di leggere in contemporanea a ” Due secoli insieme ” , Aleksandr Solgenitsin , ed. Controcorrente .

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