La Guerra spirituale nascosta dietro i nostri tempi: il messaggio dell’apostolo Pietro contro il «leone ruggente» e la «furia epica”

La Guerra spirituale nascosta dietro i nostri tempi: il messaggio dell’apostolo Pietro contro il «leone ruggente» e la «furia epica»

A cura di Redazione CDC – pubblicato in data 18 ottobre 2026 – 5 commenti – 42.123 visite

La Guerra spirituale nascosta dietro i nostri tempi: il messaggio dell'apostolo Pietro contro il «leone ruggente» e la «furia epica»

«Il vostro avversario, il diavolo, si aggira come un leone ruggente, cercando chi divorare»

Di Pierre-Antoine Plaquevent, pierreantoineplaquevent.substack.com

Nell’ambito dell’approccio ieropolitico alle relazioni internazionali che sto attualmente sviluppando [1], analizzo i discorsi politici contemporanei che attingono a concezioni religiose o sacre per posizionarsi all’interno dello scontro contemporaneo tra potenze.

In questa prospettiva, traduco e pubblico qui un articolo che mi sembra fondamentale per chiarire le prospettive contemporanee della geopolitica sacra e dell’escatologia politica.

Questo testo, pubblicato in Russia nel marzo 2026, è purtroppo ancora di grande attualità, ma soprattutto, restituisce alla guerra che Israele e gli Stati Uniti stanno conducendo contro l’Iran la sua vera dimensione teopolitica. Al di là persino della geopolitica, questo articolo costituisce una vera e propria bussola spirituale in questi tempi turbolenti che stiamo vivendo, poiché riporta, in modo limpido, i principi evangelici al centro degli scontri in corso.

L’autore è Mikhail Yakushev, dottore in scienze storiche e ricercatore principale presso l’Istituto di studi orientali dell’Accademia delle scienze della Russia.

In questo saggio, egli analizza il simbolismo mitico e teologico impiegato e dispiegato da Israele e dagli Stati Uniti nella loro guerra di aggressione contro l’Iran.

Ma, soprattutto, ci ricorda i mezzi che il Signore e i suoi apostoli, con il loro sacrificio, ci hanno donato per resistere e tenere duro, in ogni epoca, di fronte ai tiranni e al loro signore, il «Principe di questo mondo»: fede, carità, speranza e vigilanza spirituale (nepsis – νῆψις).

Ciò che è significativo nell’ambito delle nostre ricerche è che non si tratta qui di un semplice articolo di opinione: questo testo è stato scritto da un eminente professore russo, rispettato e ascoltato per i suoi lavori in Russia, ma anche molto influente all’interno dei circoli conservatori ortodossi. Questo testo getta così luce sul nostro lavoro sulla ieropolitica e sul modo in cui i discorsi sulle fini ultime e sul sacro sono diventati imprescindibili nella geopolitica contemporanea. Ma soprattutto, questo testo ci ricorda come il cristiano e il musulmano possano e debbano resistere al «leone ruggente» contro il quale l’apostolo Pietro ci ha messo in guardia, fin dai tempi apostolici:

«Siate sobri, vegliate. Il vostro avversario, il diavolo, si aggira come un leone ruggente, cercando chi divorare. Resistetegli con fede salda, sapendo che le stesse sofferenze sono inflitte ai vostri fratelli nel mondo.» (1 Pt 5, 8-9, trad. Louis Segond)

Il 28 febbraio 2026, Israele, di concerto con gli Stati Uniti, ha lanciato attacchi massicci contro l’Iran. Fin dal primo giorno, nella capitale sono stati uccisi la guida spirituale del Paese, l’ayatollah Ali Khamenei, e la sua famiglia, oltre a 168 studentesse di età compresa tra gli 8 e i 12 anni e numerosi civili. Questi attacchi non provocati, riportati dai media israeliani, sono stati immediatamente definiti «preventivi» e «anticipatori» dai principali media internazionali, rivelando così il loro sostegno a una delle parti in questo conflitto regionale di lunga data. Oltre agli obiettivi iraniani, Israele ha attaccato le postazioni di Hezbollah, organizzazione sciita alleata dell’Iran, nel Libano meridionale e a Beirut, in preparazione di un’operazione terrestre. Sebbene questa aggressione militare fosse un’azione congiunta, Tel Aviv e Washington perseguivano ciascuna i propri obiettivi, come traspare chiaramente dalle denominazioni intimidatorie utilizzate per designare tali operazioni. Mentre Israele scatenava il suo «Ruggito del Leone», gli Stati Uniti lanciavano la loro «Furia Epica» contro l’Iran. Il nuovo nome dato da Israele al proprio piano segnava la seconda fase dell’operazione dell’estate precedente, battezzata «Leone in ascesa» (Lion Ascendant). Inoltre, secondo il primo ministro Netanyahu, «sognava questo attacco da quarant’anni», riferendosi all’attacco congiunto con gli Stati Uniti. Lo considerava un preludio alla fase finale dello storico scontro con l’Iran, una vendetta per la cattività babilonese e per le aspre critiche mosse dai leader iraniani nei confronti della politica provocatoria del regime sionista nella regione e nel mondo. Per giustificare la sua aggressione, il primo ministro israeliano ha riesumato l’ l’argomento, vecchio di diversi decenni, secondo cui Teheran sarebbe pronta a dotarsi a breve dell’arma nucleare e a usarla contro Israele. Oltre a questa affermazione trita e falsa, Netanyahu ha ritenuto con arroganza del tutto appropriato, dopo l’assassinio dell’ayatollah Ali Khamenei e delle studentesse, invitare il «coraggioso popolo iraniano» a ribellarsi contro il «regime terroristico sanguinario» degli ayatollah.

Questo appello testimonia la limitata «comprensione» che Netanyahu e la sua squadra hanno dei sentimenti che regnavano nelle strade iraniane dopo il primo giorno dell’operazione. Se, durante la guerra dei dodici giorni del giugno 2025, gli Stati Uniti avevano battezzato la loro operazione «Midnight Hammer», questa volta il presidente Trump ha dovuto scegliere tra venti nomi che gli erano stati proposti. Il più altisonante e intimidatorio era «Epic Fury». Questo termine specifico si traduce facilmente e fedelmente in tutte le lingue straniere. L’Iran, vittima di un attacco non provocato, ha mantenuto la denominazione dell’anno precedente per la propria operazione, senza cercare di intimidire nessuno né di strumentalizzare la situazione. Il nome «Vera Promessa» dato dall’Iran indica chiaramente che la sua risposta agli aggressori rientra in un piano in più fasi, elaborato a partire dal 2024. Secondo tale piano, in risposta agli attacchi «decapitanti» contro i leader iraniani, l’Assemblea degli esperti deve nominare rapidamente nuovi leader per sostituire quelli caduti, nemici giurati di Israele e degli Stati Uniti. Teheran non nasconde di essersi inizialmente preparata a uno scontro di lunga durata e intensificherà i propri attacchi se l’aggressione israelo-americana dovesse proseguire. L’Iran non ha scatenato la guerra, ma secondo i funzionari iraniani sarà proprio l’Iran a determinarne l’esito. Per Teheran, un esito accettabile della guerra iniziata da Netanyahu non può essere altro che la caduta del suo governo e il crollo del sistema politico israeliano. Non è da escludere che la «vera promessa» dell’Iran diventi l’impegno finale e decisivo di Teheran a rispondere agli aggressori con tutta la sua forza, poiché la guerra attuale riveste un’importanza esistenziale, se non addirittura determinante per il destino dell’Iran. Si tratta di una questione di vita o di morte per la nazione. L’elezione da parte dell’Assemblea degli Esperti del figlio della guida spirituale assassinata, Mojtaba Khamenei, è stata una spiacevole sorpresa per gli Stati Uniti e per lo stesso Trump, che aveva pubblicamente dichiarato la necessità di eliminare fisicamente l’ayatollah Ali Khamenei. È stato uno schiaffo sonoro sferrato dall’Assemblea degli Esperti a Trump e Netanyahu! Fin dall’inizio delle ostilità, i media di tutto il mondo hanno concentrato la loro attenzione sugli attacchi e sui danni inflitti dalle parti belligeranti. La risposta inaspettata e potente di Teheran ha seminato confusione alla Casa Bianca riguardo agli scopi e agli obiettivi dell’operazione. È strano che in Occidente nessuno abbia condannato con fermezza le azioni aggressive di Israele e degli Stati Uniti, che, alla luce del diritto internazionale e di tutti gli altri criteri, rientrano nella categoria dei crimini di guerra. Inoltre, i paesi arabi, dopo una riunione notturna, hanno pubblicato una dichiarazione in cui condannavano le azioni dell’Iran, senza menzionare nemmeno una volta il ruolo degli Stati Uniti e di Israele come istigatori delle violenze. Ufficialmente, Washington giustifica la propria partecipazione con ragioni militari e con la protezione dei propri cittadini. Tuttavia, la forte coincidenza tra l’inizio dell’operazione e la pubblicazione degli scandalosi «Dossier Epstein» suggerisce che l’agenda politica interna statunitense abbia svolto un ruolo importante nella decisione del presidente Trump di unirsi al rischioso piano di Netanyahu. Il mondo ha assistito con orrore alla sanguinosa attuazione della volontà del «Principe di questo mondo» attraverso l’astuzia del suo intelletto diabolico (Giovanni 14:30). È lui che regna sovrano là dove il denaro, la dissolutezza e la sete di potere la fanno da padroni. Per quanto riguarda la giustificazione ideologica dell’operazione israelo-americana, basata sulla mitologia giudaico-biblica e greco-romana antica, il segretario alla Guerra americano, Pete Hegseth, crociato convinto e sionista cristiano [1], decise di aggiungervi un appello cristiano invitando gli americani a «inginocchiarsi ogni giorno, in famiglia, nelle scuole, nei templi, e a pregare nel nome di Gesù Cristo» per la vittoria nell’operazione «Epic Fury» e per la sicurezza dei loro soldati.

Nel momento in cui gli eserciti americano e israeliano sganciavano migliaia di bombe su un Paese a maggioranza sciita, l’appello del segretario alla Guerra, lanciato durante il mese sacro del Ramadan e della Quaresima, non passò inosservato ai musulmani del Medio Oriente. Ecco perché l’amministrazione americana teme di andare troppo oltre nei confronti della umma islamica, osservando con apprensione come le bombe e i razzi distruggano i beni civili dei musulmani sciiti pacifici durante il loro digiuno diurno (Al-Sawm) e la loro preghiera notturna (Al-Iftar), trasformando potenzialmente questa lotta circoscritta in un conflitto mondiale tra cristiani e musulmani.

 

La Guerra spirituale nascosta dietro i nostri tempi: il messaggio dell'apostolo Pietro contro il «leone ruggente» e la «furia epica» 

 

Le Furie scatenano la loro vendetta.

 

 

La domanda è: cosa ha spinto gli israeliani e gli americani a scegliere nomi così intimidatori per le loro operazioni?

 

Se si considera questa terminologia come una scelta stilistica, si possono tracciare diversi parallelismi letterari interessanti con il contenuto dell’epopea di Virgilio, «L’Eneide» . Questo confronto permette di constatare come la retorica militare moderna possa, in modo involontario, fare eco ai temi classici di un’opera epica incentrata sull’ira, sul destino e sull’instaurazione di un nuovo ordine.

Nel libro VII dell’Eneide, l’eroina principale del poema, la dea suprema Giunone (Era nella mitologia greca), invoca le forze malvagie degli Inferi (Ade), scatenando sui Troiani un potere malvagio sotto forma di Alecto, una delle tre Furie (dee della vendetta)

[3]. Giunone evoca la Furia Alecto per scatenare una guerra tra i Troiani di Enea e le tribù italiche. È Alecto ad alimentare la furia della regina Amata e del re Turno, provocando un conflitto sanguinoso.

Si può qui tracciare un parallelo con l’operazione militare in corso: se si considera la «Furia epica» in questo contesto, il suo nome può essere interpretato metaforicamente non come una semplice «rabbia sfrenata», ma come lo scatenarsi deliberato di una forza distruttiva (simile ad Alecto) al fine di trasformare radicalmente l’ordine costituito (in un contesto moderno ambientato in Medio Oriente).

La trama dell’Eneide ruota attorno alla missione di Enea che, spinto dal destino, è destinato a fondare una nuova città (Roma) dopo la distruzione di Troia.

Si delinea un parallelo con la retorica americana: nelle sue dichiarazioni, il presidente americano Donald Trump ha definito l’operazione una «nobile missione» volta a «proteggere il popolo americano » ed eliminare la «minaccia di un regime brutale». Ciò fa eco al senso del dovere di Enea e all’inevitabilità dell’azione, in cui il leader si fa carico di un pesante fardello (le perdite militari) per il futuro («lo facciamo per il futuro»). Proprio come Enea lascia Troia in rovina per costruire Roma, la retorica americana mira a smantellare l’attuale regime per consentire al popolo iraniano di «prendere in mano il proprio destino» e di costruire una «Nuova Teheran» sulle rovine dell’antica capitale.

Il nome «Furia epica» può anche essere associato agli epiteti che accompagnano i protagonisti delle epopee antiche. Fin dall’inizio dell’Eneide, Virgilio espone il conflitto centrale del poema, evocando «l’indimenticabile ira della feroce Giunone» (saevae memorem Iunonis ob iram). L’ira degli dei o degli eroi in un’epopea è una forza che sconvolge il destino delle nazioni.

Sebbene gli ideatori dell’operazione «Furia epica» non stabiliscano alcun legame diretto con l’Eneide, questa operazione militare attiva involontariamente gli stessi codici culturali dell’antico poema epico romano: l’idea dell’inevitabilità del conflitto, dell’ira divina e della gravosa missione di instaurare un nuovo ordine mondiale attraverso la distruzione di quello vecchio. «Furia epica» colloca l’azione in un contesto simile: non si tratta di un’operazione di polizia, ma di un atto di rappresaglia o di un attacco preventivo, giustificato dalla sua potenza e dalla sua portata storica, se non altro per mettere in discussione la legittimità dell’esistenza di Israele come Stato. Ciò che è paradossale in questa denominazione data a una campagna militare contro l’Iran è che l’operazione si rivela paradossale se si esamina più da vicino il significato delle parole. Le Furie della leggenda incarnavano la vendetta, ma l’America ha forse un motivo per vendicarsi dei persiani di oggi? D’altra parte, si potrebbero trovare ben più motivi per vendicarsi di Israele, «alleato», soprattutto dopo che i collaboratori di Trump hanno rivelato l’identità dell’assassino di Kennedy. La grande storia di vendetta potrebbe benissimo mirare a un bersaglio esoterico, noto solo a chi scruta le profondità dell’anima.

Se il «Ruggito del Leone» è un’allusione biblica diretta (il Leone di Giuda), che sottolinea l’identità nazionale e religiosa di Israele, allora la «Furia Epica» rimanda alla tradizione classica occidentale (greco-romana). Questa giustapposizione mette in luce le prospettive culturali divergenti degli alleati: uno percepisce nel conflitto una narrazione biblica sacra, l’altro uno scontro immenso, quasi mitologico.

Tuttavia, questa operazione comporta i propri «svantaggi» per Israele e gli Stati Uniti dal punto di vista delle tre religioni monoteistiche abramitiche – l’ebraismo, il cristianesimo e l’islam, essendo queste ultime due religioni mondiali, cioè di portata internazionale. Queste tre confessioni sono state profanate lo stesso giorno della «parata dei pianeti », un importante fenomeno astronomico, il 28 febbraio, che coincideva con lo Shabbat ebraico, la Quaresima cristiana e il mese sacro musulmano del Ramadan.

Forse è proprio per questo, sotto molti aspetti, che le cose non sono andate come previsto: Trump non è riuscito a coinvolgere i suoi alleati regionali (i curdi e altri) nell’operazione, né a ottenere il sostegno dei suoi alleati della NATO. Di conseguenza, Trump è costretto a preparare da solo un’operazione terrestre, e a quanto pare anche senza Israele, il cui esercito è impantanato nel Libano meridionale.

Chiediamoci: il Nuovo Testamento della Bibbia offre delle risposte alla sfida lanciata all’umanità da un leone rabbioso e ruggente?

Sì, le offre: le troviamo nella Prima Lettera di Pietro (5, 8-9) [4], dove il leone non è presentato come la Voce di Dio per le nazioni, compreso Israele. Nel profeta Amos, l’immagine del leone ruggente serve a descrivere l’inevitabilità del giudizio divino. Mentre nella lettera di Pietro, il leone appare come il diavolo.

È qui che risiede il contrasto più sorprendente e paradossale. Nel versetto 8 del capitolo 5 della Prima Lettera generale dell’apostolo Pietro è scritto: «Siate sobri, vegliate; poiché il vostro avversario, il diavolo, si aggira come un leone ruggente, cercando chi divorare. Resistetegli, saldi nella fede…» (1 Pietro 5,8-9). Questo monito di Pietro (5,8) è una delle immagini più suggestive e inquietanti del Nuovo Testamento.

Per comprenderla appieno, è opportuno esaminarla su tre livelli: storico-culturale (perché una simile immagine?), teologico (la natura della minaccia) e spirituale-pratico (come si applica ai cristiani di oggi?) .