La Brexit vista da Franco Cardini

Minima Cardiniana 128

Domenica 26 giugno 2016 . San Vigilio vescovo e martire
BREXIT: E POI?

Ecco: questa è la vita. A settantacinque anni già quasi trascorsi, ti accorgi non solo che – come diceva Eduardo – gli esami non finiscono mai, ma soprattutto che non s’impara mai abbastanza. Quando credi che il senso della storia, almeno quello, sia quasi a portata di mano, ecco l’Augenblick di Goethe, l’Imponderabile di Pareto, l’Evento di Braudel che ti arrivano addosso e scompigliano le solide conquiste di “lunghe” e “brevi” durate.Ecco: questa è la storia. Un paio di giorni fa, nella fatidica notte del 24 giugno scorso – la solstiziale Notte di San Giovanni, che nel folklore europeo è quella “delle streghe” come l’Halloween (che poi, a sua volta, è la venerabile notte di Ognissanti) – ho vegliato febbrilmente attaccato all’apparecchio TV seguendo passo passo le notizie che arrivavano dall’Inghilterra. A tarda notte l’affermazione del Bremain era netta, sia pur di un’incollatura: e Nigel Farage, il leader della UKIP dall’improbabile albionica cravatta rosa, dichiarava con mesta fierezza che in fondo era solo una battaglia perduta, che la guerra continuava e che il partito sarebbe cresciuto comunque. D’altra parte, un annunzio trionfale da parte delle Borse informava che le piazze continentali avevano guadagnato 190 miliardi e che la sterlina volava. Ma la notte era giovane…

Di primissimo mattino, ubriaco di stanchezza e senza troppo credere a quel che stava accadendo e che avevo visto con i miei increduli occhi, vale a dire l’affermazione del Brexit, sono uscito a caccia di cappuccino, cornetto e carta stampata. E mi sono d’un tratto sentito molto più vecchio di quanto non sia: mi sono reso sul serio conto che sono un relitto dell’altro secolo, quello splendido e terribile delle due guerre mondiali, dei totalitarismi, degli stadi, delle sale cinematografiche piene del fumo azzurrino di migliaia di sigarette, del calcio e del ciclismo, delle rotative e della carta stampata. Tutto questo mondo è irrimediabilmente finito: il web ha polverizzato le rotative; informatica e telematica hanno distrutto l’impero temibile della stampa, quello a suo tempo magnificato da Humphrey Bogart (“Questa è la stampa, baby; e tu non puoi farci niente…”). Crollo definitivo di un mondo: ch’era, che resta il mio.

Nella luce dell’alba estiva, quel 24 giugno, ho fatto sadomasochistica incetta dei giornali ancora odorosi d’inchiostro, che recavano in evidenza titoli come: “Farage ammette la vittoria dell’UE” oppure “Le Borse volano, trionfo dell’Europa”. Quotidiani febbrilmente scritti nottetempo, usciti un’ora prima e già carta straccia: tutte le TV e tutti i nostri computers ci parlavano un linguaggio ben diverso. Con disorientamento di noialtri europeisti e gioia facinorosa di tutti i contras. A Londra gli ultraconservatori e i laburisti del mio amato Jeremy Corbin, improbabili alleati nel sostenere molto tiepidamente il Bremain, si trovavano spiazzati. Ma più in crisi ancora erano quelli che alla fine, dopo lunga esitazione, si erano adattati all’idea di una vittoria del Remain sul Leave sia pure per un’incollatura: valga per tutti l’esempio di Beppe Grillo, che proprio la sera prima aveva abbandonato antichi e recenti bollori antieuro per pubblicare sul suo blog il messaggio che “il Movimento Cinque Stelle si sta battendo per trasformare l’UE dall’interno”, aperto magari all’idea di un’Europa a due velocità con alcuni paesi accodati all’egemonia germanica e ancor più privati di sovranità economico-finanziaria e altri aggruppati secondo princìpi di più blanda conduzione.

Il mutamento aveva proceduto lento ma inesorabile, dalla notte all’alba, sull’onda dei fusi orari. Giappone e Cina, allorché il sole cominciava a sfiorare i loro orizzonti, si erano solo lentamente resi conto che qualcosa stava cambiando. Ma quando l’alba era giunta ad arrossare i cieli di Milano e di Parigi, il malanno si era ormai compiuto. Un terremoto. Giù la sterlina, oltre i limiti storici; su il dollaro; alle stelle il bene-rifugio per eccellenza, l’oro. Almeno sarà un bene per le esportazioni, si mormorava sull’altra sponda della Manica. Magra consolazione, anche perché l’Inghilterra non esporta più granché. Tragedia invece per le importazioni e per i salari. E soprattutto incertezza. Che ne sarebbe stato, che ne sarà, del destino di tanti europei non-inglesi, addormentatisi la notte del 23 ancora concittadini dei britannici e svegliatisi all’alba del 24 ormai stranieri, uno spagnolo e un italiano e un polacco ormai no citizen esattamente al pari di un senegalese? Che ne sarà del confine di Calais, soggetto forse quanto meno a una necessaria ridefinizione ora che non è più coperto dal partenariato di due membri dell’Unione?

Certo, se Atene piange può anche darsi che rida Sparta: ma non è detto, e soprattutto non si sa per quanto tempo. Il 24 giugno ha segnato per le destre francesi la fine d’una lunga inimicizia che datava dal medioevo e che, attraverso san Luigi e la guerra dei Cent’Anni era arrivata fino a Napoleone e oltre: Marine Le Pen ha adornato festosamente il suo blog di una bella Union Jack mentre nell’aggrondata Edinburgo, dove i vessilli unitari britannici sono sempre stati scarsi, le bandiere azzurro-stellate dell’UE sono rimaste a lungo al loro posto, accanto a quelle decorate dalla bianca croce di Sant’Andrea. Matteo Salvini si è affrettato a parafrasare il motto dei fratelli Rosselli con uno stentoreo “Oggi in Inghilterra, domani in Italia”.

Ma intanto l’ondata recessiva è certa: e i fautori del Brexit hanno un bel dire che si tratta di un fenomeno fisiologico anziché patologico e che sarà di contenuta intensità. Certo, si aspetta con apprensione – ma qualcuno ci spera – l’Effetto Domino. Che cosa succederà in un’Europa nella quale il fronte antiunitario si va allargando mentre l’incerta Slovacchia si appresta ad assumere il suo semestre di presidenza? Intendiamoci: la questione non è emozionale, tanto è vero che il problema dei migranti, che senza dubbio è stato una delle componenti della vittoria del Brexit, è sentito con maggiore riguardo nei confronti degli europei che non degli asiatici (molti, ma spesso provenienti dai paesi del Commonwealth) o degli africani (che non sono troppi). Ora, più che un’uscita dei singoli paesi dall’Unione, si teme una serrata sequenza di riposizionamenti. Il movimento spagnolo di Podemos, ad esempio, poggia le basi del suo successo non sulla suggestione del Brexit bensì sulla disoccupazione giovanile ormai ascesa al 60%. Anzi, possiamo dire che il fronte antieuropeista ha largamente influenzato l’opinione pubblica britannica, mentre questa non ha influito su quello se non come riprova della necessità di un cambio di rotta. E non senza discriminazioni. In Austria, ad esempio, all’indomani delle elezioni del 22 maggio che avevano segnato la sconfitta dei “neonazi-antieuro” della FPŐ si era timidamente parlato di brogli elettorali: ma subito all’indomani del 24 giugno il problema è stato riesumato, e da parte di personaggi di sinistra insospettabili di simpatìe hitleriane.

Eppure, passato lo sconcerto, alcuni timidi segnali darebbero quasi a credere che la lezione inglese potrebb’essere salutare. Non bisogna affrettarsi ad attribuire la vittoria di Brexit e l’eco favorevole suscitata in certi ambienti solo a un antieuropeismo frazionistico, micronazionalista e xenofobo. C’è dell’altro: e lo si sta notando tanto in certe aree del PD, anche intorno a Renzi e nelle sue stesse dichiarazioni quanto in ambienti del Movimento Cinque Stelle alcuni esponenti del quale – al di là dell’opportunismo grillino – hanno sottolineato come la disaffezione dell’opinione pubblica per le istituzioni comunitarie sia radicata su solide e drammatiche basi economiche, fiscali, finanziarie e in ultima analisi sociali. Troppo a lungo la politica dei partiti leader europei si è omologata sui parametri del liberismo e delle privatizzazioni: troppo a lungo si è favorito, o quantomeno tollerato, l’eccessiva concentrazione della ricchezza, l’abnorme allargamento della proletarizzazione sotto forma di disoccupazione e di precariato, il preoccupante assottigliamento dei ceti medi e il loro relativo impoverimento. Per i Cinque Stelle, la “scoperta” di questo “nuovo” (?!) fronte sociale potrà sembrare la scoperta dell’acqua calda, ma potrebbe segnare il passaggio delle loro opinioni diffuse dal livello dei discorsi da Bar dello Sport a quello di una più matura coscienza politica. Sono i temi dell’austerità e della flessibilità a esser candidati a una necessaria e non dogmatica né timida verifica. Al tempo stesso, dal momento che la radice dei mali dell’Europa è non solo socioeconomica e sociofinanziaria, ma altresì politica – e non tocchiamo qui il tasto dolente e silenzioso della cultura –, si rende necessario un rilancio appunto della politica stessa, a tutto campo, non escluso (anzi, primario) lo spinoso tema della politica estera e delle alleanze internazionali: senza timore di rimettere in discussione lo stesso dogma dell’appartenenza alla NATO e delle sue condizioni (perfino Hollande è tornato a parlare di un “esercito europeo”, sia pur in termini ambigui e allarmanti). L’Europa delle élites, quella che ha crocifisso il popolo greco per salvare le banche tedesche e francesi trasformando con un gioco di prestigio i crediti in debiti e viceversa, può e magari addirittura deve esser messa finalmente in discussione: lo ammette anche un economista come Jean-Paul Fitoussi, che pure non è esattamente uno di sinistra, e che propone un atto di coraggio come un Eurobond non già in quanto misura economica bensì in quanto affermazione etica, atto di fede in un’Europa che può salvarsi se accetta di riformarsi profondamente. Ma si può sperare in una seria rinascita europeistica all’interno dell’Eurolandia, con una banca centrale Europea in mano a privati? I Cinque Stelle, uscendo dal Bar dello Sport, si vanno oggi confrontando con l’ipotesi della rinascita delle proprietà e delle gestioni pubbliche: un linguaggio che a sinistra era da tempo desueto. Ma dev’esser chiaro che senza la costruzione di una coscienza civica europea (quella che a cominciare da mezzo secolo fa le scuole dei singoli paesi aderenti avrebbero dovuto costruire) non si va da nessuna parte. E’ questo che deve capire anche Renzi, mettendo la sordina a quanto gli vanno da troppo tempo sussurrando alle orecchie i suoi consiglieri lobbisti, lasciando da parte i Chief Executive Officiers che lo attorniano con le loro false competenze e i loro masters fasulli e tornando a rilanciare la politica come centro della vita sociale. Del resto, la storia e la cultura contano sempre: possiamo anche ignorarle, ma loro si ricordano di noi. Il Brexit ha vinto anche perché in ogni buon britannico sonnecchia la solida consapevolezza di un’europeicità profonda certo, ma accompagnata (e sotto molti profili “corretta”) da un’altra appartenenza, quella al Commonwealth, che almeno dal Cinquecento è stata alla base della coscienza identitaria del Regno Unito in quanto Leviathan dominatore dei mari, contrapposto al Behemoth continentale. Non si dimentichi mai la lezione del mirabile Il Nomos della Terra di Carl Schmitt, che dovrebb’essere la Bibbia di ogni europeista cosciente di esser tale e degno di questo nome. Altrimenti si confonde l’Europa con l’Occidente e la Modernità: ch’è cosa gravissima.

A proposito. Io resto cattolico, socialista ed europeista. Resto convinto che l’Eurolandia sociofinanziaria non serve, che più che una falsa partenza v’è stato un ignobile malinteso e che è necessaria un’Europa politicamente unita e in grado di superare le pastoie degli stati nazionali. Resto persuaso che l’Europa non si salva se gli europei non capiscono di esser parte di un mondo ormai insopportabilmente segnato da un’intollerabile sperequazione, da un’abissale distanza tra i pochissimi troppo ricchi e i moltissimi troppo poveri. Questa è la radice di tutti i mali. La ridistribuzione secondo giustizia e umanità delle risorse della terra è necessaria e inevitabile, pena la rovina del genere umano. Se l’Europa unita non si assumerà il còmpito d’intraprendere di nuovo il cammino verso la giustizia sociale e la dignità umana, ogni sforzo sarà vano.

Qualcuno obietterà forse che questa è poesia, mentre il difficile momento richiede la scabra, concreta, realistica prosa delle ricette economiche. E’ vero il contrario: nei momenti di crisi, è sempre la poesia che ci salva.

Franco Cardini

dal blog dell’autore

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9 commenti

  1. Maurizio Blondet

    Sì. Forse la puntata che ti sei perso, anzi le puntate, sono le innumerevoli e ripetute condanne, da parte della Chiesa, del liberalismo e del liberismo eocnomico. Insieme, senza dubbio, a comunismo e socialismo. E’ giusto dunque ricordare tutte le condanne ecclesiali perché, nonostante i catto-liberisti ci stiano provando da anni, è senza dubbio impossibile conciliare il Cattolicesimo anche con il liberalismo e il liberismo.

    Saluti.

    Luigi Copertino


    1. …allora ho visto bene, l’inconciliabilità tra fede cattolica a comunismo e socialismo;
      per quanto riguarda il liberismo, c’è, a mio avviso una piccola ma sostanziale differenza.
      Le prime due hanno radici ideologiche, ovvero immanentistiche.
      Il liberalismo, direi proprio di no.
      Comunismo e socialismo, negano in radice l’esistenza di Dio.
      Il Liberalismo no.
      Mettiamola in questo modo:
      Il comunismo e socialismo, negano Dio, i libertari, non lo negano ma vogliono farne a meno.
      Almeno quelli più radicali, come la Rand.
      Poi, ci sono Libertari come, per esempio Novak, dove, nel suo libro “Spezzare le catene della povertà” indica come deve essere lo stato sociale.
      Che, quello Europeo – lui scrive – “ignorano il dinamismo, la creatività e la LIBERTA’ dell’uomo.
      Su questi punti Papa Giovanni Paolo II si esprime con grande forza, particolarmente nella “Centesimus annus”.
      Questi passaggi si insegnano, tra le altre cose, che è un grave errore identificare il pensiero sociale cattolico con le premesse dello stato sociale europeo. Il pensiero sociale cattolico non è l’ideologia della socialdemocrazia.
      Stà al di sopra e giudica tutte le ideologie.
      La persona umana, come insegna Giovanni Paolo II, è la persona che agisce.

      Ogni persona ha il diritto fondamentale di condurre iniziative economiche personali e la società deve essere ristrutturata in modo da dale spazio a questo diritto.
      Ogni uomo – prosegue il teologo – ed ogni
      donna, sono fatti ad immagine di Dio il Creatore, e quindi destinati ad essere creativi, nel campo dell’economia ed in ogni altro campo.

      Gli esseri umani, non sono bestiame di cui bisogna prendersi cura. Il Signore che ci ha dato la vita ci ha dato nello stesso momento la libertà: il gusto del rischio, della creatività, dell’impresa.

      Queste capacità devono essere incoraggiate, non represse.”

      D’altronde, dico io, Gesù, da giovane, aiutava il proprio padre come falegname ( e non era un fancazzista della P.A,
      tanto per fare un esempio non esaustivo) nell’esercizio della piccola impresa di famiglia.

      La libertà d’impresa, è insista, a mio parere nella libertà umana e soffocarla, ovvero reprimerla, porta ad esisti già visti, come nella vecchia URSS dove è stato un fallimento totale.
      Ovviamente nessuno nega le storture del capitalismo finanziario e, per esempio, l’ultima crisi del 2008 sui mutui
      Subprime https://it.wikipedia.org/wiki/Sub
      e il disastro che possono combinare.
      In questo caso, e per evitare che ciò accada nuovamente, occorre uno stato regolatore.
      Una politica forte, fatta di una classe dirigente altrettanto forte che regolamenta con durezza questi fenomeni malsani e al limite della delinquenza.
      Mi vengono in mente figure di spicco come Putin.

      1. Maurizio Blondet

        La mancanza di senso storico e la poca conoscenza delle fonti giocano brutti scherzi. Sorvolo sull’offesa personalmente rivoltami, sottesa nelle parole di Rossi, quando afferma che Gesù non era un fancazzista della P.A. (come dirmi dato che tu lo sei …). L’offesa abbrutisce chi la fa più che chi la riceve. La mancanza di senso storico sta tutta nel fatto che il paragone con i tempi di Cristo non ha alcun fondamento dato che in quell’epoca non esisteva alcuna Pubblica Amministrazione nel senso moderno del termine. Non mi meraviglia neanche che Rossi citi Michael Novak, un cattoconservatore della peggior ed ipocrita specie. Novak, Weigel e Nehaus hanno spadroneggiato negli anni del pontificato wojtiliano distorcendo il pensiero ed il magistero di Papa Giovanni Paolo II (Novak fece anche da ambasciatore di Bush per convincere il Papa a benedire la guerra in iraq scatenata dagli Usa, dopo l’11 settembre. Ma Papa Wojtila lo rispedì educatamente dal suo presidente con un pugno di mosche in mano). La “Trimurti cattolica del capitalismo”, come essi sono stati definiti, ha operato quale longa manus del conservatorismo, old e neo, americano all’interno del mondo cattolico per portarlo su posizioni filoamericane e filobushiste. C’è ampiamente riuscita, soprattutto nei settori conservatori del cattolicesimo (qui da noi, in Italia, negli ambienti di Alleanza Cattolica, del Centro Lepanto, nella diramazione italiana della brasiliana Tradizione, Famiglia, Proprietà). Ma il pensiero di Novak, e soci, non regge alla prova ed è stato confutato ampiamente: da Vittorio Possenti, ad esempio. Detto questo, voglio fare un regalo a Rossi. Riporto un passaggio di un mio scritto nel quale sono citate alcune tra le più esemplari condanne papali del liberismo, non senso avvertire che affermare, appunto sulla scorta del pensiero di Novak, che il comunismo ed il socialismo hanno radice nell’immanentismo mentre il liberalismo no, dimostra la non conoscenza delle radici teologicamente protestanti, filosoficamente contrattualiste e, quindi, immanentiste del liberalismo. Buona lettura.

        Luigi Copertino

        “Si da, però, il caso che il Magistero pontificio si è ripetutamente espresso contro il liberismo economico. Nulla è più lontano ed estraneo agli insegnamenti del Magistero Sociale Cattolico della concezione liberista dell’economia come un meccanismo deterministicamente mosso dalla libera concorrenza. Il regnante Pontefice, in proposito, ha ricordato «Finché non si risolveranno radicalmente i problemi dei poveri, rinunciando all’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e aggredendo le cause strutturali della inequità, non si risolveranno i problemi del mondo e in definitiva nessun problema. L’inequità è la radice dei mali sociali. (…). Non possiamo più confidare nelle forze cieche e nella mano invisibile del mercato. La crescita in equità esige qualcosa di più della crescita economica, benché la presupponga, richiede decisioni, programmi, meccanismi e processi specificamente orientati a una migliore distribuzione …» (Francesco I – Evangelium gaudium, n. 202 e 204 – 2013). Sappiamo tuttavia che per i cattolici conservatori, l’attuale Papa è sospetto di modernismo e di “socialismo”. Allora proviamo a frugare nei documenti sociali del suo predecessore, che è ritenuto dai conservatori (a torto!) in opposizione all’attuale pontefice. Ecco, dunque, cosa scrive Benedetto XVI: «Il mercato, se c’è fiducia reciproca e generalizzata, è l’istituzione economica che permette l’incontro tra le persone, in quanto operatori economici che utilizzano il contratto come regola dei loro rapporti e che scambiano beni e servizi tra loro fungibili, per soddisfare i loro bisogni e desideri. Il mercato è soggetto ai principi della cosiddetta giustizia commutativa, che regola appunto i rapporti del dare e del ricevere tra soggetti paritetici. Ma la dottrina sociale della Chiesa non ha mai smesso di porre in evidenza l’importanza della giustizia distributiva e della giustizia sociale per la stessa economia di mercato, non solo perché inserita nelle maglie di un contesto sociale e politico più vasto, ma anche per la trama delle relazioni in cui si realizza. Infatti il mercato, lasciato al solo principio dell’equivalenza di valore dei beni scambiati, non riesce a produrre quella coesione sociale di cui pure ha bisogno per ben funzionare. Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica. Ed oggi è questa fiducia che è venuta a mancare, e la perdita della fiducia è una perdita grave. (…). L’attività economica non può risolvere tutti i problemi sociali mediante la semplice estensione della logica mercantile. Questa va finalizzata al perseguimento del bene comune, di cui deve farsi carico anche e soprattutto la Comunità politica. Pertanto, va tenuto presente che è causa di gravi scompensi separare l’agire economico, a cui spetterebbe solo produrre ricchezza, da quello politico, a cui spetterebbe di perseguire la giustizia mediante la ridistribuzione» (Benedetto XVI –
        Caritas in Veritate, n. 35 e 36 – 2009). Del resto, già alcuni decenni prima che il neoliberismo trionfasse, quando esso era solo agli inizi della sua mistificatoria rivincita culturale, un altro Pontefice, Paolo VI – con lo stesso spirito profetico con il quale Pio IX nella Lettera Enciclica “Qui pluribus” del 1846 condannava il comunismo due anni prima della pubblicazione de “Il
        Manifesto” di Marx ed Engels –, ne intuì la rimontante perniciosità: «Dall’altra parte si assiste ad un rinnovamento dell’ideologia liberale. Questa corrente si afferma sia all’insegna dell’efficacia economica, sia come difesa dell’individuo e contro le iniziative sempre più invadenti delle organizzazioni e contro le tendenze totalitarie dei poteri politici. Certamente l’iniziativa personale deve essere mantenuta e sviluppata. Ma i cristiani che s’impegnano in questa direzione, non tendono, a loro volta, a idealizzare il liberalismo, che diventa allora una esaltazione della libertà? Essi
        vorrebbero un nuovo modello, più adatto alle condizioni attuali, e facilmente dimenticano che alla sua stessa radice il liberalismo filosofico è un’affermazione
        erronea dell’autonomia dell’individuo nella sua attività, nelle sue motivazioni, nell’esercizio della sua libertà. Ciò significa che anche l’ideologia liberale esige da
        parte loro un attento discernimento» (« Paolo VI – Octogesima adveniens, n. 35 – 1971). Se, poi, non piacciono i Papa conciliari, rimando direttamente a quelli pre-conciliari. Come ad esempio Pio XI e Leone XIII: «A quel modo cioè che l’unità della società umana non può fondarsi nella opposizione di classe, cosi il retto ordine dell’economia non può essere abbandonato
        alla libera concorrenza delle forze. Da questo capo anzi, come da fonte avvelenata, sono derivati tutti gli errori della scienza economica individualistica, la quale
        dimenticando o ignorando che l’economia ha un suo carattere sociale, non meno che morale, ritenne che l’autorità pubblica la dovesse stimare e lasciare assolutamente libera a sé, come quella che nel mercato o libera concorrenza doveva trovare il suo
        principio direttivo o timone proprio, secondo cui si sarebbe diretta molto più perfettamente che per qualsiasi intelligenza creata. Se non che la libera concorrenza, quantunque sia cosa equa certamente e utile se contenuta nei limiti bene determinati;
        non può essere in alcun modo il timone dell’economia; il che è dimostrato anche troppo dall’esperienza, quando furono applicate nella pratica le norme dello spirito individualistico. È dunque al tutto necessario che l’economia torni a regolarsi secondo un vero ed efficace suo principio direttivo. (…).. Si devono quindi ricercare più alti e più nobili principi …: e tali sono la giustizia e la carità sociali» (Pio XI – Quadragesimo Anno, n. 89 – 1931); «… cupidigia … e … sfrenata concorrenza. Accrebbe il male un’usura divoratrice che, sebbene condannata tante volte dalla Chiesa, continua lo stesso, sotto altro colore, a causa di ingordi speculatori» (Leone XIII – Rerum Novarum, n. 2 – 1891). Vorrei sottolineare questo passaggio della citazione del n. 80 dell’enciclica di Pio XI: «ritenne che l’autorità pubblica la dovesse stimare e lasciare assolutamente libera a sé, come quella che nel mercato o libera concorrenza doveva trovare il suo principio direttivo o timone proprio, secondo cui si sarebbe diretta molto più perfettamente che per qualsiasi intelligenza creata», perché qui c’è il chiaro rifiuto
        dell’idea liberista secondo la quale il libero mercato è “naturalmente” armonico e funziona al meglio senza inferenze etiche o politiche ossia inferenza di “intelligenze create”. Non solo: ma in questo passaggio c’è la più esauriente risposta, in termini di Magistero Sociale, alle distorsioni di pensiero dei catto-liberisti.”


        1. Evidentemente Lei vuole tentare di distorcere il mio umile e modesto ragionamento ma non le permetto nemmeno di tentarci.
          Andiamo con ordine.
          Punto primo, quando ho parlato di Gesù ho voluto – e si capiva benissimo – esemplificare l’impresa artigiana.
          Come, per esempio quella di mio padre buon anima.
          Composta da padre, figli o figli e magari coadiuvata dall’altro genitore.
          Questa che si chiama piccola impresa oggi, è la stessa ai tempi di Gesù.
          Non c’entra un TUBO citare a sproposito che io non tengo conto del periodo storico.
          E’ proprio questo il punto.
          L’intraprendere, come ho detto, citando Novak che cita il Papa, è connaturale all’animo umano.
          Significa trasformare il mondo accanto a se.
          Significa che grazie ad un tizio nel 1994, noi possiamo scriverci su questo forum, perché egli ha saputo trasformare gli impulsi elettrici in BIT informatici, creando il WWW.
          Questo intendevo dire e non difendere il catto- liberismo come mi attribuisce falsamente Lei.
          Del quale, sia ben chiaro non mi frega niente.
          Io parlo di impresa, di intraprendenza, di rischio d’impresa e , ovviamente del guadagno di chi rischia il capitale che investe e che a volte perde.
          Insomma, la libera economia di mercato, alla quale, fino a prova contraria ha aderito anche la vecchia URSS, ora nuova Russia.
          Dopo, appunto, il disfacimento morale e materiale del comunismo e socialismo.
          Dunque, il mio modesto intervento, non era rivolto, come vorrebbe attribuirmi Lei, alla difesa del catto-liberismo, quando piuttosto a condannare il comunismo e socialismo e, nella fattispecie a sottolineare quando di strano ci fossero nelle parole del Cardini.
          Perché Lei non scrive al Cardini illustrandole – visto che sembra intendersene – l’inconciliabilità delle due tesi?
          Ripetiamolo, Socialismo e Cattolicesimo?
          Aspetto che Lei le scriva, visto che poco sopra ha ammesso che esse sono inconciliabili.
          Il mio modello economico, qualora possa interessare è quello della nuova Russia.
          Non certo quello americano, né, tanto meno, come ho scritto della finanza speculativa ecc.ecc.
          Anche, se , e qui, vengo al secondo punto, leggendo ogni giorno le notizie sui giornali, ed apprendendo dei fancazzisti e ladri e che si annidano nella P.A. il mio stomaco si ribella e
          difenderei il turbo-capitalismo.
          Per fortuna, quei due neuroni che mi restano, bisticciano spesso con la mia pancia.
          Quanto alla mia presunta accusa nei suo riguardi, stia sereno.
          Non conoscendola, come potrei accusarla?
          Ciò non mi impedisce di esprimere il mio pensiero politico in generale, e in questo posso affermare con assoluta certezza il fancazzismo pubblico, perché, lo conosco troppo bene.

          Senza che Lei, se permette, non inorridisca troppo per le mie parole, perché, se mi consente, Lei non rappresenta il pubblico impiego e la sua crociata a sua difesa, mi sembra – francamente – molto inadeguata.
          La saluto, speranzoso di non doverle più rispondere sulla P.A.

          http://www.lastampa.it/2016/06/28/italia/cronache/una-microtelecamera-nelle-buste-cos-gli-amici-vincevano-gli-appalti-TXwfV3VlCdNdUr25YfMRSP/pagina.html

          1. Maurizio Blondet

            Invece è lei che distorce. Prima tira in ballo Cristo dicendo che non lavorava nella P.A. ma nell’azienda di famiglia ed ora se la prende se le si fa osservare che in questa affermazione c’è un formidabile anacronismo. Che non è nella difesa della piccola impresa (vengo anch’io da una famiglia di artigiani, per parte paterna, e so bene cosa è la piccola impresa) ma nel paragonare le opportunità lavorative di quei tempi a quelle di oggi ossia nel sottendere che, dato il fancazzismo pubblico (da lei presunto), Nostro Signore non avrebbe mai accettato un impiego pubblico. Questo è, appunto, ragionare senza senso storico.

            Non c’è affatto bisogno di Novak per dire che l’uomo è chiamato a “coltivare l’eden”. Lo dice il Genesi ossia la Rivelazione. Novak invece afferma che tutto il bene viene dal privato e tutto il male dal pubblico. E lei gli da ragione. Peccato, però, che questa tesi è stata confutata, sia sul piano storico che su quello economico, dagli studi della Mazzuccato, docente di origine italiana di economia nell’Università del Sussex. Le consiglio di leggere la sua opera “Lo Stato innnovatore” (nell’originale inglese suona “Lo Stato imprenditore”). Potrà così scoprire che se oggi siamo qui a scriverci su questo forum non è grazie ad un tizio che nel 1994 ha inventato il www ma grazie allo Stato (quello americano nella fattispecie) che, ben prima del 1994 ossia a partire dagli anni ’80, ha investito miliardi di fondi pubblici nella ricerca in campi nei quali i privati, proprio perché campi innovativi e dunque rischiosi e pericolosi (non c’era all’epoca certezza di sicuro profitto), non investivano affatto. Internet stesso è nato dall’intranet usato dalla Nasa ossia da una Agenzia statale. La Mazzuccato ha poi fatto ricerche storiche ed è saltata fuori la verità che la tendenza – a proprosito di tendenze umane – dei privati è sempre quella di non rischiare nella ricerca e nell’innovazione. Sicché sono sempre state iniziative ed investimenti pubblici a far andare avanti l’innovazione. E’ stato così per le ferrovie come per il battello a vapore. I privati arrivano solo dopo ossia quando la strada aperta dallo Stato si è dimostrata sicura per gli investimenti, ovvero foriera di sicuro profitto. Solo in questo successivo momento si fanno avanti i privati, prima patteggiando con lo Stato per essere ammessi nel nuovo settore e poi, con la complicità di inadeguati politicanti da strapazzo ed anche della forza di corruttela dei privati (leggasi tangenti), scanzandolo. Tanto è vero che la Mazzuccatto nel suo libro protesta per questo opportunismo degli investitori privati che parassitano sugli investimenti pubblici e chiede che la mano pubblica resti quantomeno nel controllo delle nuove strade che, con le risorse pubbliche, ha aperto.

            Il suo intervento, rivolto a criticare una affermazione di Cardini (conoscendolo di persona so bene cosa egli intende dire ma sarebbe qui troppo lungo spiegarlo e forse anche inutile con gente come lei), evidenziava quel tipico strabismo di chi si è formato sulle opere di Novak et similia. Uno strabismo per il quale il liberalismo sarebbe un male minore, se non addirittura qualcosa di cristianamente edificante, rispetto al socialismo. Ora a parte il fatto che sin dall’età di 15 anni ho appreso che per la dottrina sociale cattolica i due, liberalismo e socialismo, sono errori alla pari (basta leggere i testi, non solo quelli più recenti), ma la questione, implicitamente da lei sollevata e che ha sollecitato il mio intervento, sta tutta nella deriva liberista di tanti cattolici dilagata negli ultimi decenni. E che lei rappresenta alla perfezione.

            Il comunismo lo abbiamo alle spalle mentre oggi resta in piedi il liberismo. Quindi è inutile sparare su un nemico morto senza avvedersi di quello vivo e vegeto.

            Per quanto riguarda la Russia essa sta cercando vie diverse dal liberismo – quello che, prima di Putin, le era stato imposto dai capitali americani e dagli oligarchi ex membri della nomenklatura del Pcus – e certamente non è un modello che piace a Novak, giacché si tratta di un sistema chiaramente dirigista nel quale lo Stato non si limita solo a regolare (ed anche questo dispiace a Novak) ma interviene direttamente in economia. La Gazprom è per la Russia di Putin quello che era per l’Italia, un tempo, la nostra Eni nata sul trocone dell’Agip fascista.

            Infine, le ho già fatto osservare, anche se fa finta di non capire, che lei con il suo riferimento ai “fancazzisti del pubblico impiego”, dato che stava rispondendo al mio precedente post e quindi si stava rivolgendo a me, ha offeso direttamente lo scrivente pur non conoscendomi. Non cambi le carte in tavola ed abbia almeno il coraggio delle sue affermazioni.

            Anch’io la saluto speranzoso che lasci i libri di Novak ed inizi a leggere anche altro. Allargare la propria visuale è sempre un bene, se non altro per rendersi serenamente conto delle ragioni altrui.

            Luigi Copertino

  2. MattioliLorenzo

    orreggetemi se sbaglio in questo mio personale pensiero. ma io ho sempre pensato inattuabile una ideologia alla società, qualsiasi ideologia essa sia.
    Ma in un mio mondo ideale ad una societa una ideologia di pensiero dovrebbe essere applicata per parti: non è possibile ad esempio pensare ad un capitalismo applicato alle autostrade (dovrebbero essere “sociali” oltretutto non puoi scegliere su che autostrada andare) e sarebbe mostruoso (come si vede in america) applicarlo alla sanità. mentre il capitalismo potrebbe esser giusto ennlle piccole imprese, con un divieto di acquisizione e di capitale massimo…anche perchè il capitalismo nella sua massima espressione si trasforma in comunismo (chi vince piglia tutto e comanda sopra tutti). vedo per esempio bene le assicurazioni auto a stampo comunista, dirette da uno stato, perchè almeno per me che sono carrozziere la deriva che hanno presono è qualcosa di ridicolo. ecc ecc ecc.


  3. Papa Francesco, alla Conferenza stampa sull’aereo di ritorno dall’Armenia, alla domanda del giornalista sulla Brexit ha risposto:
    ” ….Per me sempre l’unità è superiore al conflitto, sempre! Ma ci sono diverse forme di unità; e anche la fratellanza – e qui arrivo all’Unione Europea – è migliore dell’inimicizia o delle distanze. Rispetto alle distanze – diciamo – la fratellanza è migliore. E i ponti sono migliori dei muri. Tutto questo ci deve far riflettere. E’ vero, un Paese [dice]: “Io sono nell’Unione Europea, ma voglio avere certe cose che sono mie, della mia cultura…”. E il passo – e qui vengo al Premio Carlo Magno – che deve fare l’Unione Europea per ritrovare la forza che ha avuto nelle sue radici è un passo di creatività e anche di “sana disunione”: cioè dare più indipendenza, dare più libertà ai Paesi dell’Unione. Pensare un’altra forma di unione, essere creativi. Creativi riguardo ai posti di lavoro, all’economia. C’è un’economia “liquida” oggi in Europa che fa – per esempio in Italia – che la gioventù dai 25 anni in giù non abbia lavoro: il 40 per cento! C’è qualcosa che non va in quell’Unione massiccia… Ma non buttiamo il bambino con l’acqua sporca dalla finestra! Cerchiamo di riscattare le cose e ri-creare… Perché la ri-creazione delle cose umane – anche della nostra personalità – è un percorso, e sempre si deve fare. Un adolescente non è lo stesso della persona adulta o della persona anziana: è lo stesso e non è lo stesso, si ri-crea continuamente. E questo gli dà vita e voglia di vivere, e dà fecondità. E questo lo sottolineo: oggi le due parole-chiave per l’Unione Europea sono creatività e fecondità. E’ la sfida. Non so, la penso così.”
    Qui: http://www.sopralanotizia.it/?p=42494 l’originale


  4. @ Copertino
    mettiamola così: ha ragione Lei, così è contento.
    E poi: la p.a è piena di fancazzisti e lo ripeto all’infinire.
    ( senza contare i delinquenti )
    Detto questo, una precisazione importante: il riferimento esclude assolutamente il Sig. Luigi Copertino che scrive su questo forum.
    Le va bene così?
    Così evitiamo inutili schermaglie.
    Nel mio riferimento, lo ribadisco Lei è escluso.
    Spero di essere stato chiaro.
    E, con questo. la saluto definitivamente.

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