Luigi Copertino. Fascismo socialista. Percorsi di superamento delle categorie destra-sinistra, Edizioni Imprimere
Il libro
Il fascismo è uno dei capitoli più controversi della storia italiana e richiede, per essere compreso, di essere analizzato senza apologie né demonizzazioni. Il libro dello studioso cattolico Luigi Copertino ne indaga le radici nel socialismo eterodosso, nel vitalismo, nel pensiero di Sorel e Nietzsche e nell’anarco-sindacalismo, mostrando il tentativo originario di
fondere socialismo e idea nazionale, oltre la tradizionale contrapposizione tra destra e sinistra.
Dall’impossibilità di egemonizzare la sinistra nacque il progressivo avvicinamento al nazionalismo e alle forze conservatrici, fino al compromesso del fascismo-regime. L’analisi ne evidenzia le contraddizioni, la componente sociale e rivoluzionaria e l’eredità dello Stato sociale e imprenditore.
Una rilettura del fascismo nella sua complessità storica, lontana tanto dalla nostalgia quanto dalle semplificazioni ideologiche.
Abbiamo intervistato l’Autore.
L’intervista
Anni fa, uscì un volume di uno degli intellettuali di Destra più interessanti dell’ultimo Novecento, Giano Accame. Il libro si intitolava “Fascismo immenso e rosso”, e riprendeva una definizione dello scrittore francese Robert Brasillach. È una definizione che ho ritrovato nel suo volume …
Il libro di Accame è stato un meritevole tentativo – il mio “Fascismo socialista” si pone sul medesimo sentiero – di sdoganare per il più vasto pubblico le conclusioni cui la ormai immensa letteratura storiografica in tema di fascismo è incontrovertibilmente giunta (le poche resistenze in sede storiografica sono soltanto espressioni tardive e residuali di una vecchia, infondata e superata, storiografia marxista viziata da un approccio ideologico) ovvero che il fascismo è stato un ramo del rigoglioso albero socialista. Un ramo peculiare perché caratterizzato dalla fusione del socialismo – inteso più largamente come tendenza alla giustizia sociale, piuttosto che come dottrinarismo marxista con le sue infondate pretese di scientificità – con la nazione, con la patria. Un motivo, questo, che ritroviamo in tutti gli autentici fascismi storici, non solo quello italiano, e da qui il titolo del testo di Accame ripreso dal francese Robert Brasillach, poeta martire assassinato dalla apparente giustizia dei cosiddetti “liberatori”.
Cosa è stato il fascismo?
Il fascismo è stato profondamente rosso nella sua essenza ed origine. In tal senso alla categoria del “fascismo immenso e rosso”, come dico nel mio libro, il cui titolo è il rovesciamento di quello, “Socialismo fascista”, dell’altro grande scrittore francese Pierre Drieu La Rochelle, possono ricondursi anche esperienze e regimi politici ritenuti in genere distanti dal fascismo come il castrismo cubano. Lo slogan castrista “Patria o muerte” dovrebbe far riflettere i sostenitori di sinistra di Castro. O come il guevarismo. Che Guevara non si spiega senza la sua iniziale adesione militante al Peronismo argentino, che è stata la forma forse più marcatamente socialista – in particolare nell’ala che si rifaceva ad Evita – di fascismo non italiano.
Lei è molto chiaro nel dimostrare che il Fascismo non è ascrivibile alla Destra, e cioè al mondo conservatore …
Senza dubbio. Come dice sin dal sotto titolo il mio libro, il fascismo è stato un modo per andare oltre le categorie di destra e sinistra. Che di per sé non sono atemporali e pertanto immobili. Anzi, esse sono storicamente variabili. Basti pensare che la nazione nasce a sinistra con la Rivoluzione francese e poi si disperde in parte verso destra, con il nazionalismo tardo ottocentesco, e in parte ancora a sinistra, con i vari movimenti di liberazione popolare. Ad esempio, il nasserismo egiziano che, non a caso, rappresenta – e non da solo, perché bisognerebbe aggiungere anche il baathismo irakeno e siriano o il gheddafismo libico – è una tipica forma di socialismo nazionale adattata al contesto storico di matrice mussulmana.
Il conservatorismo. Poi, bisognerebbe distinguere cosa si intende per “conservatorismo”. Oggi, in genere, conservatorismo è sinonimo di liberal-conservatorismo, il polo di destra del pensiero unico liberale essendo quello di sinistra il liberal-progressismo, ma in realtà il conservatorismo prende le sue mosse dalla critica all’epoca di destra, ossia controrivoluzionaria, alla modernità illuminista impostasi con la Rivoluzione francese. Autori come De Maistre, Burke, De Bonald, von Haller avevano puntato il dito soprattutto contro l’individualismo rivoluzionario e difeso l’antico comunitarismo premoderno. In questo senso, si può dire che qualcosa di quella critica ritornò nel fascismo, ma vi ritornò mediata dalle trasformazioni che il conservatorismo subì nel XIX secolo, perlomeno in quelle sue componenti che non accettarono di trasmodare nel liberal-conservatorismo. L’esempio tipico è l’Action Française di Charles Maurras che, benché non fosse un movimento fascista, ma appunto conservatore e tuttavia nazionalista in senso già moderno e “laico” (Maurras era un ateo positivista), avrebbe dato origine a una sua corrente di sinistra – cui appartenne Robert Brasillach – che si sarebbe incontrata con il socialismo proudhoniano elaborando una interessante forma di sindacalismo nazionale a forte matrice operaia.
Qualcosa di simile si riscontra anche nell’Italia primonovecentesca nell’ambito dell’Associazione Nazionalista Italiana dove personaggi come Enrico Corradini elaborano una piattaforma socialista per il nazionalismo, entrando in corrispondenza con Filippo Corridoni, leader del sindacalismo rivoluzionario del primo anteguerra. Ma abbiamo fenomeni simili anche in Spagna, dove la figura “mitica” di José Antonio Primo de Rivera, figlio del dittatore Miguel, da un iniziale tradizionalismo cattolico si sposta verso il nazional-sindacalismo, incontrando esponenti del nazionalismo cattolico contadino e castigliano come Onesimo Redondo e nicciani volontaristi e socialisti come Ledesma Ramos. L’esito di questo incontro fu il falangismo, ovvero, la “Falange Spagnola delle giunte di offensiva nazional-sindacalista” che all’origine non ha nulla a che spartire con il franchismo. Quest’ultimo è stato soltanto un regime nazional-conservatore che, nonostante la coreografia da esso mutuata, invero snaturò, depotenziandone la carica rivoluzionaria, il falangismo, praticando politiche conservatrici e più tardi di liberismo tecnocratico marcato Opus Dei. Insomma, se il fascismo, nella sua origine storica sorge certamente a sinistra, non fu immune dall’accogliere quelle tendenze di destra, destra non liberale, che aspiravano a un nuovo organicismo, un nuovo comunitarismo, la cui possibilità proprio la modernizzazione industriale – si pensi all’emergere dei sindacati – stava rioffrendo contro le illusioni individualiste e contrattualiste dell’illuminismo borghese.
Qualcuno ha parlato del fascismo come della convergenza tra l’eresia socialista del nazionalismo e l’eresia nazionalista del socialismo.
Vero. Ma a condizione di tener presente che l’anima più autentica del fascismo è di sinistra e che proprio le difficoltà di fondere quelle due eresie – si trattava di stabilire se a prevalere dovesse essere il nazionalismo o il socialismo e in che misura l’uno e l’altro dovessero essere miscelati – ha dato vita a un fascismo di destra e a un fascismo di sinistra.
Come mai la componente sociale del Fascismo è stata sconfitta, e come mai il Socialismo è a sua volta tramontato in Italia alla fine del secolo scorso, lasciando posto alla sinistra radical-chic?
Per quanto riguarda il caso italiano, il fascismo socialista sansepolcrista, quello originario, dovette fare i conti con la chiusura del PSI, che sognava la rivoluzione bolscevica e non capì la portata rivoluzionaria della piccola borghesia socialista-nazionale di ritorno dalle trincee e organizzatasi nel fascismo. Chiusura che sbarrò al nascente fascismo la strada a sinistra e contribuì, insieme ad altri fattori come il machiavellismo tattico e realistico di Mussolini, a farlo scivolare verso la destra nazionalista. Tuttavia si trattò di un compromesso, durato vent’anni, accettato, dallo stesso Mussolini che in fondo è sempre rimasto un socialista, in attesa di circostanze migliori per la “seconda ondata della rivoluzione”. Che sembrarono darsi soprattutto negli anni trenta, dopo che nella prima fase del regime esso scontò la necessità – dettata dalle contingenti situazioni dell’economia postbellica e dal patto con i fiancheggiatori di destra che aveva permesso a Mussolini di conquistare il potere – di politiche liberiste, deflazioniste, con una serie di “errori” come lo sbloccamento dell’unica Confederazione dei Sindacati Fascisti, che faceva capo a Edmondo Rossoni, vecchio sindacalista rivoluzionario, in sei diverse Confederazioni indebolendo, a tutto vantaggio della Confindustria, la parte sindacale dell’architettura corporativista che si stava edificando. Ma negli anni trenta, anche per il contraccolpo della crisi del 1929, ma non solo per tale contraccolpo in quanto la crisi fu soltanto l’occasione che si attendeva per aggirare gli ostacoli conservatori, i settori più di sinistra del fascismo – presenti soprattutto nelle organizzazioni giovanili di massa ad iniziare dai GUF (Giovani Universitari Fascisti) e nei sindacati del regime – sperarono nel finalmente sopraggiunto momento di completamento della rivoluzione. La creazione dell’Iri, ovvero l’avvio del dirigismo economico, affidata da Mussolini al tecnico socialista Alberto Beneduce, da lui stimato sin dal 1919, che segnò l’intervento dello Stato in economia (l’Iri entrò in possesso del 44% del capitale azionario italiano, soprattutto nei settori strategici), la Legge bancaria del 1936, elaborata da Domenico Menichella collaboratore di fiducia di Beneduce, che in pratica nazionalizzò la Banca d’Italia e il sistema di credito nazionale, la creazione dell’Agip, per garantire l’indipendenza energetica al Paese, che nel dopoguerra fu salvata dalla liquidazione grazie a Enrico Mattei e poi ampliata in ENI, furono tutti passi verso un nuovo modello economico il quale non aveva più nulla di liberistico. Un modello che sopravvisse al fascismo e fu ereditato dalla Repubblica postfascista, fino a quando le privatizzazioni di Mario Draghi e Romano Prodi, negli anni 90, ci hanno gettato nelle braccia del capitale anglo-americano e della globalizzazione finanziaria. Il cambiamento in senso dirigistico dell’economia italiana rappresentò per la sinistra fascista l’occasione per spingere verso un esito socializzatore il corporativismo del regime. E se è vero che le riforme dirigistiche avvennero per decisioni dall’alto, ossia in parte senza coinvolgimento delle strutture sindacali e corporative del regime, dette riforme tuttavia consentirono alla sinistra fascista di riprendere quota dopo il primo decennio caratterizzato da politiche economiche di destra, ossia più pro capitale che pro lavoro, fino a prospettare la possibilità di una “democrazia sociale del lavoro” – possibilità travolta dal sopraggiungere della guerra – che più tardi sarebbe stata delineata nei suoi tratti principali e puntualizzata nel Manifesto dei 18 Punti di Verona, base politica della Repubblica Sociale Italiana. Detto Manifesto riprendeva da vicino il programma del fascismo sansepolcrista del 1919, chiaramente di sinistra. Un ponte di vent’anni lega i due documenti fascisti mentre sotto quel ponte sono passate le acque del compromesso mussoliniano con i fiancheggiatori conservatori. La Repubblica postfascista non si limitò a ereditare le strutture dello Stato imprenditore implementato dal fascismo ma nella sua Costituzione ripropose le linee di un modello sindacale corporativista sebbene democratizzato. Ciò in particolare in articoli chiave come il 39, il 46 e il 99. Non è un caso se alla elaborazione di questi articoli costituzionali un grande contributo lo diedero quei padri costituenti di matrice cattolica che avevano vissuto il travaglio dottrinale e giuridico che aveva portato alle soluzioni, come l’efficacia erga omnes dei contratti collettivi di lavoro, introdotte dal corporativismo fascista e anche apprezzato, sebbene criticamente, il tentativo del regime di dare finalmente attuazione a quella che sin dal XIX secolo era stata la piattaforma cui aspirava il cattolicesimo sociale. Penso, in particolare, ad Amintore Fanfani e Aldo Moro, ma non solo a loro. Per quanto infine riguarda il tramonto del socialismo, nella sua versione non organicista, alla fine del secolo scorso, sostituito dalla sinistra radical chic e “arcobaleno”, la questione andrebbe inquadrata tenendo conto delle basi individualiste del socialismo di tipo contrattualista, inteso come emancipazione del singolo dalla comunità. Basi filosofiche individualiste molto evidenti nel pensiero marxiano. Marx era un grande liberale, non era statualista né comunitarista, ma aveva per obiettivo l’auto-emancipazione non del lavoratore dallo sfruttamento bensì dell’uomo dal lavoro e dai limiti della sua condizione umana per farlo assurgere a una dimensione di totipotenza che l’“alienazione religiosa”, a suo giudizio, gli impedisce di attuare. Se queste erano le premesse filosofiche non può meravigliare che nella postmodernità la sinistra abbia abbandonato ciò che di “mistico” poteva sussistere o apparire nel socialismo per riposizionarsi sul liberal-laburismo e, peggio, sull’individualismo sotteso a fenomeni di degenerazione antropologica come il trans-genderismo. All’emancipazione sociale è oggi preferita l’emancipazione sessuale, nella via aperta dal francofortismo marx-freudiano sessantottino. L’unificazione del mondo, del resto, non è stata realizzata dal proletariato, come auspicava Marx, perché il proletario in quanto uomo ha sempre una appartenenza e una identità nazionale e culturale, ma dal capitale che per sua natura è apolide e cosmopolita. Il marxismo, con il suo internazionalismo, ha aiutato, lavorando per il nemico, la dinamica di questa unificazione capitalista del mondo. Augusto Del Noce giustamente inquadra il socialismo marxista nell’alveo di quelle grandi “religioni politiche”, insieme d’altro canto al fascismo, che hanno dominato la fase “sacrale” della secolarizzazione per poi cedere alla fase “profana” del raffreddamento ideologico che coincide con la società liquida ovvero “aperta” del mondo post-ideologico, neoliberale. Oggi anch’esso in crisi.
Quanto c’è nella sua opera della ricerca di Augusto Del Noce?
Non tanto in questo mio “Fascismo socialista” ma in un’altra mia opera anch’essa edita quest’anno e dedicata ai rapporti tra Chiesa, fascismo e massoneria. Per rispondere, tuttavia, alla domanda va dato atto al filosofo torinese di essere stato, in ambito cattolico, l’unico a capire quali furono le speranze nutrite dall’intellighenzia cattolica, negli anni trenta, in un regime che sembrava, con la Conciliazione, essersi avviato verso una riformulazione del socialismo nazionale secondo modalità compatibili con la Dottrina Sociale della Chiesa – all’epoca ben espressa dalla “Quadragesimo Anno” (1931) di Pio XI – a condizione di apportare al corporativismo fascista alcuni basilari correttivi come, principalmente, l’autonomia sussidiaria dei corpi intermedi sindacali che invece il corporativismo gentiliano ed hegeliano del fascismo risolveva, fagocitandoli, nello Stato. Benché, va pur detto, non si trattava di una fagocitazione assoluta – i sindacati di regime erano senza dubbio enti pubblici e sebbene inquadrati e controllati nelle strutture corporative rimanevano distinti dallo Stato – e questo dava adito alla speranza di apportare modifiche di tipo cattolico, più autonomia e sussidiarietà, al sistema così come costruito dal regime. Fondamentali, in proposito, furono le riflessioni di Amintore Fanfani, giovane professore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che dedicò alcuni testi di esame critico e di apprezzamento al corporativismo fascista, come anche quelle di padre Agostino Gemelli, fondatore e preside della richiamata università, che si riconnetteva al pensiero cattolico-corporativista di Giuseppe Toniolo, come infine quelle dello stesso Pio XI magistralmente espresse nella enciclica del 1931 sopra citata. Stiamo parlando, in sostanza, della intellettualità cattolica del tempo, non di ingenui o sprovveduti. Augusto Del Noce ha ricostruito il clima culturale che portava detta intellettualità a sperare e lavorare per il “battesimo” del regime. Tutto partiva dalla visione propria del cattolicesimo preconciliare della dinamica storica dei secoli successivi alla Cristianità medioevale. Una visione per la quale la modernità post-medioevale era stata un lungo itinerario di allontanamento dal Cattolicesimo verso il nichilismo nel quale la società occidentale si stava gettando a capofitto. In tale visione i fascismi apparvero come movimenti che nascevano nella fase terminale della degenerazione moderna. Per questo loro carattere terminale della crisi di civiltà europea essi erano portatori di una cultura irrazionalista e volontarista, di stampo anarchico, che contestava la civiltà illuminista ormai alla frutta. Una contestazione però, secondo la visuale cattolica del tempo, soltanto in negativo e senza alcun apporto in positivo, costruttivo o ricostruttivo della civiltà europea. Sicché, queste erano la conclusione e la speranza dell’intellettualità cattolica degli anni tra le due guerre mondiali, i fascismi, avendo gli stessi nemici del Cattolicesimo, ossia liberalismo e bolscevismo, per passare dalla pura negazione al momento positivo della ricostruzione non potevano non accostarsi, fino ad assimilarsi, alla visuale cattolica del mondo e così tendere alla “restaurazione” cristiana. Da qui la speranza del “battesimo” che Augusto Del Noce, nelle circostanze degli anni trenta, successive alla Conciliazione, non reputa affatto peregrina benché egli riconosce che affinché quella speranza potesse concretizzarsi sarebbe stata necessaria una mutazione ideologica del fascismo che non sopraggiunse perché l’ideologia del regime affondava le sue radici nell’immanentismo filosofico che lo accomunava, sotto tale profilo, alle altre ideologie partorite dalla modernità. Il fascismo, nonostante tutto, restava una “religione politica”, quella che Emilio Gentile ha chiamato “culto del littorio”, in precaria convivenza con la religione tradizionale degli italiani.
I Socialismi nazionali realizzati sono pochi, e spesso con esiti inquietanti. Il Sionismo può essere ascritto a questa ideologia?
Ritengo di sì. Non solo nella versione cosiddetta “revisionista” che ha costituito l’ala nazionalista del sionismo, con tanto di organizzazione terroristica dell’Irgun, e che faceva capo a Jabotinsky, il cui segretario era il padre dell’attuale leader israeliano, quel criminale di Netanyahu, ma anche in quella socialista, o laburista, di Ben Gurion. Di questa affinità si accorsero esimi intellettuali neofascisti come il citato Giano Accame che fu un sostenitore di Israele proprio perché nel sionismo riconosceva una forma di fascismo ebraico, con caratteri, al netto della peculiarità giudaica, simili al mazzinianesimo che è stata una delle fonti ideologiche della sinistra fascista. D’altro canto non va dimenticato che, nell’ambito della sua politica intesa a imporre l’egemonia italiana nel Mediterraneo, cacciandone quella inglese, Mussolini si presentò sia alle popolazioni mussulmane – allorché in Libia brandì la “spada dell’Islam” – sia ai sionisti, impegnati in azioni terroristiche contro il protettorato britannico in Palestina, come un alleato nella loro lotta anticoloniale. Mussolini concesse a Jabotinsky l’uso del porto navale di Civitavecchia per insediarvi la base del Bethar ovvero la milizia politica paramilitare del sionismo revisionista che costituì il nucleo originario della futura marina militare israeliana. Del resto il fascismo, fino al 1938, nei suoi ranghi, anche di alto livello, contava migliaia di italiani ebrei, tra i quali Paolo Orano uno dei più noti intellettuali fascisti. Nel mio libro dedico un capitolo al controverso tema del presunto antisemitismo fascista per smascherare la costruzione ideologica imbastita sul problema. Tratto, ad esempio, della diatriba su Il Popolo d’Italia tra Mussolini che, nel 1919, aveva scritto un editoriale allarmante sulla presenza ebraica negli avvenimenti rivoluzionari russi e ungheresi ma anche nella finanza occidentale, e uno dei lettori fascista ma ebreo del quotidiano da lui diretto, tal Bachi, che in una lettera replicò difendendo, con ampi argomenti, la causa ebraica e distinguendola da quella bolscevica e da quella del gotha finanziario capitalista mondiale. Alla fine Mussolini, pubblicando la lettera di protesta del suo lettore ebreo, gli diede ragione facendo ammenda del suo precedente editoriale. Le leggi razziali furono il tragico prezzo che il regime pagò a un ingombrante alleato nelle braccia del quale era stato spinto dalla cecità e dal fanatismo antitedesco di Londra e Parigi che avevano osteggiato l’impresa coloniale in Etiopia ergendosi ipocritamente – esse che erano padrone coloniali del mondo – a tutori dei “diritti dei popoli”. Mussolini non nutrì mai sentimenti antisemiti a iniziare dalla sua vita privata giacché una delle sue prime amanti, la colta intellettuale Margherita Sarfatti, era ebrea. Sempre in questo capitolo del libro, dedicato al rapporto tra fascismo ed ebraismo, viene ricostruita la vicenda del fascista Ferdinando Natoni che, mentre i partigiani responsabili dell’attentato di via Rasella se ne stavano al sicuro, scese in strada, con la camicia nera della milizia, a difendere gli ebrei romani del ghetto dalla razzia nazista del 16 ottobre 1943, rischiando personalmente la vita e salvando quella di due ragazze ebree che egli fece passare per sue figlie. Natoni, quando fu insignito di un premio dal rabbino capo di Roma Elio Toaff, ebbe a dichiarare pubblicamente all’uditorio ebraico che egli era stato e si riteneva ancora un fascista e che quel che aveva fatto lo aveva fatto proprio in ossequio al suo credo fascista.
Lei, come cattolico militante, cosa salverebbe del Fascismo e del Socialismo?
La tensione verso la giustizia sociale e la visione comunitaria della vita depurandola tuttavia da qualsiasi deviazione idolatrica. La giustizia sociale e la comunità nazionale non possono assurgere a miti politici, a idoli, a religioni immanenti, ma devono essere fondate su una visione aperta alla Trascendenza che, appunto, al fascismo e al socialismo – perlomeno nelle loro forme più note (il discorso è diverso se si prendono il caso spagnolo o rumeno oppure le biografie di alcuni protagonisti della loro storia) – manca. Ed è qui, a mio giudizio, che va cercata la causa principale della loro sconfitta. Che però non nobilita ne rende moralmente legittima l’ideologia liberista. Non può esserci giustizia sociale e neanche comunità dove vengono se non negati quantomeno emarginati l’Amore dall’Alto, la Caritas, la Metanoia del cuore. Un cattolico come Chesterton ebbe simpatie per il fascismo italiano nel quale intravvedeva alcune propensioni sociali distributiste, ma non nascondeva che per altri versi c’erano nel fascismo aspetti statolatrici poco conciliabili con il comunitarismo propugnato da tante intelligenze impegnate, allora come oggi, nella ricerca di una alternativa tanto al capitalismo quanto al comunismo.
