Ho sempre diffidato delle statistiche. Il poeta romanesco Trilussa scrisse che se mangiamo in media un pollo all’anno e qualcuno è rimasto digiuno, rientra comunque nella statistica “perchè c’è n’antro che ne magna due”. Tuttavia, le analisi matematiche serie spesso attestano con la forza dei numeri ciò che la saggezza popolare già sapeva. Il paradosso di Easterlin sulla felicità, enunciato nel 1974, dimostrò con eleganti formule matematiche che al di sopra della soglia di reddito necessaria per soddisfare le esigenze primarie, la felicità non aumenta con la ricchezza. Ogni anno statistiche e grafici individuano con dovizia di indicatori in quali città italiane si vive meglio. Sempre, la spuntano le aree alpine e gli ultimi posti toccano al sud. Amo il profondo nord, ma so che a Catanzaro non sono più infelici che a Bolzano e che i salernitani non se la passano peggio dei friulani.
Insomma, la statistica va presa con giudizio, anche quando dà ragione ai nostri convincimenti. Numerosi studi affermano unanimemente che i conservatori sono più felici dei progressisti. La conclusione è supportata da indagini condotte con diversi approcci metodologici, dal tentativo di definire la felicità all’attribuzione di senso alla vita, all’analisi di disturbi quali la depressione e le malattie mentali. La prima obiezione riguarda la validità della divisione tra conservatori e progressisti, ma è opportuno attenersi ai significati comunemente accettati. Ad essere pignoli, dovremmo mettere in discussione le categorie di destra e sinistra, non troppo dissimili dal dualismo conservatori-progressisti.
La distinzione proposta da Norberto Bobbio riguardava l’opposto atteggiamento nei confronti dell’idea di uguaglianza. C’è del vero, ma il criterio non è universale. Esiste una frattura più sottile e veritiera, teorizzata dal sociologo afroamericano Thomas Sowell nel saggio A conflict of visions (Un conflitto di visioni), che affronta le divisioni tra i tipi umani che chiamiamo (con alquanta approssimazione) conservatori e progressisti in termini esistenziali e prepolitici. Dal conflitto permanente tra visioni della vita che attraversa luoghi, tempi, civiltà, sorgono due atteggiamenti opposti da cui dipendono le differenze politiche. Da un lato ci sono coloro che sostengono una visione “vincolata” – constrained – della natura umana, nel senso di immutabile. Dall’altro quelli la cui visione è non vincolata – unconstrained – convinti che gli individui possano essere modellati, cambiati, riconfigurati. Se è vera l’intuizione di Sowell – conservatore – la possibilità che la felicità inclini maggiormente a destra non è peregrina.
La mentalità conservatrice, infatti, è portata ad accettare ed apprezzare i limiti, i propri e quelli imposti dalla realtà. La principale frattura tra ciò che definiamo, in senso lato, destra e sinistra, risiede nel rapporto con la realtà. Se l’umanità è malleabile e possiamo trasformarla, se consideriamo ingiusta la società, dobbiamo farlo. Di qui l’inesausto attivismo, l’utopismo, la volontà di distruggere l’esistente della mente progressista, simile alle promesse degli amanti: più di ieri, meno di domani. Se invece la natura umana è immutabile, va accettata, pur consapevoli della sua imperfezione. Le istituzioni saranno radicate in quella natura e cercheranno di governare miserie e virtù umane nel modo più tollerabile. La realtà sociale ha un significato anche se non siamo in grado di comprenderlo pienamente; la mente conservatrice ne prende atto e si comporta sulla base di principi e valori permanenti. È più probabile essere felici accettando la realtà che vivere in lotta costante contro di essa.
Non si tratta di stabilire se gli uni o gli altri abbiano ragione o torto. Di certo il cambiamento continuo – che unisce il capitalismo e la mentalità progressista – rende insoddisfatti, ansiosi, priva di punti di riferimento, costringe a una vita costantemente in bilico. Se ogni cambiamento è chiamato progresso, i suoi adepti sono più mobili ma anche più portati alle delusioni, alla demoralizzazione, al senso di sconfitta esistenziale, al rancore. Ne è convinto lo psicologo Jordan Peterson, il quale intuì che le differenze ideologiche non affondano le radici in questioni puramente politiche, come la scelta di valori, obiettivi sociali, concezioni sul funzionamento della società, ma sono manifestazioni di differenze psicologiche che si trasformano in divergenze politiche.
Le statistiche confermano che il sentimento, lo stato d’animo conservatore è più favorevole a una vita felice o almeno serena. I ricercatori ammettono che la vita familiare, l’adesione a usi e costumi della comunità di appartenenza e la pratica religiosa contribuiscono fortemente al benessere personale. Valori stabili, forti, tesi al radicamento, tutt’altro che progressisti. Tutte le indagini concordano sul fatto che i conservatori mostrano livelli significativamente più elevati di soddisfazione e attribuzione di senso alla vita rispetto ai progressisti, i quali hanno molte più probabilità di manifestare ansia, depressione e altre forme di disagio psicologico. Il dato è uniforme per paese, classi di età, reddito, livello di istruzione, stato civile. Quale differenza psicologica – se esiste – determina questa differenza?
Le risposte sono contrastanti. Alcuni ribaltano la questione: le persone con maggiore stabilità emotiva e minore tendenza alla nevrosi avrebbero una maggiore predisposizione al conservatorismo. Di qui la probabilità che siano più felici. Lo stesso vale per coloro che hanno goduto di una migliore salute fisica e mentale durante l’infanzia. I soggetti più ansiosi tenderebbero a trovare più attraenti le idee di sinistra. Altre spiegazioni rimandano alla socializzazione: la fede religiosa, la vita familiare, l’integrazione personale e valoriale nella comunità –modalità esistenziali conservatrici – sono associate a una maggiore serenità e stabilità. La religione, in particolare, conferisce il significato più profondo alla vita, maggiori opportunità di integrarsi in comunità, efficaci strumenti morali e spirituali per affrontare le sfide dell’esistenza.
Secondo altri, poiché i conservatori sono più propensi ad accettare la realtà com’è, sono meno soggetti alla frustrazione, alla persistente sensazione di insoddisfazione ed ingiustizia di chi si colloca a sinistra. La loro prospettiva attribuisce grande importanza all’ordine – sociale, civile, esistenziale – e determina una minore ambiguità morale. Queste predisposizioni inclinano all’ ottimismo, un sentimento che induce felicità. Inoltre, i conservatori sono portati ad accettare i limiti personali e quelli legati alla possibilità di agire sulla realtà. L’idea progressista di dover costantemente cambiare la società ha gravi costi psicologici. Le distanze si sono accentuate negli ultimi vent’anni. La narrazione apocalittica sul clima, le isterie identitarie, l’ansia di individuare, proclamare e stabilire “diritti” sempre nuovi martellano la coscienza. I conservatori cercano di costruire un ordine personale che offre la piacevole sensazione di perseguire uno scopo, riflesso nell’organizzazione sociale. Tendono inoltre a vedere le cose attraverso un codice morale rigido, a differenza dei progressisti, più problematici, instabili. Distinzioni prepolitiche, come la più marcata capacità della mente conservatrice di adattarsi all’ ambiente sociale e alla natura, attivare un pensiero conseguente, pur con prospettive critiche.
Sin qui le statistiche. Poi ci sono i dati di fatto. La mente progressista – proprio per la sua insoddisfazione permanente – inclina pericolosamente al rancore. Il linguaggio del corpo, lo sguardo, l’abbigliamento, l’attitudine, una certa fascinazione per il brutto, persino la postura, fanno riconoscere l’idealtipo progressista prima che apra bocca. Non pochi sono il ritratto di una insoddisfazione esistenziale esibita nell’aggressività verbale, nella provocazione elevata ad attitudine, nel moralismo invertito, nello sguardo ostile, accigliato. Impressiona l’odio per la normalità ostentato come una bandiera, la scelta simbolica di colori come il viola che rappresentano la rabbia. La distanza tra il conservatore e il progressista – al netto delle mille sfumature della benedetta complessità umana – è innanzitutto esistenziale. Non stupisce affatto che la nuda statistica testimoni la maggiore stabilità di chi sa accogliere la realtà, la natura delle cose, il destino, la dimensione trascendente dell’esistenza.
Un ulteriore elemento è il fastidio conservatore per la vita amministrata, l’eccesso di controllo che uccide la dimensione privata, intima, unito all’attaccamento per il caleidoscopio, la varietà, per ciò che si è e ci definisce, individualmente e comunitariamente. Infine, la propensione per quello che gli antichi chiamavano amor fati, l’atteggiamento di chi accetta il destino poiché è egli stesso l’unico in grado di realizzarlo compiutamente. Diventa ciò che sei, è l’esortazione di Nietzsche. Diventa ciò che vuoi, risponde il progressista collettivo. Forse è questa la chiave, la distanza tra essere e voler essere, serenità e moto perpetuo, serenità e livore. Che non dà felicità ma invidia personale e sociale, desiderio di abbassare sé stessi e gli altri, il progresso del granchio.