Roberto Pecchioli
Tra le polemiche estive, una è interessante, benché trattata dagli interessati con il corto
respiro della politica italiana. Il presidente del PD Stefano Bonaccini, tipico prodotto della
nomenclatura di sinistra ma personalità equilibrata – potremmo chiamarlo Stefano
Bonaccioni- ha affermato in un evento del suo partito che “il voto al primo e al secondo
Trump, il voto per la Brexit qualche anno fa. Il voto in Germania a destra, quello alla Le
Pen, quello in Italia alla Meloni, prima a Salvini oggi forse a Vannacci, è un voto che vede
in maniera maggioritaria il voto di chi ha poco studiato di chi vive nelle aree interne o nelle
periferie delle città e di chi sta peggio economicamente”. Contra factum non valet
argumentum: è la verità accertata da ogni indagine sociologica e empirica.
Con grande velocità e maestria comunicativa, Giorgia Meloni –l’unico vero attivo della
coalizione che capeggia- ha replicato così “Quelli che votano per loro sono cittadini colti,
consapevoli e intelligenti, mentre quelli che votano per noi sarebbero ignoranti da
compatire, quando non da rieducare.” Colpito e affondato . Il punto è che entrambi hanno
ragione e torto allo stesso tempo. Soprattutto non riescono a cogliere l’importanza storica
di quanto osservano da mestieranti della politica preoccupati più del consenso immediato
che delle ricadute di quanto osservano. Ebbene sì, due spettri si aggirano per la terra del
tramonto, la sinistra patrizia e la destra plebea. E’ una novità, ma non del tutto: la
rivoluzione francese, madre di tutte le rivoluzioni, la fecero avvocati, intellettuali e
nobilotti di città, l’opposizione venne dagli strati popolari e contadini, sterminati in
autentici genocidi come in Vandea. Fu la liberalissima legge Le Chapelier (1791) ad abolire
i corpi intermedi e a lasciare indifeso il popolo dinanzi alla forza impersonale della neonata
“nation” ( il potere legale) e dell’economia.
Per buona parte del secolo XIX, la sinistra fu liberale, nelle varie accezioni del termine. La
violenza sfruttatrice del nuovo potere generò la reazione socialista e comunista; i liberali
divennero la destra, egemonizzando i conservatori. Si torna alle origini. I vincenti da un
lato, i perdenti dall’altro. Cambia la segnaletica, non la sostanza. Sfumata la mistica
marxista del proletariato , leva della rivoluzione comunista, è rimasto ciò che i postmarxisti
francofortesi- in particolare Adorno e Horkheimer- compresero un secolo fa: i proletari
non sono affatto una classe rivoluzionaria. Lottano per uscire dalla loro condizione e
diventare borghesi. Furono loro, con Marcuse, a individuare nuovi gruppi “rivoluzionari”:
le donne, le minoranze etniche e sessuali, i giovani visti come classe a parte, le comunità
prive di rilievo sociale.
La sinistra – diventata progressista e tornata in qualche modo liberale ( le parole generiche
multiuso attraggono sempre) ha imparato la lezione e si è messa dalla parte dei vincenti.
Quelli veri, le oligarchie economiche e finanziarie liberatesi a loro volta dai principi di ieri
in nome del nuovo dio immanente, il mercato diventato globale, onnipotente. Conquistato
potere dopo aver affollato determinate facoltà universitarie e aver conquistato le casematte
del potere ( eterogenesi dei fini del pensiero di Gramsci!) è ovvio che questi ceti- molto
numerosi e quasi sempre garantiti- non vogliano mollarlo: per questo votano a sinistra.
Poiché la loro formazione è prevalentemente giuridico-amministrativa, sociologica,
filosofica, psicologica, si considerano gli unici illuminati. E’ un ampio ceto snob, con una
crescente percentuale femminile . E’ a suo agio nei centri commerciali, ama le novità di
ogni genere, specie tecnologiche, è affascinata dai cosiddetti “ diritti” ( dinanzi ai doveri si
ritrae scandalizzata) e fa parte del tipo umano sradicato volontariamente, cosmopolita, che
non si sente di nessun luogo ( i nowhere della sociologia anglosassone). L’altra
caratteristica è il narcisismo: guardano solo se stessi, si amano e si considerano, come
avrebbe detto il Principe di Salina, il Gattopardo, il sale della terra. Naturale che abbiano
orrore di tutti gli altri, esattamente come le classi alte del passato, “ i signori” che almeno
sapevano trarre dai loro ranghi una classe dirigente.
Bonaccini nasce comunista, sa bene che la sua parte era formata prevalentemente dallo
stesso popolo che adesso si è spostato altrove. Operai, le loro famiglie, lavoratori e
lavoratrici manuali , abitanti delle periferie, generazioni intere sradicate dalla rivoluzione
industriale, che in Italia arrivò a fine anni Cinquanta. Non avevano master, lauree o
diplomi, ma volontà, capacità di lavoro, spirito di sacrificio, amore per la famiglia e per la
loro terra, speranza nel futuro. I ceti parassitari- a sud incarnati dal notabilato, da
possidenti agrari, da insegnanti, burocrati di ogni ordine e grado, a nord soprattutto dalla
rampante borghesia imprenditoriale insofferente delle limitazioni e sospettosa dello Stato,
stavano dall’altra parte. E’ una divisione rozza e assai parziale, ma rende l’idea.
Sempre alto contro basso, centro contro periferia, oligarchie e ceti tecnici e intellettuali di
supporto contro popolo. I vincenti degli ultimi sessanta- settant’anni si sono posizionati a
sinistra ( il termine è puramente descrittivo) perché vi hanno trovato ciò che cercavano.
Indifferenti ai principi dell’identità, della religione, della nazione, della famiglia, non più
interessati ai temi sociali, attratti dal fantasma della libertà intesa come liberazione dai
vincoli, hanno trovato in un certo tipo di studi la chiave per affermare alcuni valori e
soprattutto elevare la propria condizione economica e il proprio peso sociale. Hanno
occupato le burocrazie , aumentate di numero e importanza, sempre votate al controllo,
alla gestione ( due sostantivi centrali nell’universo mentale progressista) a una visione
legalistica, formalistica della realtà: il ceto dei “protocolli” che esentano dal pensiero e
soprattutto dalla responsabilità.
Si sono impadroniti della scuola, abbandonata da molti insegnati uomini per lo scarso
prestigio economico. Egemonizzano professioni come la psicologia, l’assistenza sociale, i
quadri amministrativi pubblici, la legione dei cosiddetti “esperti”. Sono istintivamente di
sinistra non per progressismo, ma, paradossalmente per l’opposto: ce l’hanno fatta, ora
guardano dall’alto in basso la massa sottostante, i penultimi, gli sconfitti del nostro tempo.
Hanno sostituito il razzismo di ieri e la distanza di classe con la supponenza culturale, il
suprematismo dei semicolti, semi riflessivi, semi abbienti, semi moralisti, sempre con il
dito alzato e le sopracciglia inarcate nello sdegno mentre guardano in basso senza tentare
di capire. Se non fossero i padroni del linguaggio, sarebbero la destra, termine caricato di
ogni negatività. Perciò Bonaccini ha ragione quando segnala il disagio che induce i meno
colti, i non garantiti, gli abitanti dei piccoli e medi centri, i superstiti ceti rurali, chi non ha
potuto terminare gli studi, a ideali e scelte avverse alla sua parte. Ma sono i suoi ad averli
abbandonati e innanzitutto ad avere screditato, vilipeso, ridicolizzato i loro principi e
valori. Non può stupirsi se i perdenti non ci stanno.
Ha ragione la Meloni a difendere i suoi elettori, ma non può dimenticarsi di rappresentarli,
come è accaduto nei deludenti anni di governo. Nulla di ciò che chiedeva il suo popolo è
stato realizzato su temi centrali come immigrazione, ordine pubblico, guerra, riarmo,
difesa dei ceti medi. Più ancora, dovrebbe prendere atto che il giudizio sommario della
sinistra sulla destra non è del tutto infondato, specie sul piano culturale, e lavorare per
rimuoverlo, evitando di affidare questi temi ad azzimati maestrini da salotto televisivo.
Inutile indorare la pillola: un numero gigantesco di militanti è interessato a soli tre temi: i
liberalconservatori alle tasse e al totem dell’impresa; gli altri all’immigrazione, in cui
confondono il fenomeno, drammatico, con l’immigrato, che è una persona.
Chi ha lottato per decenni contro l’indifferenza culturale delle varie destre lo sa. A
minoranze di grandissima qualità, vasti interessi e larghe conoscenze, frequentatori di
blog, siti Internet, librerie di nicchia, animatori di circoli, lettori voraci, pubblicisti
accaniti, si contrappone una maggioranza enorme di indifferenti, se non di ignoranti
soddisfatti. Incapaci di approfondimento, infastiditi da ogni argomentazione che non
riguardi il portafogli o gli stranieri, non hanno però ogni colpa. Sono diseducati da
decenni: pensa a tutto il capo di turno. Nel passato leader politici come Almirante,
Malagodi o Fanfani, poi Berlusconi, adesso Meloni e l’ultimo arrivato, il generalissimo.
Dobbiamo ammetterlo con il dispiacere, l’impotenza e la delusione di una vita: discutere
con i progressisti può infastidire, far male, stupire per il rifiuto della realtà di alcuni, ma
farlo con l’elettore medio di destra è spesso disperante. Epperò il motivo per cui la destra è
così popolare presso i gruppi sociali citati da Bonaccini – che ha dimenticato di analizzare (
non gli conviene!) la forte preminenza maschile – è elementare. Nella società
contemporanea il conflitto non è più esclusivamente verticale, tra ricchi e poveri, sfruttati e
sfruttatori, ma, come dicevamo , tra centro e periferia, popolo e oligarchie, ceti burocratici,
tecnici, “esperti” garantiti e masse non garantite, tra identitari e cosmopoliti. Bonaccini lo
ha capito, mentre dal lato opposto ci si limita a rispondere con slogan piccati, ancorché
efficaci. E’ la differenza tra riflessione e approssimazione, approfondimento e pesca delle
occasioni. Se la neo destra è plebea è perché è sconfitta . Talvolta vince sfruttando i
madornali errori dell’avversario, ma non rappresenta un’ alternativa. Parafrasando il
comunistissimo Dario Fo: il padrone del discorso sa mille parole, il perdente trecento. Per